Ultimo Aggiornamento:
24 settembre 2022
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Argomenti

Il mistero dell’aeronautica russa

Leonardo Goni * - 29.06.2022

È uno dei misteri, almeno finora, di questa guerra. E ha sorpreso tutti, esperti e analisti militari per primi.

Con 4173 aeromobili e circa 850.000 uomini – così era stimata alla vigilia dell’invasione da Flying Magazine – la Russia è la seconda potenza aerea al mondo, inferiore solo agli Stati Uniti.

Forte di un rapporto di oltre 10 a 1 con l’aviazione di Kiev, l’Aeronautica russa (VVS) avrebbe dovuto costituire uno dei maggiori punti di forza nell’attacco lanciato da Putin contro l’Ucraina. Con una vasta esperienza nel bombardamento di obiettivi in Siria, Georgia e Cecenia, l'aviazione di Mosca avrebbe dovuto svolgere un ruolo fondamentale nell'invasione, spazzando via le difese aeree avversarie e consentendo alle forze di terra di penetrare in profondità in territorio ucraino e conquistare Kiev, colpendo dal cielo ogni resistenza. Ma a più di quattro mesi dall'inizio della guerra, l'aviazione di Vladimir Putin non ha ancora conquistato il dominio dell’aria.

Sebbene numericamente assai inferiori, le forze ucraine hanno mostrato una sorprendente capacità di contrastare l’offensiva aerea di Mosca, grazie anche al supporto di intelligence e di sistemi di difesa antiaerei forniti dall’Occidente.

Ma non può essere solo questa la causa di una performance così insoddisfacente, rispetto alle aspettative del Cremlino.

Secondo un’analisi pubblicata dal Ministero della leggi tutto

Qualcuno metta sul comodino di Putin i libri di Tolstoj e Dostoevskij

Francesco Provinciali * - 25.06.2022

Credo che nella sua lunga parabola di ascesa al potere, in parte ascrivibile agli incroci fortuiti di un ineludibile destino e in parte dovuta alla capacità di preordinarne gli eventi, Vladimir Vladimirovic Putin sia sempre stato condizionato e guidato da due fondamentali aspirazioni: accreditare se stesso nella pienezza delle proprie potenzialità e rappresentare la Russia, consapevole di essere l’erede della identità storica culturale di un Paese immenso di oltre 144 milioni di abitanti, esteso su 17 milioni di chilometri quadrati, attraversato da 10 fusi orari, comprensivo di 200 etnie e di oltre 60 tra lingue e dialetti. In questa condizione esistenziale diventa persino inevitabile confondere i piani dell’essere e dell’apparire ma Putin in questa fase apicale di decisioni drammatiche ha scelto di portare il mondo sull’orlo di un abisso senza ritorno. Fondamentalmente è solo, non può fidarsi nemmeno del più affidabile collaboratore, mette tra sé e gli altri la distanza del potere assoluto, la diffidenza verso complotti, congiure e tradimenti: il tavolo lungo oltre sei metri che lo separa dai suoi interlocutori è l’icona di una malcelata debolezza, dietro la boriosità delle parole e la spietatezza delle decisioni e dei gesti. Arroccato in un bunker che si fa sempre più stretto, forse minato dal male si fa leggi tutto

L'ordine liberale è evoluzione

Tiziano Bonazzi * - 22.06.2022

Dovevamo proprio farci sbattere in faccia da Putin al Forum economico di San Pietroburgo che è finito l'ordine liberale mondiale dominato dagli Stati Uniti con l'alleata l'Europa compartecipi di una storia spesso tragica, ma comune? Dovevamo lasciare che fosse Putin a far uscire dai circoli degli esperti e a sbattere in prima pagina questa ovvietà? È successo perché è una ovvietà che fa male e che costringe ad abbassare la cresta a noi opinione pubblica, opinione politica, galletti indomiti perché ciechi. Facciamo un esempio illustre che risale ai tempi aurei della conquista europea del mondo e della costruzione dell'universo politico moderno, l'esempio di Alexis de Tocqueville, uno dei grandi padri del liberalismo. Nella prima metà dell'Ottocento Tocqueville scoprì in America la democrazia trionfante, ne preconizzò con timore l'allargarsi in Europa e teorizzò che negli Stati Uniti la democrazia poteva sussistere perché era una democrazia costituzionale e liberale che divideva il potere fra molti centri istituzionali in modo che nessuno potesse prevaricare e al tempo stesso costituzionalizzava i diritti individuali. Un grande; ma un grande che negli anni Quaranta approvò la guerra devastante della Francia in Algeria, i continui massacri che l'Armée commetteva per assoggettare gli arabi e giudicò necessaria la colonizzazione leggi tutto

Fronte del Donbass: il ritorno del “dio della guerra” staliniano

Leonardo Goni * - 01.06.2022

Abbandonato, per ora, il progetto di conquistare l’intero territorio ucraino, l’armata russa ha concentrato i suoi sforzi per il controllo dell’Ucraina meridionale e orientale, dove il conflitto si sta trasformando in una guerra di posizione, un enorme tritacarne stile Prima guerra mondiale, fatta di trincee e soprattutto di massiccio uso di artiglierie.

Il Donbass nuovo Verdun, come titolava, alcuni giorni fa, lo Spiegel? Forse, ma con le tecnologie di un secolo dopo, come i missili e i droni per l’acquisizione degli obiettivi, che permettono a chi designa i bersagli per l’artiglieria, di vedere, rapidamente, le posizioni del nemico e dirigere un fuoco preciso. Precisione ulteriormente assicurata dall’utilizzo di proiettili a guida laser in grado di colpire con ben pochi margini di errore.

In questo teatro di operazioni i russi stanno applicando la "tradizionale" strategia già usata durante le loro offensive nella Seconda guerra mondiale, basata su forti concentrazioni di artiglieria per spianare ogni difesa e scuotere il morale dei difensori sottoposti ad un martellamento incessante, per minarne la capacità di resistenza.

Per Stalin l'artiglieria costituiva infatti "il dio della guerra" e la dottrina d’impiego sovietica, ereditata dall’armata di Putin - come evidenziato dagli esperti militari occidentali – prevede la concentrazione massima di leggi tutto

Cosa diciamo quando diciamo Occidente?

Fulvio Cammarano * - 25.05.2022

Tra le diverse motivazioni con cui Putin e il suo gruppo dirigente hanno voluto giustificare l’invasione russa dell’Ucraina, una delle più esplicite è quella che si richiama alla necessità di contrastare l’Occidente, non solo in quanto concreta minaccia militare (“L’Occidente stava preparando una invasione dei nostri territori”, ha detto Putin durante la parata del 9 maggio), ma anche, se non soprattutto, in quanto espressione di una cultura deteriore impegnata nell’opera di dissolvimento della Russia, attraverso l’accerchiamento militare e la distruzione dei suoi valori. "L'Occidente – ha sostenuto Putin - sta tentando di spaccare la società russa e distruggere la Russia dall'interno". Non è, dunque, un caso che ad assurgere ad un livello chiave nell’ambito della comunicazione di guerra sia stato il Patriarca di Mosca, Kirill il quale ha legittimato l’aggressione in nome di valori e tradizioni russofile antioccidentali. Per Kirill è in corso una lotta della virtù contro gli immorali modelli di vita espressi dall’Occidente.

La vaghezza del concetto di Occidente, a metà strada tra modello culturale e realtà geopolitica, risulta molto utile, in ambito polemico, per individuare colpevoli senza indicarne nomi e cognomi. L’Occidente, per Putin, è in primo luogo tutto ciò che promana dagli Stati Uniti e dalle realtà considerate legate al carro di Washington, leggi tutto

Le donne e la guerra di Putin

Raffaella Gherardi * - 18.05.2022

Il conflitto è una follia oltre ogni limite, con le donne al potere non sarebbe scoppiato”: così suona il titolo sotto il quale “La Stampa” ha riassunto qualche giorno fa il testo di una intervista al Presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato. È evidente come alle lettrici tutte non possa che aver suscitato un impulso di immediata e spontanea adesione un titolo che le rendeva possibili, immaginarie artefici di una politica “altra” rispetto a quella di una drammatica guerra in corso le cui responsabilità venivano identificate in testa ad individui di sesso maschile.  Per la verità anche relativamente a questi ultimi responsabilità ben diverse appaiono in capo a Putin e Zelensky, maschi sì entrambi, ma rispettivamente l’ uno iniziatore della invasione a suon di missili e carri armati di uno Stato sovrano, l’altro Premier democraticamente eletto di un Paese che dà prova di una eroica resistenza a difesa della propria integrità territoriale e anche della sua stessa esistenza come popolo contro le mire espansionistiche di un tiranno e della sua politica di potenza.

Certo fiumi e fiumi di inchiostro sono stati versati a proposito della dimensione prettamente maschile della guerra, delle sue valenze di forza e violenza, degli individui maschi che, più leggi tutto

Una nuova questione europea

Paolo Pombeni - 11.05.2022

Lo si è già detto, ma ogni giorno che passa diventa più chiaro che si sta avviando una nuova stagione per l’Unione Europea. Il discorso a Strasburgo di Draghi prima e di Macron poi ha messo sul tavolo una vecchia questione che è divenuta drammatica dopo la nuova politica avventurista della Russia di Putin, politica che è diretta in primo luogo contro l’Europa.

Storicamente i grandi imperi non hanno mai visto bene il sorgere di una potenza europea fuori del loro controllo e con possibilità di diventare un possibile concorrente. La Gran Bretagna e la Russia si opposero a Napoleone, poi fu la volta del blocco alle mire egemoniche del rinato Reich tedesco (secondo e terzo), e infine quella degli accordi di Yalta che dividevano il nostro continente in due: metà sotto egemonia atlantica (anglo-americana nella progettazione, ma ben presto privata della componente “anglo”), metà sottoposta al vassallaggio sovietico. Naturalmente non si tratta di begli esempi di tentativi di unificazione europea, ma li ricordiamo come dinamiche politiche e non certo come esempi di virtuosa volontà di progresso.

Le eredità storiche hanno persistenze lunghe, come si può plasticamente vedere oggi dai russi che non disdegnano di tirar fuori le vecchie bandiere rosse con falce leggi tutto

Konigsberg – Kaliningrad: la città che visse due volte

Leonardo Goni * - 11.05.2022

Una città dalla due vite: la prima, come cuore dello Stato prussiano, città commerciale e centro culturale, patria del filosofo della pace perpetua, Immanuel Kant. Poi, dal 1945, totalmente distrutta e ricostruita, con un nuovo nome e nuovi abitanti, diventa base militare sovietica, poi enclave russo, incuneato tra Polonia e Lituania, sul Baltico.

Questo è il destino di Königsberg/Kaliningrad. La guerra in Ucraina ed i timori dei Paesi baltici, con Finlandia e Svezia che stanno valutando l’ipotesi di entrare nella NATO, come reazione alla “operazione speciale” putiniana, focalizzano nuovamente l’attenzione dei media e degli osservatori, su questo piccolo ma strategico avamposto occidentale della Russia, specie alle luce delle recentissime news, che la vedono potenziale base di lancio per i missili nucleari a corto raggio del Cremlino.

Il primo nucleo della città crebbe intorno al castello eretto nel 1255 dai Cavalieri dell’Ordine teutonico e dedicato al re di Boemia, Ottocaro II, in onore del quale assunse il nome Königsberg (Monte del re). I Cavalieri con la croce nera avevano intrapreso una serie di crociate per conquistare e cristianizzare le terre baltiche, ancora pagane. Il territorio dove era sorto il nuovo centro abitato era da millenni popolato dai Pruzzi, o Antichi Prussiani, tribù leggi tutto

I civili come nemici

Fulvio Cammarano * - 27.04.2022

Se qualcuno avesse chiesto negli anni ’80 o ’90 del secolo scorso, a un passante in una qualsiasi parte del mondo, le ragioni per cui l’umanità avrebbe potuto trovarsi sull’orlo di una guerra nucleare nel 2022, molto probabilmente si sarebbe sentito rispondere che una simile guerra avrebbe avuto inizio solo per questioni legate a grandi scenari strategici, come la lotta per la conquista dello spazio, o a gravi questioni ambientali, ad esempio una guerra per il controllo dell’acqua potabile, oppure a tentativi di imporre programmi cibernetici planetari. Sarebbe stata grande la sorpresa del passante interpellato se gli avessero svelato che, nel XXI secolo, la guerra potenzialmente devastante per l’umanità, era deflagrata per le stesse ragioni che erano state alla base dei conflitti già visti nel XIX e nel XX secolo, vale a dire l’invasione di un Paese confinante da parte di una potenza intenzionata a difendere il prestigio nazionale e il riconoscimento dello status di autorità imperiale. Anche per noi oggi è triste constatare che Putin ha avviato un drammatico conflitto solo per restituire alla Russia quella posizione che deteneva nella seconda metà del XX secolo. Un’impresa fuori tempo massimo, al di là dei risultati contingenti che potrà ottenere nell’immediato. Quel ruolo leggi tutto

La guerra delle materie prime e lo scudo ucraino

Francesco Provinciali * - 23.04.2022

Quello che l’economista Giuseppe Sabella ha consegnato all’editore Rubbettino (che lo sta diffondendo con grande successo a 1,99 euro e proventi per l’Ucraina) è qualcosa di più di un saggio breve, un paper come si dice in gergo: è un’originale ed approfondita analisi delle motivazioni prodromiche che hanno scatenato l’aggressione militare della Russia all’Ucraina e delle varie concause che l’hanno determinata e sostenuta. Abituati agli estenuanti e spesso stucchevoli dibattiti televisivi dove i tuttologi esprimono congetture, interpretazioni, punti di vista, opinioni sovente non suffragate da analisi competenti, forse più preoccupati di prendere posizione o di esporre suggestioni quasi mai aderenti alla realtà, si resta sorpresi nel leggere questa trentina di pagine dove Sabella espone in modo chiaro alcune riflessioni più che plausibili.

Egli scrosta le apparenze e le suggestioni che coprono la realtà (come una sorta di “cappa” direbbe Veneziani) e riporta ogni approfondimento sul piano dell’approccio geopolitico ma soprattutto geoeconomico: è da tempo convinto assertore della matrice e della genesi economica, tecnica e scientifica di ciò che sta accadendo a livello planetario. Allievo di un grande filosofo della Scienza, il compianto Prof. Giulio Giorello (ho avuto l’onore di conoscere e intervistare entrambi e di coltivare una consonanza di interessi culturali con l’amico Giuseppe, leggi tutto