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10 dicembre 2025
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Argomenti

Il viaggio di Felipe González a Caracas

Luca Costantini * - 20.06.2015

Nell’estate del 1976, durante gli incontri del Partito Socialisa Obrero Español (Psoe), Felipe González, all’epoca poco più che trentenne, avvertiva sull’ipotesi che la giovane democrazia spagnola emulasse lo «scenario italiano» del dopoguerra. González temeva il sorpasso del partito comunista di Carrillo e più in generale un accordo di quest’ultimo con il partito di centro di Adolfo Suárez, sullo stile del compromesso storico. Comprese che il Psoe doveva disincagliarsi dalla retorica ribellistica, e proporsi come forza egemonica della sinistra sulla base di un progetto revisionista.

Dapprima agì per consolidare la sua leadership all’interno del Psoe. Limitò il peso delle federazioni regionali, promosse una politica moderata a livello sindacale, rinunciò a Marx e adottò i principi politici della cultura social-liberale (la stessa che in quegli anni andava proponendo invano Norberto Bobbio in Italia). Libertà e cambiamento divennero i termini più utilizzati dai socialisti spagnoli fino a che, nel 1982, riuscirono a conquistare il potere. Vi rimasero fino al 1996, facendo della Spagna un paese moderno, europeo e democratico.

I risultati di quell’epoca fortunata sono evidenti ancor oggi. La Spagna è la quarta economia continentale, ha indici di turismo altissimi e un settore produttivo di punta come l’agroalimentare. Dal punto di vista della ricerca è un paese avanzato, e in quanto a infrastrutture può pienamente considerarsi un paese sviluppato. leggi tutto

Macedonia: verso una soluzione della crisi?

Christian Costamagna * - 18.06.2015

La Macedonia, nota ufficialmente nelle organizzazioni internazionali come “ex repubblica jugoslava di Macedonia”, da alcuni mesi sta vivendo una profonda crisi politica. Il partito d’opposizione, il partito socialdemocratico guidato da Zoran Zaev (SDSM), contesta il governo guidato da Nikola Gruevski, leader del partito conservatore (VMRO-DPMNE). Dallo scorso maggio, si è giunti alla mobilitazione delle piazze. La comunità internazionale cerca di mediare una via d’uscita pacifica dalla crisi.

Breve genesi di una crisi largamente prevedibile.

Di tutte le ex repubbliche, quelle che più assomigliano, nella forma di governo, alla Jugoslavia di Tito, sono la Bosnia ed Erzegovina e la Macedonia. In effetti, entrambe le repubbliche, come la federazione titina, sono costituite da società divise, amministrate da partiti fondati simbolicamente sull’etnia, con un’economia fondata sul prestito internazionale e sul debito, in un contesto di profondo clientelismo e corruzione, ove la tessera di un partito può essere fondamentale nell’ottenere un lavoro nel settore pubblico. Per quanto le ultime caratteristiche citate non siano ovviamente un’esclusiva dei Balcani, certamente è lì che destano le maggiori preoccupazioni. In altri termini, oltre ad una situazione economica relativamente stagnante e ad un tasso di disoccupazione molto elevato (fenomeno anch’esso diffuso nella regione), la Bosnia e la Macedonia condividono anche divisioni politiche tra comunità etniche e nazionali, peraltro istituzionalizzate dai rispettivi accordi di pace (Dayton per la Bosnia, leggi tutto

La sigaretta di Obama e lo stanco rituale del G7

Giovanni Bernardini - 16.06.2015

E un altro G7 è scivolato via tra boccali di birra formato bavarese, trite battute sui pantaloni di pelle locali, idilliaci bozzetti alpini di campanili acuminati. Evidentemente gli anni passano senza mutare l’odiosa tendenza dei vertici a fare delle località che li ospitano degli scialbi stereotipi. Grillinamente parlando, si sarebbe tentati di concludere che, se questa banale coreografia corrisponde all’immagine che i sette capi di governo hanno dei rispettivi paesi, c’è da dubitare delle loro ricette per il futuro. Si dirà: “non ci si fermi alle apparenze”. Ben volentieri, se non fosse che l’incontro ha dominato la stampa internazionale soprattutto per un increscioso dubbio che poco ha a che vedere coi contenuti: era una sigaretta quella che Obama stava estraendo nella foto insieme a Matteo Renzi? Analisi tecniche delle immagini, pugnaci pamphlet libertari che invitano il Presidente a non cedere ai bacchettoni, accuse d’incoerenza col salutismo professato altrove, fino all’apoteosi della smentita ufficiale (si badi bene: ufficiale) della Casa Bianca.

 

Apparenze anche queste, certo. Ma chi conosce la storia del G7 sa che l’apparenza non è mai secondaria. Risale al 1975 la convocazione del primo vertice, nel mezzo di una grave crisi economica e di enormi mutamenti globali che, a detta dei protagonisti, esigevano leggi tutto

Il Kirchentag 2015: le Chiese evangeliche guardano al futuro analizzando il presente.

Claudio Ferlan - 09.06.2015

Domenica scorsa, 7 giugno, è terminata a Stoccarda la 35a edizione del Kirchentag, manifestazione che dal 1949 raduna i fedeli delle Chiese evangeliche tedesche. Tradizionalmente le giornate sono dedicate a temi che mettono in dialogo il mondo ecclesiastico con quello della società civile. Il motto scelto dagli organizzatori dell’appuntamento 2015 è stato: “Affinché diventiamo saggi” (Salmo 90,12), un versetto preso a simboleggiare l’impegno per la costruzione di modelli di vita più sostenibili. A testimoniare saggezza è stato quantomeno il comportamento dei visitatori, lodato dal direttore della polizia cittadina, Andreas Stolz, che ne ha evidenziato pazienza, cortesia e gentilezza. Di fronte a inevitabili code e lunghi tempi d’attesa, resi per di più disagevoli da un caldo poco abituale, tutto è filato alla perfezione; la disponibilità di tutti ha consentito la celebrazione di una vera e propria festa di pace, ha commentato Stolz.

 

Numeri e creatività


Come riassume efficacemente l’ottimo sito kirchentag.de, le cifre non mentono ed evidenziano la riuscita dell’evento: 100.000 presenze all’inaugurazione, 95.000 alla messa conclusiva, 600.ooo in totale le persone accorse nella capitale del Baden-Württemberg per il Kirchentag, più di 50.000 dei quali di fede cattolica. A dare conto della maestosità dell’iniziativa, va ricordata almeno un’altra cifra: 2.500 avvenimenti tra conferenze, dibattiti, studi biblici, celebrazioni, spettacoli teatrali, mostre, concerti, workshop. Impossibile dunque pretendere di riassumere quanto successo a Stoccarda, meglio porre la lente d’ingrandimento su alcuni temi portanti, che a nostro parere restituiscono la capacità delle chiese evangeliche di guardare al futuro con serenità e con la volontà di farvi attivamente parte. leggi tutto

Les Républicains e le nuove sfide di Sarkozy

Michele Marchi - 06.06.2015

Con il lungo intervento al congresso del 30 maggio scorso, Nicolas Sarkozy ha ufficialmente chiuso l’esperienza dell’UMP e avviato quella de Les Républicains. Pressato da ragioni interne al partito (scandali economico-finanziari e crisi di leadership) e dai sempre più pericolosi competitors già in campo (Alain Juppé e Marine Le Pen), Sarkozy ha optato per la strategia di attacco, che in realtà assomiglia ad una ripartenza. Proprio chiudendo il congresso rifondativo è infatti, per certi aspetti, ripartito dalle origini dell’UMP.

Da un lato è tornato al progetto del 2002, quando la coppia Chirac e Juppé aveva accettato la scommessa del bipartitismo e aveva cercato di unificare in uno stesso soggetto partitico tutte le culture politiche della destra e del centro transalpino. Progetto che poi lo stesso Sarkozy, a partire dal 2004, ma soprattutto nella campagna poi fallita del 2012, ha in parte trascurato, occupandosi più di rincorrere il FN che di consolidare l’immagine del partito unico del centro-destra. Oggi Sarkozy dichiara di voler federare le tradizioni gollista, liberale, radicale e democristiana. Nei prossimi mesi bisognerà valutare se allo slogan seguirà un concreto operato in questa direzione.

Dall’altro lato sembra essere tornato il Sarkozy “offensivo” nei confronti della gauche della prima campagna presidenziale, quella conclusasi con la vittoria del 2007. Egli ha esplicitamente legato la scelta del nuovo nome, Les Républicains, proprio alla necessità di sopperire alle gravi mancanze della sinistra, al suo aver smesso da tempo di difendere e incarnare lo spirito repubblicano. Anche in questo caso è difficile non riscontrare un misto di continuità e di novità, rispetto all’epoca della rupture. leggi tutto

Berlino e le unioni matrimoniali omosessuali. L’impatto del referendum irlandese sul dibattito tedesco

Maurizio Cau - 06.06.2015

L’onda lunga del referendum sul matrimonio tra coppie omosessuali tenutosi in Irlanda il 23 maggio è arrivata fino in Germania, dove il dibattito intorno ai diritti delle coppie dello stesso sesso ha ripreso vigore al grido di “l’Irlanda è possibile”.

Dal punto di vista giuridico i passi per legalizzare le unioni matrimoniali omosessuali non risultano particolarmente complessi. Non è necessaria una modifica della carta costituzionale, poiché il Grundgesetz garantisce la tutela del matrimonio senza definirne le caratteristiche. La costituzione tedesca è in altre parole aperta ad altre tipologie matrimoniali, comprese quelle dello stesso sesso. La definizione del nuovo orizzonte normativo compete al legislatore ordinario, che dovrebbe registrare nel codice civile la nuova forma matrimoniale, e indirettamente al tribunale costituzionale di Karlsruhe, che si troverebbe a valutarne la legittimità. Finora il Bundesverfassungsgericht si è sempre pronunciato in favore dell’immagine classica della famiglia come incontro tra uomo e donna, ma ha sottolineato in più occasioni (si pensi alla  Transexxuellenentscheidung del gennaio 2011 e alla parificazione dei diritti tra coniugi e coppie di fatto espressa nel marzo 2013) che la costituzione tedesca garantisce l’istituto matrimoniale non nella sua astrattezza, ma nella concretezza delle opinioni prevalenti espresse in forma di legge. 

Come molti osservatori hanno sottolineato in queste settimane, manca solo un piccolo passo per consentire che l’ordinamento giuridico  tedesco sia specchio fedele dei mutamenti culturali che si sono fatti largo nella società contemporanea. leggi tutto

I contagi di cui soffre l’Europa vengono solo dalla Grecia?

Gianpaolo Rossini - 02.06.2015

Ancora non si vede all’orizzonte un esito della crisi greca. Chissà se la politica di Tsipras che ha deviato rispetto alla compagine governativa precedente porterà qualche vantaggio alla Grecia o se invece condurrà l’Ellade dritta fuori dall’euro e ad una crisi finanziaria drammatica. Finora Tsipras non ha portato a casa nulla. Anzi ha reso tutto più difficile facendo alzare lo spread sui titoli greci a livelli insostenibili, bloccando una incipiente ripresa e rendendo la gestione del debito pubblico e soprattutto di quello estero (la parte di debito pubblico in mano a stranieri più i  debiti dei privati – banche imprese e famiglie – nei confronti dell’estero) ingestibile. Di concreto c’è che la Grecia ha già prodotto un contagio preoccupante. In parte sul piano economico, tenendo in tensione gli spread dei paesi deboli. In parte sul piano politico. E’ l’infezione politica che è temuta in diversi paesi e dai vertici europei. E’ già approdata in Spagna dove alle recenti elezioni si è affermato Podemos, critico nei  confronti delle politiche di austerità adottate dal governo spagnolo su sollecitazione delle autorità europee. E’ giunta in Polonia dove altre elezioni hanno visto il rafforzamento di forze che non avvicinano il paese all’euro. E infine in Italia che sembra essersi presa almeno un bel raffreddore dalle regionali con l’avanzata della lega di Salvini e la tenuta di Grillo entrambi antisistema e antieuro. leggi tutto

Immigrazione in Italia: un po’ di chiarezza, almeno sul piano legale

Adriana Di Conca * - 28.05.2015

Da sempre carta da giocare per gestire il consenso, il tema dell’immigrazione è però questione più complessa di quanto traspare dalla dialettica quotidiana. Nel dibattito politico viene usualmente ricollegato ad un altro grande tema, quello della sicurezza, nonché a problematiche inerenti l’occupazione e la crisi economica (spesso riducendole ad argomentazioni da mal di pancia). Al di là del fatto che questa è la storia, questa è la realtà a cui non ci si può opporre, ma che si può solo pensare di affrontare in maniera intelligente, la grave (più o meno voluta) mancanza è che, in tale dibattito, quasi mai ci si sofferma su un’importante connessione, ossia l’inevitabile intreccio tra il tema immigrazione e la tutela dei diritti umani, in particolare del diritto di asilo. Nei tanto temuti barconi, che probabilmente costituiscono l’immagine tragicamente più “pittoresca” della questione (nonostante non siano certo l’unico mezzo adoperato) non ci sono solamente migranti economici, in fuga dalla povertà, o profughi, che lasciano la propria terra a causa di catastrofi naturali o guerre, ma anche tutta una serie di soggetti meritevoli di una protezione maggiormente “titolata”. La questione dell’asilo è un mare magnum che richiede una certa attenzione, soprattutto se si fa informazione o politica e la propria voce raggiunge milioni di cittadini più o meno consapevoli. Pertanto, l’idea di respingere i barconi è mera retorica e non costituisce affatto un’alternativa percorribile, a meno che non si decida di violare la Costituzione italiana, gli accordi internazionali e le norme UE. leggi tutto

I problemi aperti delle elezioni inglesi

Nicola Melloni * - 21.05.2015

Le elezioni svoltesi recentemente in Gran Bretagna sono state una sorpresa per molti. Io stesso su queste pagine avevo predetto, come un po’ tutti, un hung parliament, ed invece i Tories hanno conquistato la maggioranza dei seggi e potranno governare anche senza il supporto dei Liberal-Democratici.

L’indiscutibile successo di Cameron apre però un periodo di tensione e potenziale crisi in numerose aree. Partiamo dicendo che a livello numerico, le elezioni non sono state certo un voto di confidenza per il governo. La vecchia coalizione ha perso qualcosa come 14 punti – tutti dei Libdem, visto che i Tori sono saliti dell’1%. Il che vuol dire che se il vecchio governo – pur post-elettorale – era rappresentanza di quasi il 60% degli elettori inglesi, quello attuale è stato votato da poco più di un elettore su tre.

Ancor più del sistema elettorale, poté la situazione di grande confusione sulla scena politica britannica, con un Labour in crisi di identità, una sinistra frantumata, ed un crescente nazionalismo tanto in Inghilterra – dove lo UKIP ha comunque guadagnato il 13% dei voti – quanto in Scozia, con la strabiliante vittoria dello Scottish National Party.

In effetti, al netto di risultati inaspettati in termini di distribuzione dei seggi, i trend indicati prima delle elezioni si sono confermati: il bipartitismo, seppur abbia guadagnato qualche decimale, rimane in crisi, vuoi per il crescere dei conflitti regionali, vuoi per la scarsa rappresentatività dei laburisti, vuoi per le tensioni sociali che stanno mutando lo scenario politico; il sistema politico leggi tutto

La Gran Bretagna dei Conservatori

Giulia Guazzaloca - 21.05.2015

La nuova squadra di Cameron

 

Dopo le innumerevoli analisi sull’esito sorprendente delle elezioni dello scorso 7 maggio, i riflettori sulla politica inglese non si sono spenti. Forte della maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni, David Cameron ha formato la sua nuova squadra di governo, di soli tories, e c’è grande fermento per alcuni provvedimenti che l’esecutivo si accingerebbe a prendere: dalla revoca dello Human Rights Act a misure più stringenti per combattere il radicalismo islamico, dalla «guerra alla BBC»  – come l’hanno definita i media – all’opposizione ai piani europei di insediamento e redistribuzione dei migranti.

Nella composizione del nuovo governo è stata evidente la volontà del primo ministro di puntare alla stabilità e alla continuità: sono stati confermati, infatti, tutti i precedenti ministri nei dicasteri chiave delle Finanze (George Osborne), degli Esteri (Philip Hammond), della Difesa (Michael Fallon) e degli Interni (Theresa May). Conferme prevedibili, del resto, dopo i risultati elettorali che, secondo la maggior parte degli analisti, hanno premiato il partito conservatore proprio sui temi caldi dell’economia, dell’immigrazione e del rapporto con l’Europa; con la disoccupazione in calo al 5,6%, la sterlina forte sull’euro e la crescita attestata al 2,5%, Cameron non poteva che proseguire sulla linea dell’austerity promossa da Osborne; al tempo stesso Theresa May gli fornisce una sicura garanzia rispetto alle posizioni tradizionalmente euroscettiche e anti-immigrazione del suo elettorato. leggi tutto