Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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Disunione Europea

Nicola Melloni * - 03.03.2015
Alexīs Tsipras e Yanis Varoufakis

“Quella cui ci troviamo davanti è una crisi della capacità delle istituzioni politiche dell’Unione Europea di agire. Una debolezza che mette a rischio il futuro dell’Europa più dell’eccessivo indebitamente dei singoli membri”. (Helmut Schmidt, 2011)

Le parole dell’ex cancelliere tedesco, a quattro anni di distanza, sono ancora più attuali. La crisi dell’UE si è aggravata: l’incapacità di agire è figlia della mancanza di volontà politica comune. La realtà è che non esiste una Unione, e dunque un bene collettivo superiore. Quello che esiste è un insieme di stati in concorrenza tra loro che inseguono il proprio self-interest a discapito di quello degli altri.

Ed in una situazione di questo genere è addirittura normale che siano i paesi più forti a trarre maggiore vantaggio. Guardiamo ad alcuni fatti macroeconomici che vengono spesso ignorati nel dibattitto politico: 1) buona parte delle riforme tedesche sono state fatte sulle spalle dei cittadini europei, con una politica classicamente “beggar thy neigbour” in cui i salari stagnati tedeschi hanno rilanciato le esportazioni grazie ad una inflazione sopra il 2% in altri paesi (senza dimenticare lo sforamento del deficit consentito alla Germania in quegli anni) e, 2), i susseguenti squilibri della bilancia commerciale, che ben più del debito pubblico, sono alla base della crisi europea, ha sì dato la possibilità agli europei del Sud di consumare più di quanto prodotto, ma questo ha favorito l’industria tedesca. Se questi squilibri a favore della Germania hanno favorito il rilancio dell’economia tedesca a inizio secolo, lo stesso non si vede ora. Al contrario, Berlino continua con una politica di austerity domestica ingiustificata che contraddice le raccomandazioni ed i parametri europei sulla bilancia commerciale, costringendo i partner ad una svalutazione domestica ancora più aspra.

Il management della crisi ha poi ulteriormente chiarito il modus operandi e le relazioni di forza all’interno della UE. In primo luogo, la reazione iniziale davanti al rischio di default della Grecia è stata una azione non di contenimento del danno e risoluzione della crisi ma di discipline (punizione). Se vogliamo dare credito alle parole dell’ex Ministro del Tesoro Americano Geithner, alla scoperta dei buchi contabili di Atene, la reazione dei leader europei fu durissima: era ora “di impartire ai greci una lezione”, di “schiacciarli” (crush them), “di tirare fuori i bastoni”.

In secondo luogo, ai greci (e non solo) è stata richiesta una assunzione di responsabilità per le loro colpe, ma non è stato fatto altrettanto per altri paesi. Il bail out greco si è dimostrato clamorosamente errato (avendo usato un moltiplicatore sbagliato per calcolare l’impatto dell’austerity) e i miliardi di debito aggiuntivi creati dalle politiche di austerity non sono certo farina solo del sacco greco, ma una responsabilità collettiva di tutta Europa, un argomento che resta tabù ai tavoli europei. Non solo, ma secondo una tabella dell’OECD, i Greci avrebbero fatto i compiti a casa per cercare di rimettere in ordine la loro economia, mentre altri (leggi, soprattutto, la Germania) no.

Infine, ed ancor più significativamente, il piano di bail out sembra esser stato fatto per garantire i principali creditori della Grecia. Come illustrato da una interessante tabella pubblicata dal Sole24ore, con l’intervento europeo, l’esposizione in Grecia del settore bancario franco-tedesco è stata redistribuita sui contribuenti di tutta Europa– in particolare italiani e spagnoli, ed in ultima istanza greci (particolare interessante, il governo tedesco NON ha prestato soldi alla Grecia, lo ha fatto invece la banca di sviluppo tedesca KfW, dietro garanzia pubblica).

Le discussioni di queste ultime settimane con il nuovo governo greco sono dunque continuate all’incirca sulla stessa linea d’onda: assunzione di responsabilità greca (da subito, le accuse di irresponsabilità da parte di Schauble, indisponibilità a trattare o a riconoscere i limiti delle politiche precedenti); pagamento per intero da parte dei greci (nessuna debt relief); minaccia di punizioni in caso di non adempimento degli impegni (taglio dei fondi). In poche parole, si è detto a Tsipras e Varoufakis che il lor mandato elettorale è irrilevante. O, se vogliamo, non è importante quanto quello di Angela Merkel che ha garantito che i cittadini tedeschi non sborseranno un euro – anzi, il solito Schauble ha addirittura proposto di mandare ispettori delle finanze tedeschi a raccogliere le tasse greche.

Si tratta di un atteggiamento potenzialmente devastante. Nessuno nega la centralità della Germania e la sua egemonia economica, e dunque politica sul resto d’Europa. Un egemone attento, però, deve anche essere capace di sobbarcarsi dei costi per rafforzare il suo progetto e la sua forza – come fecero, ad esempio, gli Stati Uniti col piano Marshall. La Germania, invece, sembra molto attenta a trarre tutti i benefici possibili dall’Unione Europea – accesso ai mercati, svalutazione interna a danno dei partner, costi delle riforme scaricati sui mercati esterni, pagamento collettivo delle perdite tedesche – senza voler sopportare nessun costo – fondi di solidarietà, politiche espansive per aiutare i partner, rinegoziazione del debito, flessibilità delle regole, pari dignità delle opinioni pubbliche.

Il rischio è che se, come osserva Paul Mason, la Grecia è diventata una colonia del debito, qualcuno potrebbe scambiare l’atteggiamento della Germania come imperialista.

 

 

 

 

* DPhil  Visiting Fellow, Munk School of Global Affairs, University of Toronto