Ultimo Aggiornamento:
25 novembre 2020
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Argomenti

Il populismo, la pandemia e gli equilibri politici

Luca Tentoni - 14.11.2020

Subito dopo l'elezione di Biden alla presidenza degli Stati Uniti d'America, molti commentatori hanno giustamente ricordato che il populismo non scomparirà con Trump (quest'ultimo, anzi, ha ottenuto un numero di voti persino superiore rispetto al previsto). Il fatto che la destra leghista e quella neomissina abbiano perso importanti agganci internazionali (ma non tutti) non ha alcun peso sul consenso che questi soggetti politici hanno nel Paese. La stessa Meloni, peraltro, è alla guida dei conservatori europei e sembra proiettata (più di Salvini, rimasto ancorato a Trump, diversamente dal suo collega di partito Giorgetti) verso la leadership politica - e un giorno forse anche numerica - della destra italiana. C'è da dire, anzi, che la base dell'estrema destra, da noi, è molto meno improntata alla realpolitik di certi suoi rappresentanti: un rapido giro sui social network sarebbe stato sufficiente, nei giorni immediatamente successivi alle elezioni americane, per rendersi conto che Trump era e resta il "capo spirituale" di parecchi elettori italiani. Senza contare che anche in certi ambienti ultraconservatori cattolici - quelli, per intendersi, che fanno fatica a riconoscere Bergoglio come Pontefice e che amano Benedetto XVI - il trumpismo non è certo finito con la sconfitta del magnate americano. Il populismo internazionale e quello italiano, insomma, sono vivi leggi tutto

Quel mattino di primavera

Francesco Domenico Capizzi * - 13.06.2020

La notizia che la pandemia abbia portato gli Stati Uniti alla testa della triste classifica mondiale dei contagi e dei decessi e, nel contempo, causato finora  oltre 20 milioni di disoccupati, difficilmente riassorbibili nel mercato del lavoro, conduce ad inevitabili considerazioni che sconfessano uno dei fondamenti su cui è costruita la Costituzione americana: “ tutti gli uomini sono stati creati uguali… dotati di Diritti inalienabili, fra questi la Vita, la Libertà, la ricerca della Felicità”. Infatti, la situazione di precarietà socio-sanitaria degli USA poggia su uno storico, e ancor solido modello liberista, gravato dal più elevato tasso di privato conosciuto in ogni ambito delle organizzazioni sanitarie dell’Occidente con l’effetto inevitabile di divaricare le diseguaglianze sociali fino alla rottura con conseguenze incalcolabili, estensibili in ogni piega della società.

Difficile mantenere intenti ideali tanto alti, addirittura di stampo teleologico, se perfino la American Medical Association nel 2007 ha dichiarato pubblicamente la sua  “contrarietà alla Riforma sanitaria per un possibile deragliamento del sistema sociale verso un modello d’impianto socialista” di fronte alla volontà e alle iniziali misure dell’Amministrazione Obama di estendere, a fasce bisognose di popolazione, la gratuità dei diritti assistenziali.

Al di là delle enunciazioni e contrapposizioni di principio i dati essenziali parlano chiaro: negli leggi tutto

Coronavirus: Trump e ultrà tedeschi contro Curavec

Francesco Cannatà - 18.03.2020

I labirinti legati al Coronavirus trovano sviluppi stupefacenti. Per esempio cosa può avere a che fare Hoffenheim, frazione di Sinsheim, una cittadina del Land tedesco del Baden-Württemberg nella Germania sud-occidentale, col contagio che sta lentamente aggrovigliando grandi parti del pianeta in una tela morbosa? Soprattutto cosa c’entra in tutto questo il Turn- und Sportgemeinschaft 1899 Hoffenheim e.V, Associazione ginnico-sportiva 1899 Hoffenheim, squadra di calcio della prima divisione tedesca? Come può un anonimo gruppo sportivo che occupa il nono posto della Bundesliga essere legato ai destini della ricerca medica che potrebbe salvare un gran numero di vite umane? Per capirlo basta un ora di macchina. A 130 chilometri nord-ovest, sempre nel Baden-Württemberg, si trova la città universitaria di Tubinga. Qui opera la Curevac, impresa specializzata in ricerche biotecnologiche. Oltre il fatto di trovarsi entrambe nel Baden-Württemberg, 1899 Hoffenheim e Curevac hanno in comune un nome. Quello di Dietmar Hopp. L’uomo, cofondatore del complesso industriale SAP, multinazionale europea per la produzione di software gestionali, oltre ad essere il presidente dell’Hoffenheim è il mecenate della Curevac. Ora, da qualche tempo, il manager è diventato il bersaglio preferito degli ultras tedeschi. Grazie all’attenzione delle frange estremiste del tifo organizzato, leggi tutto

Bloomberg e le primarie dei democratici in USA

Francesco Cannatà * - 30.11.2019

L’annuncio della candidatura di Michael Bloomberg alle primarie dei democratici USA è una notizia buona o una cattiva? Certo la possibilità che tra un anno due tycoon possano scontrarsi per conquistare la presidenza della prima potenza mondiale aumenta l’importanza del denaro nelle relazioni internazionali e il malsano aggroviglio tra economia e politica. Contemporaneamente il mondo assiste a proteste che contestano proprio l’influenza assunta dalla dark money nei singoli Stati e l’aumento dell’immoralità sociale che questa comporta. Rivendicazioni che vanno oltre linee partitiche o confessionali per identificarsi nell’ideale di un ordine civile internazionale. Dimostrazioni che non si appellano a parole d’ordine ideologiche, ma puntano su richieste concrete. Per la specialista dei movimenti di resistenza civile all’Istituto americano della pace, Maria J. Stephan, se è vero che alla base dell’attuale collera internazionale vi sono misure economiche negative, la sua vera causa sta nelle “questioni sistemiche della corruzione, la bassa qualità di governi e classi dirigenti, le forme di esclusione sociale”. Problemi che in modi diversi oggi affliggono tutte le società. L’altro motivo dell’ondata di dissenso internazionale sta nella constatazione del crescente intreccio tra politica ed economia. In maniera più o meno confusa la popolazione mondiale vede l’avanzata di forme oligarchiche di governo che potrebbero leggi tutto

Il diritto a insegnare. I gesuiti dell’Indiana contro l’omofobia

Claudio Ferlan - 26.06.2019

L’arcidiocesi di Indianapolis ha recentemente proibito di definirsi ‘cattolica’ alla Brebeuf Jesuit Preparatory School, una high school fondata e diretta dai gesuiti. Perché? Il provvedimento è una reazione dell’arcivescovo locale al rifiuto opposto dal preside, il gesuita William Verbryke, e dall’organo di gestione dell’istituto alla richiesta di licenziare una o un docente (l’identità non è stata rivelata) che ha contratto un matrimonio civile con una persona del suo stesso sesso. I vertici dell’arcidiocesi avevano presentato verbalmente l’istanza, per voce del sovrintendente all’educazione cattolica, dopo essere venuti a conoscenza del fatto attraverso i social network. Questo accadeva nell’estate del 2017. La risposta dei gesuiti è stata un circostanziato «No». Il consiglio scolastico ha valutato che non vi fossero gli estremi per il licenziamento, poiché l’insegnante in questione meritava ampiamente di rimanere al suo posto, in quanto è altamente qualificato/a, è impiegato/a nella scuola da tempo e gode di un largo apprezzamento per il proprio lavoro. Inoltre, non si tratta di un insegnante di religione e per questo l’autorità ecclesiastica non ha alcuna competenza sulla sua nomina.

La reazione al diniego si è fatta attendere ma è arrivata e il 20 giugno 2019 è stata notificata alla Brebeuf la decisione dell’arcidiocesi per la quale leggi tutto

Questioni di egemonia

Nicola Melloni * - 06.02.2019

L’arrivo della socialista Alexandria Ocasio-Cortez a Washington ha scatenato un putiferio. La sua prima uscita politica – la richiesta di alzare le tasse per i contribuenti più ricchi – ha fatto imbizzarrire i repubblicani e messo in forte disagio i democratici.

La Ocasio-Cortez, nota ormai come AOC, è forse il volto più noto dell’onda socialista che sta attraversando l’America, qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe stato assolutamente impensabile. Eppure, al contrario di molti paesi europei, negli USA la crisi è stata una opportunità per la sinistra “radicale” – un termine su cui torneremo.

La richiesta di alzare l’aliquota marginale sui redditi più alti al 70% non è una boutade casuale. Non che abbia alcuna chance di diventare legge, ma è chiaramente parte della definizione di una piattaforma politico-economica coerente in vista delle prossime primarie. Si tratta di un programma di marca chiaramente socialdemocratica: dalla sanità pubblica alla redistribuzione attraverso la leva fiscale. Financo Elizabeth Warren – una democratica vecchio stile, non una socialista, ma col rigore morale dei classici liberali trust-buster che la fa apparire, oggi, una rivoluzionaria – si è detta a favore di una tassa sulle ricchezze (e non solo sul reddito) più elevate.

I provvedimenti in gioco non sono classicamente populisti, anzi, rientrano all’interno di un leggi tutto

I dazi di Trump: un secondo fine?

- 26.09.2018

Il 24 settembre scattano dazi del 10% su un volume di circa 200 miliardi di importazioni Usa dalla Cina. Alla fine del 2018 l’aliquota salirà al 25%. Dopo poche ore dall’annuncio di Washington la Cina risponde con analoghe misure protettive limitate però a circa 60 miliardi di importazioni dagli Usa: tempi e aliquote sono esattamente gli stessi: 24 settembre e 31 dicembre.

Quali sono gli obiettivi di misure di protezione su cui l’amministrazione Trump insite da mesi? Alcuni sono chiari. Altri sono meno decifrabili.

Tra i primi c’è il desiderio di ridimensionare il WTO.  Un obiettivo che vien da lontano, dal 1999 quando la prima manifestazione violenta antiglobal ha luogo a Seattle per protesta contro una seduta del WTO nato appena 5 anni prima. Organizzata soprattutto dai sindacati e neonati movimenti no-global è guardata con una certa simpatia dal partito democratico dell’allora presidente Clinton. Qual è il problema del WTO? Semplicemente è l’organizzazione internazionale più democratica del globo dove ciascun paese ha un voto e quello di San Marino conta come quello della Cina. Anche se questo sistema di voto non impedisce a grandi paesi di contare di più è certo un handicap che vanifica in parte il multilateralismo di cui il WTO è l’espressione più completa. Introdurre dazi doganali in maniera spregiudicata giustificandoli formalmente leggi tutto

I dazi di Trump: una ragione in più per tenerci l’euro

- 06.06.2018

Tra poco scattano i dazi di Washington su acciaio e alluminio europei. L’amministrazione Usa non si ferma e, anche se negozia con tutti, non recede dalle politiche restrittive annunciate da Trump. I dazi sospesi qualche settimana fa per Ue e partner Nafta, (Messico e Canada) che insieme coprono quasi il 50% del consumo americano dei due metalli, ora sono realtà. La giustificazione è la sicurezza nazionale. Il ministro del commercio Ross dichiara che solo un’economia forte è sicura. Quindi ogni politica protezionista che sostenga le imprese americane può essere adottata con questa stringa un po’ farlocca ma che serve ad evitare l’intrusione del WTO.  Il vecchio continente contava sul suo ruolo di alleato strategico nella Nato tirando in lungo i negoziati. Ma questo non è servito. Sul versante delle relazioni con la Cina sembrava essere stato raggiunto un accordo con un impegno del dragone a tagliare il surplus di conto corrente della bilancia dei pagamenti con gli Usa, che dura dal 1985, di quasi la metà, da 400 a 200 miliardi di dollari annui.  Washington ritiene queste promesse generiche e prepara dazi contro le importazioni cinesi.  Per l’Europa non è finita e all’orizzonte ci sono dazi sulle auto e altri manufatti con la medesima giustificazione.

Quali sono gli obiettivi della leggi tutto

L'enigma della Siria

Vanja Zappetti * - 18.04.2018

Le notizie risuonano drammatiche come solo i bollettini di guerra sanno fare, gli attacchi missilistici notturni, tuttavia, erano l'opzione a minor impatto a disposizione di Stati Uniti, Regno Unito e Francia per agire in termini bellici. Da una parte danno il contentino agli interventisti occidentali dall’altra riescono a evitare lo scontro con la Russia, e alla fine non incideranno in alcun modo sul risultato della guerra siriana, che perdura indisturbata da sette anni.

 

A Trump, Macron e May riuscirà così di recitare il ruolo dei duri, Assad continuerà a uccidere i siriani impunemente e molto probabilmente con armi chimiche ma ora potrà sventolare la bandiera della vittima, Putin potrà dare la colpa all’Occidente. Fuochi d’artificio, poco di più, nessuna strategia di medio o lungo termine, nessuna volontà politica reale di salvare vite umane.

 

Ma perché Trump ha impiegato così tanto tempo a reagire in Siria? Per una serie di motivi, non ce n’è mai uno solo: innanzitutto perché è stato preso di sorpresa da ciò che riteneva improbabile, ossia che Assad venisse colto di nuovo in fallo. Poi perché la sua amministrazione, esattamente come quella di Obama, non aveva e non ha alcuna prospettiva di lavoro né emergenziale né, e tanto leggi tutto

Se avesse ragione Trump sugli investimenti pubblici?

- 21.02.2018

Trump spinge sugli investimenti destinandovi 200 miliardi federali. Sul NYT del 12 febbraio il premio Nobel Krugman banalizza in quanto sarebbe solo una compensazione a tagli ai ministeri di Trasporti ed Energia. Nella seconda parte dell’articolo Krugman è però meno pessimista. La spesa federale potrebbe trascinare quella pubblica locale e quella privata. Con effetti moltiplicativi da 1000 a 1500 miliardi di investimenti totali pubblici e privati. La necessità di nuove infrastrutture di trasporto, distribuzione e produzione di energia  è avvertita da larga parte degli americani e spinge il consenso al presidente. In questa manovra molti economisti intravvedono però una espansione del deficit pubblico Usa, già sotto stress per la riforma fiscale che taglia l’imposta sugli utili d’impresa. Se usiamo l’odiosa bilancia di Maastricht il quadro è ancora più fosco. Il vero debito pubblico Usa è quello federale più quello delle amministrazioni locali. Mentre il riferimento è sempre a quello federale. Il reale debito pubblico supera in percentuale quello del bel Paese attestandosi a circa il 134% sul Pil. Ma al funambolico Donald non sembra fregare molto dei conti pubblici facendo infuriare oppositori ed economisti, al solito con musi lunghi. La reazione delle imprese, vicine a Trump, è positiva. La mossa di Donald  dà una ulteriore spinta all’economia Usa e piace nelle leggi tutto