Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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Argomenti

Il Nobel per la Pace all’ICAN: il disarmo nucleare globale in primo piano nel dibattito internazionale

Angela Santese * - 18.10.2017

Negli ultimi mesi il timore di un conflitto nucleare è tornato al centro dell’agenda politica internazionale, così come i tentativi, intrapresi sin dall’alba dell’era atomica, di abolire definitivamente il pericolo nucleare.

Il 6 ottobre, il Comitato norvegese ha difatti deciso di assegnare il Premio Nobel per la Pace 2017 alla Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari. L’ICAN, organizzazione ombrello costituita da 468 gruppi non governativi,operanti in 101 paesi, è stata fondata a Vienna nel 2007. I suoi promotori si sono ispirati alla campagna internazionale contro le mine degli anni Novanta che contribuì a creare un clima di opinione favorevole alla Convenzione di Ottawa sulle mine antiuomo firmata nel 1997. Sin dalla sua nascita, l’organizzazione con sede a Ginevra ha lavorato per rilanciare il dibattito pubblico internazionale sulla questione del disarmo, appannatosi dopo che i timori nucleari della Guerra fredda si erano attenuati grazie alla firma del trattato Inf del 1987 e alla caduta del muro di Berlino due anni dopo.

La Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari è riuscita a dare nuovo impulso agli sforzi a favore del disarmo nucleare, sia a livello di opinione pubblica internazionale sia nell’alveo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, esattamente 71 anni dopo l’adozione della prima risoluzione ONU in cui si sottolineava la necessità del leggi tutto

È meglio giocare per non vincere?

Luca Tentoni - 14.10.2017

I risultati delle ultime elezioni in Germania hanno confermato una tendenza ormai abbastanza consolidata in alcuni regimi democratici: se c'è una "Grande coalizione" uscente, i partiti di opposizione guadagnano consensi. Nel caso tedesco del 2017, CDU-CSU (-8,6%) e SPD (-5,2%) hanno fatto registrare diminuzioni in termini percentuali (a vantaggio soprattutto di Fdp e AfD), mentre - alla fine della "grande coalizione necessitata" del 2011-2013 - in Italia, fu il Pdl a pagare il prezzo più alto (il 15,8% dei voti, pari a poco più di sei milioni; anche il Pd, tuttavia, perse in voti assoluti 3,5 milioni di consensi e in percentuale il 7,8%). Per fare un esempio più lontano nel tempo si può risalire al 1979, quando il Pci cedette il 4% dei voti mentre la Dc restò sostanzialmente sulle posizioni del 1976 (si trattava, è bene ricordarlo, di una Grande coalizione in due fasi e del tutto anomala: un’intesa politica ma senza l’ingresso dei comunisti al governo e, all’inizio, addirittura con la sola “non sfiducia”). In tutti i casi, le opposizioni ne hanno tratto frutto: alla fine degli anni Settanta, da noi, i radicali ebbero un notevole incremento di voti (per l'epoca, quando la mobilità elettorale era modesta) passando dall'1,1 al 3,4%. Nel 2013, tranne Idv e Lega (che attraversavano un momento particolare) leggi tutto

La questione catalana dopo la dichiarazione d’indipendenza a metà di Puigdemont

Alfonso Botti * - 14.10.2017

Partiamo dagli ultimi fatti. Il presidente del governo catalano, Puigdemont, nell’attesissimo discorso del 10 ottobre ha dichiarato di assumere il mandato che il popolo catalano avrebbe espresso con il voto del 1° ottobre affiché la Catalogna diventi uno Stato indipendente in forma di repubblica, ma ha sospeso gli effetti della dichiarazione  d’indipendenza per favorire l’avvio di un dialogo in vista di una soluzione concordata. Riunito il governo, Rajoy, gli ha domandato il giorno dopo di chiarire se c’era stata dichiarazione di indiendenza o no, dando tempo per la risposta fino a lunedì 16, per avviare in caso affermativo le procedure contemplate dall’art. 155 della Costituzione, che preve il passaggio al governo centrale di alcune delle competenze del governo catalano. Di fatto una esautorazione, che Rajoy non avrebbe difficoltà a far approvare, come richiesto dalla Costituzione, dal Senato, dove il Partito Popolare dispone di maggiornaza assoluta. A questo ultimatum si è aggiunto quello, di ben altro segno, che la CUP (coalizione della sinistra anticapitalista e indipendentista), ascoltato il suo discorso, ha lanciato a Puigdemnot: o dichiarazione formale di indipendenzaentro entro un mese o ritiro della fiducia al suo governo. I socialisti da parte loro si sono detti leggi tutto

Per un "nuovo umanesimo europeo": a proposito dell'utopia di Francesco.

Raffaella Gherardi * - 14.10.2017

L'importanza del discorso tenuto da Papa Francesco di fronte alla comunità accademica dell'Alma Mater Studiorum, che lo ha incontrato in Piazza San Domenico, nella sua ultima visita a Bologna (domenica, 1 ottobre), non è sfuggita ai commentatori più attenti, che ne hanno messo in luce aspetti e indirizzi teorico-progettuali diversi e profondi. Larga eco ha trovato, per esempio, la proposta di Francesco affinché il diritto alla cultura, il diritto alla speranza, il diritto alla pace, possano rappresentare la concreta prospettiva di una nuova progettualità da mettere in campo e alla quale i giovani possano essi stessi indirizzarsi. Particolare attenzione, da parte di alcuni commentatori, è stata rivolta soprattutto al forte richiamo fatto dal Papa allo ius pacis, il che segnerebbe, stando a qualche commento, una vera e propria svolta e l'assoluta archiviazione di ogni possibile giustificazione della guerra o della cosiddetta teoria della guerra giusta. E in effetti l'invocazione da parte di Francesco allo «ius pacis come diritto di tutti a comporre i conflitti senza violenza» e il ribadito appello e monito «mai più la guerra, mai più contro gli altri, mai più senza gli altri», giungono dopo aver chiamato in causa, contro le presunte  «ragioni della guerra», importanti testimoni del secolo leggi tutto

Theresa May o Boris Johnson?

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 11.10.2017

Il recente discorso di Theresa May alla conferenza del partito conservatore, definito dai media “catastrofico”, “disastroso”, “un incubo”, non sembra poter essere, di per sé, la ragione sufficiente di una caduta precipitosa dalla leadership del partito. A parte la tosse e alcuni piccoli incidenti che hanno costellato lo sfortunato discorso, la retorica della prima ministra appare in tutto simile a quella dei precedenti discorsi, che pure hanno strappato applausi entusiastici dal partito e solenni elogi dalla stampa, soprattutto quella favorevole al “leave”, in testa il “Daily Telegraph”: le stesse reiterate affermazioni di poter garantire la necessaria “strong and stable leadership”, sostanzialmente auto-elogiative, pronunciate con la stessa enfasi, le stesse promesse di poter realizzare il grande successo della “brexit”, di portare il Regno Unito a una “nuova era” di felicità e di grandezza, di voler creare una società “che funziona per tutti” e specie per gli “ordinary working people”, senza mai spiegare con quali strumenti questi risultati verrebbero assicurati. In realtà la reazione di alcuni colleghi di partito e –sembra – di gabinetto, secondo i quali sarebbe giunto il tempo per Theresa May di mettersi da parte, appare già maturata da tempo, almeno dall’esito deludente della “snap election”, e il discorso sembra leggi tutto

Il quadro politico catalano

Mauro Milano * - 11.10.2017

L’indipendenza della Catalogna dal resto della Spagna è piena di incognite. È un progetto politico che ha unito, negli ultimi anni, visioni molto diverse. Il blocco sovranista non potrebbe essere più eterogeneo: va dal centrodestra liberale alla sinistra radicale. Abbraccia la politica tradizionale ma anche la società civile. Un’idea fissa tiene insieme tutte queste posizioni: la creazione della nuova repubblica catalana. 

Quello del 1° ottobre non è stato il primo referendum per la secessione. Dopo due tentativi, anch’essi illegali, nel 2009 e 2014, si è voluta dare una connotazione referendaria alle elezioni “autonomiche” del 27 settembre 2015. Tanto che la forza di governo lo sottolinea persino nella sua denominazione: Junts pel Sí, “insieme per il Sí (all’indipendenza)”. Questa Grande Coalizione alla catalana comprende quattro partiti e nove associazioni impegnate per la salvaguardia dell’identità locale o nella causa indipendentista. Si tratta di un elemento che differenzia la Catalogna dal resto della Spagna, poco incline al cartello elettorale. Di un insolito colore verde acqua, si regge sull’accordo tra i due più grandi partiti locali. 

L’azionista di maggioranza della “candidatura civica” JxSí oggi si chiama Partit Demòcrata Europeu Català – PDeCat, ma dal 1974 al 2016 è stato leggi tutto

Choc Germania

Paolo Pombeni - 27.09.2017

Che le elezioni tedesche avrebbero potuto rappresentare un tornante lo si diceva da molte parti. Per lo più però ci si aspettava un tornante positivo: una buona riconferma di Angela Merkel che la incoronasse guida, insieme a Macron, della riscossa dell’Unione Europea. Qualche calo del suo partito era atteso, così come una non brillante performance socialdemocratica e un certo successo dell’estrema destra. Non però nei termini in cui tutto è accaduto, cioè una pesante perdita della CDU/CSU che va sotto di più di 8 punti, una debacle della SPD che si ferma ad un risultato al 20,5%: per entrambi il peggior risultato dal dopoguerra. In contrapposizione il nuovo partito populista, Alternative für Deutschland, balza al 12,6% e diventa il terzo partito al Bundestag.

Ma se si vuole vedere la realtà fino in fondo non bisogna fermarsi a questi dati. Teniamo conto che una volta di più dal dopo unificazione la Germania si conferma come un sistema saldamente multipartitico, con buona pace di quei politologi che quasi fino agli anni Novanta esaltavano il sistema quasi bipolare della BRD coi suoi tre partiti storici, i due grandi CDU/CSU e SPD, e il piccolo partito liberale FDP sempre sull’orlo di non superare la soglia di sbarramento leggi tutto

La via particolare della Germania verso le elezioni

Gabriele D'Ottavio - 13.09.2017

Nella riflessione storico-politicasullaGermania emergono continuamente gli interrogativi su una sua presunta «via particolare». La campagna elettorale a cui stiamo assistendo, per esempio, presenta caratteristichemolto diverse da quelle che hanno contraddistinto gli ultimi appuntamenti elettorali in paesi come Olanda, Francia o Gran Bretagna. Quel che colpisce è l’intensità straordinariamente bassa del confronto politico. Molti osservatori l’hanno definita una campagna elettorale sonnolenta o addirittura soporifera. Sono varie le ragioni che possono aiutare a spiegare questo fenomeno e tutte rafforzano l’idea di un presunto «eccezionalismo» tedesco. Anzitutto, va considerata la questione della contendibilità del voto e, più precisamente, la prospettiva di un esito che a questo punto appare abbastanza prevedibile, almeno per quel che riguarda il nome di chi guiderà la Germania nei prossimi quattro anni. Da diverse settimane tutti i principali istituti demoscopici danno Angela Merkel in netto vantaggio sullo sfidante Martin Schulz. Lo scarto attualmente stimato tra i cristiano-democratici e i socialdemocratici oscilla tra i 17 e i 13 punti percentuali, con i primi che vengono dati attorno 37/38% e i secondi attorno al 21/22%. La cautela è d’obbligo quando si parla di sondaggi. Ricordiamoci dell’effimero «effetto Schulz» che durò lo spazio di alcune settimane. E da qui al 24 settembre non si possono leggi tutto

Limiti e risorse della "Grande coalizione" all'italiana

Luca Tentoni - 09.09.2017

Mentre in Germania si attende il voto del 24 settembre per sapere se sarà confermata al governo del Paese la "Grosse Koalition" fra i democristiani della Merkel e i socialdemocratici di Schulz, in Italia i due possibili alleati di una maggioranza consimile provano a mantenersi distanti: un po' per l'approssimarsi delle elezioni siciliane (che vedranno contrapporsi il candidato del Pd a quello del centrodestra unito), un po' perchè nessuno può dare per scontata oggi un'intesa "necessitata" che si concretizzerebbe eventualmente dopo le elezioni generali di marzo (con più che probabili durissime reazioni della Lega: Salvini, se escluso dall'accordo Berlusconi-Renzi, denuncerebbe il "tradimento" del Cavaliere). Inoltre, soltanto accennare all'eventualità di un'alleanza Pd-Ap-FI farebbe "fuggire" una parte dell'elettorato "di frontiera": da una parte, verso Mdp e sinistra; dall'altra, verso Lega e FdI. Secondo i sondaggi più recenti, oggi i tre partiti avrebbero complessivamente circa il 44% dei voti, contro il 47,2% ottenuto nel 2013 da Pd e Pdl. Con una buona campagna elettorale, Berlusconi, Renzi e Alfano potrebbero riuscire a raggiungere quota 47, ma la conquista della maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere non sarà né scontata, né facile. I possibili protagonisti italiani della "Grande coalizione" si presentano alle elezioni politiche con alcuni problemi "strutturali" leggi tutto

Macron presidente: quattro mesi e luna di miele finita?

Michele Marchi - 06.09.2017

Non si è ancora concluso il primo “quadrimestre”ed Emmanuel Macron è già crollato nel gradimento dei francesi. O almeno così recitano i sondaggi che hanno accompagnato la rentrée 2017. Sembrano un lontano ricordo, le luci del Carousel du Louvre della sera del 7 maggio scorso, ma anche il 64% di gradimento del dopo elezioni legislative. In due mesi esatti Macron ha battuto entrambi i suoi due predecessori. A fine agosto 2007 Sarkozy poteva vantare ancora un invidiabile 69% di gradimento. Mentre Hollande nel 2012 navigava attorno al 54%. Come spiegare il 40% di gradimento del giovane presidente? Commentatori e sondaggisti si stanno accanendo in mille elucubrazioni. Le motivazioni più citate riguardano errori di comunicazione e scarsa azione pedagogica nello spiegare le riforme che l’esecutivo ha avviato. In molti puntano poi il dito contro la cosiddetta “dittatura dell’urgenza”, in base alla quale un’opinione pubblica sempre più informata ma anche sempre più disincantata, pretenderebbe soluzioni rapide per problemi in realtà complessi e stratificati. Insomma, secondo la logica dei rapidi entusiasmi, seguiti da altrettanto veloci disillusioni. Tutto plausibile, ma forse qualche indicazione sistemica in più il “crollo” di gradimento la offre.

Prima di tutto si è parlato molto, nel corso della lunga sequenza elettorale francese, di superamento del clivage sinistra/destra e della leggi tutto