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Argomenti

Cambiare i trattati UE? Sì, ma per unificare l'Europa, non per dividerla

Davide Denti * - 16.01.2016

Nella sua intervista dell'11 gennaio a Repubblica, il sottosegretario agli affari europei Sandro Gozi annuncia che l'Italia si spenderà per la riapertura dei trattati europei a partire dal 2017, in concomitanza con il sessantennale del Trattato di Roma.

 

L'Unione europea del 2020 che Gozi preconizza, tuttavia, non è quella che ci si potrebbe aspettare. Anziché una democrazia compiuta che abbracci l'intero continente, il sottosegretario propone di spezzare l'Unione in due: da una parte i paesi di un nucleo duro, democratico ed integrato; dall'altra un'Europa più sbiadita, sostanzialmente ferma allo stato attuale dell'integrazione.

 

La proposta di Gozi ha varie fonti. Da una parte, essa riprende certe idee del movimento federalista europeo, volte a rafforzare l'eurozona, ma che possono andare a discapito dell'unitarietà dell'Unione intera. Dall'altra parte, essa riprende la visione di Sergio Fabbrini, più volte pubblicata sul Sole 24 Ore. Infine, essa appare coerente con una politica di appeasement delle velleità del governo conservatore britannico, nel caso in cui esso arrivi a vincere il referendum sulla brexit atteso per il 2016-2017 – non è un caso se solo poche settimane fa i ministri degli esteri Gentiloni e Hammond firmavano un editoriale a quattro mani. Ciononostante, si tratta di un modello fallace e pernicioso. Anziché procedere verso una maggiore integrazione e democratizzazione dell'UE, tali posizioni sull'integrazione a “due cerchi” ci riportano indietro di almeno dieci anni, al dibattito sull'Europa a due o più velocità dei primi anni 2000. leggi tutto

David Bowie: la vita come un’opera d’arte

Claudio Fabretti * - 14.01.2016

Se la sua vita è stata un’opera d’arte, la sua morte non è stata da meno. Un’uscita di scena con tempismo teatrale perfetto, suggellata da uno splendido disco (“Blackstar”), con tanto di versi profetici: “Guardate lassù, sono in paradiso, ho cicatrici che non possono essere viste” (l’inquietante “Lazarus”). David Bowie, il Duca Bianco, l’uomo delle stelle si congeda dal mondo al culmine della (ritrovata) popolarità, mentre il suo testamento musicale è appena uscito nei negozi (l’8 gennaio, proprio nel giorno del suo 69° compleanno). Bowie lottava da 18 mesi una battaglia contro il cancro. Proprio mentre era alle prese con la malattia, ha registrato le canzoni – e i video, magnifici e disturbanti – di “Blackstar”. Un album il cui titolo non andrebbe scritto, ma solo illustrato grazie al disegno di quella stella nera, che ora ci appare come il sepolcro ideale di un artista che, fin dall’odissea dell’astronave di Major Tom (“Space Oddity”, 1969), ha inseguito un sogno spaziale ad occhi aperti.

Una morte accompagnata da un cordoglio pressoché unanime e che tuttavia ci appare impossibile. Forse perché, novello Dorian Gray, Bowie ha sempre lasciato che fosse il suo ritratto a invecchiare, mai il suo spirito. O forse perché il suo nome è ormai da tempo consegnato all’eternità. Paradossale, per chi è partito dal warholiano “quarto d’ora di celebrità”, immortalandosi poi “eroe per un giorno” (“Heroes”). leggi tutto

Francia un anno dopo

Michele Marchi - 12.01.2016

Circa due mesi fa ci si interrogava (http://www.mentepolitica.it/articolo/un-salto-di-qualit/693) sul necessario “salto di qualità” che la Francia nel suo complesso e l’Europa come comunità di Stati avrebbero dovuto fare per affrontare il dopo 13 novembre 2015, a dieci mesi dai già gravissimi fatti di Charlie Hebdo e dell’ipermercato kosher. È avvenuto questo “scatto”? La risposta dell’opinione pubblica francese e della sua classe politica sono state all’altezza della gravità della minaccia? I vicini europei e le istituzioni comunitarie hanno reagito nella direzione di una più concreta coesione e solidarietà e di un maggior coinvolgimento e coordinamento nel contrasto al terrorismo?

Sul secondo punto il bilancio è deficitario. L’Ue sta reagendo con la solita lentezza e soprattutto sui dossier chiave del registro dei passeggeri aerei e della gestione dei flussi migratori, nonostante alcuni passi avanti, lo shock del 13 novembre non sembra aver fornito la sufficiente scossa. Allo stesso modo la “risposta europea” sul fronte della lotta allo Stato islamico da un punto di vista militare non sta brillando per coordinamento. Dopo la formale (e strumentale) richiesta di Hollande, al momento di annunciare l’intenzione francese di estendere i propri bombardamenti all’indomani degli attacchi di Parigi, l’Ue ha per la prima volta attivato l’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona (difesa reciproca). leggi tutto

Il fantasma della Brexit

Giulia Guazzaloca - 09.01.2016

L’«anno orribile» dell’Unione Europea

 

Un bilancio sullo stato dell’Unione Europea nel 2015 rimanda l’immagine di una realtà che pare lontanissima da quella in cui, solo tre anni fa, le venne assegnato il premio Nobel per la pace. Se la crisi economica le ha fatto progettare, per la prima volta nella sua storia, l’espulsione di uno dei suoi paesi membri, la Grecia, la massiccia ondata migratoria e la sfida del terrorismo islamico ne hanno pesantemente compromesso i valori fondanti. Non solo, infatti, sono in crescita un po’ ovunque i partiti anti-europeisti e xenofobi, ma la reintroduzione dei controlli alle frontiere da parte di Svezia e Danimarca sta mettendo a rischio gli storici accordi di Schengen e, più in generale, quei principi di libertà e libera circolazione delle persone che costituiscono l’architrave del progetto comunitario. Sono subito corsi ai ripari il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il commissario europeo agli Affari Interni e all'Immigrazione: il primo dicendo che salvare Schengen è un «dovere collettivo », il secondo convocando un tavolo coi rappresentanti dei governi svedese, danese e tedesco per rispondere in modo coordinato all’emergenza migratoria.

In questa complessa situazione, nella quale si sommano il prosperare dei populismi nazionalistici, il moltiplicarsi delle sfide interne ed esterne, la crisi della leadership tedesca, un ulteriore pericoloso fantasma aleggia sul futuro della UE. leggi tutto

La crisi dell’Unione Europea

Paolo Pombeni - 07.01.2016

Da cosa dipende la crisi dell’Unione Europea? La domanda dovrebbe essere di quelle che inquietano, mentre invece l’impressione è che in fondo il tema, almeno a livello di opinione pubblica generale, non susciti particolare interesse. Del resto è da mesi che si registrano insoddisfazioni circa l’incapacità della Ue di affrontare in maniera decisa problemi sia di politica internazionale che di politica interna.

Lo sfarinarsi del tanto proclamato e lodato (ai bei tempi) “spirito comunitario” è sotto gli occhi di tutti. L’apertura ad Est che era stata avviata con grandi speranze e conseguenti proclamazioni di svolte epocali si sta rivelando una fonte di erosione di quella che si riteneva fosse la grande tradizione comune dell’europeismo. Diritti fondamentali, libertà storiche come quella di stampa, rigore nell’amministrazione pubblica sono dimensioni che non hanno trovato terreno molto fertile nei paesi un tempo satelliti dell’URSS. Era comprensibile che il passaggio da un regime assolutistico di partito unico ad una democrazia evoluta non sarebbe stato una passeggiata, ma le difficoltà sono state sottovalutate, convinti che bastassero l’egemonia dell’Europa occidentale e l’offerta di una partecipazione al nuovo benessere per convertire società che evidentemente avevano problemi interni nello sviluppo di un certo contesto politico.

Così non è stato, anche perché ben presto l’Europa occidentale non ha avuto più molto da offrire a causa di una crisi economica di dimensioni non previste. leggi tutto

Perseguitati per la fede. Un dramma senza esclusive

Claudio Ferlan - 07.01.2016

La libertà religiosa è garantita in ambito internazionale dall’articolo diciotto della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ed è assicurata in molte leggi fondamentali: bastino qui gli esempi del primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America o l’articolo diciannove della Costituzione italiana. Ciononostante, a una percentuale molto alta di donne e uomini non è consentito vivere e professare apertamente il proprio credo. Lo affermava il Pew Research Center nel bilancio presentato il 28 febbraio scorso, dove si suonava anche l’allarme per una situazione in sensibile peggioramento. Previsioni fosche che i primi resoconti del nuovo anno confermano a pieno.

Tutti abbiamo ben presenti movimenti terroristici come Boko Haram o Isis, abbiamo notizia delle violenze religiose in Kenya o in Somalia, ma in molti casi l’intolleranza è tutt’altro che fuori dalla legge. Guardiamo alla lista pubblicata dalla Organizzazione Non Governativa Human Rights Without Frontiers (HRWF), che segnala venti Paesi nelle cui carceri vi sono persone detenute per motivi religiosi: i cosiddetti FoRB (Freedom of Religion or Belief & Blasphemy Prisoners). L’elenco è lungo ma non esaustivo: Arabia Saudita, Azerbaigian, Bhutan, Cina, Corea del Nord, Corea del Sud, Egitto, Eritrea, Indonesia, Iran, Kazakistan, Laos, Pakistan, Russia, Singapore, Sudan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam. Non esaustivo perché leggi tutto

Merkel bizzosa, Europa senza rotta

- 22.12.2015

Un passo avanti e due indietro. E’ questo il ritmo dell’incerto incedere della nostra Europa. Qualche mese fa mi ero rallegrato su queste colonne per la decisione presa dal consiglio europeo di erigere l’ultimo fondamentale pilastro della unificazione del sistema monetario dei paesi euro. Si trattava di mettere in piedi un meccanismo fotocopia di quello che esiste da quasi un secolo negli Stati Uniti che doveva prevedere una garanzia federale (FDIC-Federal Deposit Insurance Corporation) sui depositi bancari fino ad una soglia di 100.000 euro.  Negli Usa la FDIC  nasce nel 1933 sotto la coraggiosa presidenza Roosvelt a seguito delle ripetute crisi bancarie che si verificano negli anni 20 e nei primi anni 30 del XX secolo. Consente di  alleviare la paurosa crisi del sistema bancario durante la grande crisi assicurando  i depositi (oggi fino a 250.000 dollari) in caso di fallimento della banca. La FDIC interviene in seguito con artiglieria pesante negli anni 80 e 90 quando gli Usa soffrono di una protratta serie di chiusure  delle piccole banche e impedisce alla crisi del sistema bancario di infettare l’intera economia.  E’ attiva ovviamente negli anni recenti dal 2008 e costituisce un vero baluardo del sistema creditizio americano. La sua disciplina è cambiata nel 2010 con la riforma dei mercati finanziari (Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act)  che l’ha resa più efficiente e ne ha espanso la copertura assicurativa non solo portandola a 250000 dollari ma ancorandola anche a requisiti di bilancio delle banche. leggi tutto

Londra e Roma “mano nella mano” al Consiglio europeo. Cui prodest?

Massimo Piermattei * - 22.12.2015

In prossimità del Consiglio europeo del 17-18 dicembre, un appuntamento che si preannunciava quanto mai rilevante – sul tavolo, tra l’altro, le problematiche legate ai flussi migratori, alle crisi internazionali, alla “Brexit” – «la Repubblica» e il «Telegraph» hanno pubblicato un articolo di fondo (Lavoriamo insieme per un’Europa migliore/Britain and Italy stand together on EU reform”) firmato congiuntamente dal ministro degli esteri italiano Gentiloni e dal suo omologo inglese Hammond. Il ragionamento proposto si sviluppa soprattutto intorno a due punti chiave: la necessità di “semplificare” l’Ue e renderla più flessibile (parola che diventa quasi un mantra, tante sono le volte che ricorre nel testo); il diritto per gli stati che vogliono progredire sulla via della maggiore integrazione, specie se parte dell’Eurogruppo, di andare avanti.

Tuttavia, entrambi i concetti sono formulati in termini così vaghi che, volendo, è possibile dare al documento interpretazioni completamente divergenti. Ad esempio, sulla necessità (innegabile) di riformare l’Ue, di semplificarne il quadro istituzionale, si può innestare facilmente il tentativo di ridimensionare il ruolo delle istituzioni comuni – soprattutto del Parlamento europeo, di ammorbidire il “vincolo europeo” in alcuni campi e di abbassare la portata di diverse politiche: tutti concetti che potrebbero essere sottoscritti da partiti, leggi tutto

Da Parigi, il primo accordo universale sul clima

Elisa Calliari * - 22.12.2015

“A Parigi abbiamo visto molte rivoluzioni. La più bella, la più pacifica rivoluzione è stata ora raggiunta: una rivoluzione climatica”. Così il presidente François Hollande ha salutato sabato 12 dicembre l’adozione dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, frutto di due intense settimane negoziali tenutesi nella capitale francese a partire dal 30 Novembre e culmine di un percorso iniziato alla Conferenza delle Parti (COP) di Durban quattro anni fa. L’Accordo è stato accolto da un generalizzato entusiasmo da parte della stampa, del settore privato, di molte organizzazioni della società civile e, soprattutto, da parte degli stessi paesi che lo hanno più volte definito un eclatante successo del multilateralismo. Che sia davvero una “rivoluzione”, come affermato da Hollande, è difficile da sostenere. Ciò non toglie che si tratti di un accordo storico nella sua natura universale e, sotto alcuni aspetti, più ambizioso di quanto ci si aspettasse inizialmente.

L’elemento di ambizione più importante è rappresentato dall’obiettivo di lungo periodo che si è scelto di perseguire, ossia di mantenere l’aumento della temperatura rispetto al periodo pre-industriale “ben al di sotto dei 2 °C” e sforzandosi di limitarlo a 1.5 °C. Il riferimento a quest’ultimo target rappresenta forse la vittoria più importante per i paesi in via di sviluppo, ed in particolar modo per le piccole isole caraibiche e del Pacifico che avevano più volte annunciato di non poter firmare alcun accordo che le condannasse all’estinzione. leggi tutto

L'analisi del sabato. Francia-Italia: riflessioni sul ballottaggio

Luca Tentoni - 19.12.2015

Fra i numerosi spunti interessanti che l'analisi del voto francese offre al dibattito italiano ce ne sono alcuni che meriterebbero maggior rilievo, soprattutto nella prospettiva di un non improbabile ballottaggio, con l'"Italicum", alle future (forse non molto prossime) elezioni per il rinnovo dell'Assemblea di Montecitorio. Al secondo turno delle "regionali" francesi sono andati ai seggi 26.455.071 elettori (il 58,41% del totale degli aventi diritto): fra essi, 25.167.273 hanno espresso un voto valido (55,56% sugli aventi diritto, 95,13% sui votanti). Al primo turno, invece, i votanti erano stati 22.609.335 (49,91%) e i voti validi 21.708.280 (47,92% sugli aventi diritto, 96,01% sui votanti). Nel giro di una settimana, insomma, i francesi che sono andati alle urne sono aumentati di circa 3 milioni e 850 mila unità, mentre i voti validi hanno avuto un incremento di 3 milioni e 460 mila unità. Un progresso notevole, pari all'8,5% degli aventi diritto. Com'è noto, i ballottaggi hanno visto prevalere in sette occasioni il candidato del centrodestra e in cinque quello di sinistra (più un autonomista, in Corsica) ma nessun esponente del FN ha ottenuto la vittoria. Anche senza addentrarci nell'analisi delle matrici di flusso elettorale (che pure ci darebbe indicazioni interessanti, come per esempio il dato Ipsos-France in base al quale l'indice di fedeltà degli elettori nei ballottaggi triangolari, fra primo e secondo turno, è stato del 95% per i socialisti, del 92% per il centrodestra e solo dell'88% fra chi aveva votato FN, leggi tutto