Ultimo Aggiornamento:
25 aprile 2018
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Argomenti

Chi semina vento …

Michele Iscra * - 25.04.2018

Chi semina vento raccoglie tempesta, recita un tradizionale detto popolare. Le prove sulla saggezza di questa asserzione non mancano e diremmo che anche nelle circostanze attuali se ne hanno conferme.

Partiamo da una osservazione forse estemporanea, ma probabilmente no. Si dice che Silvio Berlusconi abbia manifestato irritazione perché varie trasmissioni delle sue TV sono campioni nella diffusione della mentalità populista. Verrebbe da commentare: meglio tardi che mai. Si scopre però che questi talk show saranno forse ridimensionati, ma con cautela, perché sarebbe controproducente offrirsi agli attacchi inevitabili di chi vi vedrebbe una censura contro gli umori del popolo. Berlusconi del resto dovrebbe ricordarsi che quanto a cavalcare gli animal spirits della gente non è stato secondo a nessuno. Certo gli è successo – ma era inevitabile - come  all’apprendista stregone che non è stato capace di tenere sotto controllo gli spiriti che ha evocato.

Il fatto è che il leader e fondatore di Forza Italia non è stato solo in questa corsa. La sinistra, che fa la schizzinosa quando sono meccanismi usati dagli altri, ha una storia lunga in questo settore. La sua presunzione di rappresentare il “partito dei puri” contro i corrotti, fossero i democristiani, i socialisti, o i nuovi partiti sorti dalle ceneri della seconda repubblica, leggi tutto

I miracoli di Buffalo Bill

Stefano Zan * - 25.04.2018

Buffalo Bill, rigorosamente con una effe sola, è colui che racconta bufale una dietro l’altra.

Giggino Di Maio, il Buffalo Bill dei nostri tempi, sta riuscendo in un’operazione straordinariamente innovativa. Tutti, almeno i non più giovani, ricorderanno la feroce battuta con la quale Andreotti rispondeva alla consueta litania degli oppositori che sostenevano che, col tempo, il potere logora: “Il potere logora chi non ce l’ha!”

Oggi stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno: il potere sta logorando Buffalo Bill che il potere ancora non ce l’ha. Vediamo con ordine.

Pur di andare al governo in qualità di Presidente del Consiglio, raccontando la bufala di aver vinto le elezioni, il nostro si è fatto prendere totalmente dalla sindrome del conte Ugolino che si mangiò i figlioletti giustificandosi con la celebre frase: “Più dell’onor potè il digiuno”.

Di Maio in queste settimane si è mangiato diversi figlioletti:

Intanto si è mangiato il programma votato dagli iscritti e sul quale si sono espressi 11 milioni di elettori. Il nuovo programma, molto più accondiscendente e moderato non è più contro l’euro, l’Europa, la Nato; non prevede più il taglio delle pensioni sopra i 3.000 euro netti al mese; è fatto di 24 punti anziché di 20. Affermare che si tratti di semplici modifiche dell’editing mi leggi tutto

Crisi, si chiude la "finestra" elettorale di giugno

Luca Tentoni - 21.04.2018

Il percorso intrapreso in questi giorni dal Capo dello Stato per cercare di sbloccare la crisi sta chiudendo la "finestra" delle elezioni anticipate a giugno. Per votare il 24 - ultima data disponibile prima dell’"esodo" estivo di milioni di italiani - si dovrebbero sciogliere le Camere fra i 45 e i 70 giorni prima del voto, cioè fra il 15 aprile (che è già alle nostre spalle) e il 10 maggio. Considerando la mole di adempimenti, anche restringere l'intervallo a 55 giorni (sciogliendo il 30 aprile) sembra un azzardo, quindi esce di scena una delle ipotesi. È un grosso problema per i partiti, poiché non avere la carta di riserva del "voto subito" apre la strada, in casi estremi, ad un Esecutivo "balneare" che porti il Paese alle urne a fine settembre (con scioglimento delle Camere, perciò, ad agosto). Ma quest'ultima ipotesi potrebbe essere a sua volta poco praticabile, perché il nuovo Parlamento si insedierebbe a ottobre, ci sarebbero altre consultazioni (difficile, infatti, che dal voto-bis emerga una maggioranza netta) e si arriverebbe senza un governo nella pienezza delle funzioni all'appuntamento con le scadenze della legge di stabilità. Ce lo possiamo permettere? Quindi, non solo l'alternativa ad un accordo politico non è rappresentata dal voto a giugno, ma probabilmente è costituita da un leggi tutto

Questione di leadership e questione generazionale

Michele Marchi - 21.04.2018

Nello spazio di due giorni Macron ha parlato nell’emiciclo di Strasburgo ed è poi volato a Berlino per un bilaterale con Angela Merkel, finalmente alla guida del nuovo governo con fatica emerso dal voto del settembre scorso. Parigi-Strasburgo/Bruxelles-Berlino, questo è senza dubbio il triangolo del potere europeo, ma questo è soprattutto il triangolo nel quale si giocherà il delicato futuro dell’Ue da qui al voto europeo della prossima primavera.

Che i passaggi del 17 e del 19 aprile fossero due momenti intermedi, in vista del (si spera) decisivo Consiglio europeo di fine giugno, tutti ne erano consapevoli. Oggi sappiamo anche che quel delicato summit europeo avrà un importante “antipasto”, dieci giorni prima, nell’annunciato Consiglio dei ministri congiunto franco-tedesco del 19 giugno. Eppure da Strasburgo e da Berlino qualche indicazione interessante è già emersa.

Angela Merkel era obbligata, per ragioni di politica interna (pressioni bavaresi e sommovimenti interni alla CDU), a raffreddare gli entusiasmi dell’inquilino dell’Eliseo. Lo ha fatto, come al solito, alla maniera della Cancelliera, invertendo l’ordine delle priorità europee: immigrazione, politica estera comune e sviluppo dell’Unione economica e monetaria (più unione bancaria). Queste, in ordine di importanza, le necessità secondo Berlino. Per Parigi, come è noto, tutto dipende al contrario leggi tutto

Rinascimento parlamentare

Fulvio Cammarano * - 21.04.2018

Il fatto che le moderne democrazie siano più interessate alla produzione di governo che a quella di una chiara rappresentanza parlamentare in grado di controllare il potere esecutivo, sta ricevendo un’ulteriore autorevole conferma dalle vicende che caratterizzano le faticose manovre di formazione del governo italiano. Le stesse leggi elettorali sembrano pensate per il regolamento dei conti tra avversari, piuttosto che per ottenere un solido Parlamento, rappresentativo delle tendenze politiche dei cittadini. Per i partiti e i movimenti presenti sulla scena politica italiana, il risultato del referendum del 4 dicembre è sembrato l’occasione non di un’autocritica, ma di un’autodifesa il cui parto è stato il cosiddetto “Rosatellum”, vale a dire una legge elettorale prodotta proprio per limitare l’impatto del malcontento degli elettori.  Il ripristino del sistema proporzionale, infatti, non solo non è stato voluto per far emergere una effettiva rappresentanza popolare, ma al contrario per favorire un sistema di governo di coalizione composto da spezzoni di classe politica numericamente sufficienti a sostenere un esecutivo. Se il Pd e Forza Italia avessero perso meno seggi, avrebbero potuto varare, in un modo o nell’altro, in nome dell’emergenza nazionale,  un governo che sarebbe stato la consacrazione delle diverse forme d’intesa registrate nella collaborazione tra Renzi e Berlusconi negli leggi tutto

Il sentiero stretto del Quirinale

Paolo Pombeni - 18.04.2018

Fase di stallo quella della politica. Già, ma in attesa di cosa e perché? Queste le domande da farsi, trovando poco credibile ridurre tutto alle impuntature capricciose dei vari personaggi politici (che non mancano, ma che sono solo il contorno).

La risposta sarebbe persino banale: tutto dipende dal fatto che nessuno ha davvero vinto, ma nessuno può ammetterlo. Di conseguenza non è possibile al momento, in attesa di qualcosa che dall’esterno costringa tutti a far finta di trovare un accordo solo per piegarsi a ragioni di salvezza nazionale, avviare una mediazione. Rimane invece che tutti ragionano nei termini di una partita in cui si è combattuta una prima battaglia importante, ma non si è arrivati alla fine della guerra: si dovrà dunque attrezzarsi per la battaglia finale, quella della rivincita per alcuni, o del consolidamento della vittoria per altri.

Il rinvio attuale all’esito delle elezioni regionali in Molise e Friuli è solo un assaggio della convinzione che “la guerra continua” e che dunque ogni battaglia serve per consolidare posizioni e fornire premesse sull’esito finale dello scontro. Non che consideriamo la cosa come una prospettiva intelligente, ma questo è, e conviene prenderne atto, capendo che tutti agiscono in vista di una legislatura che prevedono breve e leggi tutto

L’ultimo dei Moikani: c’è o ci fa

Stefano Zan * - 18.04.2018

Di Maio è rimasto l’ultimo degli antiberlusconiani militanti. La cosa è al contempo curiosa e ingenerosa per molte ragioni.

Intanto addebitare a Berlusconi i disastri, assolutamente presunti, dell’economia italiana degli ultimi anni è singolare visto che Forza Italia è da tempo all’opposizione insieme ai 5Stelle.

Insieme ai 5Stelle Forza Italia ha combattuto Renzi in tutti i modi e, insieme, hanno fatto fallire la riforma costituzionale con il referendum del 4 dicembre.

Ma, soprattutto, Forza Italia ha regalato ai 5Stelle le città di Roma e Torino sottraendole al PD.

E’ vero che alle ultime elezioni Berlusconi è (ri)disceso in campo per l’ennesima volta adducendo il pericolo grillino a suo avviso ancora più insidioso di quello dei comunisti del ’94, ma così come allora “scherzava”.

Non si capisce dunque il perché di tanta ingratitudine e di tanto astio retroattivo. A meno che ….

Nelle sue ultime esternazioni, non sappiamo quanto reali o quanto tattiche e/o strumentali, Di Maio ipotizza un governo 5Stelle, Lega, PD con l’esclusione esplicita di Forza Italia.

Anche questa ipotesi è curiosa.

Da un lato è pronto a perdonare, nell’interesse del leggi tutto

L'enigma della Siria

Vanja Zappetti * - 18.04.2018

Le notizie risuonano drammatiche come solo i bollettini di guerra sanno fare, gli attacchi missilistici notturni, tuttavia, erano l'opzione a minor impatto a disposizione di Stati Uniti, Regno Unito e Francia per agire in termini bellici. Da una parte danno il contentino agli interventisti occidentali dall’altra riescono a evitare lo scontro con la Russia, e alla fine non incideranno in alcun modo sul risultato della guerra siriana, che perdura indisturbata da sette anni.

 

A Trump, Macron e May riuscirà così di recitare il ruolo dei duri, Assad continuerà a uccidere i siriani impunemente e molto probabilmente con armi chimiche ma ora potrà sventolare la bandiera della vittima, Putin potrà dare la colpa all’Occidente. Fuochi d’artificio, poco di più, nessuna strategia di medio o lungo termine, nessuna volontà politica reale di salvare vite umane.

 

Ma perché Trump ha impiegato così tanto tempo a reagire in Siria? Per una serie di motivi, non ce n’è mai uno solo: innanzitutto perché è stato preso di sorpresa da ciò che riteneva improbabile, ossia che Assad venisse colto di nuovo in fallo. Poi perché la sua amministrazione, esattamente come quella di Obama, non aveva e non ha alcuna prospettiva di lavoro né emergenziale né, e tanto leggi tutto

I limiti della tecnica, il ruolo della politica

Luca Tentoni - 14.04.2018

Dopo il voto del 4 marzo, nel corso della crisi di governo, si è ricominciato a parlare di riforme elettorali. L'assunto di base è che per assicurare governabilità al Paese è necessario che un partito (o una coalizione omogenea) consegua la maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere. Se l’ingegneria elettorale - come vedremo - non è una panacea, anche l'obiettivo sembra poco centrato. Come abbiamo visto nello scorso intervento su Mentepolitica, dedicato alle crisi di governo e alla loro durata, la permanenza in carica di un Esecutivo non corrisponde necessariamente (alcune volte, quando "si tira a campare", non corrisponde affatto) ad una maggiore efficacia delle politiche. Inoltre, la storia (anche della Seconda Repubblica) dimostra che persino con un numero di seggi ben superiore alla maggioranza minima si possono susseguire tre o quattro governi (più o meno basati sulla stessa coalizione di partiti) nel giro di una legislatura. Dunque, il premio (esplicito, come quota fissa di seggi in più o implicito, come meccanismo di sovrarappresentazione dovuto, per esempio, all'assegnazione di pochissimi seggi per circoscrizione senza recupero dei resti) non assicura un governo di cinque anni; quest'ultimo, poi, non garantisce una maggior efficacia delle politiche dell'Esecutivo. In pratica, sembra che il meccanismo (il premio, la durata in leggi tutto

Oligarchia e populismo in Brasile

Nicola Melloni * - 14.04.2018

Quanto successo in questi giorni in Brasile merita qualche riflessione. Non solo per la portata politica del caso Lula, ma perché ci dice molto del rapporto tra oligarchie e populismo e della crisi della democrazia. Di questo in effetti si tratta, e non di un semplice caso di corruzione, come parrebbe a leggere la maggioranza della stampa occidentale. L’inchiesta Lava Jato, che ha scoperchiato quello che tutti sapevano – che la politica brasiliana fosse profondamente corrotta, compresi molti esponenti del PT – è, in realtà, servita come grimaldello per scassinare le istituzioni democratiche: Dilma, lontana da ogni accusa di corruzione, fu sottoposta a impeachment per fatti politici ridicoli – un uso invero illegale del rifinanziamento pubblico, una pratica consolidata da tutti i governi brasiliani, di qualsiasi colore; ed ora, dopo le minacce nemmeno tanto velate di un colpo di stato militare, Lula viene condannato da corti tutt’altro che imparziali, per supposti reati che non reggerebbero la prova di processi seri. La gogna mediatica e l’impegno della magistratura è tutta per il PT, mentre i vari esponenti della destra brasiliana, colpevoli di ben più gravi reati, sono lasciati in pace.

E’ la resa dei conti voluta dall’establishment, stanco di ingoiare bocconi amari e impaziente di riprendere leggi tutto