Ultimo Aggiornamento:
27 ottobre 2021
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Il terrorismo, i barconi e la crisi dell’Europa: riflessioni sugli eventi di Copenaghen.

Giovanni Bernardini - 21.02.2015
Terrorismo a Copenaghen

Gli eventi che hanno recentemente sconvolto Copenaghen meritano riflessioni politiche ben più profonde delle strumentalizzazioni di chi cerca facili consensi sull’onda dell’emozione.  Certamente colpiscono alcune affinità con i giorni di follia che hanno sconvolto la capitale francese a inizio anno; e tuttavia pochi hanno insistito a sufficienza sul passaggio nelle rispettive patrie galere che ha accomunato i giovanissimi attentatori di Francia e Danimarca. Approfondire un fenomeno sociale così preoccupante non significa negare le responsabilità individuali dei colpevoli, ma porre le basi affinché il futuro comporti minori rischi collettivi. E quando delle istituzioni detentive ma anche correttive non adempiono alla loro missione, ma anzi danno a individui marginalizzati l’occasione di una nuova socializzazione criminale, è forse giunto il momento di un loro serio ripensamento. Va in questa direzione la bella e dolorosa lettera scritta da alcuni docenti della periferia di Parigi nei giorni successivi al massacro di gennaio: un appello all’autocritica per tutti coloro che, dai banchi di scuola fino all’esperienza carceraria, hanno lasciato i futuri attentatori ai margini di una piena consapevolezza dei valori repubblicani e della convivenza civile, parcheggiati “nelle cloache delle periferie”, e infine abbandonati in balia “di perversi manipolatori” capaci di offrire loro una prospettiva di vita (e di morte) più allettante di quella che li attendeva al ritorno alla libertà. Tutto questo implica una presa di coscienza della più grande e più amara delle verità, spesso celata dalla cortina fumogena del populismo: il terrore che ha colpito in questi mesi il cuore di due capitali europee non è arrivato in gommone sfidando il Mediterraneo, ma è il prodotto dell’Europa stessa, del suo fallimento nel promuovere l’integrazione dei suoi cittadini e il riconoscimento in una comunità di destini e di valori oltre le logiche settarie delle appartenenze etnico-religiose.

Se dunque è una crisi d’identità quella che l’Europa attraversa, risulta di un certo interesse il dialogo a distanza tra il Premier israeliano Benjamin Netanyahu e il portavoce della comunità ebraica danese. Come è noto, il primo ha esposto la convinzione che gli attacchi antisemiti siano destinati a intensificarsi in Europa e ha invitato gli ebrei danesi a raggiungere Israele, l’unico paese in grado di garantire la loro sicurezza. È certo lecito dubitare della maggiore sicurezza di Israele rispetto all’Europa di fronte ai rischi del terrorismo internazionale; inoltre è impossibile non notare la coincidenza temporale tra un simile appello, che richiama la missione storica dello stato di Israele, con il voto di molti parlamenti europei e non solo in favore del riconoscimento di uno stato palestinese. Infine è anche difficile non notare la vicinanza delle elezioni anticipate israeliane, dalle quali Netanyahu e la destra sperano di ricavare una conferma non scontata. E tuttavia la gravità degli eventi rende ancora più preziosa l’orgogliosa replica del portavoce della comunità ebraica di Copenaghen, riassumibile in un “no, grazie: siamo ebrei danesi e tali vogliamo rimanere”. Basta una conoscenza sommaria di alcuni eventi storici per comprendere quanto gravida di significati sia questa dichiarazione d’intenti. Ancora agli inizi del Novecento la Danimarca contava poche migliaia di ebrei sul proprio territorio, perlopiù radunati nella capitale. Il numero era invariato quando il piccolo paese fu occupato dall’esercito della Germania nazista nel 1940 e il governo locale rinunciò a qualunque resistenza ufficiale poiché si sarebbe tradotta in un massacro, data la sproporzione delle forze sul campo. Per tre anni la popolazione ebraica non subì persecuzioni dirette, dato che gli occupanti avevano promesso di rispettare la sovranità delle autorità danesi in segno di riconoscimento per la pacifica collaborazione. Ma nel 1943 gli atti di insubordinazione e resistenza giunsero a un livello tale che il governo locale fu esautorato e il paese si trovò totalmente esposto alla brutalità del dominio diretto dei nazisti. I quali misero in programma per l’autunno la deportazione dell’intera popolazione ebraica nei campi di concentramento sul continente. Se questo non accadde, lo si deve alla soffiata di membri minori dell’amministrazione tedesca, disillusi dal nazismo e fortemente contrari alla “soluzione finale”, che rischiarono la vita per preavvisare i vertici della resistenza danese e le autorità della neutrale Svezia. Uomini di buona volontà in entrambi i paesi misero in moto un ponte navale che nella sola notte precedente la deportazione mise in salvo sulla sponda svedese circa il 90% percento degli ebrei danesi; quanto agli altri, la popolazione di Copenaghen si adoperò per nasconderli nei luoghi più inaccessibili e insospettabili, dagli ospedali psichiatrici agli obitori. L’orgoglio popolare vuole che, contrariamente a quanto accaduto altrove, al loro ritorno a casa dopo due anni molti ebrei danesi abbiano trovato le loro case talmente in ordine che persino le loro piante erano state innaffiate dai vicini e connazionali di altra confessione rimasti a sorvegliarle.

Lo storico ebreo Eric Hobsbaum era solito ammonire che, quando tutti gli ebrei fossero finiti in un piccolo stato territoriale indipendente, sarebbe stato un pessimo giorno per loro stessi e per la loro storia, ma anche per il resto dell’umanità. Per l’Europa odierna, a maggior ragione, un simile esodo costituirebbe un impoverimento umano e morale e una perdita davvero irreparabile per la sua identità necessariamente plurale. Ma forse la storia degli ebrei danesi nasconde un altro monito meno immediato: chi trova un porto sicuro nel momento del rischio supremo, chi è accolto da un ambiente che gli garantisce la sicurezza e il pieno sviluppo della propria libertà e personalità, è destinato a diventare il primo difensore di quel luogo, di quella libertà e di quella comunità contro qualunque minaccia o terrorismo. Che si tratti di esuli nel Mare del Nord di mezzo secolo fa o di migranti odierni in fuga dal terrore nel cuore del Mediterraneo.