Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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Argomenti

Il capo dei capi: Trump e la linea di comando nucleare statunitense

Dario Fazzi * - 07.10.2017

Qualche settimana fa si è spento nei dintorni di Mosca Stanislav Petrov, un ex ufficiale dell’aviazione sovietica che nel 1983 contribuì in maniera fondamentale ad evitare il possibile scoppio di una guerra nucleare. Mentre si trovava di guardia al sistema difensivo satellitare sovietico – quello che in pratica monitorava lo stato di allerta e operatività delle istallazioni nucleari statunitensi - Petrov scorse un segnale che lo avvisava dell’avvenuto lancio di ben cinque missili intercontinentali diretti verso l’Unione Sovietica. Era il 26 settembre e qualche settimana prima i russi avevano abbattuto un aereo di linea sudcoreano con a bordo un parlamentare statunitense. Una ritorsione americana, figlia dell’incidente e in linea con la retorica aggressiva di un presidente che aveva da poco pubblicamente definito l’Unione Sovietica come l’impero del male, era quindi del tutto plausibile. La linea di comando delle forze nucleari sovietiche, della quale Petrov costituiva un primo fondamentale tassello, avrebbe dovuto comunicare la notizia al segretario Andropov, sì da consentire ai vertici del Politburo di valutare le possibili reazioni alla minaccia, incluse quelle di tipo nucleare. Come raccontato in successivi diari e recenti volumi, Petrov decise tuttavia,e in maniera del tutto autonoma, di interpretare leggi tutto

In ginocchio. Il football americano e Donald Trump davanti alla questione razziale

Claudio Ferlan - 04.10.2017

Tra le voci di protesta contro la politica di Donald Trump negli Stati Uniti degli ultimi giorni si sta levando molto forte quella degli sportivi professionisti, in particolare dei giocatori di football. 

 

Una risposta unanime

Durante un comizio in Alabama, venerdì 22 settembre il presidente, con la diplomazia che gli è propria, si è rivolto ai proprietari delle squadre NFL (National Football League) invitandoli a licenziare quei “sons of a bitch” che si inginocchiano durante l’esecuzione dell’inno nazionale e mancano di rispetto al Paese. Il riferimento è al gesto di protesta, meglio sarebbe dire di sensibilizzazione, inaugurato nel 2016 da Colin Kaepernick, al tempo quarterback dei San Francisco 49ers. Figlio di una coppia mista, adottato da genitori bianchi e benestanti,Kaepernick mise il ginocchio a terra durante l’inno per denunciare l’eccessiva brutalità usata troppo di frequente dalla polizia contro gli afro-americani. Diversi suoi colleghi ne hanno imitato il gesto, accendendo così l’ira di Trump al momento della ripartenza della stagione agonistica. Le parole del presidente sembrano non aver suscitato l’effetto (da lui) sperato: giocatori, proprietari e gran parte dei tifosi si sono uniti nella risposta, leggi tutto

Alcatraz, il presidio del Red Power Movement

Daria Reggente * - 27.09.2017

“Desideriamo essere giusti e uomini d’onore nei nostri accordi con gli abitanti caucasici di questa terra, e proponiamo qui il seguente trattato:

Acquistiamo la detta isola Alcatraz per ventiquattro dollari in perle di vetro e tessuto rosso, condizione precedentemente stabilita dall’uomo bianco per l’acquisto di un’isola simile circa 300 anni fa.”

Una frase, riportata nel libro “Scritti e racconti degli indiani-americani” di Shirley Hill Witt e Stan Steiner, emblematica non solo per chi l’ha pronunciata e per coloro ai quali era destinata, ma anche per noi, visibile richiamo di un fatto storico ben noto a tutti.

 

Fu il 1969 quando l’isola di Alcatraz, nota ai più per essere stata una delle prigioni di massima sicurezza più temute e raccontate della storia, assunse una connotazione del tutto inaspettata: essa divenne il terreno e il simbolo di una protesta che la storia americana non dovrebbe dimenticare.

Il 9 novembre del 1969 un gruppo di 78 nativi americani sbarcò sull’Isola dei gabbiani, deciso ad appropriarsi di quel territorio, e di farlo con una tale potenza simbolica da innescare una vera e propria catena di eventi in un’America già scossa dal moto sessantottino.

Incoraggiati dalle proteste che stavano prendendo massicciamente piede nel paese (dalla battaglia per i diritti civili leggi tutto

Venice Beach, un museo a cielo aperto

Daria Reggente * - 13.09.2017

Visitando l’America si ha l’impressione che tutti i suoi stereotipi abbiano più o meno un fondo di verità. Strade immense, città colossali, grandi distanze, storia recente (cliché molto amato da noi antichi europei), molta immagine e poca sostanza. Certo, l’America rimane la terra degli americani: un popolo eccentrico, contraddittorio e chiassoso. Forse, persino un po’ kitsch. Eppure, a confutare questa teoria, esistono ancora certi luoghi capaci di sorprendere: così è Venice Beach.

Quartiere a ovest della città di Los Angeles, è forse l’angolo più bohémien  e folcloristico della California. Plasmato all’inizio del 900 dall’imprenditore e costruttore Abbot Kinney, non è difficile capire da dove derivi il suo nome: i vecchi canali (oramai per lo più chiusi da colate di asfalto) e i moderni murales sono modellati sulla Venezia rinascimentale.

Nonostante un breve periodo di degrado - dagli anni Venti agli anni Ottanta – fin dalla sua nascita Venice ha sempre avuto l’anima da avanguardista e tutt’oggi merita di essere considerata un piccolo avamposto della cultura e dell'arte di strada.

 

Passeggiando per la Ocean Front Walk, la stradina sul lungomare, una serie di negozi e minuscole boutique affollano la vista con i loro colori sgargianti e opere di ogni genere...statue, dipinti, vecchi dischi, poster d'epoca, serigrafie. leggi tutto

Trump come Nixon? Russiagate, Watergate e i tanti dubbi dell’impeachment

Gianluca Pastori * - 21.06.2017

Nelle ultime settimane, le vicende legate al c.d. ‘Russiagate’ (la presunta interferenza di Mosca nelle ultime elezioni presidenziali statunitensi in favore di Donald Trump) hanno vissuto più di una accelerazione. In particolare dopo il licenziamento dell’ex Direttore dell’FBI, James Comey, il Presidente Trump appare sotto attacco, anche attraverso una serie di indiscrezioni di stampa che, in modo più o meno velato, ventilano la possibilità di una sua messa in stato d’accusa. Questa possibilità acquista un appeal particolare in questi giorni. Il 17 giugno 1972, infatti, l’arresto di cinque uomini sorpresi nel tentativo di penetrare nei locali del comitato nazionale democratico presso l’Hotel Watergate di Washington apriva la porta allo scandalo che poco più di due anni dopo (8 agosto 1974) avrebbe portato alle dimissioni di Richard Nixon. Nelle ultime settimane, i paragoni fra Trump e Nixon, si sono sprecati, con la stessa espressione ‘Russiagate’ a richiamare un parallelo che – negli Stati Uniti e fuori – resta sempre evocativo. E’, tuttavia, ancora da capire se le due situazioni siano effettivamente paragonabili. Si tratta inoltre di capire il significato effettivo di un atto come la messa in stato d’accusa del Presidente, che, al di là delle sue implicazioni giuridiche, ha una natura essenzialmente politica. Il margine di leggi tutto

Un presidente arcobaleno, in bianco e nero: Trump e i diritti della comunità LGBTQ negli Stati Uniti

Dario Fazzi * - 10.06.2017

Poco meno di un anno fa,al pari diquanto recentemente occorso a Manchester e Londra,un attentato colpì nel modo forse più odioso gli Stati Uniti, mettendo cioè a repentaglio la capacità stessa di una società complessa e plurale di perseguire appieno la propriafelicità. Quel mix di fanatismo, ignoranza e intolleranza troppo spesso ridotto a fenomeno terrorista si scagliò allora contro dei giovani riuniti in un gay bar di Orlando, in Florida, mietendo in tutto una cinquantina di vittime. La reazione del paese, che in quel momentosi apprestava ad entrare nel vivo di una delle più controverse campagne elettorali presidenziali della propria storia, fu di condanna pressoché unanime. Persino l’allora candidato repubblicano e oggi presidente Donald Trump tenne a presentarsi all’opinione pubblica, brandendo sorridente una bandiera arcobaleno tra le mani, come un baluardo dei diritti della comunità LGBTQ.

 

Eppure, in perfetta linea con il personaggio,i trascorsi di Trump in materia sonostati spesso altalenanti e contradditori. All’inizio degli anni 2000, ad esempio, Trump si era schierato apertamente in favore di una modifica di quel Civil Rights Act che negli anni Sessanta aveva posto fine alla segregazione razziale. Secondo il tycoon una revisione del testo che potesse estendere il godimento di numerosi diritti civili a minoranze definite leggi tutto

Merkel, gli Stati Uniti e una questione di fiducia

Giovanni Bernardini - 31.05.2017

Chissà se, tra un decennio o due, il discorso tenuto da Angela Merkel di fronte a 2.500 militanti dell’Unione Cristiano Sociale a Monaco di Baviera verrà insignito dell’aggettivo “storico”, per essere ricordato come“il giorno in cui la Cancelliera ha esortato definitivamente gli europei a prendere il loro destino nelle loro mani”. Chissà se sotto alla consueta patina della retorica si nasconde già un messaggio destinato a testimoniare una svolta della politica tedesca e a incoraggiarne un’altra simile presso gli alleati. O al contrario, chissà se quegli accenti oggi rilanciati dai giornali di mezzo mondo verrannoridimensionati a una manifestazione contingente di insoddisfazione; o ancora a un artificio volto a toccare le corde giuste di un elettorato, quello bavarese, che ama poco i toni generalmente più misurati della Cancelliera. Arrischiarsi nel vaticinio è da sempre uno dei più grandi pericoli in cui incorrono gli analisti politici di ogni sorta, salvo poi confidare nella scarsità di memoria storica che affligge i nostri tempi.

 

Chi conosce la storia del tutto peculiare del legame che intercorre tra la Germania (prima Occidentale, poi unita) e gli Stati Uniti a partire dal 1945, sa bene come i cicli di disaccordo e incomprensione si siano alternati alla riconciliazione e alla collaborazione, leggi tutto

Ritorno al futuro: Trump in Medio Oriente

Il viaggio del Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, in Arabia Saudita e in Israele ha avuto rilevanza nei limiti in cui segna il tentativo di riportare Washington al centro della politica medio orientale: al centro di una regione che sta attraversando le difficoltà legate alla lotta tra quelle forze che desiderano rendere la regione più autonoma dagli interventi politici esteri e guidarla tanto in nome dei diversi nazionalismi quando della cosiddetta “civiltà islamica”, e quelle forze ritengono essenziale il sostegno estero (leggi statunitense od europeo) sia per controbilanciare le supposte mire egemoniche altrui sia garantire le capacità di governo sulla propria popolazione.

 

Fin qui nulla di nuovo, nel senso che fin dalla costruzione del Medio Oriente post-Prima e Seconda Guerra Mondiale i gruppi dirigenti dei Paesi arabi si sono divisi e scontrati sul legame tra indipendenza, sovranità, integrazione regionale e relazioni con le ex-potenze coloniali o le superpotenze della Guerra Fredda. Il passaggio dal dominio franco-britannico a quello statunitense negli anni Cinquanta si intrecciava con l’indipendenza postcoloniale del nazionalismo arabo, a guida egiziana: la posta in gioco era l’allineamento della “giovane” repubblica di Siria alle monarchie hashemite di Iraq e Giordania oppure alla leadership egiziana di Nasser. leggi tutto

Internet e la neutralità della rete nell’era Trump

Carlo Reggiani * - 24.05.2017

L’amministrazione Trump e il presidente stesso hanno avuto non pochi grattacapi di cui occuparsi nelle ultime settimane che hanno visto, tra l’altro, il licenziamento del capo dell’FBI e il presidente accusato di aver rivelato informazioni altamente classificate durante l’incontro con la delegazione russa. Tuttavia, le notizie sulla “neutralità della rete” hanno tenuto banco sugli organi di informazione americani e non solo.[1] L’oggetto del contendere e’ la proposta della Federal Communication Commission, l’autorità’ americana competente in materia di telecomunicazioni, di rivedere la legislazione sull’argomento stabilita nel 2014 dall’amministrazione Obama, che essenzialmente regolamenta Internet.

 

Cos’e’ la neutralità della rete?

E’ lecito allora chiedersi perché leggi tutto

Stati Uniti e Messico: troppo uniti per essere divisi?

Gianluca Pastori * - 25.03.2017

Anche se scomparsa dalle prime pagine internazionali, la questione dei rapporti fra Stati Uniti e Messico continua a rappresentare una delle priorità dell’agenda Trump. Durante la campagna elettorale, tale questione si è imposta quasi a paradigma della postura del nuovo Presidente e uno dei primi atti successivi al suo insediamento è stato rilanciare in maniera eclatante il tema del muro di separazione fra i due Paesi. Il cahier de doleances dell’amministrazione è lungo e articolato e spazia dalla sfera economica a quella della sicurezza interna, trovando il suo punto di saldatura nella questione dell’immigrazione, in particolare quella irregolare, che Trump si è impegnato a ridimensionare ricorrendo – se necessario – a provvedimenti draconiani. Dal punto di vista messicano, le cose sono rese più complesse dalla coincidenza con una delicata fase della vita politica interna. Il prossimo anno, in Messico, si terranno, infatti, le elezioni presidenziali, elezioni a cui il Presidente uscente, il contestato Enrique Peña Nieto, non si potrà ricandidare. In questo contesto, vari osservatori hanno ipotizzato che la linea dura dell’amministrazione USA possa, in ultima analisi, rafforzare la posizione dell’opposizione di sinistra, anche alla luce delle difficoltà che stanno sperimentando le altre forze politiche, primo fra tutti il Partito rivoluzionario istituzionale, tradizionale forza di governo del Paese. leggi tutto