Ultimo Aggiornamento:
28 luglio 2018
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Argomenti

L'incerto destino delle forze tradizionali

Luca Tentoni - 28.07.2018

La crisi delle “famiglie politiche” tradizionali in Italia e in molti paesi dell'UE non consegnerà la maggioranza del prossimo Europarlamento ai partiti sovranisti, però - com'è stato dimostrato da alcune proiezioni - rafforzerà decisamente il ruolo dei soggetti "anti sistema". In Italia, l'opposizione (dalla quale escludiamo FdI, non solo per l'astensione nei confronti del governo Conte, ma per la consonanza che ha su molti temi con la Lega e con i movimenti della destra sovranista europea) è divisa e disorientata. Forza Italia è costretta a subire l'offensiva di Salvini (che sta sottraendo al partito del Cavaliere molti voti e sembra in grado di intaccare, alla lunga, gli stessi gruppi parlamentari azzurri), ma non può rispondere competendo sullo stesso terreno. Nè, d'altro canto, Berlusconi può puntare tutto sul PPE e sulla "ex nemica" Merkel (la quale, in patria, non sta vivendo un momento facile) e neppure su quella che era una caratteristica forte dell'elettorato italiano, l'europeismo (che però nel centrodestra è sempre stato più flebile che nel centro e nel centrosinistra). Altrove, le cose non vanno meglio: i modelli della sinistra potrebbero essere Corbyn e Sanchez, come a suo tempo lo fu Tsipras (senza contare Podemos o La France Insoumise, ancora meno avvicinabili alla realtà italiana), leggi tutto

Una riflessione personale sulla crisi politica italiana

Pasquale Pasquino * - 28.07.2018

Ferdinand Lassalle, il geniale creatore del movimento operaio tedesco, scriveva al padre, a dopo le elezioni in Prussia nel 1849:

«La situazione politica qui è tanto ridicola quanto interessante. Cretini da tutte le parti».

Sembra l’Italia di oggi.

 

Provo a fare un ragionamento politico, anche perché io non riesco ad andare in vacanza dalla politica, nemmeno l’estate.

Non si tratta di fare previsioni, ma di farsi delle idee.

Potrei dire: la situazione è confusa e non me la sento di dire niente. Ma a me sembra di capire almeno qualcosina. Magari sbaglio, ma è un rischio inevitabile per chi pensa.

Di Maio non può mollare Salvini perché per ora e per un bel po’ se lo molla si ritrova semplicemente all’opposizione, cioè liquidato. Salvini può sempre sperare in sondaggi che gli diano una maggioranza con la destra senza bisogno di Di Maio. Ma per ora non mi pare che questa maggioranza ci sia, con la legge elettorale in vigore. Finita la spinta propulsiva dell’anti-negher non è facile per la Lega conquistare seggi uninominali al sud di Roma.

Il PD come sappiamo per ora e chissà per quanto, non c’è. Il vecchio centro sinistra conserva un pacchetto di voti virtuali del 20% circa, ma è molto diviso fra leggi tutto

Il maxipartito del 60%

Paolo Pombeni - 25.07.2018

Secondo tutti i sondaggi la somma dei consensi ai due partiti al governo raggiunge il 60% di coloro che esprimono delle preferenze e manifestano l’intenzione di andare a votare. Per di più Lega e Cinque Stelle sembrano dividersi alla pari questo bacino di preferenze. Pur con tutte le cautele del caso (si tratta di opinioni espresse in un momento in cui le elezioni sono lontane) non è un dato da sottovalutare.

La prima ragione che dovrebbe far riflettere è che, almeno in teoria, non si tratta di partiti che hanno esattamente lo stesso approccio. Anzi sono due componenti piuttosto diverse per bacini di insediamento, per tipologia di personale politico, per riferimenti ideologici. Persino le promesse che hanno presentato in campagna elettorale erano differenti, con pochi punti di contatto, tanto che questa coalizione non era stata prevista. A tutt’oggi non pochi si ostinano a ritenere che la strana alleanza sia prossima a deflagrare, ma in verità al momento non se ne vedono i segnali.

Dunque cosa è successo? La spiegazione potrebbe essere banale: la voglia nel paese di liberarsi della vecchia classe dirigente era ed è più forte di ogni altra considerazione. E’ questa che fa percepire a più della metà del paese la soddisfazione di leggi tutto

Il PD in mezzo al guado

Luigi Giorgi * - 25.07.2018

Dopo il 4 marzo il centrosinistra e il Pd, si sono trovati (soprattutto quest’ultimo) di fronte alla necessità di ricostruirsi come capacità politica di intervento nella società. E come capacità di sviluppare una opposizione adeguata sia come strumento di competizione politica sia come strumento indispensabile di garanzia democratica del nostro assetto istituzionale.

Il Pd così com’è non riesce a riprendere il filo di una costruzione politica alternativa alla maggioranza, perché esiste un sostegno sociale, sostanziale e ancora troppo consistente, al governo, e perché esso non è ancora riuscito a elaborare una comprensione adeguata del cambiamento sociale sotteso al risultato elettorale del 4 marzo. La difficoltà per il Pd (ma tutto il mondo del centrosinistra così come lo abbiamo conosciuto) ha una cifra profonda e, come si dice, è contrassegnato da un complesso mutamento di “paradigma antropologico” che ha investito il corpo elettorale rimuovendo quei caratteri con cui si era abituati a leggere la società italiana e che nel suo farsi non è stato letto adeguatamente. Forse il dato maggiore su cui riflettere, per i dirigenti del Pd e per gli uomini e donne del centrosinistra, risiede proprio in questo. Il problema non è tanto il non riuscire, anche se non sempre occorre dirlo, a fare opposizione

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La centralità leghista

Luca Tentoni - 21.07.2018

Le prime settimane del governo giallo-verde presieduto da Giuseppe Conte sono state contrassegnate da un notevole attivismo dei due vicepresidenti del Consiglio, in particolare del leghista Matteo Salvini (ministro dell'Interno) ma anche - col "decreto dignità" - del pentastellato Luigi Di Maio (ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico). Mentre prosegue il dibattito che si è sviluppato su una possibile egemonia mediatica e tematica leghista sull'Esecutivo, in questa sede ci sembra più opportuno rispondere ad una domanda molto più semplice e netta: perché, col 17% dei voti (27-30% virtuali, secondo le intenzioni di voto espresse nei sondaggi) Salvini è oggi al centro della scena politica? Una prima risposta, quella che ha dato vita al dibattito fra gli osservatori politici, è che il leader leghista ha imposto la sua agenda ed è riuscito a non perdere il "posto in prima fila" sui giornali e sui social network neppure quando è stato il suo principale alleato di maggioranza a presentare e pubblicizzare gli atti di governo voluti dai Cinquestelle. Anzi, il leghista ha fatto a Di Maio quasi una "controscena" (prima affermando che il decreto sarebbe stato reso "più efficiente e produttivo" in Parlamento, poi usando i toni più duri nello scontro col presidente dell'Inps Boeri, dimostrando - all'occorrenza - di far valere leggi tutto

Populismo sovranista

Paolo Pombeni - 21.07.2018

Stefano Feltri ha scritto per Einaudi un libro assai stimolante: Populismo sovrano (pp. 140, € 12,00). Il tema è centrale di questi tempi e l’autore propone una analisi interessante da molti punti di vista: perché è argomentata e non cede a nessun tipo di sensazionalismo; perché prende per le corna quel toro molto aggressivo, ma altrettanto cangiante nell’aspetto che è il populismo.

 Il tema di fondo è quello centrale del costituzionalismo liberal-democratico: dove risiede il potere sovrano e come lo si può gestire. E’ chiaro che da un certo punto di vista abbiamo presente il cuore stesso del mito fondativo del costituzionalismo moderno: il sovrano non è più una “persona”, ma una “istituzione”, per dirla con una battuta non più il monarca, ma lo stato e infine la legge. Ma se questo è il punto di partenza la faccenda si è complicata da tempo, perché ad essere sovrano non è più la legge o lo stato, entità troppo “astratte” per rientrare nei canoni della democrazia, bensì “il popolo”.

Quel passaggio ha radici antiche, risale alle grandi Rivoluzioni, quella inglese di fine XVII secolo, poi quella americana con il “we the people” della dichiarazione di indipendenza, e infine quella francese. Da quel momento in avanti la possibilità di attaccare la sovranità risiedente leggi tutto

La strana crisi del PD

Paolo Pombeni - 18.07.2018

Qualche stupore dovrebbe pur suscitarlo la strana crisi in cui si sta dibattendo il PD. Nei termini della vecchia politica si dovrebbe dire che “è in atto un dibattito”, solo che il senso di questo dibattito sfugge a chi non sia appassionato alle lotte di corrente interne a quel partito.

Il tema più controverso sembra essere quanto in fretta si debba fare il congresso: secondo alcuni al più presto altrimenti il partito si suicida, secondo altri occorre darsi un tempo congruo per costruire una riflessione, ma comunque prima delle prossime elezioni europee. Ogni tanto nei talk show compare questo o quel capo corrente che parla di cose incomprensibili, così come i TG si danno da fare per raccogliere qualche dichiarazione: a parte quelle scontate contro il governo in carica (se no che opposizione sarebbe?) si sente al più parlare di “garanzie” che gli uni dovrebbero dare agli altri.

In realtà la prima questione che un ingenuo osservatore esterno pensa dovrebbe essere affrontata è quella di decidere come produrre un programma politico in grado di ricostruire una base di consenso che è andata perduta. Sempre ingenuamente si crederebbe che fosse opportuno individuare un gruppo di persone non solo in grado di farlo, ma con leggi tutto

Il Quirinale e la nuova maggioranza

Luigi Giorgi * - 18.07.2018

Il confronto/scontro fra il Presidente della Repubblica e le nuove forze della maggioranza di governo, consumatosi qualche tempo fa, relativamente alla formazione dell’Esecutivo, non rappresenta, a mio giudizio, qualcosa di episodico legato al nome di un semplice ministro. E non è collegato alle sole prerogative, stabilite dalla Costituzione, che il Presidente della Repubblica può e, in alcuni casi deve, per salvaguardare l’interesse nazionale, mettere in campo, relativamente alla scelta dei ministri. La dimostrazione che si tratti di qualcosa di più profondo è data anche dalle ultime vicende della nave “Diciotti” e da tutta la gestione che questo Esecutivo sta facendo della questione immigrazione con le relative problematiche.

Siamo di fronte, limitatamente alle tensioni con il Quirinale, come è stato notato da autorevoli commentatori, ad una crisi di sistema, che investe in pieno la figura, così come la disegna la Costituzione, del Capo dello Stato. Il problema infatti investe, a mio parere, non soltanto quelle prerogative costituzionali, che ho cercato, sommariamente, di indicare, ma la figura del Presidente nella sua globalità di ruolo e di capacità d’intervento al di là dell’attuale inquilino del Quirinale. In quanto, creando un clima di tensione con il Presidente si tende a mettere in discussione quello che esso rappresenta: leggi tutto

Politica e mass media: dalle passioni alle emozioni

Luca Tentoni - 14.07.2018

Nei precedenti interventi su Mentepolitica si è fatto riferimento all'estrema volatilità (per certi versi volubilità) che caratterizza una parte consistente dell'elettorato italiano. Fra le tante interpretazioni possibili del fenomeno (oltre alla mobilitazione permanente, figlia di una campagna elettorale ininterrotta e all'affermazione di "partiti del leader") c'è anche un fattore che insieme è tecnico, politico ed emotivo. Lo sviluppo dei social network e il loro utilizzo come arma di diffusione dei messaggi politici, ma anche di lotta fra partiti e leader (oltre che fra i supporters dei diversi schieramenti, incitati a lanciarsi in duelli virtuali "all'arma bianca" da una comoda tastiera di computer contro altri utenti, creando masse di manovra e acuendo fratture sociali e culturali già esistenti nel mondo reale) ha orientato lo stesso rapporto fra i soggetti politici e gli operatori dell'informazione ad adeguarsi a ritmi e a canoni comunicativi molto diversi rispetto al passato. La stessa crisi della carta stampata, il calo di attenzione dei lettori nei confronti di articoli lunghi, rendono ormai necessari messaggi brevi, diretti. Una buona battuta, uno slogan, un'invettiva sintetica sono molto più efficaci di discorsi ponderati, ricchi di contenuti, di idee, di progetti concreti. Accade un po' ciò che successe molti anni fa quando l'audience leggi tutto

Macron tra Versailles e l’Europa

Michele Marchi - 14.07.2018

Nel momento in cui numerosi sondaggi cominciano pericolosamente ad avvicinare il livello di gradimento di Emmanuel Macron a quelli decadenti di Nicolas Sarkozy e di François Hollande a quindici mesi dalla loro elezione, il presidente in carica parla alle camere riunite in congresso a Versailles.

Innanzitutto il calo di popolarità e di gradimento preoccupa per due ragioni principali. Da un lato perché le due “estreme”, cioè il Rassemblement National (di Marine Le Pen) e la France Insoumise (di Mélenchon) non sembrano recedere nelle intenzioni di voto in vista delle europee della prossima primavera. Dall’altro perché se l’elettorato di centro-destra (Les Républicains) che lo aveva votato al ballottaggio presidenziale tutto sommato continua a sostenerlo, quello socialista che lo aveva scelto al primo turno (preferendolo ad Hamon) e in maniera massiccia al ballottaggio (in funzione anti-Le Pen) sembra oggi scontento e tende ad abbracciare lo slogan del “président des riches”.

Un’altra precisazione va poi fatta in relazione alla scelta di parlare a Versailles. Dopo la riforma del 2008 la procedura è prevista dalla Costituzione revisionata (in precedenza il presidente della Repubblica poteva inviare messaggi alle Camere che dovevano essere letti non in sua presenza). Sarkozy e Hollande avevano utilizzato questa leggi tutto