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L'ora dell'Europa
Per come pensa e scrive Vittorio Emanuele Parsi – ordinario di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, Accademico dei Lincei ed uno tra i più autorevoli politologi del nostro tempo – mi ricorda una definizione di cui mi aveva messo a parte Giulio Andreotti (anche se nello specifico riferita ad uno statista del 900): “usa più spesso e volentieri i sostantivi che gli aggettivi”. Significativamente un complimento perché Parsi esprime la rara capacità di andare al cuore dei temi che affronta e sui quali si misura con competenza e conoscenza indiscusse. Era stato così per ‘Titanic - Naufragio o cambio di rotta per l'ordine liberale’, e si conferma tale con altrettanta e forse più penetrante e mirata lucidità in questo libro “Contro gli imperi – Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale” edito nella collana Saggi Bompiani.
Quantomeno la consapevolezza di stringere i tempi per decollare con una presenza unita, forte, coesa dell’Europa è speculare al tambureggiante, imprevedibile incedere della politica estera di Trump in materia di alleanze e di difese strategiche comuni alle democrazie occidentali.
Se nella precedente riflessione Parsi considerava i pericoli di una lenta agonia dell’ordine liberale e del pensiero occidentale, pena l’inabissamento nell’irrilevanza geopolitica, in questo nuovo e recentissimo saggio leggi tutto
Una politica alla ricerca del colpo d'ala
Che viviamo ormai sospesi alla preparazione della prova elettorale del 2027 è una costatazione banale. Lo stanco e stiracchiato dibattito sulla riforma della legge elettorale ne è una prova, ma non è neppure l’elemento determinante. La questione centrale è che tutti i partiti sono alla ricerca del colpo d’ala che consenta a ciascuno di insediarsi stabilmente al centro della mente dell’elettore. Ma è un’impresa quasi disperata.
Ovviamente un governo che cerca la riconferma deve puntare ad offrire a chi lo vota dei vantaggi: tutt’altro che facile nelle attuali contingenze. La spiegazione è più che semplice. Soldi a disposizione sostanzialmente non ce ne sono, si è già raschiato il fondo del barile per contenere gli effetti immediati della crisi iraniana e nessuno sa se e quando quella crisi potrà trovare un allentamento o una soluzione. Certi piani anche coraggiosi della premier come quello per un incremento dell’edilizia popolare non convincono una popolazione abituata a considerare ogni programma politico più o meno come promesse da marinaio.
In questo contesto Giorgia Meloni ha provato a giocare una carta pesante: ha scritto alla von dee Leyen chiedendo alla UE autorizzazioni alla revisione dei vincoli di bilancio a fronte della crisi energetica. In caso di risposta positiva avrebbe a disposizione non solo i leggi tutto
Far politica nell'età dell'incertezza
Per chi si occupa di storia politica quel che sta succedendo in Gran Bretagna induce molte riflessioni. Per lunghi decenni il modello bipartitico del sistema inglese è stato considerato il meglio del costituzionalismo occidentale, il traguardo a cui dovevano puntare tutte le democrazie. Colpisce il triste tramonto del sistema fondato sull’alternanza fra i “tories” (il partito conservatore) e, dopo i liberali, il “labour” (erede della tradizione progressista, anche liberale). La tornata di elezioni amministrative ha mostrato un paese che passa dall’identificazione con i due partiti “storici” ad una frammentazione con molti soggetti nuovi e senza storia: il “Reform UK” di Nigel Farage populista di destra, un partito “verde” abbastanza confuso nelle sue proposte, il ritorno in scena alla grande dei nazionalismi in quello che doveva essere “il Regno Unito”, gli scozzesi, i gallesi, gli irlandesi, per non parlare di formazioni minori.
Perché val la pena di riflettere su quanto è accaduto in Gran Bretagna? Non certo per compiacere la moda di vedere dappertutto presunti venti di destra populista o di sinistra radicale che segnerebbero un tornante nella storia politica dell’Occidente, ma semplicemente per capire che la precedente organizzazione del quadro costituzionale attorno ad una competizione bipartitica, o almeno tendenzialmente tale, era frutto, leggi tutto
Titanic Europa
L’autore di questo lucido e impietoso saggio edito da Liberilibri - il giornalista e scrittore Giulio Meotti, storica firma de ’Il Foglio’ – ad un certo punto della sua introduzione definisce “l’Unione europea … una nave alla deriva senza motore, timone e bussola, con un equipaggio sull’orlo dell’ammutinamento e ignara che il capitano ha un flute di champagne in mano mentre il Titanic affonda. La metafora del Titanic che si inabissa è ricorrente nella considerazione del Vecchio continente come possibile naufragio nel più ampio contenitore del mondo occidentale, considerando le derive storiche e quelle più attuali dove si evidenziano dinamiche involutive alle quali non si riesce a metter mano, quasi si trattasse della lenta agonia che porta ad un destino già scritto. Ben altre erano le premesse dopo la seconda guerra mondiale, il progetto volgeva lo sguardo ad una Comunità di Stati che salvaguardando le tradizioni identitarie nazionali costruisse una realtà politica, istituzionale e organizzativa che le trascendesse in nome di un interesse superiore e condiviso.
Secondo Meotti l’Europa assomiglia ancora oggi (e forse più di ieri) ad una “Eutopia”, una sorta di immaginifica rappresentazione di un luogo ideale di pace e benessere a cui si aspira e che ci si prefigge di costruire: leggi tutto
Minacce nucleari
Nel suo periodico magazine “Nota diplomatica” il saggista e politologo James Hansen – citando i dati desunti da “Global Military Forces Database & Intelligence Platform” - esplora lo stato delle dotazioni nucleari dei 9 Paesi che nel 2026 sono in possesso di questa terribile arma di distruzione di massa *.
L’ arsenale complessivo di queste potenze mondiali dotate dell’atomica è stimato dunque in circa 12.100 testate nucleari. Va considerato tuttavia che non tutte sono “pronte all’uso”: in particolare in ogni Paese che fa parte di questa sinistra classifica il numero delle testate in dotazione è superiore al numero dei vettori che potrebbero lanciarle, inoltre occorrerebbe approfondire quante di queste armi sono effettivamente pronte all’uso.
James Hansen stesso – sempre attento ai dati e alle informazioni - evidenzia che all’incirca 9.600 dovrebbero essere in ‘stoccaggio’, 3.900 pronte all’impiego e circa 2.100 in stato di allerta, cioè pronte al lancio.
Se ricordiamo gli effetti delle due bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki rispettivamente il 6 e il 9 agosto 1945 – che causarono più di 200 mila vittime oltre alle persone sopravvissute ma colpite dalle radiazioni – possiamo immaginare le conseguenze che, a distanza di 80 anni e con mezzi sempre più sofisticati per potenza e gittata, provocherebbero i lanci incrociati di ordigni nucleari dalle rampe di lancio di Paesi in conflitto
L'Europa e Trump
I fuochi pirotecnici di Trump continuano a costituire una grossa incognita per il futuro degli stati europei, sia come singoli, sia come associati nella UE. Interpretare le uscite del presidente americano è un’impresa pressoché impossibile, tanto sono in continuo cambiamento e contraddittorie fra loro (fino al punto da far sospettare sulla sua salute mentale…). Tuttavia i leader europei devono di necessità fare i conti con questo inaspettato politico a cui si potrebbe applicare il ritratto feroce che venne fatto per Bismarck: un giocoliere con tre palle di cui una sempre in aria.
Per chi governa il problema è come affrontare il rapporto con un personaggio che sta distruggendo i rapporti con l’Europa e non si capisce bene a qual fine. Indubbiamente interpreta un sentimento isolazionista che in America è sempre esistito e che oggi, anche per i tempi di crisi globale che stiamo affrontando, guadagna un maggiore consenso fra quella parte di popolazione che è incerta sul proprio futuro. Tuttavia per lisciare il pelo a questi sentimenti non ci sarebbe bisogno di spingersi in scontri che non hanno un senso compiuto.
Prima la politica folle sui dazi (rientrata abbastanza rapidamente, ma la cui ripresa è continuamente minacciata), poi la pretesa di annettersi la Groenlandia dove leggi tutto
Un mondo sempre più in tensione
L’aveva detto Mattarella nel suo messaggio di fine anno: “il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante [sottolineiamo il termine] il rifiuto di chi la nega perché si sente il più forte”. Ciò senza sorvolare sul fatto che “abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale” e che “siamo in tempo in cui tutto diventa globale e interdipendente”. Nel precedente discorso agli ambasciatori aveva anche sottolineato come “l’epoca di transizione in cui ci troviamo presenta pericoli che dobbiamo saper tempestivamente riconoscere” e “a stagliarsi all’orizzonte c’è il rischio di un generale arretramento della civiltà”.
Quel che è successo in Venezuela il 3 gennaio colora drammaticamente le considerazioni del nostro Presidente. Siamo infatti di fronte ad un nuovo capitolo di quel ritorno all’imperialismo come cultura dominante nelle relazioni internazionali che è stato il cruccio di tutti gli osservatori nell’anno appena concluso.
Si tratta, dobbiamo dirlo, di una tematica estremamente difficile da dominare che la rincorsa agli slogan ad effetto che dominano nella comunicazione dei politici e nelle analisi dei talk show non aiuta certo a capire.
C’erano già due scenari molto complicati. Il primo era la questione ucraina dove il mese scorso si è continuato leggi tutto
L’Italia e la questione ucraina
Siamo in una settimana molto importante, se non decisiva, per quanto riguarda il ruolo dell’Europa (e dunque anche dell’Italia) nella questione ucraina. Si sa che Trump vorrebbe, per ragioni di immagine, poter festeggiare il Natale con un accordo che metta fine alla guerra guerreggiata, ma constatiamo che non sembra facile dal momento che Peskov, il portavoce di Putin, ha affermato una volta di più che la Russia vuole la pace e non si accontenta di una tregua, cioè di un cessate il fuoco. Se questo continuasse a significare che lo zar vuole la vittoria alle sue condizioni, non ci sarebbe molto da sperare, ma siccome si fanno filtrare speranze per dei passi avanti nei negoziati e lo dice anche Trump può anche darsi che qualcosa si stia muovendo.
Certamente c’è una atmosfera da fiato sospeso in vista del Consiglio europeo del 18-19 dicembre. A Berlino sono in corso negoziati che coinvolgono sia gli americani che gli ucraini sotto l’egida dei volonterosi che questa volta vedono presente anche la nostra Presidente del Consiglio. I messaggi di speranza lanciati dai vari interlocutori prima e durante l’incontro serale del 15 dicembre possono far parte della liturgia diplomatica, che non vuole diffondere pessimismo specie in un leggi tutto
USA, Europa, Italia
In quel gioco di specchi che è diventata al momento la politica internazionale ci si interroga sul peso da dare al documento programmatico dell’amministrazione americana che prova a disegnare il futuro della sua politica estera scagliandosi con violenza con l’Europa. Come era da aspettarsi questo accende un dibattito anche nella nostra vita politica, considerando le sue incertezze e le scelte pro Trump della presidente Meloni.
Ma andiamo con ordine. Quanto al significato del documento americano ci sono fra gli osservatori pareri contrastanti. Se tutti sottolineano il tributo che esso paga alle mode della destra statunitense, il mondo sbrigativamente etichettato MAGA, per cui vanno messi nel conto eccessi retorici, ci si divide se considerarlo un piano che riflette andamenti reali o un manifesto retorico che è più che altro destinato a mandare messaggi provocatori a vari interlocutori. A nostro modesto avviso le due interpretazioni non si eludono a vicenda, ma sono integrate.
La storia delle relazioni internazionali contiene non pochi esempi di documenti di quel tipo che hanno sbandierato una linea abbandonata in seguito per adeguarsi al contesto delle forze e delle tensioni in campo. Avverrà così anche questa volta, soprattutto se i messaggi subliminali mandati a vari interlocutori andranno o non andranno leggi tutto
Europa e Italia nella crisi internazionale
Sebbene i travagli dei partiti dopo la prima tornata delle regionali e in attesa della seconda a fine novembre non siano di poco conto, a determinare l’andamento della politica italiana saranno molto di più le crisi internazionali che sono ancora lontane dal trovare una soluzione. La gente magari fatica cogliere questo passaggio convinta tanto il nostro Paese quanto l’Europa siano soggetti marginali in ciò che sta avvenendo. È così, se si pensa solo al tavolo di regia delle crisi, ma non lo è se si considera che quanto avverrà avrà riflessi su una pluralità di ambiti.
Gestione delle politiche del commercio internazionale a cominciare dai dazi, impulso o depressione alle politiche economiche che possono venire da situazioni post belliche che richiederanno investimenti, spese più o meno accentuate per fronteggiare i nuovi imperialismi e le loro espansioni, tutto questo avrà ricadute anche non banali sui bilanci degli stati europei e su quello della UE. E non parliamo dei turbamenti che essi trasmettono nelle opinioni pubbliche e che mettono alla prova la tenuta dei governi toccando la gestione degli equilibri sociali nonché di quelli tra le forze politiche (peraltro già precari).
Per l’Europa il conflitto più impattante è indubbiamente quello russo-ucraino, nonostante le opinioni pubbliche leggi tutto


