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In nome dell’orrore. Lo scontro di civiltà fra Islam e Occidente esiste davvero?
Nuovo sangue, nuovi morti. Non sono ancora sfumate le odiose immagini degli attacchi a Bruxelles, Iskanderiyah e Lahore. Uomini, donne, ragazzini: incolpevoli comparse di una mattanza che non ammette giustificazioni. In un tempo come il nostro, che si nutre di oscenità come gli eccidi indiscriminati, le conversioni forzate, gli stupri sotto l’egida della legge e quant’altro possa partorire la fantasia di un carnefice che spaccia il sadismo per devozione, è importante comprendere cosa sia quel carneade di cui abbondano i riferimenti giornalistici, senza che i più abbiano nozione delle sue caratteristiche e dei sui significati: parliamo dell’Islam. Cos’è davvero questa forza, in nome della quale migliaia di persone accolgono una tetra vocazione al martirio? È un caso che il suo nome venga pronunciato a sostegno di crimini ed orrori? Posando l’occhio sulle pagine -mai troppo percorse- della Storia, ci rendiamo conto che pressoché ogni fede è stata occasione di slancio fanatico. Leggendo i libri sacri -tutti i libri sacri- ci accorgiamo che ognuno di essi può rappresentare una spinta verso il “bene” o essere una patente per i progetti più deplorevoli. Perché il Corano, non meno del Vecchio e del Nuovo Testamento, è prima di tutto un grande affresco, che incarna le molteplici espressioni dell’esperienza umana. leggi tutto
Forma e sostanza nel diritto d’asilo: a proposito degli accordi con la Turchia
La “diplomazia delle migrazioni” è da oltre un decennio al centro della politica di vicinato della Ue. La stipula di accordi di riammissione e di cooperazione poliziesca è l’obiettivo prioritario perseguito dalle istituzioni europee, che negli anni hanno dovuto concedere una parziale liberalizzazione nel regime dei visti a molti dei paesi situati sull’altra sponda del Mediterraneo, in cambio di una loro collaborazione nel controllo dei flussi migratori. I negoziati con la Turchia sulla gestione della frontiera sudorientale non sono certo una novità del 2015. Risalgono infatti al 2005 i primi contatti diplomatici per la stipula di un accordo di riammissione, mentre è dal 2010 che Frontex ha allacciato rapporti di cooperazione con la polizia turca. In particolare, a seguito della stipula dell’accordo di riammissione tra Ue e Turchia, avvenuta infine nel dicembre 2013, è stata lanciata una “roadmap” che dovrebbe portare alla liberalizzazione dei visti e rafforzare la cooperazione nella gestione dei movimenti transfrontalieri nella regione del Mediterraneo orientale [1].
La recente “crisi migratoria” ha impresso una decisiva accelerazione a tale processo, consentendo alla Turchia di rinegoziare aspetti della “roadmap” tracciata nel 2013 da una posizione di sostanziale vantaggio diplomatico, al punto che, accanto al sostanzioso contributo finanziario e alla promessa di riapertura del capitolo sull’adesione all’Unione, la Commissione prevede di proporre l’eliminazione dell’obbligo di visto leggi tutto
L’Europa davanti al terrorismo islamista
Non è semplicemente una questione di terrorismo quanto sta succedendo, perché il terrorismo islamista ha caratteristiche peculiari. In Europa ci sono stati nei decenni passati altri tipi di terrorismo, basti citare quello basco e quello nordirlandese, per non risalire a quello verificatosi negli anni Sessanta nel Sudtirolo/Alto Adige. Si trattava però di un’altra cosa: erano vicende storiche, molto meno cruente, con un obiettivo chiaro e facilmente identificabile per quanto discutibile come giustificazione di azioni violente da guerriglia. Avevano come bersaglio uno specifico “nemico”, cioè un potere politico che veniva considerato, lasciamo stare al momento se a torto o a ragione, il responsabile di uno stato di cose che avrebbe potuto essere cambiato solo che si fosse “vinto”. Nei casi citati si trattava di rivendicazione di movimenti indipendentisti.
Certo più complesso da inquadrare il terrorismo fra anni Settanta ed anni Ottanta del secolo scorso degli estremismi di destra e di sinistra. In quel caso l’obiettivo era assai vago, il cambio di regime, lo si chiamasse o meno rivoluzione. Una meta utopica, ma almeno in astratto raggiungibile e già raggiunta in alcune circostanze in un passato non molto lontano.
L’obiettivo del terrorismo islamista è invece così globale e catastrofista da essere del tutto sfuggente. A che cosa mirano i programmatori e gli esecutori delle stragi di cui siamo testimoni? leggi tutto
Il welfare è la miglior risposta al terrorismo: il caso olandese.
Ad oggi, i cittadini belgi di religione islamica sono all’incirca settecento mila persone. In termini relativi si tratta grossomodo della stessa percentuale di musulmani che vivono nei Paesi Bassi, attorno al 6% dell’intera popolazione. A Bruxelles circa il 26% dei residenti si professa di fede musulmana, una proporzione non del tutto dissimile a quella presente in città quali Rotterdam (25%) e Amsterdam (24%). In entrambi i paesi, le principali componenti etniche all’interno della comunità islamica sono quelle turche e marocchine e, tanto in Belgio quanto in Olanda, tali comunità si concentrano maggiormente nei contesti urbani. Demograficamente, dunque, si tratta di due situazioni abbastanza omogenee e relativamente comparabili tra loro.
Sebbene i Paesi Bassi non siano stati attraversati, almeno finora, da attentati della portata di quelli occorsi di recente a Parigi e Bruxelles, il processo di radicalizzazione di alcune componenti della comunità islamica olandese è un fenomeno diffuso nel paese, ben noto alle autorità locali e legato a doppio filo a forti interessi criminali. Secondo le forze di polizia olandesi, infatti, nel paese opererebbero circa trecento gruppi criminali a connotazione islamica che sarebbero non soltanto molto ben armati e violenti ma anche molto ben strutturati e in grado di gestire leggi tutto
I “paesaggi contaminati” di Martin Pollack e il salvataggio dall’oblio
“Un laboratorio su un immenso cimitero”: questa era l’Europa all’indomani del primo conflitto mondiale secondo Thomas Masaryk, primo Presidente della neonata Repubblica Cecoslovacca. È difficile immaginare un ossimoro che concili più efficacemente le attese di un dopoguerra di pace e di sviluppo sociale, e il monito dell’immensa carneficina appena conclusa. “L’esperimento” fu tutt’altro che un successo e le speranze di un pacifico progresso lasciarono presto il posto a incubi reali di moderna barbarie, in primis il nazionalsocialismo, e a nuovi massacri che avrebbero insanguinato a lungo l’intera Europa.
Massacri talmente diffusi che Martin Pollack, scrittore e giornalista austriaco e soprattutto profondo conoscitore dell’Europa centro-orientale, paragona quest’ultima a un’enorme fossa comune nella quale regimi contrapposti, passaggi di eserciti o deliberate operazioni di sterminio su base razziale o ideologica hanno precipitato avversari e nemici lungo tutto il Ventesimo secolo. Spesso i posteri hanno dedicato a quelle vittime un doveroso riconoscimento sotto forma di steli, monumenti, lapidi individuali e collettive. In molti altri casi, tuttavia, questo non è avvenuto per una precisa volontà politica, per il desiderio di rimuovere un passato ancora fresco dalla memoria collettiva, o di procedere sbrigativamente alla ricostruzione materiale e morale, o semplicemente perché la negazione del ricordo era l’ultimo, estremo affronto alle vittime. leggi tutto
Primarie e caos a destra: Parigi non è poi così lontana …
Dopo aver trattato con sarcasmo la “passione socialista” per le primarie, la destra repubblicana francese si trova impegnata in una logorante campagna per trovare il proprio candidato alle presidenziali del 2017. Ufficialmente la corsa delle primarie della droite si aprirà nel mese di settembre, al più tardi entro il 21 dovranno essere validate le candidature. Seguiranno due mesi di campagna, poi primo turno ed eventuale ballottaggio il 20 e il 27 novembre. Eppure al momento sono già nove i candidati dichiarati e all’appello ne mancano probabilmente altri due o tre, compreso naturalmente Nicolas Sarkozy.
Bisogna prima di tutto ricordare che difficilmente gli attuali pretendenti saranno tutti presenti ai nastri di partenza a fine estate. Per essere convalidata, una candidatura deve aver raccolto le firme di 2500 iscritti, di 250 eletti e soprattutto quelle di almeno 20 parlamentari. Per alcuni “illustri sconosciuti” o “semi-sconosciuti”, dei quali si parlerà tra poco, queste cifre appaiono difficilmente raggiungibili.
Una seconda riflessione si può fare proprio in relazione a questa esplosione di candidature e contestualmente al carattere anticipatorio di tali discese in campo. Le ragioni sono strutturali e politiche allo stesso tempo. Da un lato auto-candidarsi alle primarie significa, per soggetti anche poco conosciuti al grande pubblico, sfruttare tutte le occasioni che il panorama mediatico offre. Interventi televisivi e interviste rilasciate ai principali quotidiani e mezzi di informazione elettronica che, altrimenti, non sarebbero possibili. leggi tutto
Vince Alternative für Deutschland, ma non è il «trionfo degli anti-immigrati»
La crisi dei profughi domina il dibattito politico tedesco ormai da diversi mesi. Era quindi facile prevedere che il tema della politica migratoria giocasse un ruolo importante nelle elezioni per il rinnovo delle assemblee regionali in Baden-Württemberg, Renania-Palatinato e Sassonia-Anhalt. Nessun analista ha saputo, però, prevedere l’entità del successo conseguito domenica scorsa da Alternative für Deutschland (AfD), l’unico partito apertamente contrario alla politica di accoglienza avviata da Angela Merkel. In tutti e tre i Länder in cui si è votato, il partito guidato da Frauke Petry ha conseguito un risultato migliore di quello che era stato pronosticato alla vigilia: il 15,1% dei consensi nella ricchissima e industrializzata regione Baden-Württemberg a sud-ovest, il 12,6% nel confinante Renania-Palatinato e addirittura un clamoroso 24,2% nel Land orientale Sassonia-Anhalt. Il dato politico più rilevante che emerge dal voto è sicuramente l’attestazione di uno nuovo partito sul lato destro dello spazio politico.
Non convince invece l’analisi che è stata accreditata ieri dalle prime pagine dei principali quotidiani italiani secondo cui il voto di domenica avrebbe rappresentato uno «schiaffo alla Merkel» e in particolare alla sua politica di apertura ai migranti. Dai primi studi dei flussi elettorali emerge che AfD è riuscita a sottrarre voti non solo al partito della Cancelliera, la CDU, ma a tutti i partiti tradizionali. leggi tutto
La BCE e lo “stimolo” monetario per la crescita: ma funzionerà?
All’indomani delle decisioni della BCE, di giovedì 10 marzo, di aumentare il programma di acquisto di titoli di Stato e privati e di ulteriore riduzione dei tassi di interessi per le imprese finanziarie i quotidiani hanno titolato con un peana: “La spinta di Draghi all’economia” (Corriere della Sera 11 marzo 2016) e poi “Effetto Draghi, volano le borse” (Corriere della Sera 12 marzo 2016). La seconda notizia non prova la correttezza della prima e la prima è solo l’enunciazione di una speranza.
Quali dovrebbero essere, in concreto, le conseguenze sull’economia dell’espansione della base monetaria e della riduzione dei tassi di interesse per le banche? Creare inflazione, quella ritenuta salubre, intorno al 2 %, o quanto meno evitare la deflazione, il che dovrebbe spingere le famiglie a non rinviare le spese di consumi e le imprese a non procrastinare gli investimenti; spingere le banche a aumentare i prestiti alle imprese e alle famiglie, e quindi stimolare la ripresa di consumi e investimenti.
Peccato che non sia così semplice. Magari bastasse la politica monetaria a “far ripartire” l’economia. Non ci sarebbe nulla di più semplice, visto che dall’abbandono delle monete metalliche l’offerta di moneta può essere liberamente determinata dalle banche centrali. È quindi sufficiente a un board di economisti-politici, dopo aver consultato i dati macroeconomici a cui ci si affida come a degli oracoli, di decidere l’acquisto di titoli (prima di tutto di Stato, leggi tutto
Il crollo del prezzo del petrolio: cause, conseguenze e sfide per l'Europa
Dal Giugno 2014 a oggi il prezzo del petrolio è sceso di oltre il 75%, da circa 110$ al barile fino anche a meno di 30$. Il crollo è stato drammatico ed è andato di pari passo con instabilità finanziaria e turbolenze sui mercati mondiali. Storicamente è l'aumento del prezzo del petrolio ad avere effetti negativi sull'economia mondiale. Ma non per nulla l’economia non è considerata la “scienza triste”. In altre situazioni, infatti, sono le aspettative pessimistiche dei mercati finanziari oppure le previsioni di imminenti recessioni economiche ad avere ripercussioni negative sui contratti petroliferi. Ad esempio, nel 1997 il prezzo del petrolio calò principalmente a causa della crisi finanziaria asiatica e dell'incertezza sulla ripresa economica della regione. Economisti e stampa specializzata, tuttavia, non sempre mettono in evidenza questo doppio nesso di causalità.
La situazione attuale: i principali fattori del calo del petrolio
Le emergenti turbolenze sui mercati finanziari a livello globale sono però solo una delle concause della recente volatilità dei prezzi del petrolio. E’ vero che la domanda di greggio è stata più debole del previsto in Europa e in Asia; tuttavia, secondo economisti come Arezki e Blanchard, solamente tra il 20% e il 35% del recente calo del prezzo del petrolio può essere spiegato da fattori legati alla domanda aggregata. Quali altri fattori sono allora alla radice di un calo così drammatico? Dal lato dell’offerta, il fattore più importante è sicuramente la fine delle sanzioni economiche all'Iran: leggi tutto
Bail-in la filosofia povera di un Europa inacidita e triste
E’ un neologismo nato con la crisi finanziaria di questo secondo decennio del XXI secolo. Bail è la cauzione che si paga per evitare la prigione. Bail out significa che qualcuno paga per salvare qualcun altro che è in difficoltà. Bail in vuol dire invece che chi è in forte sofferenza deve basarsi sulle proprie risorse senza contare su aiuti esterni per venirne fuori. Sembra questa la filosofia che in poco tempo si è diffusa in Europa come un’epidemia. Tutto è partito dal mercato del credito con la “Direttiva 2014/59/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 maggio 2014 , che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento”. Si tratta di uno schema regolamentare, piuttosto corposo e complesso spalmato su 160 pagine[1]. Contiene una forma di sussidiarietà portata all’estremo che impone a banche e ad altri soggetti finanziari ed economici di auto salvarsi con le proprie forze ogni volta che sono in dissesto e sono costretti a risanare. E’ stata applicata per la prima volta alle quattro banche italiane in dissesto dal novembre 2015 (Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria, CariChieti, Carife). La direttiva sul bail in riduce lo spazio ma non impedisce del tutto l’intervento di uno stato a salvataggio di una banca. leggi tutto


