Ultimo Aggiornamento:
12 dicembre 2018
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Argomenti

“Veloce la vita”, o dell’impossibilità di evitare la Storia

Giovanni Bernardini - 24.10.2018

Stolpersteine, “pietre d’inciampo”. Così si chiamano i piccoli blocchi di pietra ricoperti d’ottone e disseminati tra i selciati di tante città europee. Il loro compito è quello di ricordare anche al passante più distratto che proprio lì, a pochi metri, hanno vissuto vittime di una violenza cieca e sistematica, che essi non erano una massa indistinta ma uomini e donne con dei nomi, delle date di nascita e soprattutto di uccisione o di deportazione verso luoghi da cui non hanno fatto ritorno. Louise, la protagonista del romanzo “Veloce la vita” dell’autrice francese Sylvie Schenk (Keller, 2018), vive in un’epoca precedente di decenni quella in cui, alla fine del Ventesimo Secolo, le pietre d’inciampo sono state inventate. Eppure la sua traiettoria esistenziale è destinata suo malgrado a inciampare continuamente nella Storia. Una storia recente e per molti versi ancora attuale, che però lei vorrebbe semplicemente continuare a schivare perché non intralci i suoi piani. Louise è giovane, lascia le montagne tra cui è cresciuta felicemente ma fin troppo costretta nelle dinamiche medioborghesi della famiglia, certamente più di quanto la sua febbre di vita le consenta di sopportare. L’università le fornisce la migliore occasione di fuga, verso una Lione che negli anni ’60 appare in pieno fermento leggi tutto

Il populismo: una fuga ribelle dalla modernità

Carlo Marsonet * - 22.09.2018

Sono tempi davvero fertili per la rilettura di alcuni classici. In modo particolare, la rivolta populista oggi in atto può essere efficacemente considerata sotto la lente analitica di autori come Tocqueville, Ortega y Gasset e Hayek, solo per citarne alcuni. Se, da un lato, tale “ribellione” è causata da motivazioni contingenti dovute al contesto sociale, politico ed economico odierno, d’altro canto si tratta di un prodotto che in qualche modo è coltivato all’interno della democrazia stessa e, pertanto, ha un’origine più profonda e latente.

Il populismo non nasce dal nulla, evidentemente. Non è, pertanto, la causa prima di una crisi. Piuttosto, si configura come l’esito di uno squilibrio socio-politico-economico, ma anche culturale, causato da eventi o processi che vanno ad impattare sulla struttura di un paese. La globalizzazione, la conseguente perdita di salienza delle democrazie nazionali e il crollo di certezze che si credevano acquisite una volta per tutte alimentano sentimenti di ostilità e rancore nell’ “uomo-massa”, descritto da Ortega, nei confronti di chi attenta al suo status, considerato come un diritto inalienabile, quasi naturale. Costui, tipico prodotto della “democratizzazione fondamentale” e della massificazione delle società opulente, sviluppa in un certo senso una sorta di capricciosa tracotanza senza limiti che lo porta a

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80 anni fa i Provvedimenti fascisti contro gli ebrei. IL 5 SETTEMBRE 1938, IL GIORNO DELLA VERGOGNA

Nicola Zoller * - 08.09.2018

Venne quel 5 settembre 1938 quando il re sabaudo firmò i fascistissimi “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”: lo storico Giovanni Belardelli lo considera il giorno “della vergogna per la cultura italiana”, quando gli ebrei furono estromessi dall’insegnamento. Vennero colpiti ben 896 docenti ebrei, mentre altri docenti “ariani” senza tanti problemi si installarono ben lieti al posto reso vacante. Tranne uno in verità: lo scrittore Massimo Bontempelli – che pur aveva trascorsi fascisti – si rifiutò di sostituire il grande critico letterario Attilio Momigliano; ma tutti gli altri 895 acconsentirono ad occupare quei posti, quando non si accapigliarono per essi.

Stupirsi? Non più di tanto. La storia italiana del Novecento è colma di comportamenti equivoci, quando non crudeli. Lo storico Angelo Del Boca ha scritto un libro dal titolo tagliente «Italiani, brava gente? - Un mito duro a morire» nel quale descrive molti episodi in cui gli italiani si sono rivelati capaci di indicibili condotte, che sconfessano “il mito che ci vuole diversi, più tolleranti, più generosi, più gioviali degli altri”. Così fu con gli ebrei, ma lo era stato in generale con l’accettazione del fascismo che gli italiani manifestarono purtroppo in modo amplissimo salvo poi reinventarsi una verginità rispetto a Mussolini e al suo regime: leggi tutto

Il revival neoborbonico: la parola agli storici

Fulvio Cammarano * - 07.10.2017

La questione del ritorno di nostalgie neoborboniche in alcune regioni del sud quest’estate, in Puglia ha preso le sembianze di una proposta di legge regionale per una giornata della memoria delle vittime meridionali dell’unificazione italiana. Si tratta di un progetto che va ben aldilà dei consueti e periodici revival destinati a riempire l’ozio estivo e poi a spegnersi con la chiusura degli ombrelloni. La stessa contingenza storica internazionale in cui ci troviamo, caratterizzata da tensioni nazionali centrifughe, ci costringe a guardare con molta attenzione ai numerosi risvolti di questo “ritorno ai Borbone”. Il versante storico, da cui  ha preso le mosse, è in fondo l’aspetto più semplice. Poiché per sostenere una causa risulta utile inventarsi dei nemici, i laudatores del Regno delle Due Sicilie hanno vita facile, in un Paese ormai assuefatto all’idea del dibattito pubblico come gara o duello, a presentare il vasto problema di quella che un tempo si chiamava questione meridionale, come il risultato dell’azione vessatoria dei Savoia. La violenta occupazione piemontese avrebbe cioè distrutto un sistema economico e sociale funzionante e competitivo a livello internazionale e sottomesso definitivamente il Meridione agli interessi del  “Nord”. E’ evidente che utilizzare un borbonismo mitologico come chiave di lettura introduttiva agli leggi tutto

Commemorare i Borbone. L’invenzione della storia regionale in una Italia che smarrisce il filo della democrazia.

Carlo Spagnolo * - 29.07.2017

La mozione del consiglio regionale della Puglia per l’istituzione di una "Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia" è soltanto l’ultima tappa della complessiva riscrittura delle memorie pubbliche a cui stiamo assistendo in tutta Europa dal 1991.  Pierre Nora, in Come si manipola la memoria (2016) nota che in Francia, nel secolo dal 1880 al 1980  erano state istituite appena sei commemorazioni; dal 1990 al 2005 altre sei, con una accelerazione impressionante degli interventi politici e legislativi sul passato nel sec. XXI. Due sono i pilastri di questa revisione, il riconoscimento delle vittime, emerso attorno alla centralità dell’Olocausto, e la condanna dei totalitarismi. Insieme alla scoperta delle rimozioni e degli oblii precedenti, e dei limiti delle narrazioni dei vincitori, emergono manipolazioni di breve respiro mentre il passato diventa oggetto dei media e non più dominio degli storici di professione. Alla storia si chiede giustizia invece che spiegazione, il passato si trasforma in una prateria di ingiustizie, con un effetto di sradicamento del rapporto tra nuove memorie ed esperienze nazionali.

 

È comprensibile che la fine della guerra fredda, con l’allargamento dell’Unione Europea a 28 paesi e la creazione di un nuovo fronte di perdenti della globalizzazione, abbia riaperto il dibattito sulle memorie storiche degli stati nazionali, in Spagna, leggi tutto

Stendhal, Maccio Capatonda e il fascino del selfie: un parallelo

Omar Bellicini * - 10.05.2017

Sulle colline di Waterloo, affumicate da una bruma innaturale, un ragazzo si affretta, urla, interroga. È alto, bello e viene da Milano. Ha risalito la spina dorsale dell'Europa, dalla Lombardia al Belgio, solo per trovarsi in quel luogo. Doveva essere lì. Non voleva mancare un appuntamento importante. Ora è nel posto a lungo desiderato; e benché non s'imbatta nelle atmosfere piacevolmente pregustate nelle stanze d'infanzia, ingombre di libri e di sogni, può dirsi felice. Il giovane si chiama Fabrizio Del Dongo, e l'anno in questione è il fatidico 1815: quello della battaglia. Siamo al terzo capitolo de “La Certosa di Parma”, uno dei massimi capolavori stendhaliani. Probabilmente, quello che più ha segnato l'immaginario. Ma chi è Fabrizio, e cos'ha a che spartire con le vite interconnesse e condivise dei nostri contemporanei?

 

Nulla, se ci concentriamo sullo stile d'un adolescente che conosce le selle e non i sellini, e che di certo preferisce allungare i favoriti, in luogo delle creste. Ma, al di là di questi trascurabili dettagli esteriori, molto più a fondo delle mode e dei vezzi, Fabrizio potrebbe essere senza sforzo un “millenial”, o il padre di un millenial, o il nonno: fino a risalire ai tempi che gli sono propri, e persino a quelli precedenti. leggi tutto

La Cirinnà e qualche considerazione storica

Giovanni Bernardini - 16.02.2016

Per chi prova a fare della storia il proprio mestiere, la comparazione tra eventi e processi distanti nel tempo è una deformazione professionale incurabile, al pari di chi lavora di martello tutto il giorno e finisce per vedere chiodi ovunque. Non si tratta però di un esercizio inutile, purché non si ricerchino le abusate “ripetizioni della storia” ma ci si dedichi a riscontrare mutamenti e permanenze di fronte a sfide e problemi complessi. Difficile dunque assistere alla controversia che dentro e fuori le istituzioni sta suscitando il decreto Cirinnà sulle unioni civili senza che sorgano spontanei dei paragoni con altre battaglie per i diritti civili nella storia della Repubblica.

 

Tra le più vecchie, quella assimilabile per estensione del coinvolgimento e per radicalità delle posizioni ebbe luogo nel 1974 in occasione del referendum abrogativo della legge Baslini Fortuna, che aveva introdotto il divorzio nell’ordinamento italiano. La vicenda fu il risultato di un compromesso: in parlamento la Democrazia Cristiana non ostacolò l’approvazione della legge, che pure rifiutava, per non produrre fratture nella coalizione di governo; essa però si riservava la possibilità di adire all’istituto referendario e lasciare così l’ultima parola al corpo elettorale. Appaiono già evidenti una differenza e una similitudine tra le due situazioni. In quel caso si trattò anche di una resa dei conti tra schieramenti abbastanza definiti e riconoscibili: leggi tutto

Le crisi dell’Europa, l’assenza della storia e degli storici

Massimo Piermattei * - 04.02.2016

Nel dibattito pubblico europeo e in quello interno ai ventotto Stati membri è ormai da più di un anno che si discute, con (incauta) superficialità di mettere fine all’Euro, di estromettere la Grecia dall’Eurogruppo, di uno scenario che vede l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Un dibattito che sui migranti e sul trattato di Schengen continua a scrivere nuove tragiche pagine. Il tutto in un contesto che, dall’Ucraina al Medio Oriente, appare sempre più teso e pone all’Ue sfide non ulteriormente rinviabili (ancor più dopo gli attentati di Parigi e nell’ottica delle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti).

Gran parte delle responsabilità delle molteplici crisi che attraversano l’Europa (e dell’imbarbarimento del dibattito sul processo d’integrazione) ricade sulle spalle delle classi dirigenti nazionali, preoccupate “più dalle urne che dai libri di storia” - per riprendere lo slogan di un azzeccato manifesto lanciato da Amnesty International. Tuttavia, se la fine dell’integrazione europea, o l’ipotesi di un suo drastico ridimensionamento, sono diventati ormai un tema su cui confrontarsi, un’opzione possibile tra le tante sul tavolo, attribuire le responsabilità esclusivamente agli Stati membri e alle storiche contraddizioni irrisolte della costruzione europea sarebbe riduttivo, per quanto corretto. Così come sarebbe riduttivo limitarsi a denunciare la scarsa competenza con la quale i mass media si occupano dell’Ue e delle sue crisi. leggi tutto

Una questione fra storia e diritto: le misure coercitive di prevenzione

Fulvio Cammarano ° - 08.09.2015

Alcuni non lo sanno e molti non ci fanno caso, ma il sistema giudiziario italiano prevede la possibilità di prendere “misure coercitive”. Si tratta di provvedimenti che il Pubblico ministero chiede e il giudice può o meno concedere di fronte a determinati tipi di reato ritenuti potenzialmente reiterabili. In sostanza, attorno al soggetto che subisce questa misura, in attesa della sentenza, è possibile creare un recinto virtuale - in sostituzione di quello reale della cella dove potrebbe essere rinchiuso in via preventiva - in modo che torni a delinquere. Il Daspo, ad esempio, impedisce all’ultrà colpevole e scalmanato di frequentare lo stadio e dintorni, luoghi privilegiati per l’esercizio del tifo violento. Un’altra misura è il divieto imposto allo stalker di avvicinarsi  entro una certa distanza dall’oggetto delle sue ossessioni. C’è in queste coercizioni una logica  che intende salvaguardare persone ed  ambiti ben individuabili e circoscritti. Più complicata appare invece la fattispecie del divieto di dimora perché in questo caso la persona colpita dal provvedimento viene espulsa dall’intero suo mondo - quello della città in cui lavora e ha relazioni sociali - e non solo da una piccola porzione di esso. Tale misura, ancora presente nel nostro codice di procedura penale (art. 283, comma 1: “con il provvedimento che dispone il divieto di dimora, il giudice prescrive all'imputato di non dimorare in un determinato luogo e di non accedervi senza l'autorizzazione del giudice”), rappresenta il residuo storico di un’interpretazione paternalistica della cultura liberale: leggi tutto

L’Europa e la fine della storia

Andrea Frangioni * - 19.05.2015

E’ la relativa assuefazione dell’opinione pubblica il dato che più tormenta di fronte all’ultimo grande naufragio nel Canale di Sicilia (sembra confermato lo spaventoso bilancio di oltre 700 morti). E’ incredibile che non sia stato proclamato il lutto nazionale (come fu invece fatto per l’altro grande naufragio dell’ottobre 2013, con oltre 300 morti); è incredibile che non si siano svolte veglie di preghiera in tutte le Chiese e in tutti gli altri luoghi di culto delle nostre città; è incredibile che, salvo qualche accenno, il tema non sia stato al centro delle celebrazioni del 25 aprile, tanto più che le migrazioni in corso sono dovute anche alla peste che tormenta i nostri giorni, il fascismo jihadista.

Tutto questo sembra confermare che, almeno in Europa, viviamo davvero nella fine della storia. In Europa la storia è finita perché, usciti dall’età delle ideologie, viviamo in un eterno presente, incapaci di dare un significato alle nostre esistenze che vada al di là delle contingenze materiali. Siamo divenuti incapaci di collegare le nostre vite alle generazioni che ci hanno proceduto e di concepire le nostre responsabilità nei confronti delle generazioni future. E questo nonostante i molti esempi “privati” di dedizione al prossimo (il volontariato) di cui siamo ancora capaci.

Una delle più chiare manifestazioni di questa fine della storia è la crisi del progetto europeo, di cui ha già scritto su questo giornale Paolo Pombeni. leggi tutto