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Argomenti

Chi l’ha visto? La scomparsa dell’ONU dallo scenario politico internazionale.

Francesco Lefebvre D’Ovidio* e Massimo Bucarelli** - 26.09.2015

Vari osservatori e studiosi hanno rilevato la straordinaria assenza dell’ONU nelle recenti crisi internazionali. I due esempi più recenti e a nostro avviso più rilevanti sono i seguenti:

a) la conclusione dell’accordo nucleare con l’Iran – il «Joint Comprehensive Plan of Action» firmato a Vienna il 14 luglio 2015 da «E3/EU+3: Cina, Francia, Germania, Federazione russa, Regno Unito e Stati Uniti, con l’alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza» con la Repubblica Islamica dell’Iran: l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’EU sembra aver preso il posto del Segretario Generale dell’ONU;

b) il fenomeno delle migrazioni di massa e dei rifugiati politici dai paesi dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente verso paesi membri dell’Unione Europea: campo tipico di competenza delle Nazioni Unite, ma sul quale non si è avuta occasione di ascoltare nessun intervento, suggerimento o iniziativa del Segretariato Generale o del consiglio di sicurezza. Un fenomeno, quello delle migrazioni e dei rifugiati, che, tra l'altro, è la diretta conseguenza dell’instabilità politica e della conflittualità interna di numerosi paesi, e che denota l’attuale incapacità dell’ONU di assolvere il suo compito principale: il mantenimento della pace nel mondo (cui sono dedicate le norme fondamentali della Carta delle Nazioni Uniti, quelle contenute nei capitoli VI e VII). leggi tutto

Facciamo i conti con il secessionismo in Catalogna

Luca Costantini * - 26.09.2015

Uno dei punti più discussi delle elezioni regionali di domenica in Catalogna è il carattere plebiscitario che i secessionisti hanno voluto dare alla votazione. Dopo aver celebrato una consultazione non ufficiale sull'indipendenza nel 2014, nella quale saggiarono il loro consenso - notevole sí, ma non maggioritario -, i separatisti hanno lanciato un listone formato da politici, membri dell'associazionismo catalano, personaggi del mondo calcistico e televisivo, cha ha come obiettivo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza in 18 mesi.

Artur Mas, l'attuale presidente regionale, sarà il numero 4 del listone, mentre un excomunista, Raul Romeva, apprezzato nel bacino elettorale più diffidente verso il separatismo, è il capolista. Quest’ultimo ha assicurato che in caso di vittoria lascerà la presidenza del governo regionale a Artur Mas, per favorire il «processo costituente», il cui obiettivo sarà la creazione di strutture di governo nazionali e incluso l’istituzione di un esercito, «qualora sia necessario».

A nessun giurista, analista o persona dotata di buon senso può sfuggire la forzatura del concetto di legittimità proposto dai separatisti catalani in questi mesi, secondo la quale con una semplice maggioranza nel Parlamento regionale si possa dichiarare l’ indipendenza. Sostenuti dai mass media locali (gli indipendentisti scozzesi si lamentarono dell’ostilità della BBC), il secessionismo ha cercato di diffondere l'idea che solo attraverso la separazione leggi tutto

Kosovo: “molto” di nuovo sotto il sole (tardo estivo)

Miriam Rossi * - 22.09.2015

È almeno dalla dichiarazione del 17 febbraio 2008 con cui il Kosovo si autoproclamò indipendente dalla Serbia, che lo scenario politico kosovaro non era così attivo, quasi a voler smentire l’avarizia di azioni politiche rilevanti che il mese di agosto generalmente riserva. Da quella data, le relazioni fra il governo di Belgrado e quello di Pristina, definite eufemisticamente “tese”, rimasero congelate e conferirono al Kosovo uno status ambiguo di Stato non totalmente indipendente. Le truppe militari internazionali della KFOR (Kosovo Force) restarono, seppur in numero limitato, per garantire la sicurezza del territorio anche a più di 15 anni dalla fine della guerra. Gli uomini della missione Eulex, sancita dall’Unione Europea proprio alla proclamazione dell’indipendenza del più giovane Stato del continente, giunsero allora sul territorio per coadiuvare le autorità kosovare nella costruzione dello stato di diritto del Paese. Centinaia di organizzazioni, governative e non, operano attivamente sul territorio sin dalla fine della guerra per sostenere e farsi carico di progetti di cooperazione internazionale che spaziano dall’istruzione/formazione, alla realizzazione di infrastrutture, alla salute pubblica, e all’inclusione sociale. E mentre i soldati vegliano sulla sicurezza, i tecnici di Bruxelles dispensano consigli su procedure amministrative e giuridiche, e gli operatori umanitari intessono relazioni e tentano di alleviare le difficoltà di una comunità frammentata, povera e senza chiari orizzonti, per anni i politici kosovari e i colleghi serbi sono stati a guardare, leggi tutto

Croazia, i rifugiati nel collo di bottiglia dei Balcani

Davide Denti * - 22.09.2015

Come temuto, è stato un weekend di sole, pioggia e paura per i profughi siriani, davanti ai quali si è chiusa la strada della rotta balcanica. Dopo l'inaugurazione del muro di filo spinato al confine serbo-ungherese e l'entrata in vigore di leggi draconiane nel paese magiaro (denunciate anche dall'UNHCR come "contrarie al diritto internazionale ed europeo"), il flusso di persone in fuga si è spostato a occidente. E il fallimento dei governi europei nell'accordarsi su un approccio comune all'accoglienza dei profughi, lo scorso giovedì, ha fatto sì che si chiudessero loro in faccia i confini della Mitteleuropa.

Dal 16 settembre, sono più di 25.000 i rifugiati e migranti che sono entrati nell'Unione europea attraverso il confine della Croazia, principalmente dal punto frontiera di Tovarnik. Le prime centinaia di profughi sono state trasferite via treno verso i centri d'accoglienza attorno a Zagabria, e da lì hanno proseguito con altri mezzi fino alla frontiera slovena, dove circa 700 persone restano in attesa di poter entrare nello spazio Schengen. La stazione di Tovarnik si è tuttavia presto sovraffollata, e treni e bus non si sono dimostrati sufficienti per facilitare il deflusso delle persone in transito, mentre le capacità di accoglienza del paese sono andate presto saturandosi. 

Il governo di Zagabria si è allora risolto a facilitare il transito diretto dei profughi, inviandoli via treno verso l'Ungheria, da dove potessero proseguire verso l'Austria, di fatto aiutandoli ad aggirare la barriera di Orban. leggi tutto

Ignazi e la spada di Brenno

Pasquale Pasquino * - 19.09.2015

Piero Ignazi su Repubblica del 12 settembre (con i complimenti di Scalfari) accusa il governo di usare la spada di Brenno nei confronti dell’opposizione interna al PD. La frase è retoricamente ad effetto, ma il vaevictis,alla quale essa fa allusione (così nell’episodio della storia romana che narra Livio), non è altro che “una frase ad effetto”. Per il momento non ci sono né vincitori né vinti nella battaglia per la riforma del bicameralismo. Ma solo tentativi di mediazione da parte del governo che gli oppositori nel partito di maggioranza rifiutano sistematicamente.

Renzi, alla differenza di più illustri predecessori, da Togliatti a Longo, non ha espulso nessuno dal PD. Si è limitato a vincere le primarie, che lo avevano opposto a Bersani, Cuperlo e Civati, ed ha accettato l’incarico datogli da Napolitano per condurre in porto le riforme che il paese attende da anni. Una vittoria, quella alla segreteria del partito, che la “ditta” non ha mai digerito. Non ha espulso nessuno nonostante che la sinistra radicale abbia trattato il segretario del partito come un nemico politico.

Quello peraltro che non convince dell’articolo di Ignazi sono gli esempi che egli trae da una affrettata analisi di politica comparata al fine di persuadere il lettore che il governo italiano è fatto di politici feroci (per esempio il ministro Maria Elena Boschi ?), a differenza dei chierichetti delle altre grandi democrazie europee. leggi tutto

Gran Bretagna: turn left ?

Paolo Pombeni - 17.09.2015

Alla notizia dell’elezione di Corbyn alla guida del Labour Party mi sono ricordato di una vignetta che comparve al tempo della rottura della dissidenza di sinistra del Labour nel 1950-51. Ritraeva Bevan, Wilson, Tiratsoo vestiti da scolaretti che ad un incrocio si imbattevano nel classico cartello turn left (svoltare a sinistra). Anche allora prese piede la leggenda che si erano perse le elezioni del 1951 perché non si aveva avuto il coraggio di spingere la politica del governo laburista abbastanza a sinistra (il partito aveva preso più voti in termini assoluti, ma aveva vinto un minor numero di collegi rispetto ai conservatori).

Il risultato di allora fu che i conservatori arrivarono al potere e se lo tennero per tredici anni. “Tredici anni buttati via” dirà poi la propaganda di Wilson (nel frattempo divenuto molto più tiepido circa le sue antiche posizioni di sinistra) quando nell’ottobre 1964 riportò finalmente i laburisti al governo. Continuò così la serie degli spostamenti del Labour Party tra una posizione sostanzialmente centrista quando era al potere o aveva chance di andarci ed una orgogliosamente di sinistra alternativa quando quell’orizzonte era precluso: ricordarsi dei tempi del lungo regno della Thatcher, neppure scalfita dai furori ideologici di Michael Foot (che peraltro era un intellettuale di notevole spessore). Il pendolo riprese la sua corsa opposta con Blair e il “New Labour” rappresentò la rinnovata proposta di un partito di sinistra che voleva competere con i conservatori non come partito “sectional”, ma come partito della nazione. leggi tutto

Damasco, Istanbul, Berlino

Massimiliano Trentin * - 15.09.2015

"La Siria è finita. Non c'è più un posto chiamato Siria": queste le parole sconsolate di un profugo siriano di Damasco intervistato dall'inviato della BBC. Padre di quattro figli, è giunto sulle sponde dell'isola greca di Lesbo ed è ora diretto ad Atene e da lì nel resto d'Europa. Forse non ancora tutto è perduto, e qualche brandello di Siria rimane non solo nei territori ma anche nei progetti dei siriani e di chi è loro vicino. Tuttavia, il dato politico di questi ultimi mesi è il peggioramento del conflitto nel Paese arabo la cui prova più lampante è la fine della speranza di molti siriani rifugiati nei Paesi vicini di poter rientrare a casa in tempi ragionevoli. Dopo oltre quattro anni di guerra civile e regionalee oltre 300 mila morti (le Nazioni Unite hanno smesso di tenerne il conto dalla fine del 2014); dopo, l'uso ormai provato di armi chimiche da parte dell'esercito siriano e dello Stato islamico;ed infine,dopo il radicamento delle formazioni salafite-jihadiste come principale forza militare di opposizione, non si può dare torto a chi decide che la "fuga" è la migliore strada percorribile, oggi.Le conseguenze del prolungamento del conflitto erano facili da prevedere. Ciononostante, la politica non ha voluto muoversi per tempo e ora stenta a farsene carico.

La guerra in Siria vede le parti in causa ancora incapaci di sferrare il colpo decisivo all'avversario e conquistare così l'intero "bottino". Nonostante la loro incapacità, proseguono ostinate nella strategia della vittoria totale, allontanando quel famoso "riconoscimento reciproco dello stallo" (mutuallyrecognizedstalemate) che è la base di ogni risoluzione politica di quei conflitti che sono impossibili da risolvere manu militari. leggi tutto

La crisi dei rifugiati e dei migranti. Quando la “generosità” è nemica del bene

Simone Paoli * - 15.09.2015

Qualunque siano state le ragioni, demografiche, economiche, politiche o morali, che hanno spinto la cancelliera tedesca Angela Merkel a dichiarare pubblicamente la volontà di accogliere i milioni di rifugiati in fuga dalla guerra civile siriana, la Germania e la stessa Europa pagheranno caro il prezzo di una scelta che, oggi, appare popolare ma che, domani, si rivelerà esiziale.

Pur senza sottovalutare il dramma umanitario che si sta consumando alle porte del nostro continente, la pura e semplice accoglienza non è e non può essere la risposta; al contrario, essa rischia di creare nuovi e, se possibile, più gravi problemi.

L’intellettuale francese Bernard-Henri Lévy, nell’intento di criticare e sferzare le coscienze europee, ha recentemente ricordato come Turchia e Libano si siano accollati, rispettivamente, due milioni e un milione di rifugiati siriani, mentre la pavida ed egoista Unione Europea sarebbe colpevolmente restia a accogliere e ridistribuire poche decine di migliaia di fuggiaschi.

Il parallelismo è quantomeno fuorviante.

Turchia e Libano, paesi certamente più affini dal punto di vista culturale e religioso alla Siria rispetto ai paesi membri dell’Unione Europea, sono paesi privi di un moderno welfare state e, per questo, paradossalmente meno vulnerabili all’impatto sociale dei flussi migratori.

Allo stesso tempo, pur avendo dovuto sopportare il peso maggiore dei flussi di rifugiati provenienti dalla Siria, essi non subiscono e, probabilmente, non dovranno subire, nelle stesse proporzioni dei paesi europei, leggi tutto

Elisabetta e Vittoria: due regine, due epoche

Giulia Guazzaloca - 12.09.2015

Il regno più lungo

 

La notizia è rimbalzata per giorni sui media di tutto il mondo, probabilmente assai di più di quanto la regina avrebbe gradito: nel pomeriggio del 9 settembre 2015 il regno di Elisabetta II è diventato ufficialmente il più lungo nella storia della monarchia britannica, avendo superato quello dell’antenata Vittoria rimasta sul trono per 63 anni e 217 giorni. Un altro dei tanti primati di Sua Maestà: Elisabetta è infatti attualmente il più anziano capo di Stato al mondo, nel 2007 era diventata la monarca britannica più longeva, essendo Vittoria morta all’età di 81 anni, e secondo un recente sondaggio del «Sunday Times» gli inglesi la ritengono il più grande sovrano che il paese abbia mai avuto.

A fronte delle tante celebrazioni, nei paesi del Commonwealth e non solo, delle migliaia di telegrammi e lettere arrivate da ogni parte del mondo, la regina ha preferito evitare cerimonie ufficiali ritenendole una mancanza di rispetto nei confronti dei suoi antenati; forse anche un modo per onorare la memoria di Vittoria, nota per la sua riservatezza. Business asusual, quindi, secondo una tipica massima britannica; e così, come previsto da mesi, nel giorno del «record» Elisabetta si è recata all’inaugurazione di un nuovo tronco ferroviario nella Scozia meridionale. Non si è trattato comunque di una scelta casuale, visto che i sentimenti indipendentisti degli scozzesi li hanno portati, nel referendum dell’anno scorso, ad un passo dalla separazione da Londra e alla vigilia della consultazione la sovrana si era spinta a chiedere al popolo della Scozia di «riflettere con grande attenzione» sul voto. leggi tutto

Non ci siamo mai sentiti così europei. Come mai?

Lorenzo Ferrari * - 12.09.2015
Tra i cittadini europei, il senso di appartenenza all'UE non è mai stato così alto come quest'anno. O meglio: non è mai stato così alto da quando l'Eurobarometro ha cominciato a interrogare l'opinione pubblica su questo tema, nel 2010. Secondo l'ultima indagine standard dell'Eurobarometro – condotta nel maggio di quest'anno e in corso di pubblicazione – il 67% del campione dichiara di sentirsi cittadino dell'UE, contro il 31% che non esprime questa sensazione. Cinque anni fa, le rispettive percentuali erano del 62% e del 37%. Per quanto riguarda i Paesi dell'eurozona, il senso di appartenenza all'UE dei loro cittadini è passato dal 66% nel 2010 al 71% nel 2015.
Quest'anno è anche la prima volta che il senso di appartenenza all'UE è condiviso dalla maggioranza dei cittadini in ogni singolo stato membro (con la parziale eccezione della Grecia, dove in primavera l'opinione pubblica era equamente divisa tra chi lo condivideva e chi no). Nel 2010, erano ben cinque gli stati membri in cui la maggioranza dei cittadini dichiarava di non sentirsi parte dell'UE: poco sorprendentemente, questo accadeva nel Regno Unito e nei Paesi di più recente adesione (Romania e Bulgaria), ma anche in Grecia e in Lettonia.
 
Eurobarometro standard n° 83 (primavera 2015)
 
La domanda posta dai ricercatori dell'Eurobarometro è “Senti di essere un cittadino dell'UE?”. Indagare sul sentimento di far parte dell'Unione europea è qualcosa di diverso dall'indagare sull'atteggiamento
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