Ultimo Aggiornamento:
11 marzo 2026
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Argomenti

La politica estera in tempi di incertezza

Paolo Pombeni - 11.03.2026

Nella tradizione italiana la politica estera è stata raramente un tema seguito costantemente con passione dal complesso dell’opinione pubblica. In ciò nulla di strano, perché è così in quasi tutti i Paesi, salvo quando accadono fatti che possono accendere passioni elementari o prestarsi a manipolazioni per essere visti come segnali che interpretano il futuro. In questo anche la nostra opinione pubblica non fa eccezione.

Altro discorso per l’attenzione che al tema viene riservato dalle classi dirigenti, specie da quelle politiche. Qui si può vedere una certa anomalia italiana, perché anche in quegli ambienti sembra si faccia fatica a misurarsi con quel che succede a livello internazionale mantenendo una certa freddezza di giudizio e lasciando perdere le facili strumentalizzazioni propagandistiche.

Questa premessa è necessaria se si vuole affrontare l’analisi del difficile momento con cui si sta confrontando la politica estera del nostro Paese. Le prese di posizione roboanti, i giudizi in bianco e nero, le intemerate pseudo-moraleggianti servono a poco o a nulla. Un sistema politico, a cominciare ovviamente dal suo governo e dal parlamento, dovrebbe valutare con attenzione una congiuntura specifica, specie quando questa, come nell’attuale fase della crisi mediorientale, è particolarmente oscura e intricata. Assistiamo invece ad una fascinazione superficiale ed ingenua per

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Una riforma elettorale poco attraente

Paolo Pombeni - 04.03.2026

Mentre il mondo sta sospeso nell’attesa di capire come si evolverà la situazione in Medio Oriente dato un contesto non facile da decifrare, la politica italiana si occupa stancamente della riforma elettorale. Stancamente, perché è una questione che coinvolge gruppi ristretti di professionisti della politica, militanti o osservatori che siano, mentre l’opinione pubblica appare distante. Del resto neppure l’avvicinarsi delle urne referendarie sembra scaldare gli animi, a parte quelli, sin troppo incandescenti, delle due “curve” che si contrappongono a base di propagande sempre più rozze.

La domanda che si pone ad un osservatore della scena politica è quanto i proponenti della proposta di legge elettorale si rendano conto dei problemi strutturali con cui devono misurarsi. Essi sono essenzialmente due: l’astensionismo e il contesto che è necessario per avere un sistema proporzionale che funzioni. La prima questione è più evidente, la seconda meno.

Sull’astensionismo c’è da partire da una questione semplice, semplice: stabilire l’attribuzione di un premio di maggioranza ai meglio classificati nella distribuzione dei voti quando si ha un astensionismo che si colloca intorno alla metà del corpo elettorale (e che non dà segni di venire ridimensionato) significa rapportare il valore dei voti ottenuti a questa realtà. Diciamolo nel modo più banale possibile. leggi tutto

Una radicalizzazione pericolosa

Paolo Pombeni - 11.02.2026

Non è un bel clima quello che incombe sul nostro Paese. Sarà per la campagna elettorale in vista della consultazione referendaria del 22-23 marzo, ma non ci pare riducibile a quello. Piuttosto è la situazione di incertezza generale che, come sempre, si riflette sulle trame della tela che rappresenta la attesa angosciosa per un futuro che rimane piuttosto oscuro.

Non tutto si collega per via razionale, ma le connessioni si intuiscono. È vero che si potrebbe dubitare che la gente percepisca con chiarezza una tendenziale mutazione nelle relazioni internazionali. Dopo una fase in cui sembrava che, con tutti i pasticci che sappiamo, una relativa stabilizzazione potesse essere in vista, improvvisamente ecco due segnali che non sottovaluteremmo: nei negoziati fra USA e Iran, il regime di Teheran ha indurito le posizioni riproponendo il suo ruolo di forza antagonista nell’area; a Gaza, Hamas ha dichiarato di non accettare il disarmo e l’avvio di una amministrazione esterna. Può darsi che siano mosse solo scenografiche, ma vengono in un momento in cui Trump appare in difficoltà, vittima dei suoi infantilismi polemici e alle prese con un dissenso interno che si rafforza. Per contorno l’asse europeo, che nel condizionare relativamente il quadro dei conflitti ha un ruolo più importante

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Un mondo sempre più in tensione

Paolo Pombeni - 07.01.2026

L’aveva detto Mattarella nel suo messaggio di fine anno: “il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante [sottolineiamo il termine] il rifiuto di chi la nega perché si sente il più forte”. Ciò senza sorvolare sul fatto che “abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale” e che “siamo in tempo in cui tutto diventa globale e interdipendente”. Nel precedente discorso agli ambasciatori aveva anche sottolineato come “l’epoca di transizione in cui ci troviamo presenta pericoli che dobbiamo saper tempestivamente riconoscere” e “a stagliarsi all’orizzonte c’è il rischio di un generale arretramento della civiltà”.

Quel che è successo in Venezuela il 3 gennaio colora drammaticamente le considerazioni del nostro Presidente. Siamo infatti di fronte ad un nuovo capitolo di quel ritorno all’imperialismo come cultura dominante nelle relazioni internazionali che è stato il cruccio di tutti gli osservatori nell’anno appena concluso. 

Si tratta, dobbiamo dirlo, di una tematica estremamente difficile da dominare che la rincorsa agli slogan ad effetto che dominano nella comunicazione dei politici e nelle analisi dei talk show non aiuta certo a capire.

C’erano già due scenari molto complicati. Il primo era la questione ucraina dove il mese scorso si è continuato leggi tutto

USA, Europa, Italia

Paolo Pombeni - 10.12.2025

In quel gioco di specchi che è diventata al momento la politica internazionale ci si interroga sul peso da dare al documento programmatico dell’amministrazione americana che prova a disegnare il futuro della sua politica estera scagliandosi con violenza con l’Europa. Come era da aspettarsi questo accende un dibattito anche nella nostra vita politica, considerando le sue incertezze e le scelte pro Trump della presidente Meloni.

Ma andiamo con ordine. Quanto al significato del documento americano ci sono fra gli osservatori pareri contrastanti. Se tutti sottolineano il tributo che esso paga alle mode della destra statunitense, il mondo sbrigativamente etichettato MAGA, per cui vanno messi nel conto eccessi retorici, ci si divide se considerarlo un piano che riflette andamenti reali o un manifesto retorico che è più che altro destinato a mandare messaggi provocatori a vari interlocutori. A nostro modesto avviso le due interpretazioni non si eludono a vicenda, ma sono integrate.

La storia delle relazioni internazionali contiene non pochi esempi di documenti di quel tipo che hanno sbandierato una linea abbandonata in seguito per adeguarsi al contesto delle forze e delle tensioni in campo. Avverrà così anche questa volta, soprattutto se i messaggi subliminali mandati a vari interlocutori andranno o non andranno leggi tutto

Storia di Gaza: terra, politica, conflitti

Francesco Provinciali * - 08.11.2025

Scrivere un libro su Gaza di questi tempi potrebbe evocare la metafora del lanciare un sasso nello stagno.

Il conflitto israelo-palestinese, originato dall’attacco terroristico di Hamas “Operazione Diluvio al-Aqṣā” del 7 ottobre 2023 (nel giorno del cinquantesimo anniversario dello scoppio della guerra arabo-israeliana del 1973), con l’uccisione di 1200 tra civili e militari israeliani e il sequestro di altri 250 tenuti in ostaggio per oltre due anni (restituiti in parte vivi o morti), si è risolto in una tragedia umanitaria, con l’uccisione di 65 mila vittime e il ferimento di altre 166 mila persone. In mondovisione è stato rappresentato uno scenario raccapricciante, città, case, villaggi rasi al suolo, una belligeranza estesa a gran parte del Medioriente, il massacro della popolazione inerme, le tendopoli, gli accampamenti, la fame, le malattie, le mutilazioni – con un numero spropositato di bambini uccisi, almeno 16 mila – stimato come la guerra più sanguinosa del XXI secolo. Il pogrom di Hamas ha spaccato il mondo politico, suscitando deprecazione non solo come aspetto dell’estremismo terroristico e del fondamentalismo religioso mentre molti osservatori hanno duramente biasimato la reazione di Israele che pure è stata sostenuta dagli USA e da larga parte del mondo occidentale. Anche in Italia le manifestazioni di piazza pro-Pal hanno raggiunto un parossismo distruttivo che è arrivato a

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La prima vittima a morire in guerra è la verità (Eschilo)

Francesco Provinciali * - 19.10.2025

Sono trascorsi oltre 1300 giorni dall’invasione armata dell’Ucraina da parte della Russia e – a parte le 19 sanzioni comminate dall’U.E. all’aggressore (peraltro mai illustrate nei dettagli e negli auspicati esiti) e il progressivo disimpegno di Trump dal massacro in atto con tutti gli impliciti e le evidenze del caso – le istituzioni politiche del mondo occidentale hanno reagito con sostegni militari non risolutivi del conflitto e ora i Paesi dell’U.E. stanno prendendo atto delle vere intenzioni di Putin che provoca e minaccia con presìdi dei territori e dei confini, con sorvoli aerei e incursioni di droni. Le prese di posizione nonostante una pletora di incontri mai drasticamente risolutivi (nemmeno nella considerazione dell’ipotesi di sospendere le acquisizioni dalla Russia di gas e petrolio, una scelta che avrebbe sferrato un duro colpo all’economia di Mosca) sono state una polifonia stonata per intensità differenti, indisponibilità ad azioni unitarie, dissonanti prese di posizione: in estrema sintesi un bailamme ben descritto da Mario Draghi come ‘evaporazione ed evanescenza’ di una visione sostanzialmente acefala.  

Di converso è cresciuta nella pubblica opinione una sorta di indifferenza mista a insofferenza per il protrarsi del conflitto che – in misure diverse – ha sottratto risorse ed energie alle economie nazionali. Se la guerra in leggi tutto

Come Putin prepara la sua nuova escalation

Francesco Provinciali * - 04.10.2025

Come già evidenziato il bilaterale di Ferragosto tra Trump e Putin alla Joint Base Elmendorf-Richardson di Anchorage non ha proposto nulla di costruttivo: quel red carpet steso in onore dell’illustre ospite ha lasciato in totale imbarazzo il Presidente USA, ricordando implicitamente che dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca (e nella magniloquenza del programma elettorale) aveva affermato che la guerra in Ucraina si sarebbe conclusa in pochi giorni. L’incontro ha se mai rafforzato le mire strategiche del capo del Cremlino che si era presentato a quell’appuntamento ostentando una non scalfibile sicurezza. Il successivo vertice di Pechino, alla presenza dei leader del rassemblement anti occidentale con tanto di parata militare e sfoggio di potenza bellica nucleare non ha inviato al mondo alcun segnale di distensione e di pace ma un messaggio di coesione, compattezza, minaccia e di forza. Trump continua a tessere una tela che ricorda quella di Penelope: facendo e disfacendo, promettendo e smentendo, minacciando dazi come deterrente ritorsivo alle emergenze di una nuova geopolitica (da lui stesso incautamente provocata) deve combattere su due fronti: quello del consenso interno centrato sul progetto MAGA e quello esterno dove nelle relazioni internazionali  predilige l’ostensiva mediazione con i tradizionali nemici piuttosto che leggi tutto

Luigi Di Maio, il Qatar e il Golfo Persico

Francesco Provinciali * - 27.09.2025

Dopo la frattura con Conte (che lui stesso aveva portato alla ribalta del Movimento) e i 5 Stelle (rimasti con il loro capo politico legati al palo della demagogia e dell’opposizione negazionista e preconcetta) e dopo la mancata rielezione in Parlamento con un proprio partito politico – “Impegno civico” in tandem con il Centro democratico di Bruno Tabacci – Luigi Di Maio ha da oltre due anni trovato una collocazione internazionale di prestigio. Proposto dal Governo a guida Mario Draghi (di cui aveva fatto parte come Ministro degli Esteri--incarico prorogato dal Conte-bis- dal 13 febbraio 2021 al 22 ottobre 2022, giorno di insediamento del Governo Meloni e dimessosi da Segretario di impegno Civico) come Rappresentante speciale dell'Unione europea per il Golfo Persico, viene scelto in una rosa di quattro candidati dall'Alto rappresentante Josep Borrell come “rappresentante ufficiale dell’U.E. per il Golfo Persico e assume l'incarico il 1º giugno 2023. Viene riconfermato il 15 gennaio 2025 per ulteriori due anni da Kaja Kallas, donna politica estone, succeduta a Borrell nella carica di Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, a sua volta designata dal 1º dicembre 2024 dalla Presidente della Commissione U.E. Ursula von Der Leyen. Nel conferire la proroga dell’incarico di Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, leggi tutto

Un tornante difficile trattato con incomprensibile leggerezza

Paolo Pombeni - 03.09.2025

Dovrebbe essere impossibile trattare con leggerezza il tornante internazionale di fronte al quale ci troviamo. La conferenza della organizzazione per la cooperazione di Shanghai registra una chiara e complessiva sfida all’ordine mondiale come si è sviluppato dopo il 1945. Lo fa certamente perché quell’ordine è già di suo messo molto male, ma lo fa proponendo non di ricostruirlo in maniera adeguata, bensì di sostituirlo con un nuovo equilibrio (si fa per dire) con il perno non più ad Occidente, ma ad Oriente.

Diciamo subito che i due termini sono in verità un modo garbato per dire che al cosiddetto “secolo americano”, si sostituirà un secolo cinese, ad un impero più o meno su invito con sede a Washington, un impero con sede a Pechino, non si sa basato su quale collante per tenere insieme i suoi membri. Al momento quello proclamato è il rifiuto dell’egemonia occidentale, questione piuttosto ambigua da definire: la si presenta come una rivolta degli sfruttati contro chi per secoli li ha asserviti, cioè l’occidente euro-americano, ma poi ci si allarga, diremmo inevitabilmente a mettere in discussione il sistema costituzionale liberal-democratico che fu l’ideologia portante con cui i paesi di quell’area esercitarono la loro preminenza in nome del progresso e della

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