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17 giugno 2026
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Argomenti

Mrs Clooney e la guerra padellata egiziana

Azzurra Meringolo * - 08.01.2015

Mrs. Clooney rischierebbe il carcere. Secondo quanto annunciato dal quotidiano britannico The Guardian, i magistrati egiziani non sopporterebbero più le dure critiche pronunciate da Amal Alamuddin, la moglie del celebre attore di Hollywood. In un rapporto datato febbraio 2014 redatto dalla stessa avvocato e da altri colleghi per conto di un’associazione internazionale, Alamuddin avrebbe infatti denunciato le «falle» del sistema legale egiziano. 

 

Il condizionale è però d’obbligo. Appena la notizia – pubblicata più sulle pagine di cronaca rosa che su quelle estere - ha iniziato a circolare, il Ministero degli Interni egiziano ha infatti negato di aver minacciato  di arrestare la penalista già celebre, ancora prima del suo matrimonio, per i suoi precedenti clienti: Julian Assange, Yulia Timoshenko e l’ex gheddafiano Abdullah Senussi.

 

L’avventura di Alamuddin in Egitto è iniziata prima che lei diventasse protagonista della cronaca rosa quando è stata scelta come avvocato difensore da uno dei tre giornalisti di Al-Jazeera in cella dal 2013 con l’accusa di aver fiancheggiato gli ormai banditi Fratelli Musulmani. La settimana scorsa, un tribunale del Cairo ha annullato le vecchie condanne (dai 7 ai 10 anni di detenzione), leggi tutto

Patto di stabilità o grande alibi?

Gianpaolo Rossini - 30.12.2014

Italia a disagio con il patto di stabilità. Germania  poco incline ad aprirlo per renderlo più flessibile. Sembrano due posizioni inconciliabili con una unica via d’uscita per il paese più debole cui non resta che fare i compiti a casa fino all’ultima riga. La realtà è forse un po’ diversa e ancora più cruda di quanto non appaia dalle frecciate a distanza tra governi nazionali, commissione della Ue e qualche banchiere centrale dell’eurogruppo. Il Patto di stabilità è una regola con una bella dote di sanzioni e reprimende per i paesi che sgarrano. Ma è macchinoso ed è politicamente difficile applicarlo. E quindi serve quanto la Sagrada Famiglia di Barcelona per dire messa tutti i giorni. Perché in verità i veri guardiani del patto di stabilità sono altri. Stanno nei mercati finanziari e nelle agenzie di rating molto più spicci nelle loro decisioni e nei loro giudizi di quanto non siano gli organismi Ue. Le discussioni sul Patto di Stabilità sono delle stucchevoli sceneggiate che ormai stancamente narrate dai giornalisti che per mestiere devono occuparsi di questioni europee.  E neppure suscitano più alcun interesse nel  pubblico  che sa benissimo che ciò che è in agguato è lo spread e la simpatia o meno dei mercati per i titoli di stato del proprio paese. leggi tutto

Renzi e l’Europa, tra quotidiano e sistemico

Michele Marchi - 30.12.2014
Riflettere sul semestre di presidenza italiano dell’Unione europea che si concluderà ufficialmente con il discorso di Matteo Renzi il prossimo 13 gennaio 2015 può essere un buon angolo visuale sia per fare il punto sull’operato del nostro Primo ministro a poco meno di un anno dal suo ingresso a Palazzo Chigi, sia, più in generale, per fermarsi ad osservare a che punto si trova l’ “infinita” transizione italiana. L’Italia di Renzi, nel corso del semestre di presidenza dell’Ue, ha cercato di mantenersi in equilibrio tra soluzioni congiunturali e più complicate e decisive svolte strutturali. Renzi, il paladino della velocità e della svolta rapida, si trova quotidianamente a fare i conti con esigenze di brevissimo periodo che finiscono, il più delle volte, per cozzare con dinamiche di medio e lungo periodo. Ed il semestre di presidenza, da questo punto di vista, è stato uno specchio fedele di tale difficile equilibrismo.
Nel suo discorso al Parlamento di Strasburgo del 2 luglio scorso Renzi aveva contrapposto un’Europa stanca, annoiata e rassegnata (attraversata da una pericolosa ondata populista certificata dal voto di fine maggio) all’immagine di un mondo che corre veloce e finisce per lasciare indietro proprio il Vecchio Continente. Si era poi soffermato a ricordare che il Patto di stabilità presenta anche, sin dalle origini, una parte dedicata alla crescita, troppo a lungo trascurata. E infine non si era sottratto dalla sfida che nello specifico riguarda l’Italia e cioè la possibilità che, da osservato speciale (insieme a Parigi) delle istituzioni europee, il nostro Paese si trasformi in pungolo rispetto alla cosiddetta linea dell’austerità. Particolarmente apprezzato era stato, a questo proposito, il suo richiamo ad un’Italia che deve cambiare prima di poter chiedere alla stessa Ue un cambiamento.
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(Inter) Net Neutrality: nessuno contro, non tutti a favore

Patrizia Fariselli * - 30.12.2014
Riprendiamo il filo del precedente articolo (mente politica n.100) sulla neutralità della rete delle reti, per ribadire che la Net Neutrality (NN) è determinata dall’architettura tecnologica originaria di Internet, che non ammette pratiche di tipo discriminatorio (di accesso alla rete e al flusso dei dati che vi circolano) da parte degli operatori dell’infrastruttura di rete, i cosiddetti ISP, coerentemente con la sua concezione di rete pubblica. Il passaggio alla privatizzazione dell’infrastruttura di rete e lo sviluppo rapido ed estensivo dell’economia digitale hanno inevitabilmente aperto una divergenza di interessi tra la natura pubblica della rete e la natura privata dei soggetti che vi operano come fornitori di servizi, un conflitto tra chi vuole introdurre la logica del mercato anche nella gestione della rete e chi non vuole invece che essa sia subordinata al gioco della domanda e dell’offerta di servizi differenziati per qualità e velocità. 
Un ulteriore argomento che viene invocato sia dai favorevoli che dai contrari alla NN è il suo impatto sull’innovazione e sulla concorrenza. I primi sostengono che l’assenza di barriere stimola la creatività e il lancio di servizi innovativi da parte di imprese nuove, piccole, informali che altrimenti sarebbero escluse dalla competizione; i secondi sostengono che un ritorno inadeguato degli investimenti in reti veloci deprime l’innovazione dei grandi operatori di rete, ne scoraggia gli investimenti e  distorce la concorrenza a causa delle esternalità positive godute da chi opera in rete senza sopportarne i costi.
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Petrolio e politica: alla fine del primo boom energetico del XXI secolo

Massimiliano Trentin * - 23.12.2014

Dalla metà dello scorso giugno, il prezzo del barile di petrolio è calato di quasi la metà: secondo i dati forniti dal più grande cartello dei Paesi produttori, l’OPEC, siamo passati da 107 a poco meno di 62US$ nel giro di sei mesi. L’OPEC non esaurisce certamente tutte le riserve e la produzione totale di petrolio, né tantomeno quelle dei combustibili fossili. E tuttavia, le sue scelte sono molto importanti perché tra i suoi membri troviamo ancora i grandi produttori, come i più grandi detentori di riserve ad oggi conosciute ed utilizzabili.

Le spiegazioni per questo calo drastico, anzi possiamo parlare di vero e proprio crollo, sono essenzialmente di due tipi: quella strettamente “economica” basata sulla razionalità, sulla funzione di utilità; e quella geopolitica che considera come preponderanti la lotta di potere in atto a livello mondiale. Nelle società industriali e dei consumi di massa, le relazioni tra produttori e consumatori di energia non hanno mai seguito la razionalità del supposto homo economicus, per cui è difficile parlare di “mercato libero” del petrolio o dell’energia come se queste fossero due merci come le altre. Allo stesso tempo, politiche energetiche che non hanno considerato la propria sostenibilità finanziaria hanno mostrato presto i loro limiti. E’ dunque assai probabile leggi tutto

La crisi politica ed economica della Grecia. Uno spettro che si aggira per l'Europa?

Rigas Raftopoulos * - 23.12.2014

La prima votazione per eleggere il nuovo presidente della Repubblica ellenica si è tenuta mercoledì 17 dicembre come aveva annunciato l'8 dicembre scorso il primo ministro Antonis Samaras ed ha avuto esito negativo. Il candidato proposto dal governo, Stavros Dimas, ha ricevuto infatti soltanto 160 voti a favore  laddove la Costituzione greca prevede per la prima tornata il quorum di 200 deputati sui 300 del Parlamento. Se la maggioranza necessaria non viene raggiunta allora dopo cinque giorni si torna a votare con stesse modalità e requisiti. In caso ancora negativo, dopo altri cinque giorni si dovrà effettuare la terza ed ultima votazione con il quorum abbassato a 180 voti. Il fallimento al terzo turno comporterebbe dopo dieci ulteriori giorni le dimissioni del Consiglio dei ministri, lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di elezioni politiche. Il nuovo Parlamento procederebbe come suo primo compito all'elezione del presidente della Repubblica seguendo un calendario articolato su tre votazioni: nella prima il quorum è fissato a 180 voti, nella seconda, cinque giorni dopo, a 151 voti e nelle eventuale terza tornata si confronterebbero i due candidati più votati in precedenza e il vincitore della tornata verrebbe eletto nuovo presidente della Repubblica. leggi tutto

Una storia che serva alla politica (senza esserne serva)

Giovanni Bernardini - 13.12.2014

Ha colto nel segno il romanziere britannico L.P. Hartley quando ha definito il passato come “un paese straniero”, popolato da gente che si comporta in modo strano rispetto a noi. Un paese da cui attingiamo immagini, aneddoti e manufatti con lo stesso spirito ai quali spesso riserviamo lo stesso destino estetizzante e decontestualizzante dei Buddha sui comodini, o degli improbabili tatuaggi tribali da spiaggia. A quell’oceano di eventi accaduti nel tempo accediamo spesso sull’onda di stimoli e assonanze momentanee, destate più dall’istinto che dalla ponderazione. Così la semplice menzione della Crimea nella contesa tra Russia e Ucraina riporta alla mente nozioni di conflitti ottocenteschi, o di più recenti summit che nella vulgata hanno determinato le sorti dell’Europa (“di Yalta”, appunto). Similmente il referendum per l’indipendenza scozzese è stato associato all’immagine di una nuova epopea di “Braveheart”, con buona dose di grossolano ed esilarante anacronismo.

E poi c’è la storia, che è cosa diversa dal collezionismo occasionale di accadimenti passati. La storia che è interpretazione e conferimento di senso a quegli eventi, alla distanza che ci separa da essi, alla miriade di mutamenti infinitesimali e strutturali che hanno prodotto il presente. Pur semplificando, è lecito paragonare le interpretazioni storiche a delle mappe dei possibili percorsi verso quel “paese straniero”: mai uniche né univoche, diverse nei metodi di rilevamento e di raffigurazione, eppure comparabili in base alla loro rispondenza a regole chiare e rigore intellettuale. leggi tutto

La crisi portoghese

Goffredo Adinolfi * - 09.12.2014

Venerdì  21 Novembre l’ex primo ministro portoghese, il socialista José Socrates (2005-2011), è stato arrestato all’aeroporto di Portela mentre rientrava a Lisbona da Parigi.  Le accuse sono pesanti: riciclaggio di denaro, frode fiscale e corruzione.

Quello di Socrates è solo l’ultimo caso di una lunga serie che stanno lambendo più o meno direttamente il mondo della politica e dell’economia. È di pochi giorni fa la notizia di un’indagine su di una rete di corruzione che coinvolgerebbe i più alti livelli dell’amministrazione pubblica. In questo caso i capi d’imputazione riguardano le  “gold visa” ovvero i visti di entrata permanenti concessi dal governo portoghese in cambio di investimenti. C’è poi la condanna per l’ex deputato del Partido Social Democrata (Psd - centro destra) Duarte Lima, a dieci anni di prigione per frode nei confronti del Banco Portugues de Negocios. C’è infine la paradossale questione dei sottomarini militari acquistati in Germania dal governo di centro-destra nel 2004. Per quel contratto due alti funzionari tedeschi della Ferrostaal, impresa produttrice di armi, sono stati condannati dal tribunale di Monaco per corruzione senza che in Portogallo, siano stati condannati i relativi corrotti.

Dietro a questi casi, per il momento perlopiù sporadici, sembrerebbe nascondersi un fenomeno decisamente più esteso. Maria José Morgado, pubblico ministero che per due anni ha guidato la Direcção Central de Investigação da Corrupção e Criminalidade Económica e Financeira, denuncia in un’intervista alla rete televisiva Sic, come, nel corso degli ultimi tre decenni, grande parte dei sostanziosi fondi concessi dall’Unione Europea (si calcola che dalla metà degli anni ottanta siano arrivati circa 9 milioni di euro al giorno) siano stati usati non per il bene pubblico bensì per l’arricchimento individuale leggi tutto

A volte ritornano

Michele Marchi - 02.12.2014

Nicolas Sarkozy si è ripreso l’UMP, a dieci anni dalla prima conquista del partito post-gollista creato dalla coppia Chirac-Juppé nel 2002. Il 28 novembre 2004 Sarkozy aveva ottenuto l’85% dei voti dei militanti e avviato la sua rincorsa all’Eliseo, coronata con la vittoria del maggio 2007. Il 29 novembre 2014 il 63% dei militanti gli ha riconsegnato le chiavi del partito della destra repubblicana francese.

Un decennio è passato e si vede! Si potrebbe affermare così, con una battuta. Infatti, le differenze sono davvero notevoli. Cominciamo da quelle più banali, ma non per questo meno importanti. L’attuale Nicolas Sarkozy è l’ex presidente per cinque anni alla guida del Paese e non in grado nel 2012 di ottenere la riconferma per un secondo mandato. La parentesi maggio 2012-settembre 2014 è stata caratterizzata da una serie di faide interne e di guai giudiziari che hanno condotto l’UMP sull’orlo dell’implosione. Si può senza retorica affermare che il trauma del 2012 non è mai stato superato dal partito ed ora è chiamato a risolvere la situazione colui che, di quel trauma, per molti versi è una, se non la principale, causa.

Non si devono poi sottovalutare le differenze di sostanza tra novembre 2004 e novembre 2014. Intanto lo score. Un plebiscito per Sarkozy nel 2004, con l’85% dei voti (anche se in termini effettivi, solo 60 mila voti contro gli oltre 100 mila odierni) e al secondo posto un misero 8% per Dupont-Aignan e un 5% di testimonianza per Christine Boutin. leggi tutto

Il piano Juncker: quello che le cifre non dicono

Duccio Basosi * - 02.12.2014

In un'epoca di flussi informativi continui, nella quale ogni tweet di qualunque persona celebre pare  costituire un evento per il semplice fatto di essere stato digitato, la professione giornalistica non deve essere semplice da svolgere. Nel caso italiano, poi, il fatto che ogni analisi pessimistica delle tendenze in atto sia considerata, con simpatico giovanilismo, opera da "gufi", rende forse la vita del reporter ancora più complicata. È solo con questa premessa che è possibile affrontare con serenità il tema del corto circuito politico-informativo che ha circondato il lancio, lo scorso 26 novembre, del cosiddetto "Piano Juncker" per gli investimenti in Europa.

 

Quello degli investimenti per rilanciare la crescita è, con ogni evidenza, uno dei temi fondamentali dell'attuale dibattito politico nell'Unione europea: della necessità di misure straordinarie hanno parlato, negli ultimi mesi, quasi tutti i governi dell'Unione, così come i sindacati, le organizzazioni degli imprenditori e persino il governatore della Banca centrale europea. È certo possibile osservare che, almeno in alcuni casi, coloro che oggi invocano gli investimenti sono gli stessi che hanno celebrato fino a ieri le presunte virtù "espansive" delle politiche di austerità. Dopo sette anni di decrescita infelice e di stagnazione, che hanno moltiplicato la povertà e le disuguaglianze da un lato, e gli squilibri politici e regionali nell'Unione europea dall'altro, tuttavia, è un fatto che oggi nell'insieme della UE si registra un parziale cambiamento di parole d'ordine. leggi tutto