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06 giugno 2026
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Argomenti

La rivoluzione dei Ciudadanos: il nuovo partito che fa concorrenza a Podemos in Spagna

Luca Costantini * - 12.05.2015

Dopo la vittoria elettorale di Syriza, nella piazza principale di Madrid, la stessa che aveva ospitato la protesta degli indignados del 2011, si celebrò una manifestazione di Podemos per invocare una svolta politica in Spagna. Molti quotidiani videro in quella marcia la prova di forza di una formazione considerata oramai matura per vincere le elezioni, proprio com’era accaduto in Grecia con Tsipras. «Tic, tac, tic, tac», urlava dal palco nella piazza Pablo Iglesias, il leader di Podemos, evocando il definitivo conto alla rovescia per l’attuale ordinamento politico spagnolo, definito in modo sprezzante come «regime del ‘78».

Podemos nasce come reazione agli scandali della corruzione e alla crisi. Lo fa ridiscutendo i termini fondativi del patto tra spagnoli che nel 1978 diede vita alla costituzione democratica. A gennaio il quotidiano britannico «The Guardian» pubblicò un reportage intitolato The Podemos revolution: how a small group of radical academics changed European politics, dove furono descritti i riferimenti ideologici della formazione di Iglesias. Tra Gramsci, Laclau e Mouffe, quelli di Podemos starebbero dando vita, secondo il periodico, a una mescolanza di socialismo e populismo, che privilegerebbe la lotta alla «casta» sulla lotta di classe (Laclau e Mouffe  leggi tutto

Elezioni storiche

Nicola Melloni * - 05.05.2015

Sono elezioni importanti quelle che si terranno tra pochi giorni nel Regno Unito, per molti versi storiche. Sono, ovviamente, un test sulle politiche anti-crisi del Governo di Coalizione e sull’austerity, il cui risultato è, nella migliore delle ipotesi, piuttosto discutibile: la crescita è ripartita molto prima che nell’area euro, e la disoccupazione è notevolmente calata. Allo stesso tempo, però, i salari rimangono ben sotto i livelli di prima della crisi, gli investimenti continuano a mancare, la produttività è drammaticamente bassa. I tagli al welfare hanno peggiorato la vita delle fasce più deboli e, al contempo, non sono riusciti a ridurre il deficit come inizialmente promesso dal governo. L’insoddisfazione politica verso il governo non sembra però favorire l’Opposizione di Sua Maestà, in questo caso il Labour, e si riversa invece su fenomeni relativamente nuovi come gli anti-europei dello UKIP e gli indipendentisti scozzesi. Il risultato, elettoralmente, potrebbe essere sconcertante: i Tories rischiano di perdere importanti collegi marginali a favore del Labour soprattutto per la crescita dello UKIP; i Libdem perderanno molti voti, pagando il tradimento del manifesto elettorale delle scorse elezioni. Ma il Labour potrebbe non trarne beneficio, a causa dei tanti seggi che saranno persi nella tradizionale roccaforte scozzese, dove, secondo alcune previsioni, lo SNP potrebbe vincere in tutti i collegi. Il risultato sarà che leggi tutto

“Questione tedesca” 2.0?

Giovanni Bernardini - 28.04.2015

Gli stereotipi sui caratteri nazionali, si sa, sono duri a morire. Secondo un vecchio adagio, se si chiedesse a persone di diversa nazionalità di scrivere un libro sugli elefanti, si otterrebbe da un francese il trattato “Mille modi di cucinare l’elefante”, mentre un inglese racconterebbe “La volta che ho sparato a quell’enorme elefante”; la versione statunitense spiegherebbe “Come fare elefanti migliori e più grandi”, e quella giapponese “Come costruire elefanti piccoli ed economici”. Quanto a un tedesco, egli non si metterebbe all’opera per meno di “L’elefante e la “questione tedesca” in VI volumi”. È pur vero che di questione tedesca si ragiona sia fuori che dentro i confini nazionali almeno dal 1871, quando l’unificazione della Germania trasformò profondamente l’Europa e i suoi equilibri di potenza. Le conseguenze di allora non hanno cessato di proiettare un’ombra lunga e tragica sui decenni a venire. Se sia il caso di ragionare ancora oggi in termini di “questione tedesca” è l’interrogativo che Hans Kundnani pone al centro del suo libro “The Paradox of German Power”. Il volume, sintetico e di facile lettura, costituisce tanto un rapido excursus storiografico quanto uno stimolo al dibattito sulla crisi attuale dell’Europa e sul ruolo giocato da Berlino. Dopo che la Guerra Fredda aveva risolto il problema in modo brutale con la divisione della Germania in due stati, dopo che l’indomani della riunificazione aveva fatto parlare di una definitiva “europeizzazione della Germania” in virtù del Trattato di Maastricht, ha ragione chi oggi grida leggi tutto

L’Europa in crisi

Paolo Pombeni - 25.04.2015

La crisi europea non consiste tanto nella sua difficoltà di affrontare il problema delle migrazioni di massa verso i suoi territori. Quello è un problema enorme e si può ben capire che generi sgomento, perché arginare un fenomeno di quella portata, governarlo in tempi di crisi economica, è una sfida gigantesca. Quel che dovrebbe preoccupare, perché non è invece una fatalità storica, è la contrazione fortissima che si registra un po’ dovunque dello spirito europeistico.

Al fatto che nell’affrontare temi impegnativi prevalga l’Europa dei governi nazionali rispetto alle sue strutture comunitarie si era preparati da molto. Senza risalire ai tempi divenuti quasi mitici di Delors, è da dopo la presidenza Prodi che i vertici comunitari di Bruxelles non provano neppure a tenere il timone della rotta dell’Unione. Tutto è stato affidato alla leadership degli stati di maggiori dimensioni (e di maggior peso economico) e poiché non c’è più il vecchio asse franco-tedesco, anche in quel campo si è assistito ad un pluralismo che fatica a trovare momenti di sintesi.

La tanto sbandierata riforma con la creazione del presidente stabile e dell’incaricato in pompa magna della politica estera comune, riforma che doveva portare l’Europa ad avere il famoso numero di telefono a cui Kissinger chiedeva fosse reperibile, non è servita a produrre leadership. Né van Rompuy né Tusk, non parliamo della Ashton e della Mogherini, sono riusciti ad elevarsi ad un minimo livello di leadership. Un apparato diplomatico faraonico costruito quasi dal nulla a nulla serve. leggi tutto

Un’unica Unione per un’unica democrazia. Rilanciare l’unitarietà dell’UE per garantirne l'accountability

Davide Denti * - 21.04.2015

Sul Sole 24 Ore del 12 aprile, Sergio Fabbrini propone la sua visione per l’Unione Europea del dopo-eurocrisi. E’, la sua, un’UE a due velocità: un nucleo federale incentrato sull’eurozona, con un governo comune stabilito da un nuovo Trattato, opposto ad una periferia più lenta la cui integrazione è limitata al mercato unico. La visione di Fabbrini ha il privilegio della semplicità, ma sorvola su alcuni fattori che la rendono poco realistica.

Primo, la complessità legale di una Unione multilivello basata su diversi Trattati costitutivi (i due trattati UE e l’eventuale Trattato dell’eurozona). A chi apparterrebbero, in tale scenario, le istituzioni comunitarie (Commissione, Parlamento, Consiglio)? Uno sdoppiamento istituzionale sognificherebbe un passo indietro a prima del Trattato di fusione degli esecutivi del 1967 – qualcosa di difficilmente augurabile.

Secondo, la problematicità di abbandonare le periferie dell’Unione ad uno status intermedio. Se è vero che una versione light dell’integrazione (accesso al mercato comune, ma senza moneta unica e libera circolazione delle persone) potrebbe fare comodo al Regno Unito e permettere una più agevole adesione della Turchia, tutti gli altri paesi che ancora non hanno adottato l’euro ma che sono legalmente obbligati a farlo, a partire dai paesi d’Europa centrale, non avrebbero nessun interesse a vedersi relegati ai margini.

Terzo, l’impossibilità di separare nettamente livello europeo e nazionale, come proposto da Fabbrini. La compenetrazione tra i due è tra le caratteristiche fondamentali dell'Unione contemporanea, che si basa sulla collaborazione dei governi nazionali per adottare leggi tutto

La guerra dei Le Pen

Riccardo Brizzi - 14.04.2015

Saremmo davvero troppo provinciali a ritenere la rottamazione politica un'eccellenza italiana. Basta mettere il naso al di là delle Alpi per accorgersi che la storia della V Repubblica francese è costellata di casi clamorosi: Pompidou che rompe con de Gaulle in occasione del maggio 1968; Jospin con Mitterrand all'inizio degli anni Novanta e Sarkozy con Chirac all'indomani del fallimento del referendum europeo del 2005.

La storia stessa del Front national fa scuola su questo terreno, con la prima scissione intervenuta già nel 1973, ad appena un anno dalla creazione del partito. Le tensioni attuali tra Marine Le Pen e il padre Jean-Marie seguono le consuete linee di frattura interne al movimento, che hanno tradizionalmente opposto  i sostenitori di una strategia di conquista del potere ai difensori dell'ortodossia frontista, ma assumono evidentemente un carattere inedito per la sovrapposizione tra dimensione familiare e politica. L'evocativa simbologia del parricidio non deve però oscurare la profonda divergenza politica.

Contrariamente al fondatore del partito - promotore della rinascita e del consolidamento dell'estrema destra in Francia - Marine vuole governare e per farlo all'indomani del congresso di Tours del 2011, che aveva sancito il passaggio di testimone con il padre, ha promosso una strategia di normalizzazione che ha portato il FN ai livelli elettorali più alti della sua storia e a consolidarsi progressivamente in tutte le elezioni intermedie degli ultimi due anni (municipali, europee, dipartimentali, in attesa delle imminenti regionali). leggi tutto

Il problema dell'Europa non è la Germania

Lorenzo Ferrari * - 09.04.2015

Sulla copertina di Der Spiegel della scorsa settimana Angela Merkel era affiancata ad alcuni ufficiali nazisti ritratti davanti al Partenone. Nell'articolo di apertura, lo Spiegel spiegava gran parte delle difficoltà che effettivamente tendono a incontrare l'immagine e la posizione tedesca in Europa ricorrendo a un classico paradosso. La Germania sarebbe un paese troppo grande per lasciare inalterati gli equilibri europei, ma allo stesso tempo sarebbe un paese troppo piccolo per governare davvero da solo l'Europa.

 

In tutt'Europa – e forse particolarmente in Italia – il repertorio di stereotipi e pregiudizi negativi contro i tedeschi è ricco, e risulta facile attribuire alla Germania molte colpe. La propensione dei tedeschi a riflettere su sé stessi è spesso ammirevole, ma in questo caso l'attenzione per la Germania finisce per trascurare altri aspetti centrali della crisi politica dell'Europa. I problemi relativi ai rapporti di forza in Europa sono molto seri, ma non dipendono solo dalla Germania. Unico grande paese europeo a essere passato più o meno indenne attraverso la crisi, la Germania e il suo governo fanno sostanzialmente il loro lavoro: difendono i loro interessi e promuovono la propria visione dell'integrazione europea. Grazie all'assenza di gravi problemi politici o economici interni, riescono a farlo con efficacia. leggi tutto

Cristianesimo al femminile, la distanza tra Canterbury e Roma

Claudio Ferlan - 02.04.2015

Il noto quotidiano online statunitense “The Huffington Post” ha proposto una pagina molto interessante per presentare il mese di marzo, dedicandolo alla storia delle donne. La sezione “Religion” del quotidiano ha salutato la ricorrenza scegliendo alcuni profili di donne capaci di “rompere le barriere” nel mondo delle religioni.  In un campo in cui c’è ancora molta strada da percorrere prima di arrivare alla condivisione delle responsabilità e al riconoscimento dell’importanza dell’azione femminile – si legge – vi sono stati nell’ultimo anno segnali di rinnovamento, simboleggiato dal alcune storie personali.

 

Libby Lane e Alison White

 

Il primo nome della lista è quello di Libby Lane, che lo scorso 17 dicembre è stata nominata primo vescovo donna nella Chiesa d’Inghilterra e molti giornali hanno scelto di riportare la notizia come l’inizio di una nuova era.  Consacrata il 26 gennaio, Libby Lane ha pronunciato il primo sermone davanti ai fedeli della diocesi di Stockport (Contea Greater Manchester) domenica 8 marzo, una data dal forte valore simbolico.

La strada per l’ordinazione femminile era stata spalancata dalla decisione della maggioranza dei membri del sinodo generale della Chiesa leggi tutto

I verdetti delle dipartimentali e l’avvio della lunga corsa all’Eliseo

Michele Marchi - 31.03.2015

Questa volta i risultati sono effettivi e la vittoria della destra repubblicana (praticamente ovunque alleata al centro) è significativa. L’UMP guiderà 67 dei 101 dipartimenti, dopo averne strappati 28 alla sinistra, perdendone soltanto 1. Il ritorno è alla metà degli anni Novanta, prima che si avviasse il trend positivo del cosiddetto “socialismo municipale”. Proprio la gauche nel suo complesso e il PS in particolare escono malconci anche da questo scrutinio dipartimentale. Con 34 dipartimenti ancora diretti non siamo ai minimi storici del 1992 (allora erano 23), ma in termini di voti (sotto i sei milioni per la sinistra complessivamente, meno di tre per il PS) siamo vicino ai minimi storici della Quinta Repubblica. Infine il FN, in crescita prepotente rispetto a tutti i precedenti scrutini locali (anche se con circa un milione di voti in meno rispetto al I turno), non è riuscito nell’impresa, simbolicamente rilevante, di conquistare la guida di almeno un dipartimento. Dunque da un tripartitismo evidente dopo il primo turno, si può parlare oggi di una sorta di oligopolio dominato in termini effettivi dalla destra repubblicana, con il FN sottorappresentato ma anche auto-esclusosi con la sua campagna “anti UMPS” e la sinistra frammentata e destinata ad un ruolo politico marginale.

Se i risultati sono incontestabili, si può discutere a sinistra come a destra su come si è arrivati a questo quadro. A sinistra le ragioni della sconfitta sono imputabili in parti uguali a Presidente, Primo ministro e partito socialista. Oltre il 40% dei francesi che si è recato alle urne ha dichiarato di volerlo fare per sanzionare il potere in carica a livello nazionale. leggi tutto

La «foto di gruppo con signora» dello Spiegel. Un problema solo tedesco?

Gabriele D'Ottavio - 26.03.2015

Un’Angela Merkel sorridente, vestita con abiti dai colori pastello, circondata da sette gerarchi nazisti, con il Partenone sullo sfondo. È questa la foto della copertina dell’ultimo numero dello Spiegel, che ha pubblicato un reportage su come gli europei vedono la Germania dal titolo «Il Quarto Reich». La foto manipolata – quella originale fu scattata nel 1941 – è chiaramente provocatoria. Come ha affermato il caporedattore del settimanale tedesco, Klaus Brinkbäumer, rispondendo alle polemiche sollevate dal quotidiano Süddeutsche Zeitung e da altri quotidiani tedeschi, «non si può fraintendere, a meno che non lo si voglia fare». D’altra parte, l’articolo dello Spiegel avrebbe sicuramente guadagnato in qualità se gli autori, che pure si sono documentati, non si fossero limitati, per negligenza o opportunismo, a citare solo quelle fonti straniere che corroborano l’immagine di un’opinione pubblica europea incline ad accostare i tedeschi di oggi ai nazisti di ieri. È significativo, ad esempio, il fatto che per l’Italia venga citato Il Quarto Reich di Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano e non Cuore tedesco di Angelo Bolaffi o altri volumi usciti recentemente che cercano di restituire un’immagine meno faziosa e superficiale della Germania al tempo di Angela Merkel.

Tale rilievo nulla toglie al fatto che la questione sollevata dallo Spiegel pone un problema politico e culturale ineludibile. Un problema sicuramente rilevante per la Germania, che è l’unico paese ad avere le credenziali per assumere la leadership in Europa, ma a cui manca ancora l’ingrediente più importante per esercitarla: una piena legittimazione internazionale. leggi tutto