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Le elezioni dipartimentali francesi: ovvero l’importanza del “locale”

Michele Marchi - 21.03.2015
Elezioni dipartimentali 2015

Elezioni importanti le dipartimentali francesi di domenica 22 e domenica 29 marzo. Il voto costituisce un banco di prova da una molteplicità di punti di vista.

Si può partire da quello forse più scontato. L’intero elettorato francese (esclusi i parigini e gli abitanti di Lione che hanno già rinnovato in occasione delle elezioni municipali) è chiamato ad esprimersi a poco meno di tre mesi dai drammatici fatti di inizio gennaio. Senza trascurare il carattere locale dello scrutinio, sarà importante valutare il livello di partecipazione, così come i risultati del FN, che i sondaggi accreditano al 30%.

In secondo luogo siamo alla penultima consultazione elettorale prima del voto presidenziale del 2017. L’ultima chiamata si avrà con le regionali di fine anno. Dunque il 2015 costituisce l’ultimo anno elettorale prima del voto della tarda primavera del 2017. Hollande e il suo fino ad oggi stentato quinquennato si trovano sotto la lente dell’elettorato francese. Il Ps onnipotente del 2012 (Eliseo, Assemblée nationale, Senato, tutte le regioni tranne l’Alsazia, la maggioranza di comuni e dipartimenti), dopo il Senato e molti comuni, si prepara a nuove sconfitte anche sul fronte dei dipartimenti. Oggi la gauche guida 56 dipartimenti su 95 (in 49 il PS è solo alla guida). Averne persi venti dopo il 29 marzo significherebbe aver limitato i danni.

Prima di entrare nell’analisi più direttamente politica, è necessario soffermarsi un momento sulla dimensione storica ed amministrativa. Il voto delle prossime due domeniche riguarda l’unità amministrativa che ha attraversato indenne oltre duecento anni di storia transalpina, cinque regimi repubblicani e una quindicina di costituzioni. Più volte dato per morto, il dipartimento è sopravvissuto anche ai tentativi recenti di riforma territoriale, che hanno condotto ad un consistente accorpamento regionale (da 22 a 13), ma che hanno solo sfiorato l’unità dipartimentale. In tempi di Quinta Repubblica più volte la carica di consigliere generale (ora consigliere dipartimentale) è stata utilizzata da politici di spessore nazionale per ripartire dopo rovinose cadute. Mitterrand non eletto all’Assemblée nationale nel novembre 1958 ricominciò dal cantone di Montsauche (Nièvre) per poi farsi eleggere senatore. Giscard d’Estaing sconfitto nel 1981 si rilanciò l’anno successivo nel Puy-de-Dome. Per partire nella sua corsa verso l’Eliseo, Hollande nel 2008 utilizzò come trampolino la presidenza del consiglio generale della Corrèze. Non si devono poi trascurare le competenze amministrative del dipartimento. Ad oggi i consigli dipartimentali hanno ampi poteri di gestione territoriale, in particolare riguardo a scuole, viabilità e assistenza sociale. Ad aggiungere ulteriore importanza e se possibile incognite, domenica si vota per la prima volta con una nuova carta dei dipartimenti, ristrutturati al loro interno. L’unità del cantone ha subito un profondo ricompattamento. I cantoni sono stati ridotti della metà e si è cercato di equilibrarli nel rapporto estensione territoriale/abitanti. Infine le elezioni cantonali si svolgevano ogni tre anni e coinvolgevano ogni volta la metà dei dipartimenti. Da quest’anno si voterà ogni sei anni per tutti e 95 i dipartimenti.

Chiarito questo punto ci si può soffermare sui significati più direttamente politici del voto. Da questo punto di vista i soggetti da monitorare sono per semplificare tre.

Il voto del 22-29 marzo sarà prima di tutto un banco di prova per la coppia Hollande/PS. Da un lato il presidente si attende l’ennesima sanzione, ma non ha fatto mistero di considerare le regionali di fine anno la vera prova decisiva. Sia lui, sia il Primo ministro hanno ribadito che eventuali rimpasti di governo o addirittura avvicendamenti a Matignon sono rimandati al dopo voto regionale. Un basso profilo sicuramente da rivedere qualora dalla sconfitta attesa si passasse ad una debacle. Eventualità che alcuni sondaggisti tratteggiano. Se davvero si arrivasse ad un terzo dei candidati socialisti bocciati già al primo turno, per forza di cose sarà complicato minimizzare. Per quanto riguarda il PS la partita è oggettivamente determinante. Sia perché a giugno si svolgerà un teso congresso, nel corso del quale la dissidenza interna di sinistra potrebbe utilizzare l’esito negativo delle dipartimentali. Sia perché sembra profilarsi uno scenario “21 aprile 2002”: assenza di candidature unitarie di sinistra e conseguente eliminazione del candidato socialista dal secondo turno (in numerosissimi cantoni). Tale timore spiegherebbe anche la scelta dei vertici del partito e dello stesso Manuel Valls di drammatizzare e nazionalizzare lo scrutinio nelle ultime settimane, utilizzando il vecchio arsenale ideologico dell’antifascismo da opporre alla marea lepenista. L’obiettivo principale è quello di mobilitare un elettorato socialista propenso ad abbracciare un comodo astensionismo. I maligni aggiungono poi che la chiamata alle armi contro la minaccia populista del FN in realtà sia agitata strumentalmente (e machiavellicamente) dalla coppia Hollande-Valls in funzione anti-UMP e per puntare ad un ballottaggio 2017 Hollande-Le Pen.

Tale richiamo permette di ricordare che il voto dipartimentale è un banco di prova anche per l’UMP di Nicolas Sarkozy. A favore della destra repubblicana deve senza dubbio essere ascritto l’intenso lavoro svolto a livello locale per ottenere candidature unitarie destra-centro. Quasi ovunque UMP, UDI e Modem hanno stretto accordi e di conseguenza ad una sinistra frammentata si contrapporrà un centro-destra compatto. A questo indubbio punto di forza se ne devono contrapporre almeno due di debolezza. Da un lato il ritorno sulla scena politica di Nicolas Sarkozy non pare, al momento, aver innescato una vera e propria dinamica positiva. Inoltre la sua scelta di rispolverare lo slogan del FN-PS, cioè l’idea che un voto frontista al primo turno sia garanzia di elezione di un socialista al secondo, in realtà è teso ad esorcizzare un dato allarmante per la destra repubblicana, cioè un costante aumento della porosità tra elettorato UMP ed elettorato FN.

L’attenzione a questo punto non può che spostarsi proprio sulla creatura di Marine Le Pen. Il suo Front si accosta a questo voto locale se possibile con maggiori aspettative rispetto a quelle poi concretizzatesi nel trionfo alle europee del maggio 2014. Per Marine Le Pen quello di domenica è una sorta di secondo tempo dopo gli ottimi risultati locali delle municipali del marzo 2014. In fondo le europee sono dal 1984 lo scrutinio proporzionale fonte di successo quasi certo per il FN. Un’ulteriore avanzata del FN alle dipartimentali significherebbe che il Front sta anche diventando “local” e che il percorso di radicamento e di assunzione di responsabilità amministrative è in atto. Si consoliderebbero le basi per il terzo tempo delle regionali di dicembre, definitivo trampolino per l’attacco di Marine Le Pen all’Eliseo nel 2017. Il FN eleggerà molti consiglieri dipartimentali e sarà in vari contesti determinante nel cosiddetto “terzo turno”, quando cioè gli eletti dovranno a loro volta scegliere il presidente del consiglio dipartimentale. Sarebbe certamente un passaggio simbolico rilevante se il FN riuscisse ad ottenere la guida di uno o più dipartimenti. Nelle zone di forza del sud o dell’estremo nord l’ipotesi è, seppur complicata, non così remota. Di estremo interesse è poi osservare le candidature FN. La base sociologica è sempre più larga, i candidati giovani aumentano e diminuiscono gli identitari. Se il candidato FN tipo è oramai definibile “M.me et M. Tout le monde” (che tutti potenzialmente possono votare), in aree periurbane ed industriali si deve poi sottolineare che il FN è oramai il partito del “proletariato del settore privato”, quella ex-classe media impoverita, dimenticata e arrabbiata nei confronti della destra moderata e del PS.

Vi è infine un ultimo banco di prova, di natura più propriamente sistemica. Questo voto dipartimentale, seppur profondamente legato a dinamiche locali, potrebbe aprire le porte alla fine di quel bipolarismo (che Grunberg nel 2008 ha declinato come bipartitismo) così caratteristico del sistema quinto repubblicano. Il passaggio da una Francia bipolare ad una concretamente tripolare significherebbe rivedere, per i tre soggetti politici principali (a questo punto FN-UMP-PS), innanzitutto le loro strategie elettorali. La regola non scritta sino ad oggi era quella del primo turno per scegliere e del secondo per eliminare. L’ingresso stabile del FN in una contesa divenuta tripolare, imporrebbe un’inversione dell’approccio. Con il primo turno per eliminare (uno fra UMP e PS) e il secondo per scegliere. I sondaggi per domenica danno ovunque quasi per certo il passaggio del candidato FN al secondo turno (va al secondo turno chi supera il 12,5% dei voti sul totale degli iscritti). Se questo dovesse verificarsi e dovesse confermarsi un alto astensionismo, particolarmente spinto a sinistra, UMP e PS si giocherebbero le loro possibilità cercando di non essere eliminati al primo turno, con i socialisti in chiara posizione di debolezza.  

Non costerà quasi certamente il posto a Valls, ma il voto locale di questo inizio di primavera fornirà decisive indicazioni sull’evoluzione politica del Paese.

Per due domeniche il dipartimento sarà protagonista.