Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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Argomenti

Il vertice dei vescovi latinoamericani

Claudio Ferlan - 10.05.2017

Nel contesto di quella che altre volte abbiamo definito come nuova geografia ecclesiastica, assume una maggiore rilevanza l’incontro del CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano) che si sta svolgendo a San Salvador (9-12 maggio). Si tratta della riunione dei rappresentanti di un istituto che riunisce le ventidue Conferenze Episcopali site nel vastissimo territorio compreso tra il Messico e Capo Horn, inclusi il Caribe e le Antille. Nell’occasione sono presenti anche esponenti della Chiesa cattolica statunitense e di quella canadese, segno di una viva attenzione alle questioni della più stretta attualità.

 

El Salvador, Venezuela

La scelta del paese centroamericano quale luogo di celebrazione del vertice non è casuale: si celebra infatti nel 2017 il centenario della nascita di monsignor Oscar Romero, del quale si aspetta la prossima canonizzazione. È in ricordo della sua esperienza pastorale che il consesso dei vescovi si riunisce, con l’obiettivo di discutere sulle emergenze denunciate ormai quarant’anni fa da Romero, ‘voce dei senza voce’: la lotta contro la povertà, la ricerca della pace. Si tratta di un’assemblea ordinaria, dalla quale non si attendono documenti particolari, leggi tutto

Stati Uniti e Messico: troppo uniti per essere divisi?

Gianluca Pastori * - 25.03.2017

Anche se scomparsa dalle prime pagine internazionali, la questione dei rapporti fra Stati Uniti e Messico continua a rappresentare una delle priorità dell’agenda Trump. Durante la campagna elettorale, tale questione si è imposta quasi a paradigma della postura del nuovo Presidente e uno dei primi atti successivi al suo insediamento è stato rilanciare in maniera eclatante il tema del muro di separazione fra i due Paesi. Il cahier de doleances dell’amministrazione è lungo e articolato e spazia dalla sfera economica a quella della sicurezza interna, trovando il suo punto di saldatura nella questione dell’immigrazione, in particolare quella irregolare, che Trump si è impegnato a ridimensionare ricorrendo – se necessario – a provvedimenti draconiani. Dal punto di vista messicano, le cose sono rese più complesse dalla coincidenza con una delicata fase della vita politica interna. Il prossimo anno, in Messico, si terranno, infatti, le elezioni presidenziali, elezioni a cui il Presidente uscente, il contestato Enrique Peña Nieto, non si potrà ricandidare. In questo contesto, vari osservatori hanno ipotizzato che la linea dura dell’amministrazione USA possa, in ultima analisi, rafforzare la posizione dell’opposizione di sinistra, anche alla luce delle difficoltà che stanno sperimentando le altre forze politiche, primo fra tutti il Partito rivoluzionario istituzionale, tradizionale forza di governo del Paese. leggi tutto

Il Papa impantanato in Venezuela

Loris Zanatta * - 04.01.2017

Il 26 ottobre le agenzie informarono che Nicolás Maduro aveva incontrato Papa Francesco e che la Santa Sede s’impegnava a facilitare, insieme a UNASUR, il dialogo tra il governo venezuelano e l’opposizione. Il Venezuela era al bordo del bagno di sangue e il mondo plaudì. Perfino gli scettici, di cui faccio parte, sperarono che il Papa e Maduro si fossero intesi: perché, se no, quell’annuncio? L’incontro parve un salvagente lanciato a chi stava affogando, un gesto politico molto azzardato. Ma ben venga, pensai, se eviterà la carneficina garantendo un ritorno guidato alla democrazia. Su che altro poteva basarsi l’intesa? Non sono passati due mesi e a Caracas il dialogo è dato per morto. Il Papa festeggia gli 80 anni riunendo Santos ed Uribe. Ma sulla festa incombe lo spettro del vicino malato. 

 

Quel gesto causò grandi effetti. Alcuni buoni: accrebbe la speranza che la crisi avesse esito pacifico; altri meno: il governo brandì l’incontro con Francesco come un’arma contro l’opposizione; la quale, già divisa, si spaccò ancor più: i radicali, malfidenti e coi leader incarcerati, rifiutarono di dialogare con Maduro, ma i moderati non potevano dire di no al Papa, per cui accolsero il dialogo e sospesero le proteste. leggi tutto

Trump e i diversi volti del populismo

Loris Zanatta * - 03.12.2016

Ora ci toccherà prendere sul serio Donald Trump. Finora avevamo fugato il suo fantasma facendo scongiuri, scrollando le spalle, ironizzando sui suoi eccessi. Era un impresentabile: chiuso. Eppure presto sarà il Presidente degli Stati Uniti. Capita sempre più spesso che il mondo faccia il tifo per qualcuno e il paese interessato gli volti le spalle. E’ appena capitato col plebiscito colombiano. Ed è stato così a lungo anche in Italia: il mondo rideva di Berlusconi, ma la maggioranza degli italiani lo votava. Il fatto è che viviamo sì in un mondo globale, ma ciò non implica che il mondo, per ben informato che si creda, comprenda umori e dinamiche di luoghi remoti e complessi. Ora è capitato con gli Stati Uniti. Su Trump, sulla sua figura e sul suo trionfo son già colati e ancora più colano oggi fiumi di inchiostro. In realtà, però, su chi è, su quanto ci è e quanto ci fa, su cosa farà davvero, regna l’assoluta incertezza, perfino tra i più esperti e informati osservatori della realtà statunitense. Solo su una cosa nessuno ha dubbi: la sua inattesa vittoria ci racconta una società attraversata da un grave malessere, arrabbiata e spaventata, ansiosa di riscatto ma orfana di rappresentanza politica. leggi tutto

Brasile: uno tsunami nel Partito dei Lavoratori

Rafael Ruiz * - 09.11.2016

Ho atteso un po’ di tempo per scrivere questo articolo perché volevo aspettare i risultati definitivi delle elezioni municipali, in modo da avere un’idea esatta delle dimensioni del disastro atteso per il Partido de los Trabajadores (Lavoratori) degli ex-presidenti Lula e Dilma.

Non è stato un disastro ma un’ecatombe o, se si vuole, un vero e proprio tsunami. I numeri sono sufficientemente chiari per rendersi conto di quanto è successo.

Nel 2012 il PT reggeva 644 municipalità ma ora, nel 2016, ne ha ottenute solamente 254; la popolazione interessata è dunque passata da 38 milioni a meno di sei milioni. Questo significa che il PT non solo ha perso in più della metà delle municipalità, ma che ha vinto solo in città molto piccole e in nessuna capitale federale, a parte Rio Branco, la capitale dello stato di Acre, in piena foresta amazzonica, alla frontiera con il Perù.

Da parte sua il PSDB (Partito Social Democratico), partito in lizza per l’elezione presidenziale un anno fa, sconfitto da Dilma Rousseff, oggi nel 2016 governa su 48,7 milioni di persone quando nel 2012 lo faceva su 28,5 milioni. Il partito del presidente Temer (Partito del Movimento Democratico – PMDB) ha invece mantenuto la linea di galleggiamento: nel 2012 reggeva 1017 municipalità, oggi divenute 1038. Il fatto più rilevante, tuttavia, è probabilmente la vittoria di Marcelo Crivella, leggi tutto

Dal Venezuela il nuovo ‘Papa Nero’.

Claudio Ferlan - 19.10.2016

Venerdì scorso, 14 ottobre, è stato eletto il nuovo generale dei gesuiti, il venezuelano Arturo Sosa Abascal. Tradizionalmente l’uomo al vertice della Compagnia di Gesù viene definito ‘Papa Nero’. A quel che ne sappiamo, l’espressione fu riportata la prima volta dal prete-scrittore francese Jean Hippolyte Michon, che in una novella del 1865 (Le Jésuite) aveva messo in scena proprio il rientro del generale Jan Roothaan a Roma dopo l’esilio seguito ai moti del 1848, acclamato dalla folla al grido di «Viva il papa nero». L’invocazione richiamava l’abitudine degli ignaziani di abbigliarsi in quel colore. A un bambino che chiedeva spiegazioni alla madre sul significato di quel saluto, la donna – stando alla penna di Michon – rispose: «È il papa nero, il vero papa».

 

Arturo Sosa, tra periferia e centro

 

Oggi che «il vero papa» è egli stesso un gesuita, questa distinzione suona stonata, ma è indubbio che il capo dei gesuiti ricopra un posto di rilievo per la vita della Chiesa. Arturo Sosa ha un altissimo profilo intellettuale e non è certo una novità per il generale della Compagnia di Gesù. Esperto di scienza politica, accademico di valore, conosce il mondo e l’arte di governare, come dimostrato dalla sua strada all’interno dell’ordine, in Venezuela prima e a Roma poi, leggi tutto

Dall’Ungheria alla Colombia, i rischi della logica referendaria

Giovanni Bernardini - 12.10.2016

Due storie profondamente diverse, che arrivano da luoghi separati da poco meno di diecimila chilometri. Eppure, a ben guardare, due storie che presentano similitudini interessanti e preoccupanti da non sottovalutare per il bene di tutti, a qualunque latitudine.

L’inizio di ottobre è stato segnato dal più capzioso dei referendum, organizzato dal Primo Ministro ungherese Orban per consentire al suo popolo di esprimersi – ovviamente per rigettarlo – sul sistema delle quote stabilito in sede UE per la ricollocazione dei rifugiati nel continente. L’intera operazione si è risolta in un imprevisto e fragoroso fiasco: una partecipazione al voto ben al di sotto del 50% ha portato all’annullamento del risultato, seppure il 98% dei voti abbia espresso il consenso alle intenzioni del governo. Col consueto piglio autoritario, Orban si è affrettato a ridimensionare il significato dell’astensione, a dichiararsi vincitore, ad avvisare Bruxelles che dovrà comunque tenere in conto l’espressione della volontà del popolo ungherese, e ad annunciare che introdurrà comunque una riforma costituzionale per riaffermare l’esclusiva competenza statale sulle quote di accoglienza. Una riforma che un alto rappresentante del suo partito ha giustificato con la necessità di difendere anche i milioni di ungheresi che hanno disertato le urne perché, evidentemente, non hanno compreso la gravità della posta in gioco. leggi tutto

Il Sigillum Magnum dell’Ateneo di Bologna a Ricardo Lagos

Francesco Davide Ragno * - 01.10.2016

Lo scorso 22 settembre, la Sala VIII Centenario del Rettorato dell’Università di Bologna ha ospitato la cerimonia di consegna del Sigillum Magnum a Ricardo Lagos Escobar, già Presidente della Repubblica del Cile tra il 2000 e il 2006. Un’onorificenza, quella del Sigillum Magnum, che in passatoha avuto per protagonisti personalità di primo piano negli ambiti politico e culturale (tra loro, Shimon Peres, Jacques Delors, Jean-Claude Juncker, Helmut Kohl, Romano Prodi e Umberto Eco).

Politico di lungo corso, Lagos ha iniziato il proprio cursus honorum come rappresentante cileno alla ventiseiesima Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel 1971, e alla Terza Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), svoltasi a Santiago del Cile tra aprile e maggio del 1972. Già allora, Lagos aveva avviato una brillante carriera accademica, muovendo poi i primi passi nel mondo della politica. Formatosi alla Scuola di Diritto dell’Universidad de Chile, Lagos si era trasferito negli Stati Uniti dove, nel 1966, aveva conseguito il titolo di dottore di ricerca presso il Dipartimento di Economia della Duke University. Tornato in Cile, aveva iniziato la sua carriera accademica presso la Scuola di Scienze Politiche e Amministrative dell’Universidad de Chile che avrebbe diretto per due anni, prima di passare alla Segretaria General della stessa università. leggi tutto

Pace in Colombia. Il principio di una stagione nuova

Claudio Ferlan - 17.09.2016

Fin dagli esordi del pontificato Bergoglio è stato chiaro che il ruolo della Santa Sede nelle vicende latinoamericane avrebbe assunto una marcata importanza, in particolare in situazioni particolarmente complesse come quella colombiana. Agevolato dalla diplomazia vaticana, il procedere dei negoziati di La Havana tra i rappresentanti del governo e quelli delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia - Ejército del Pueblo) ha effettivamente portato dei risultati concreti.

 

Le ultime tappe

 

È del 25 agosto scorso l’annuncio congiunto della chiusura delle trattative, cui ha fatto seguito il “cessate il fuoco” definitivo, dopo più di cinquant’anni di lotta armata. Contestualmente è stato definito il calendario costituzionale che definisce la fase di transizione: il 26 settembre è la data della firma ufficiale dell’accordo, mentre il 2 ottobre sarà celebrato un referendum popolare per la ratifica dell’accordo finale. Più che di un referendum, si crede, dovremmo parlare di un plebiscito, anche perché un eventuale mancata ratifica porterebbe a una poco pronosticabile (e auspicabile) riapertura dei negoziati.

Al di là di queste due fondamentali scadenze, vi sono ulteriori momenti importanti a definire la concretizzazione degli accordi di pace. Uno di questi è il ritorno alla vita pacifica di migliaia di bambini guerrieri, fino a ora “arruolati” nelle truppe delle FARC. Il percorso è iniziato lo scorso dieci settembre, leggi tutto

Dilma vs Temer: partita finita?

Rafael Ruiz * - 14.09.2016

L’ultima settimana di agosto ha definito il palcoscenico sul quale si è rappresentato il finale del dramma dell’impeachment della presidentessa Dilma Rousseff. Tutto è andato nella direzione del copione costituzionale: prima i voti della camera dei deputati per accogliere o meno la denuncia (367 voti a favore, 137 contro). In un secondo momento, è stato dopo il turno della votazione al senato, dove era necessario un minimo di 54 voti per la condanna. Questo il risultato finale: 61 voti pro impeachment e 20 contro. Dilma Rousseff è stata destituita dall’incarico di presidentessa del Brasile, al quale era stata eletta alla fine dello scorso anno. Fine della rappresentazione. Cala il sipario.

È finita? Questo è quello che sembra, almeno a chi ha assistito allo spettacolo messo in scena a Brasilia, ma in verità non pare che si possa mettere tanto presto il punto. La difesa di Dilma ha utilizzato una strategia che, al momento di scrivere queste note, non si sa quale esito potrà avere. La condanna della presidentessa, oltre alla sua destituzione, a norma di legge comporta anche la sua ineleggibilità per i prossimi otto anni. La difesa però ha domandato che si procedesse a due sessioni di voto, una per l’impeachment e l’altra per l’ineleggibilità. E nella seconda votazione Dilma è stata “perdonata”. leggi tutto