Ultimo Aggiornamento:
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Argomenti

Croazia, i rifugiati nel collo di bottiglia dei Balcani

Davide Denti * - 22.09.2015

Come temuto, è stato un weekend di sole, pioggia e paura per i profughi siriani, davanti ai quali si è chiusa la strada della rotta balcanica. Dopo l'inaugurazione del muro di filo spinato al confine serbo-ungherese e l'entrata in vigore di leggi draconiane nel paese magiaro (denunciate anche dall'UNHCR come "contrarie al diritto internazionale ed europeo"), il flusso di persone in fuga si è spostato a occidente. E il fallimento dei governi europei nell'accordarsi su un approccio comune all'accoglienza dei profughi, lo scorso giovedì, ha fatto sì che si chiudessero loro in faccia i confini della Mitteleuropa.

Dal 16 settembre, sono più di 25.000 i rifugiati e migranti che sono entrati nell'Unione europea attraverso il confine della Croazia, principalmente dal punto frontiera di Tovarnik. Le prime centinaia di profughi sono state trasferite via treno verso i centri d'accoglienza attorno a Zagabria, e da lì hanno proseguito con altri mezzi fino alla frontiera slovena, dove circa 700 persone restano in attesa di poter entrare nello spazio Schengen. La stazione di Tovarnik si è tuttavia presto sovraffollata, e treni e bus non si sono dimostrati sufficienti per facilitare il deflusso delle persone in transito, mentre le capacità di accoglienza del paese sono andate presto saturandosi. 

Il governo di Zagabria si è allora risolto a facilitare il transito diretto dei profughi, inviandoli via treno verso l'Ungheria, da dove potessero proseguire verso l'Austria, di fatto aiutandoli ad aggirare la barriera di Orban. leggi tutto

Ignazi e la spada di Brenno

Pasquale Pasquino * - 19.09.2015

Piero Ignazi su Repubblica del 12 settembre (con i complimenti di Scalfari) accusa il governo di usare la spada di Brenno nei confronti dell’opposizione interna al PD. La frase è retoricamente ad effetto, ma il vaevictis,alla quale essa fa allusione (così nell’episodio della storia romana che narra Livio), non è altro che “una frase ad effetto”. Per il momento non ci sono né vincitori né vinti nella battaglia per la riforma del bicameralismo. Ma solo tentativi di mediazione da parte del governo che gli oppositori nel partito di maggioranza rifiutano sistematicamente.

Renzi, alla differenza di più illustri predecessori, da Togliatti a Longo, non ha espulso nessuno dal PD. Si è limitato a vincere le primarie, che lo avevano opposto a Bersani, Cuperlo e Civati, ed ha accettato l’incarico datogli da Napolitano per condurre in porto le riforme che il paese attende da anni. Una vittoria, quella alla segreteria del partito, che la “ditta” non ha mai digerito. Non ha espulso nessuno nonostante che la sinistra radicale abbia trattato il segretario del partito come un nemico politico.

Quello peraltro che non convince dell’articolo di Ignazi sono gli esempi che egli trae da una affrettata analisi di politica comparata al fine di persuadere il lettore che il governo italiano è fatto di politici feroci (per esempio il ministro Maria Elena Boschi ?), a differenza dei chierichetti delle altre grandi democrazie europee. leggi tutto

Gran Bretagna: turn left ?

Paolo Pombeni - 17.09.2015

Alla notizia dell’elezione di Corbyn alla guida del Labour Party mi sono ricordato di una vignetta che comparve al tempo della rottura della dissidenza di sinistra del Labour nel 1950-51. Ritraeva Bevan, Wilson, Tiratsoo vestiti da scolaretti che ad un incrocio si imbattevano nel classico cartello turn left (svoltare a sinistra). Anche allora prese piede la leggenda che si erano perse le elezioni del 1951 perché non si aveva avuto il coraggio di spingere la politica del governo laburista abbastanza a sinistra (il partito aveva preso più voti in termini assoluti, ma aveva vinto un minor numero di collegi rispetto ai conservatori).

Il risultato di allora fu che i conservatori arrivarono al potere e se lo tennero per tredici anni. “Tredici anni buttati via” dirà poi la propaganda di Wilson (nel frattempo divenuto molto più tiepido circa le sue antiche posizioni di sinistra) quando nell’ottobre 1964 riportò finalmente i laburisti al governo. Continuò così la serie degli spostamenti del Labour Party tra una posizione sostanzialmente centrista quando era al potere o aveva chance di andarci ed una orgogliosamente di sinistra alternativa quando quell’orizzonte era precluso: ricordarsi dei tempi del lungo regno della Thatcher, neppure scalfita dai furori ideologici di Michael Foot (che peraltro era un intellettuale di notevole spessore). Il pendolo riprese la sua corsa opposta con Blair e il “New Labour” rappresentò la rinnovata proposta di un partito di sinistra che voleva competere con i conservatori non come partito “sectional”, ma come partito della nazione. leggi tutto

Damasco, Istanbul, Berlino

Massimiliano Trentin * - 15.09.2015

"La Siria è finita. Non c'è più un posto chiamato Siria": queste le parole sconsolate di un profugo siriano di Damasco intervistato dall'inviato della BBC. Padre di quattro figli, è giunto sulle sponde dell'isola greca di Lesbo ed è ora diretto ad Atene e da lì nel resto d'Europa. Forse non ancora tutto è perduto, e qualche brandello di Siria rimane non solo nei territori ma anche nei progetti dei siriani e di chi è loro vicino. Tuttavia, il dato politico di questi ultimi mesi è il peggioramento del conflitto nel Paese arabo la cui prova più lampante è la fine della speranza di molti siriani rifugiati nei Paesi vicini di poter rientrare a casa in tempi ragionevoli. Dopo oltre quattro anni di guerra civile e regionalee oltre 300 mila morti (le Nazioni Unite hanno smesso di tenerne il conto dalla fine del 2014); dopo, l'uso ormai provato di armi chimiche da parte dell'esercito siriano e dello Stato islamico;ed infine,dopo il radicamento delle formazioni salafite-jihadiste come principale forza militare di opposizione, non si può dare torto a chi decide che la "fuga" è la migliore strada percorribile, oggi.Le conseguenze del prolungamento del conflitto erano facili da prevedere. Ciononostante, la politica non ha voluto muoversi per tempo e ora stenta a farsene carico.

La guerra in Siria vede le parti in causa ancora incapaci di sferrare il colpo decisivo all'avversario e conquistare così l'intero "bottino". Nonostante la loro incapacità, proseguono ostinate nella strategia della vittoria totale, allontanando quel famoso "riconoscimento reciproco dello stallo" (mutuallyrecognizedstalemate) che è la base di ogni risoluzione politica di quei conflitti che sono impossibili da risolvere manu militari. leggi tutto

La crisi dei rifugiati e dei migranti. Quando la “generosità” è nemica del bene

Simone Paoli * - 15.09.2015

Qualunque siano state le ragioni, demografiche, economiche, politiche o morali, che hanno spinto la cancelliera tedesca Angela Merkel a dichiarare pubblicamente la volontà di accogliere i milioni di rifugiati in fuga dalla guerra civile siriana, la Germania e la stessa Europa pagheranno caro il prezzo di una scelta che, oggi, appare popolare ma che, domani, si rivelerà esiziale.

Pur senza sottovalutare il dramma umanitario che si sta consumando alle porte del nostro continente, la pura e semplice accoglienza non è e non può essere la risposta; al contrario, essa rischia di creare nuovi e, se possibile, più gravi problemi.

L’intellettuale francese Bernard-Henri Lévy, nell’intento di criticare e sferzare le coscienze europee, ha recentemente ricordato come Turchia e Libano si siano accollati, rispettivamente, due milioni e un milione di rifugiati siriani, mentre la pavida ed egoista Unione Europea sarebbe colpevolmente restia a accogliere e ridistribuire poche decine di migliaia di fuggiaschi.

Il parallelismo è quantomeno fuorviante.

Turchia e Libano, paesi certamente più affini dal punto di vista culturale e religioso alla Siria rispetto ai paesi membri dell’Unione Europea, sono paesi privi di un moderno welfare state e, per questo, paradossalmente meno vulnerabili all’impatto sociale dei flussi migratori.

Allo stesso tempo, pur avendo dovuto sopportare il peso maggiore dei flussi di rifugiati provenienti dalla Siria, essi non subiscono e, probabilmente, non dovranno subire, nelle stesse proporzioni dei paesi europei, leggi tutto

Elisabetta e Vittoria: due regine, due epoche

Giulia Guazzaloca - 12.09.2015

Il regno più lungo

 

La notizia è rimbalzata per giorni sui media di tutto il mondo, probabilmente assai di più di quanto la regina avrebbe gradito: nel pomeriggio del 9 settembre 2015 il regno di Elisabetta II è diventato ufficialmente il più lungo nella storia della monarchia britannica, avendo superato quello dell’antenata Vittoria rimasta sul trono per 63 anni e 217 giorni. Un altro dei tanti primati di Sua Maestà: Elisabetta è infatti attualmente il più anziano capo di Stato al mondo, nel 2007 era diventata la monarca britannica più longeva, essendo Vittoria morta all’età di 81 anni, e secondo un recente sondaggio del «Sunday Times» gli inglesi la ritengono il più grande sovrano che il paese abbia mai avuto.

A fronte delle tante celebrazioni, nei paesi del Commonwealth e non solo, delle migliaia di telegrammi e lettere arrivate da ogni parte del mondo, la regina ha preferito evitare cerimonie ufficiali ritenendole una mancanza di rispetto nei confronti dei suoi antenati; forse anche un modo per onorare la memoria di Vittoria, nota per la sua riservatezza. Business asusual, quindi, secondo una tipica massima britannica; e così, come previsto da mesi, nel giorno del «record» Elisabetta si è recata all’inaugurazione di un nuovo tronco ferroviario nella Scozia meridionale. Non si è trattato comunque di una scelta casuale, visto che i sentimenti indipendentisti degli scozzesi li hanno portati, nel referendum dell’anno scorso, ad un passo dalla separazione da Londra e alla vigilia della consultazione la sovrana si era spinta a chiedere al popolo della Scozia di «riflettere con grande attenzione» sul voto. leggi tutto

Non ci siamo mai sentiti così europei. Come mai?

Lorenzo Ferrari * - 12.09.2015
Tra i cittadini europei, il senso di appartenenza all'UE non è mai stato così alto come quest'anno. O meglio: non è mai stato così alto da quando l'Eurobarometro ha cominciato a interrogare l'opinione pubblica su questo tema, nel 2010. Secondo l'ultima indagine standard dell'Eurobarometro – condotta nel maggio di quest'anno e in corso di pubblicazione – il 67% del campione dichiara di sentirsi cittadino dell'UE, contro il 31% che non esprime questa sensazione. Cinque anni fa, le rispettive percentuali erano del 62% e del 37%. Per quanto riguarda i Paesi dell'eurozona, il senso di appartenenza all'UE dei loro cittadini è passato dal 66% nel 2010 al 71% nel 2015.
Quest'anno è anche la prima volta che il senso di appartenenza all'UE è condiviso dalla maggioranza dei cittadini in ogni singolo stato membro (con la parziale eccezione della Grecia, dove in primavera l'opinione pubblica era equamente divisa tra chi lo condivideva e chi no). Nel 2010, erano ben cinque gli stati membri in cui la maggioranza dei cittadini dichiarava di non sentirsi parte dell'UE: poco sorprendentemente, questo accadeva nel Regno Unito e nei Paesi di più recente adesione (Romania e Bulgaria), ma anche in Grecia e in Lettonia.
 
Eurobarometro standard n° 83 (primavera 2015)
 
La domanda posta dai ricercatori dell'Eurobarometro è “Senti di essere un cittadino dell'UE?”. Indagare sul sentimento di far parte dell'Unione europea è qualcosa di diverso dall'indagare sull'atteggiamento
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FN e Francia cattolica: un fronte aperto

Michele Marchi - 10.09.2015

Pare che Marine Le Pen abbia attaccato, con l’obiettivo di distruggerlo, un altro muro. Questa volta si tratta di quello che si potrebbe definire l’“assioma di Rémond”. Il grande esperto di storia politica e storia religiosa, nonché abituale commentatore televisivo delle principali tornate elettorali francesi sino alla sua scomparsa nel 2007, ha sempre mostrato che le aree del Paese a maggiore densità di praticanti religiosi sono state quelle a minor penetrazione del voto FN. Insomma nella sempre più laica e secolarizzataFrancia (ma meglio sarebbe dire atea, dato che oltre il 60% si dichiara “senza religione”), la pratica cattolica ha agito da barriera di fronte all’avanzata del voto frontista. Il riferimento al passato è d’obbligo dato che la recente evoluzione potrebbe rendere obsolete le certezze espresse da Rémond e dai principali esperti di flussi elettorali transalpini.

In realtà il discorso è complesso ed è necessario fare un minimo di chiarezza non limitando l’analisi al solo dato elettorale. Si può comunque partire dall’elemento del voto per poi articolare meglio il quadro.

Le elezioni europee di maggio 2014 e quelle dipartimentali della scorsa primavera, hanno evidenziato l’apertura di non poche crepe nel cosiddetto cattolicesimo progressista francese. Alle europee due praticanti su dieci hanno scelto il FN. leggi tutto

Mercato unico digitale e frammentazione (2)

Patrizia Fariselli * - 05.09.2015

Come anticipato nel precedente articolo, nell’Unione Europea il contrasto tra frammentazione reale e mercato unico virtuale è evidente nel settore dell’economia digitale ed è rivelatore il caso della tassazione delle imprese americane che operano servizi digitali di rete (OTT) negli Stati membri.

In sostanza, imprese come Google, Apple, Amazon che hanno il loro quartier generale negli Stati Uniti (che sono un mercato unico), localizzano le loro filiali europee negli Stati che offrono loro trattamenti fiscali di favore (ad esempio Irlanda e Lussemburgo) e riconducono ad esse la formalizzazione dei contratti relativi alle attività che società locali svolgono nei singoli Stati europei. Recentemente, Apple è stata accusata dalla Procura di Milano di presunta evasione fiscale per non aver pagato all’Agenzia delle Entrate 879 milioni di Euro sulle vendite di Apple Italia destinate alla rete di distribuzione nazionale, sostenendo che la società residente in Italia è in grado di negoziare e decidere autonomamente i contratti e contestando che si tratti di un agente che opera per conto della società irlandese. Nel dicembre scorso il cancelliere Osborne ha manifestato l’intenzione di introdurre una tassa del 25% sugli utili generati nel Regno Unito dalle imprese che “deviano i profitti in altri Paesi con aliquote fiscali più basse”. La cosiddetta Google tax, tuttavia, leggi tutto

SLOVACCHIA: Rifugiati siriani? Prendiamo solo i cristiani, grazie

Davide Denti * - 03.09.2015

Il governo slovacco ha annunciato la sua partecipazione al programma europeo di ridistribuzione delle decine di migliaia di richiedenti asilo arrivati sul continente da Africa e Medio Oriente. Bratislava ha annunciato che avrebbe accettato di accogliere 200 rifugiati (la chiave di redistribuzione in base a PIL e popolazione, studiata dalla Commissione europea, ne prevedeva 319 per il paese carpatico). Un numero limitato, ma non è tutto: dovranno essere cristiani. “In Slovacchia non abbiamo moschee.” Per cui, secondo quanto dichiarato da un portavoce del ministero dell’interno slovacco al Wall Street Journal, “vogliamo solo scegliere i cristiani.

La guerra civile in Siria, in corso ormai da tre anni, e il consolidamento dell’ISIS tra Siria e Iraq, hanno fatto ormai più di 200.000 morti e più di 4 milioni di rifugiatila peggiore crisi umanitaria di questa generazione. Di questi, la maggior parte restano nei paesi limitrofi: Turchia, Libano, Giordania ne ospitano quasi un milione a testa. Gli altri hanno iniziato a spostarsi più lontano. La Germania ha appena annunciato di aver revisionato verso l’alto le stime dei richiedenti asilo in arrivo per il 2015: 800.000, il triplo dei 250.000 attesi – e l’ammontare maggiore dalla seconda guerra mondiale, leggi tutto