Ultimo Aggiornamento:
17 gennaio 2018
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Argomenti

I tweet di Putin e il lungo telegramma di Kennan: la politica estera russa e la tradizione sovietica

Daniela Vignati * - 06.01.2018

Le rivelazioni dell’ex vice Presidente statunitense Joe Biden a proposito delle presunte iniziative della Russia a sostegno del no al referendum costituzionale italiano del dicembre 2016,e di quelle che si appresterebbe a intraprendere per influenzare il voto alle prossime elezioni politiche,hanno di recente portato al centro del dibattito anche nel nostro Paese una questione con cui gli osservatori internazionali si stanno confrontando da tempo. La denuncia delle azioni russe che Biden ha affidato alle pagine dell’autorevole rivista Foreign Affairs si somma all’allarme suscitato a fine novembre dalle indiscrezioni pubblicate dalla stampa britannica circa un supposto coinvolgimento russo nella campagna per la Brexit: servendosi di account fittizi e degli strumenti che consentono la produzione seriale di tweet e post, la Russia avrebbe – secondo fonti riservate – contaminato il dibattito pubblico in Gran Bretagna con l’obiettivo di orientare almeno parte degli elettori a favore dell’uscita dall’Unione Europea; conferisce inoltre maggiore autorevolezza – oltre che ai solidi indizi a proposito di analoghe interferenze russe nel voto che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca – ai sospetti affacciati negli ultimi mesi circa il supporto che la Russia avrebbe fornito tramite i medesimi canali alle forze populiste di Marine Le Pen leggi tutto

Il summit di Parigi sul clima (One Planet Summit): deboli barlumi d'Europa

Raffaella Gherardi * - 03.01.2018

A differenza del ventitreesimo appuntamento della Conferenza internazionale sul clima, (COP 23), conclusasi a Bonn il 18 novembre e passata pressoché sotto silenzio nei grandi media nazionali e internazionali, il summit di Parigi del 12 dicembre, convocato in occasione del secondo compleanno degli Accordi di Parigi sul clima, ha senz'altro avuto incomparabile risalto. Preannunciato da Macron, già a margine del G20 di luglio ad Amburgo, il Presidente francese ha attentamente curato la regia dell'evento, fin dal fortunato slogan proposto quale elemento distintivo dello stesso: Make our Planet Great Again. Alla celeberrima invocazione, variamente declinata da Trump, sul rendere di nuovo l'America grande (Make America Great Again), (in aperto spregio anche agli impegni sottoscritti a Parigi sul clima, due anni fa, da Obama), Macron ha contrapposto efficacemente,  anche dal punto di vista mediatico, la grandezza dell'intero pianeta, quale obiettivo da raggiungere da parte di quei paesi, e di tutte quelle istituzioni interne e internazionali e della intera società civile, che riaffermano  la improcrastinabile necessità di  lanciare e attuare urgentemente nuove azioni sul piano del cambiamento climatico e di un concreto sostegno alle stesse innanzitutto sul piano finanziario. Promosso dalla Francia, il vertice in questione si è tenuto del resto anche sotto l'egida delle Nazioni Unite leggi tutto

La politica estera francese ai tempi di Macron

Daniele Pasquinucci * - 20.12.2017

Dall’ascesa di Emmanuel Macron all’Eliseo, la Francia e il suo presidente sono stabilmente al centro dello scenario globale. Una sintetica rassegna delle principali iniziative in campo internazionale del nuovo presidente testimonia lo sforzo di restituire a Parigi – su basi nuove rispetto alle esperienze di Sarkozy e Hollande - il ruolo di capitale politico-diplomatica. L’iperattivismo del nuovo inquilino dell’Eliseo non pare semplicemente frutto di una concezione Jupitérienne della presidenza, se con l’aggettivazione si intende segnalare un’inclinazione egotista; al contrario, esso pare basato su unpensiero politico-culturale che (al di là del giudizio che se ne vuol dare) è teso a legare strettamente i piani nazionale e internazionale, come parte di una risposta alla crisi dei sistemi democratici occidentali. Macron si autorappresenta come un leader mondiale, che naturalmente non si dimentica di essere francese – anzi, non solo agisce anche a protezione dei concreti interessi del suo paese, ma interpreta quel ruoloin quanto vuole salvare la democrazia in Francia. Una sua intervista concessa nel 2015aiuta a capire questo passaggio. In essa, egli parlava di un senso di incompletezza della democrazia, e continuava affermando che nella politica d’oltralpe c’era un’assenza, rappresentata dalla figura del re, la cui morte i francesi in realtà non avrebbero mai voluto. leggi tutto

Niente complotti, ma uno scontro europeo

Michele Iscra * - 09.12.2017

L’uscita del libro di Roberto Napoletano, Il Cigno nero e il Cavaliere bianco. Diario italiano della grande crisi, pubblicato da La Nave di Teseo, ha già suscitato molto interesse nelle anticipazioni che sono state date da giornali e TV. Giornalista che ha vissuto intensamente l’ultimo decennio che ha visto l’Italia misurasi con il terremoto di una crisi economica di portata inusitata, Napoletano dalla sua posizione peculiare di direttore de “Il Messaggero” prima e de “Il Sole 24 Ore” poi ha fatto qualcosa di più che osservare e analizzare questo passaggio drammatico e decisivo: è stato al centro di una rete di contatti con molte figure chiave di quei frangenti difficili ed ha dovuto costruire una linea di interpretazione di quegli eventi critici sia con i suoi editoriali sia coordinando gli interventi di opinionisti e giornalisti che chiamava ad animare le pagine dei giornali.

Questo libro è il compendio di quanto ha per così dire appreso in quegli anni e al tempo stesso è, se ci si consente l’espressione, la “messa in ordine”, ormai uscito dal fuoco della prima linea giornalistica, di quanto aveva accumulato. Si sbaglierebbe infatti a considerare questo denso volume come semplicemente una raccolta di confidenze autorevoli e di pensieri nati sull’onda di quegli scambi. leggi tutto

Russia, fakenews e democrazia.

Nicola Melloni * - 06.12.2017

La democrazia occidentale è sotto attacco: no, non sono (solo) i terroristi islamici e gli immigrati (Minniti dixit), non sono di certo le banche e le diseguaglianze. A sentire un sempre maggior numero di politici e giornalisti, la crisi dell’Occidente è figlia dei cyber-attacks della Russia e delle cosiddette fakenews. Ci sarebbero i russi dietro l’elezione di Trump, la Brexitla secessione catalana e, si parva licetil fallimento del referendum costituzionale in Italia.

Cerchiamo innanzitutto di capire di cosa stiamo parlando. La Russia è accusata di un insieme generico di comportamenti leciti, semi-leciti e, talora, illegali atti a influenzare i comportamenti degli elettori.

Il problema ha assunto prominenza durante le elezioni presidenziali americane, quando alcune email di Hillary Clinton furono hackerate e rese pubbliche. Al momento non esiste nessuna prova concreta – anche se molti ragionevoli sospetti – che ci fosse il Cremlino dietro l’operazione. Quel che però è importante sottolineare è che, in questo caso, non stiamo parlando di fake news. Le email della Clinton erano vere.

A questo supposto atto di spionaggio sono poi seguite molte accuse di interferenza nei processi democratici di altri stati. I russi avrebbero – ed il condizionale è d’obbligo – disseminato notizie fasulle attraverso i social networks usando accounts finti e giocando leggi tutto

La Conferenza internazionale sul clima (COP 23): cercasi notizie.

Raffaella Gherardi * - 29.11.2017

È davvero impresa assai ardua per chi si affida alla informazione dei media tradizionali, (e non ama o non può rincorrere in rete siti e blogger di varia natura, in questo caso occorre indirizzarsi a quelli di orientamento tendenzialmente "ambientalistico"), fare il punto sui risultati di COP 23, recentemente conclusasi a Bonn (18 novembre) e tenutasi sotto la presidenza delle Isole Fiji. Questo ventitreesimo appuntamento annuale della Conferenza delle Parti (COP), nata dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, (UNFCCC: United Nations Framework Convention on Climate Change), ha avuto un impatto mediatico incomparabilmente minore rispetto ai due ultimi appuntamenti precedenti: COP 21 (Parigi: dicembre, 2015) e COP 22 (Marrakech: novembre 2016).  L'importanza dell' Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, (accordo avente carattere universale  e giuridicamente vincolante, approvato da 195 paesi, a conclusione di difficili negoziati, durati più di una decina d'anni e contenente misure per limitare il riscaldamento globale), era stata sottolineata dai media di tutto il mondo e considerata fra gli eventi di primo piano su scala globale. L'evento inoltre aveva visto l'attenzione mediatica ulteriormente ampliata per aver avuto luogo, fra imponenti misure di sicurezza,  nella Parigi che, poche settimane prima, era stata teatro di uno dei più sanguinosi attacchi terroristici di matrice islamista verificatisi in Europa. leggi tutto

Ad Amartya Sen il Premio Skytte per le scienze sociali a quasi vent’anni dal Nobel

Mattia Baglieri * - 29.11.2017

A quasi vent’anni dal Nobel per l’economia da parte della Banca centrale svedese (1998), ancora un riconoscimento importante per l’economista indiano Amartya Sen da parte della Svezia. È stato infatti assegnato proprio al professore di Economia e filosofia politica dell’Università di Harvard il Premio Johan Skytte dell’Università di Uppsala, uno dei riconoscimenti più ambiti nell’ambito delle scienze politiche e sociali che annovera tra i suoi più importanti vincitori studiosi del calibro di Robert Dahl, Juan Linz e Arend Lijphart.

La relazione tra etica ed economia, l’elaborazione di un indice econometrico dello sviluppo umano (lo Human Development Index), l’approccio delle capacità e la relazione tra identità e violenza sono i temi più importanti cari alla riflessione seniana degli ultimi quarant’anni che ha reso Amartya Sen uno dei più vivaci maestri del pensiero della contemporaneità. L’economista bengalese è nato nel 1933 a Santiniketan, all’interno del campus universitario di Visva Bharati, fondato dal poeta e pensatore Tagore, uno tra i centri di eccellenza per la formazione al libero pensiero nel subcontinente indiano. Nel 1951 Sen si laurea in economia a Calcutta e nel 1953, da poco sfuggito ad una grave malattia, vince una borsa di studio presso il Trinity College di Cambridge che diventerà l’alma mater in cui egli approfondirà la dimensione leggi tutto

Italia: la Germania ci insegna qualcosa?

Paolo Pombeni - 22.11.2017

I meno giovani ricorderanno tutto il gran discorrere che si fece a metà anni Settanta sul tema se l’Italia aveva davanti a sé lo stesso destino della Repubblica di Weimar. Il “modell Deutschland” fu ampiamente dibattuto, ma poi tutto finì in una bolla di sapone: il nostro terrorismo fu sconfitto, la conflittualità sociale riportata in termini normali, i partiti incapaci di gestire il paese sembrano ritrovare durante gli anni Ottanta qualche capacità di guidare la situazione.

Poi tutto cambiò e di paralleli con la Germania, né con quella storica né con quella contemporanea, si parlò più. Semmai ci fu qualche propensione a considerare il sistema politico tedesco degno di grande considerazione visto che aveva superato la prova della riunificazione e governava una nazione in continua espansione. Il suo sistema elettorale venne considerato del massimo interesse tanto che, pasticciandolo un bel po’, lo si voleva adottare anche da noi.

Visto come si sta evolvendo la situazione dopo le elezioni tedesche di fine settembre ci si sta buttando sul versante opposto a dire che quel sistema non funziona e che la Germania non può più dare lezioni a nessuno. Eppure, per certi versi almeno, i problemi che ha oggi la politica tedesca leggi tutto

L’accordo UE - Turchia sui rifugiati: la disfatta della realpolitik europea

Carola Cerami * - 22.11.2017

Nel corso del 2015, a fronte di un’imponente ondata migratoria proveniente dal Vicino/Medioriente e diretta verso le coste europee, il ruolo geopolitico e strategico della Turchia, acquisìper i paesi europei un rinnovato interesse. La Turchia apparve agli europei il luogo più adatto per accogliere oltre tre milioni di profughi siriani e ridurre drasticamente gli arrivi di profughi in Europa. Così, dopo quasi un decennio di relativa stagnazione nei rapporti UE - Turchia, l’emergere di nuove ‘priorità di collaborazione’, spinsero verso un rilancio complessivodel processo di integrazione della Turchiain Europa(nonostante i controversi sviluppi della politica interna turca).Questa linea politica dettata da principi di realpolitik, venne espressa al Vertice UE - Turchia del 29 novembre del 2015. Lo scopo centrale fu l’attuazione di un accordo di collaborazione per frenare l'arrivo di rifugiati dal Vicino/Medio Oriente, in cambio di aiuti economici. L'UE si impegnò a finanziare un piano d'azione comune con l’obiettivo di contenere i flussi migratori; impedire i viaggi dalla Turchia verso l'UE e procedere al rimpatrio rapido nei rispettivi paesi di origine. La Turchia in cambio chiese di completare il processo di liberalizzazione dei visti e di riaprire i negoziati per il processo di adesione della Turchia in Europa.Il 18 marzo del 2016 con la cosiddetta Dichiarazione leggi tutto

Una “rifondazione socialdemocratica” inizia da Bruxelles?

Giovanni Bernardini - 08.11.2017

Una buona notizia, che dovrebbe far piacere a chiunque abbia a cuore le sorti pericolanti del sano confronto politico in Europa. Ma anche una notizia che da sola non ha avuto la forza di guadagnare le prime pagine dei giornali e gli spazi di maggior rilievo nella rete, e il fatto è già eloquente. Risale a qualche settimana fa la convocazione a Bruxelles di un incontro tra socialdemocratici europei, sotto l’egida del gruppo all’Europarlamento guidato da Gianni Pittella, che appare quanto di più simile al tentativo di una rifondazione politica. Già la scelta dell’insegna dell’incontro, “Together”, divenuta intanto anche una piattaforma online, sembrava invitare alla non più rinnovabile elaborazione di una linea comune e rinnovata tra le tante anime del socialismo europeo, di fronte a un declino che non ha precedenti nel dopoguerra tanto da spingere alcuni osservatori a postularne l’irreversibilità. Negli ultimi mesi, infatti, le urne europee hanno dato responsi drammatici, con la riduzione all’irrilevanza dei partiti socialisti in Olanda e in Grecia, il peggior risultato dal 1949 per la SPD tedesca, l’onta del rischio di un superamento da parte dell’estrema destra per gli austriaci, il disastro e le divisioni dei socialisti francesi (e l’elenco è tutt’altro che completo).

Ed è soprattutto rilevante leggi tutto