<rss version="2.0">
	<channel>
			<title>Mente Politica</title>
			<link>http://www.mentepolitica.it</link>
			<description><![CDATA[]]></description>
			<language>it-IT</language>
			<copyright></copyright>
			<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
			<lastBuildDate>Wed, 09 Sep 2026 00:00:01 +0200</lastBuildDate>
			<ttl>60</ttl>
			<image>
					<title>Mente Politica</title>
					<url>http://www.mentepolitica.it/img/logo.jpg</url>
					<link>http://www.mentepolitica.it</link>
					<width>329</width>
					<height>80</height>
			</image>
										<item>
					<title><![CDATA[La destra che fa paura]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-destra-che-fa-paura/2761]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La vittoria netta di &ldquo;Alternative f&uuml;r Deutschland&rdquo; (AfD) nelle elezioni per il Land Sassonia-Anhalt ha provocato una scossa nell&rsquo;opinione pubblica e nei commentatori. Sebbene l&rsquo;evento fosse atteso, il risultato finale &egrave; andato oltre i sondaggi pi&ugrave; favorevoli al partito di estrema destra. Naturalmente il fenomeno &egrave; tutt&rsquo;altro che marginale: non tanto perch&eacute; vi si possa vedere una conferma del prevalere del vento di destra estrema, quanto perch&eacute; si tratta della conquista di una posizione significativa. Stiamo parlando del governo di uno staterello federale con poteri che vanno molto al di l&agrave; di quelli di una tradizionale regione in sistemi che non hanno quell&rsquo;ordinamento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Qui per&ograve; lasciamo da parte questo aspetto, pur tutt&rsquo;altro che marginale e secondario, per interrogarci su cosa significhi il successo di una formazione di estrema destra in un Paese come la Germania che dovrebbe essere scottato dal ricordo di cosa questo signific&ograve; in un passato neppur lontanissimo. Quando si parla di un ritorno del nazismo occorre essere cauti: dipende da cosa si vuol intendere.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per ora si pu&ograve; dubitare di un ritorno meccanico dell&rsquo;hitlerismo, col partito unico, il governo dittatoriale, la volont&agrave; di ricreare un grande Reich millenario. Ci pare che l&rsquo;ideologia della AfD sia molto pi&ugrave; &ldquo;casalinga&rdquo;: conquistare consensi promettendo alla gente il ritorno ad un passato mitico. Per inciso: quello della BRD degli anni del grande benessere, terra dove si narra scorresse latte e miele, non certo quello della DDR in cui &egrave; vissuta sino a una trentina di anni fa la gente della Sassonia-Anhalt (quella che ancor oggi c&rsquo;&egrave; rimasta, perch&eacute; l&rsquo;emigrazione delle generazioni pi&ugrave; giovani verso altre realt&agrave; &egrave; stata molto forte).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se esaminiamo le principali rivendicazioni dell&rsquo;AfD vediamo che si tratta di &ldquo;abolire&rdquo; quello che testimonia il fatto che si &egrave; in un contesto nuovo: l&rsquo;arrivo di masse di migranti, l&rsquo;euro, il finanziamento della resistenza ucraina (soldi sottratti a spese per i tedeschi), il conflitto con la Russia che fa pagare pi&ugrave; caro il gas, il riarmo che sottrae risorse all&rsquo;economia del welfare, ecc. Le ricette sono risibili, per il semplice fatto che i mutamenti storici non si cambiano dichiarando un ritorno al passato che &egrave; semplicemente impossibile. Ma il fenomeno &egrave; tipico di tutti i tempi di transizione ed &egrave; simile a quello che dopo la prima guerra mondiale favor&igrave; l&rsquo;avvento delle destre. La differenza &egrave; che allora nel ritorno al passato c&rsquo;era l&rsquo;illusione di ripristinare le grandezze &ldquo;imperiali&rdquo; perch&eacute; si pensava che da quelle fosse dipeso il benessere dei tempi passati e la tranquillit&agrave; nei rapporti sociali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Potremmo dire che oggi fortunatamente non &egrave; pi&ugrave; cos&igrave;. Le destre non sognano campi di battaglia e rovesciamenti dei rapporti internazionali, ma piuttosto il ritorno ad una mitica fase di benessere generalizzato in cui si era concentrati su situazioni di miglioramento delle condizioni personali, in politica estera si delegava la gestione a due o tre super potenze, di guerra, almeno in Europa, non si parlava pi&ugrave; e al massimo era questione di promuovere una &ldquo;potenza civile&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si tratta di una rappresentazione abbastanza fasulla, ma certo oggi le popolazioni conoscono preoccupazioni, talvolta angosce che si pensava di avere superate: c&rsquo;&egrave; preoccupazione per la tenuta dei nostri sistemi economici, si guarda con apprensione al tramonto di una situazione in cui le differenze sociali erano pi&ugrave; contenute mentre ora tornano ad approfondirsi talora in modo drammatico, la guerra con il ritorno degli imperialismi tocca i confini dell&rsquo;Europa. La gente domanda di cancellare questi stati d&rsquo;ansia e le soluzioni semplicistiche sono le pi&ugrave; facili da accettare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si &egrave; tanto discusso della cultura <em>woke</em> che ha indebolito la presa delle componenti progressiste, ma andrebbe riconosciuto che per contrapposizione si &egrave; affermato un <em>woke</em> di estrema destra, con la sua <em>cancel culture</em> altrettanto rozza e astorica. Poi naturalmente ci sono su entrambi i fronti differenze non da poco nelle declinazioni locali di questi fenomeni. Vale per la destra lo stesso discorso che si fa per la sinistra: ci sono versioni pi&ugrave; moderate e versioni pi&ugrave; radicali, ma entrambe alla fine si abbeverano alle stesse fonti, cio&egrave; alla rincorsa ad un qualche paradiso perduto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ora quel che si dovrebbe imparare &egrave; l&rsquo;urgenza di reagire a questi &ldquo;venti&rdquo; che distruggono costringendo poi a ricostruire con molta difficolt&agrave; quando essi si esauriranno lasciando per&ograve; molte rovine. Il problema &egrave; che la politica deve tornare alla fatica di educare le popolazioni a convivere con le transizioni storiche, il che non vuol dire subirle passivamente, ma significa governare gli inevitabili squilibri che esse provocano aiutando le popolazioni ad organizzarsi in contesti nuovi senza esserne schiacciati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le classi dirigenti, quelle politiche, ma anche quelle sociali e culturali, devono impegnarsi in questa operazione, faticosa e complessa, ma non impossibile, visto che &egrave; quel che si &egrave; fatto con successo in tante fasi critiche. Certo ci vuole umilt&agrave; e disponibilit&agrave; ad un approccio pedagogico e non supponente, come invece inclinano a comportarsi quote sempre maggiori di esse. Se non lo vogliono fare per convinzione nei propri doveri, lo facciano almeno per calcolo, consapevoli che cedere al <em>woke</em> di qualunque inclinazione, illude di essere avanguardie, ma porta risultati amari che tutti pagheranno nel tempo.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-destra-che-fa-paura/2761]]></guid>
					<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Leggere per non perdersi nel presente]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/leggere-per-non-perdersi-nel-presente/2760]]></link>
					<description><![CDATA[<p>Dai potenti della Terra, ai luoghi di lavoro, al condominio, alla vita domestica: ogni giorno &egrave; una sarabanda di sorprese, smentite, polemiche, beghe senza fine, prevale l&rsquo;immagine di una umanit&agrave; accanita nell&rsquo;accapigliarsi senza un barlume di idee, senza certezze, senza progetti.</p>
<p>Se questa &egrave; la globalizzazione vuol dire che siamo proprio messi male. Vittime del tempo, della fretta, della smania di protagonismo, del dire anche quando sarebbe bene tacere: non bastano le guerre, il riscaldamento globale, gli inganni della porta accanto, il rancore sottotraccia istigato dai social, gli episodi di violenza di ogni tipo, le nefandezze impensate, il catechismo laico del dio denaro che tutto travalica e sale sul podio di ci&ograve; che ci ispira per prevalere a tutti i costi, che ci insegna la dottrina della soccombenza altrui.</p>
<p>Ricordo le parole di Umberto Galimberti: &ldquo;<em>Se il denaro diventa la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualunque bene, allora il denaro non &egrave; pi&ugrave; un mezzo ma diventa il primo scopo rispetto al quale si vedr&agrave; in che misura soddisfare bisogni e produrre beni. Se questo discorso lo applichiamo alla tecnica &ndash; come condizione universale per realizzare qualsiasi scopo &ndash; allora gli scopi vengono subordinati al raggiungimento del massimo potenziale tecnico e allora la tecnica &ndash; e non l&rsquo;uomo - diventa il massimo soggetto della storia</em>.<em> Ma la cosa ancora pi&ugrave; inquietante &egrave; che non disponiamo pi&ugrave; di un pensiero alternativo al pensiero della tecnica. Questo ha dei risvolti e dei cascami ancora pi&ugrave; miserabili perch&eacute; la gente &ndash; non avendo un&rsquo;alternativa al &rsquo;pensiero che calcola&rsquo; &ndash; per percepire il mondo si affida ai luoghi comuni, diffusi in primis dai media e dalla televisione, facendosi suggestionare da idee ipnotiche e linee guida non-pensate della propria vita&rdquo;.&nbsp; </em>Sembra proprio che la tecnica domini la vita dell&rsquo;uomo e riduca i suoi orizzonti ad un presentismo asfissiante. C&rsquo;&egrave; l&rsquo;intelligenza artificiale e ci sono le sue potenzialit&agrave;, ci sono dotazioni e strumentalit&agrave; tecnologiche straordinarie ma il non poterne pi&ugrave; fare a meno (bisogna - <em>&egrave; obbligatorio</em> - parlarne tutti i giorni) ci porta alla bramosia degli artefatti, alla ricerca di algoritmi e formule che riducono la riflessione e il raziocinio: storia, memoria, tradizioni ricevute subiscono l&rsquo;oblio dell&rsquo;hic et nunc, dell&rsquo;ora e adesso, che induce persino a commettere gesti inconsulti e di follia perch&eacute; oltre ad aver perso il discrimine tra il bene e il male, non siamo minimamente preoccupati dalle conseguenze dei nostri comportamenti. <em></em></p>
<p>Si parla allora di vita effimera perch&eacute; legata ad una precariet&agrave; esistenziale svuotata di valori: quel &ldquo;non me ne importa pi&ugrave; di niente&rdquo; la dice lunga su un&rsquo;umanit&agrave; protesa allo sbaraglio.</p>
<p>Raccolgo dunque l&rsquo;invito del Direttore Vittorio Feltri e del suo libro &ldquo;<em>Chi non legge &egrave; perduto&rdquo;- Mondadori, 2025</em>) per inserire il tema della lettura e dei classici nell&rsquo;agenda delle nostre scelte.</p>
<p>Ricordando le parole di Marguerite Yourcenar: &ldquo;&ldquo;<em>Fondare biblioteche &egrave; come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un pi&ugrave; lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti</em>&rdquo;. (&ldquo;<em>Memorie di Adriano&rdquo; &ndash; Einaudi, 2022).</em></p>
<p>Non &egrave; solo un problema generazionale (anche gli adulti dimenticano i libri come fonte di apprendimenti) ma lo sta diventando, specie se libri e letture saranno a poco a poco espunti dalla stessa scuola, per far posto alla sintesi di formule, sigle ed acronimi che molto lasciano sottinteso senza nulla spiegare.</p>
<p>Stiamo perdendo l&rsquo;uso della parola: non come incapacit&agrave; di parlare ma come abuso e distorsione dei significati che gettano un fascio di luce sulle domande della vita. Eppure Tolstoj e Dostoevskij avevano a lungo dibattuto sulla ricerca della &ldquo;parola nuova&rdquo;, Gustave Flaubert impiegava giorni a trovare &ldquo;le mot juste&rdquo;: abbiamo dimenticato queste pagine sul senso dell&rsquo;esistenza.</p>
<p>Ma nei grandi autori e nei capolavori letterari del 900 troviamo temi fondamentali per capire il presente: identit&agrave;, coscienza, colpa, espiazione, attesa, destino, perdono.</p>
<p>Il presente non basta se lo si svincola dalla cultura ricevuta: si finisce solo per brancolare nel limbo dell&rsquo;inspiegabile, nell&rsquo;oblio di una Storia senza continuit&agrave;. E&rsquo; l&rsquo;errore che stanno commettendo i &lsquo;padroni del mondo&rsquo; che propugnano di edificare nuovi imperi. Ma &egrave; anche l&rsquo;errore di ciascuno di noi se si getta alle ortiche il passato e l&rsquo;eredit&agrave; culturale dei grandi maestri del pensiero. Ha ragione Feltri: chi non legge &egrave; perduto.</p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/leggere-per-non-perdersi-nel-presente/2760]]></guid>
					<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Quando la storia insegna]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/quando-la-storia-insegna/2759]]></link>
					<description><![CDATA[<p>Chiss&agrave; se l&rsquo;impegno del presidente Mattarella nell&rsquo;essere presente alle celebrazioni a Merano il 5 settembre per l&rsquo;80&deg; dell&rsquo;accordo De Gasperi-Gruber che avvi&ograve; la sistemazione della questione del Sudtirolo sar&agrave; sufficiente per attirare una rinnovata attenzione su una pagina che ha molto da insegnare alla politica.</p>
<p>Perch&eacute; non si tratt&ograve; di un accordo facile, che infatti doveva sanare la vicenda poco onorevole di un ventennio appena concluso e che avrebbe impiegato pi&ugrave; di un trentennio per mostrare appieno le sue potenzialit&agrave;. Dunque una storia positiva perch&eacute; pot&eacute; contare sulla razionalit&agrave; e sulla ragionevolezza di molti uomini politici, ma anche di uomini di cultura e di chiesa, che non si fecero ingabbiare dalle retoriche ereditate dal passato, da furori pi&ugrave; o meno sacri, e seppero davvero guardare avanti.</p>
<p>Quando nell&rsquo;estate del 1946 si lavor&ograve; a trovare l&rsquo;accordo nell&rsquo;ambito del trattato di pace che chiudeva la Seconda Guerra Mondiale c&rsquo;erano sul terreno l&rsquo;eredit&agrave; della guerra del 14-18 con la fissazione del confine italiano al Brennero in nome di una visione geo-strategica che gi&agrave; non aveva allora molto&nbsp; senso, la vicenda dell&rsquo;opera di tentata snazionalizzazione violenta della popolazione austriaca del Sudtirolo operata dal fascismo, quella di una adesione piuttosto entusiasta dell&rsquo;Austria al nazismo che l&rsquo;aveva inglobata nel Reich tedesco e poi di seguito quella della popolazione locale che aveva salutato con favore l&rsquo;occupazione nazista. Il tutto che si sommava con un ritrovato orgoglio nazionale dell&rsquo;Italia che aveva ancora una memoria eroica della Grande Guerra e che allora viveva nella convinzione di essersi liberata da s&eacute; dal fascismo, al contrario di quel che era accaduto in Germania.</p>
<p>Una miscela esplosiva che rendeva non semplice affrontare il tema di sistemare questo lascito di un&rsquo;epoca travagliata con la complicazione, che sarebbe arrivata in crescendo negli anni, di un&rsquo;opinione pubblica austriaca che nella ricerca di riconquistare una identit&agrave; nazionale dopo il trauma della dissoluzione dell&rsquo;impero asburgico e della dissoluzione del suo stato nel Reich millenario si giovava della nascita a rovescio di un mito di popolazioni &ldquo;irredente&rdquo; come aveva fatto l&rsquo;Italia ai tempi del suo Risorgimento.</p>
<p>Oggi possiamo ben dire che la salvezza fu data da classi politiche, specialmente da alcuni leader che capirono o quanto meno intuirono che si era di fronte ad un&rsquo;altra storia che andava affrontata con altri parametri rispetto ai nazionalismi novecenteschi. Questi uomini non furono esattamente visti dalle opinioni pubbliche del periodo come degli eroi, ma come dei tattici che si arrendevano all&rsquo;esistente perch&eacute; incapaci di grandi ideali. Quello che a volte si definisce come &ldquo;il sistema&rdquo; non aiut&ograve; la soluzione. Non lo fece il centralismo dell&rsquo;alta burocrazia italiana che boicott&ograve; in una lunga prima fase il governo locale della nuova regione, non lo fece una cultura diffusa nazionalista che non rinunciava ai miti della &ldquo;patria&rdquo; e dell&rsquo;&ldquo;Heimat&rdquo;, non lo fece il trasferimento acritico delle mitologie sulle presunte lotte anticoloniali sui monti del confine sudtirolese.</p>
<p>Eppure quando la spirale terrorismo para-insurrezionista (sostenuto in parte anche da una ripresa del neonazismo germanico) e repressione militarizzata mostr&ograve; a chi aveva occhi per vedere verso quali baratri ci si dirigeva, le personalit&agrave; responsabili della politica sia nazionale che locale scelsero la via del tavolo negoziale. Una decisione non facile per nessuna delle parti coinvolte, tanto che spesso gli scambi avvennero per via riservata, ma che port&ograve; alla soluzione del nuovo statuto della Regione Trentino-Alto Adige/Sudtirol (1972), che di fatto veniva articolata in due provincie autonome, dando cos&igrave; spazio adeguato all&rsquo;autogoverno del Sudtirolo, pur mantenendo il &ldquo;cappello regionale&rdquo; a testimonianza che quel che era accaduto dopo la Prima Guerra Mondiale non veniva cambiato.</p>
<p>La soluzione della questione sudtirolese, che ha retto bene e bene regge ancora, &egrave; stata pi&ugrave; volte presentata come modello per la soluzione di altre convivenze etnico-storiche difficili: dalla questione palestinese al Nagorno-Karabach. Si sottovaluta per&ograve; che nel nostro caso ci furono le personalit&agrave; capaci di interpretare una storia peculiare, i De Gasperi, i Gruber, i Moro, i Magnago, tanto per citare solo alcuni di una schiera assai pi&ugrave; ampia, uomini che avevano s&igrave; visioni, ma altrettanto possedevano realismo e senso della regola fondamentale per ogni politica: quella che il meglio &egrave; nemico del bene.</p>
<p>Ripercorrere quella vicenda di successo sarebbe molto importante oggi che la storia, coi suoi corsi e ricorsi, sembra regredire: ci sono forze che vogliono mettere in discussione quel quadro europeo che ha consentito di ridimensionare i nazionalismi, tornano in campo imperialismi in versioni che supponevamo di avere consegnato al passato, i populismi e peggio ancora le demagogie esercitano il loro fascino perverso sulle masse. Di conseguenza abbiamo bisogno di un contesto che possa produrre ancora uomini e donne come quelli che fecero le imprese che noi celebriamo oggi: persone con il senso combinato del reale e del razionale.</p>
<p>Un senso che &egrave; essenziale per chi vuole seriamente fare politica, come insegna una storia che &egrave; sempre bene rileggere e rimeditare: evitando di trarne mitologie per eccitare le audience del momento e puntando a far maturare la consapevolezza che solo la tenacia e la pazienza nel perseguire il bene comune sono strumenti di progresso.</p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/quando-la-storia-insegna/2759]]></guid>
					<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Un elogio della moderazione]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-elogio-della-moderazione/2758]]></link>
					<description><![CDATA[<p>Da parecchi anni, oramai, in tutti i regimi liberaldemocratici, anche in quelli di pi&ugrave; antica tradizione e durata, si assiste a una costante e progressiva radicalizzazione della contesa politica. Non solo l&rsquo;elettorato &egrave; diventato molto pi&ugrave; voltatile, dislocando tradizionali geografie elettorali, ma tende a premiare le ali estreme penalizzando le proposte politiche di mediazione. Appare in crisi il classico assioma politologico in base a cui si postulava che le elezioni si vincono conquistando la fiducia degli elettori centristi indecisi, proponendo misure ragionevoli e non estremiste. Per decifrare questa deriva estremizzante, che sembra erodere le basi di una ordinata convivenza civile, sono state avanzate varie spiegazioni. La radicalizzazione degli elettorati sarebbe un sottoprodotto del processo di globalizzazione che, estendendo in tempi brevissimi l&rsquo;orizzonte dei mercati di riferimento, ha messo in crisi assetti economici consolidati provocando una reazione di rigetto verso le classi politiche tradizionali. Un&rsquo;altra diagnosi mette l&rsquo;accento sul sovvertimento del modo di formazione della pubblica opinione indotto dalla, anch&rsquo;essa molto rapida, diffusione dei <em>social</em> <em>media</em>. Piattaforme informatiche che scompongono i bacini informativi generalisti in tante bolle separate, impermeabili ed autoreferenziali. Sullo sfondo di questa pi&ugrave; generale cornice epocale si colloca il libro di cui qui ci occupiamo (Aurelian Craiutu, <em>Essere moderati. Lettere ai giovani radicali</em>, Ibl Libri, 2026). L&rsquo;autore, che insegna Teoria politica all&rsquo;universit&agrave; dell&rsquo;Indiana, non propone una diversa diagnosi delle origini dei processi di radicalizzazione, vuole sollecitare, invece, una ragionata rivalutazione della moderazione come chiave di volta per opporsi alla spinta estremista. In coerenza con tale attitudine rivolta all&rsquo;azione il libro si presenta non come una trattazione sistematica del tema moderazione, bens&igrave; come una serie di lettere a due immaginari interlocutori, l&rsquo;uno esponente del radicalismo di destra e l&rsquo;altro di quello di sinistra. Perci&ograve; lo stile &egrave; colloquiale e l&rsquo;esposizione &egrave; piana e non paludata, ma tuttavia ricca di riferimenti a classici della politica e al dibattito attuale.</p>
<p>L&rsquo;analisi di Craiutu non veicola un generico e irenistico invito a moderarsi ma esprime una consapevolezza pi&ugrave; profonda sulle condizioni che rendono possibile un ordine politico stabile ed equilibrato. &laquo;La sopravvivenza di regimi aperti come il nostro &ndash; osserva &ndash; richiede che chi governa sia disposto a socializzare regolarmente con i membri dell&rsquo;opposizione e i propri critici&raquo;. Questa attitudine trova anche riscontro nell&rsquo;architettura del sistema politico che deve articolarsi &laquo;in un quadro istituzionale e costituzionale improntato per quanto possibile allo spirito di compromesso&raquo;, evitando l&rsquo;eccessiva concentrazione del potere attraverso un insieme di accorgimenti che possono comprendere, per esempio, il controllo di costituzionalit&agrave;, il potere di veto, il bicameralismo, etc. Questa cornice di regole condivise, di contrappesi e bilanciamenti per risultare efficace deve fondarsi poi su di una consapevolezza pi&ugrave; generale. La politica non &egrave; un gioco a somma nulla in cui si vince o si perde tutto bens&igrave; un&rsquo;attivit&agrave; che deve trovare un punto di equilibrio tra posizioni diverse. Un punto di equilibrio non definitivo ma costantemente rinnovato, e questo anche in nome di una considerazione di buon senso; siccome viviamo in una societ&agrave; diversificata &laquo;in cui gruppi diversi perseguono valori e principi diversi&raquo; &egrave; del tutto improbabile &laquo;che concordino sull&rsquo;esistenza di un bene supremo, definito in modo restrittivo&raquo;.</p>
<p>Ne consegue che &laquo;le questioni politiche richiedono cambiamenti&raquo; da introdurre affidandosi alle &laquo;regole della prudenza piuttosto che secondo imperativi categorici, teorie astratte o assiomi apodittici&raquo;. Dal richiamo a ricercare soluzioni praticabili deriva una pi&ugrave; generale opzione assiologica perch&eacute;, ricorda Craiutu, i moderati &laquo;non coccolano n&eacute; cercano di infantilizzare l&rsquo;elettorato, n&eacute; vogliono rieducarlo per fargli vedere la &ldquo;luce&rdquo;&raquo;. Un approccio permeato da una intonazione antitotalitaria che l&rsquo;autore, cresciuto nella Romania di Ceausescu, porta nel suo bagaglio intellettuale e morale, quando ricorda che per i moderati &laquo;la politica rimane un&rsquo;attivit&agrave; limitata che non occupa tutta la loro vita&raquo;.</p>
<p>Scritto per il pubblico americano e per quella situazione specifica il libro risulta assai utile anche per il pubblico italiano ricordando, in un altro contesto, la necessaria virt&ugrave; pubblica della moderazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span>* Ordinario di storia delle dottrine politiche - Universit&agrave; di Napoli</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-elogio-della-moderazione/2758]]></guid>
					<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Sul concetto di tempo]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/sul-concetto-di-tempo/2757]]></link>
					<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>"Nell'anno ci sono solo due giorni nei quali non si pu&ograve; fare niente. Uno si chiama ieri, l'altro si chiama domani. &Egrave; oggi il giorno per credere, amare, fare e, soprattutto, vivere."</em><em>(DALAI LAMA)</em></p>
<p>Che cosa &egrave; il tempo? &Egrave; una domanda che ci poniamo spesso nell&rsquo;incessante turbinio della vita, altre volte la eludiamo in un&rsquo;epoca in cui si vive pi&ugrave; di ricordi che di speranze e lo stesso presente sembra incerto e fonte pi&ugrave; di ansie che di certezze e di approdi rassicuranti. Scriveva Seneca nelle Lettere a Lucilio: <em>&ldquo;Dunque, caro Lucilio, fa' ci&ograve; che mi scrivi; fa' tesoro di tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell'oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo &egrave; nostro&rsquo;</em>. <em>(&ldquo;Dum differtur, vita transcurrit</em>&rdquo;).</p>
<p>Una densa visione antropologica dell&rsquo;esistenza ed anche una sollecitazione alla consapevolezza di abitare il presente che Seneca richiama nel <em>De brevitate vitae</em>: <em>&ldquo;Non &egrave; vero che abbiamo poco tempo, &egrave; che ne perdiamo molto&rdquo;</em>. &nbsp;Sul concetto di tempo Sant&rsquo;Agostino esprime una considerazione decisiva che diventa un riferimento fatto proprio dalla scienza: il tempo non &egrave; qualcosa di esterno, ma abita dentro l&rsquo;anima, <em>in interiore homine</em>. Come peraltro possiamo leggere nella sua celebre frase <em>&laquo;Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas&raquo;</em> (Non uscire fuori, rientra in te stesso, la verit&agrave; abita nell'interiorit&agrave; dell'uomo). &nbsp;Il concetto di tempo non si pu&ograve; descrivere come realt&agrave; tangibile e materica, non &egrave; qualcosa che si possa astrattamente fissare, non &egrave; una sequenza oggettiva di eventi ma piuttosto una modalit&agrave; del vivere, una tensione interiore, una percezione.</p>
<p>Il tempo &ndash; per l&rsquo;uomo &ndash; &egrave; quindi avvertito e vissuto prima che misurato. Lo spiega assai bene il filosofo di Ippona usando un&rsquo;espressione che rende l&rsquo;idea del suo convincimento: &lsquo;<em>distensio animi</em>&rsquo; (<em>Confessioni </em>XI, 26.33). L&rsquo;anima, dice Agostino, &egrave; &ldquo;distesa&rdquo; tra memoria e immaginazione, tra i ricordi e l&rsquo;attesa, in una continua tensione tra passato e futuro, raccolta nella riflessione sul presente. &nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><em>Diceva dunque Sant&rsquo;Agostino &ldquo;<em>E&rsquo; nella mia mente allora che misuro il tempo</em>&rdquo;, intuendo che &egrave; solo nella mente umana che esiste una ricostruzione del passato, letta al presente che pu&ograve; diventare anticipazione del futuro. Considerata oggi alla luce delle spiegazioni delle neuroscienze questa intuizione viene confermata: &egrave; nell&rsquo;essenza dell&rsquo;uomo, quindi che il tempo esiste, dentro i miliardi di connessioni delle sue reti neurali, dentro la nostalgia dei suoi ricordi, senza i quali nessun tempo potrebbe esistere. Le neuroscienze affermano che la percezione del tempo &egrave; un evento creato da meccanismi del cervello in cui un ruolo &egrave; svolto dall&rsquo;ippocampo, crocevia della memoria, coadiuvato dall&rsquo;amigdala, dai lobi parietali, l&rsquo;area supplementare motoria, i gangli della base, il cervelletto&hellip;tante aree che ci portano in contatto con il mondo esterno&hellip;. Una considerazione gi&agrave; ascoltata e condivisa dal Prof. Arnaldo Benini nelle interviste realizzate con lui, che il Prof. Giulio Maira cita nel suo recente saggio &ldquo;Dove danzano i pensieri&rdquo; e che rafforza il concetto del tempo come di un costrutto della mente. Come ci ricorda una celebre battuta de &lsquo;Il riformatore del mondo&rsquo; di Thomas Bernhard <em>&ldquo;Oggi siamo spesso pi&ugrave; impegnati a preparare che a fare&rdquo;. </em>Densit&agrave; e accumulo di impegni, scadenze, obblighi generati da una vita sociale sempre pi&ugrave; intensa, figlia della globalizzazione ed espressione di una gestione eterodiretta del nostro tempo saturano la nostra vita e ci rendono schiavi di un doverismo rendicontativo: la categoria del tempo come <em>distensio animi</em> bisticcia con la burocrazia invasiva, con la comunicazione attraverso i media e i social, deve fare i conti con il prevalere delle tecnologie e il pensiero computazionale. Di converso c&rsquo;&egrave; anche chi sostiene che per svincolarci da queste categorie esteriori e riappropriarci delle nostre nicchie di intima libert&agrave; la stessa I.A. se correttamente gestita, potrebbe aiutarci a misurare correttamente il nostro tempo.<br /></em></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/sul-concetto-di-tempo/2757]]></guid>
					<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Una politica oltre le sceneggiate]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/una-politica-oltre-le-sceneggiate/2755]]></link>
					<description><![CDATA[<p>Agosto &egrave; nel dibattito pubblico tradizionalmente in Italia un mese di cosiddetti &ldquo;ballon d&rsquo;essai&rdquo;: provocazioni pi&ugrave; o meno a vuoto, raramente anticipi di strategie di lungo periodo, cose che i politici e i personaggi che ruotano loro intorno lanciano in quel tanto di mondo dei media che non pu&ograve; andare in vacanza (carta stampata e qualche talk show che supplisce alle ferie dei conduttori-star). Si sostiene che servono per prendere la temperatura, per misurare le tensioni che animeranno la vita politica alla ripresa autunnale. Figurarsi se non ci si &egrave; fatto attenzione quest&rsquo;estate con la prospettiva dell&rsquo;entrata nel vivo da settembre del confronto precoce per le prossime elezioni nazionali.</p>
<p>A dominare su tutto &egrave; stata la questione di individuare quali saranno le figure chiave che in vista delle battaglie prenderanno la guida delle varie forze, partiti o fazioni che siano. Pu&ograve; essere curioso che molto si sia concentrato in una storia al confine fra il picaresco e il grottesco, il caso Ranucci-Lavitola. Tutto &egrave; ruotato intorno alla plausibilit&agrave; che un personaggio del sottobosco politico, gi&agrave; in passato coinvolto in vicende di manipolazioni, potesse davvero, come aveva finito di ammettere davanti agli inquirenti, avere montato una sceneggiata pericolosa per promuovere il lancio in politica di un giornalista Rai gi&agrave; noto per le sue &ldquo;inchieste&rdquo; (polemiche) e alla credibilit&agrave; o meno che il suddetto giornalista fosse disinteressato a quel lancio. Ora la vicenda giudiziaria non ci interessa, perch&eacute; non facciamo i supplenti della magistratura. Come osservatori della politica, ci limitiamo a constatare alcune cose.</p>
<p>Primo: la tentazione di fare i <em>kingmaker</em> &egrave; ampiamente diffusa in questa fase, basta un occhio alle cronache delle manovre politiche o anche alla selezione di inviti nei talk show per rendersene conto. Che un individuo diciamo cos&igrave; disinvolto abbia potuto illudersi di ambire a quel ruolo spingendosi alla speculazione bombarola non dovrebbe stupire. Cos&igrave; come bisognerebbe ammettere che da un certo punto di vista &egrave; anche riuscito nel suo intento, perch&eacute; l&rsquo;oggetto della sua strategia oggi &egrave; al centro dell&rsquo;attenzione, ha le sue folle plaudenti, gode tanto di attacchi quanto di difese importanti, cosa che ne rafforza quello che si suol definire lo standing (almeno per ora, poi sono &ldquo;glorie e onori&rdquo; che usualmente non ci mettono molto a sparire).</p>
<p>Secondo: la convinzione che un leader si possa costruire artificialmente a tavolino &egrave; piuttosto diffusa. Si crede infatti che chiunque sia in grado di indossare la &ldquo;maschera&rdquo; del vendicatore delle aspettative popolari (di quelle che si presumono maggioritarie) per ci&ograve; stesso abbia la statura e la caratura per essere uno statista. Perch&eacute; in definitiva &egrave; questo quel che si dovrebbe stare cercando: non un capo popolo, un Masaniello redivivo, ma una guida della complessa (assai complessa) macchina del governo in una delicata fase di transizione politica, economica, sociale, culturale. Ora non ci dovrebbe volere molto a convincersi che per gestire un ruolo tanto impegnativo non bastano le capacit&agrave; di affabulazione, la furbizia nel gestire lo <em>storytelling</em>: a fidarsi di quelle siamo finiti male gi&agrave; pi&ugrave; di una volta.</p>
<p>Terzo: &egrave; grave avere dimenticato che la forza di un vero leader non sta comunque solo nelle sue qualit&agrave; personali pur importanti, ma anche nella sua capacit&agrave; di fare squadra, il che non vuol dire banalmente circondarsi di un gruppetto di fedeli seguaci in sua adorazione, ma significa avere la forza di attrarre a s&eacute; molte componenti positive di un contesto, componenti che lo seguiranno perch&eacute; veramente compartecipi di un progetto di gestione del futuro. Il vero leader si riconosce e si fa riconoscere perch&eacute; non pensa a tenere lui la scena, ma pensa a costruirla in modo che sia popolata di molti suoi seguaci altrettanto credibili, addirittura credibili fino al punto di garantirne, se dovesse venire a mancare, una successione di evolutiva continuit&agrave;.</p>
<p>Nelle sceneggiate di agosto non abbiamo colto molti segnali positivi per l&rsquo;affermazione di leadership in grado di avviare un&rsquo;uscita dalle secche in cui &egrave; finita la politica. Abbiamo visto un buon numero di segnali negativi, come la rincorsa dei miti di giornata: tale &egrave; per esempio la critica alla cultura <em>woke</em> prontamente cavalcata da Giuseppe Conte sulla suggestione di segnali che vengono dagli USA. Per fortuna in Italia le follie di quella moda (che per noi &egrave; arduo definire cultura) sono abbastanza limitate a cerchie intellettuali sinora coccolate magari da qualche comunicatore mediatico, per cui battersi contro questo &egrave; abbastanza fare come il buon don Chisciotte che scambiava i mulini a vento per giganti nemici.</p>
<p>Non di <em>kingmaker</em> ha bisogno la nostra politica, ma di costruttori, o ricostruttori dei contesti che possono produrre leadership politiche e culturali aggreganti e creative, in cui i soggetti non sono folle osannanti a qualche idolo prodotto in pi&ugrave; o meno oscure officine, ma individui disposti a spendersi e a tirare la carretta per un futuro sotto l&rsquo;insegna, ahim&eacute; desueta, del bene comune.</p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/una-politica-oltre-le-sceneggiate/2755]]></guid>
					<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[L'anomala vicenda di Ceuta]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/lanomala-vicenda-di-ceuta/2756]]></link>
					<description><![CDATA[<p><strong>Prof. Parsi, quanto accaduto a Ceuta pu&ograve; essere definita una vicenda anomala?</strong></p>
<p><strong>Mi riferisco alla durata dell&rsquo;evento, alla consistenza del numero dei migranti, al loro rientro in Marocco in tempi brevi, al numero delle vittime annegate in mare.</strong></p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p>Sicuramente quanto avvenuto a Ceuta &egrave; un evento atipico ed eccezionale, cio&egrave; considerare le 70.000 persone nell'arco di 24 ore arrivate in quelle condizioni &egrave; evidente che non &egrave; un fatto diciamo cos&igrave; naturale, neppure in un periodo di forte tensione sulle migrazioni come quello attuale.&nbsp;</p>
<p>Si tratta di un evento migratorio di anomale dimensioni che fa pensare ad una regia dell&rsquo;iniziativa in un contesto organizzato ma nulla toglie alla drammaticit&agrave; del fenomeno e tutto porta a pensare che occorre porre mano ad una gestione europea delle migrazioni. Il trend sar&agrave; inevitabilmente in crescita ed altri eventi del genere potranno ripetersi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Possiamo attribuire ad una regia politica questo spostamento cos&igrave; consistente di soli uomini dal Marocco all&rsquo;exclave spagnola? Oppure, come afferma il premier Sanchez, tutto &egrave; scaturito dalla Sentenza della Suprema Corte Spagnola in merito alla migrazione attraverso la via del mare e alla millantata accoglienza?</strong></p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p>E&rsquo; possibile che insomma la sentenza sulla regola della normalizzazione dei Saharawi possa avere creato aspettative sulla speranza che si potesse forzare la mano alle autorit&agrave; spagnole per&ograve; contemporaneamente mi pare che ci sia stato un chiaro tentativo politico dalla parte di diversi attori, principalmente il Marocco che comunque non ha mai cessato di avere un atteggiamento politico ostile nei confronti di Ceuta spagnola, ci&ograve; allo scopo di rivendicare sempre la possibilit&agrave; di riprendersi l'amministrazione dell&rsquo;exclave. Trump ha sostenuto recentemente queste ambizioni marocchine e forse anche la volont&agrave; di creare un caso che potesse essere sfruttato nel fini di politica interna negli Stati Uniti e che mettesse in difficolt&agrave; Sanchez che &egrave; guardato dall'Amministrazione Trump come un avversario politico.&nbsp;</p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p><strong>Come valuta la contestazione ricevuta da Sanchez da parte dei suoi concittadini? E la sua precedente decisione di regolarizzare 500 mila stranieri presenti sul territorio nazionale, che &egrave; raddoppiata in poco tempo quanto a consistenza delle domande&hellip;?</strong></p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p>Non ho elementi in realt&agrave; su come gli spagnoli hanno giudicato la gestione dell&rsquo;evento da parte di Pedro Sanchez e non ho letto peraltro niente su questo per cui non saprei come rispondere.&nbsp;</p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p><strong>La sospensione degli accordi di Schengen da parte del Governo italiano ha diviso le forze politiche ed &egrave; stata valutata una scelta &ldquo;ignorante&rdquo; da parte di Sanchez: come giudica questa decisione?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Concordo con Sanchez: sospendere Schengen &egrave; stata una cosa che non c'entrava niente secondo presunte regole che non sono contenute in Schengen. Non era necessario questo trambusto la crisi &egrave; stata risolta nell'arco di 24 ore dall'autorit&agrave; spagnole con molta pi&ugrave; fermezza ed efficace di quanto fanno normalmente le autorit&agrave; italiane, penso che sia un pessimo segnale per un paese come l'Italia che &egrave; sempre a pietire solidariet&agrave; quando deve fronteggiare eventi di crisi migratorie che sono infinitamente pi&ugrave; piccoli di questo di Ceuta. Lo trovo anche contraddittorio nel momento in cui si chiede una politica europea e poi dopo si sospende Schengen che &egrave; il modo con cui gli europei gestiscono complessivamente le loro frontiere per cui gli stessi che fanno i diavoli a quattro per chiedere una politica europea sulla migrazione e sulla gestione dei confini rispetto ai migranti poi sono molto renitenti nel condividere la responsabilit&agrave; per i confini europei di fronte alle minacce militari russe. Insomma l'impressione che la mossa italiana sia stata propagandistica e che abbia trovato il riscontro in altri paesi per motivi analoghi ma che sostanzialmente non ci abbiamo comunque fatto una bella figura.&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;</p>
<p><strong>Quali previsioni si possono fare sulle iniziative e le decisioni dell&rsquo;U.E. dopo la richiesta di 22 Stati Membri di discutere la questione &lsquo;migrazione- accordi di Schengen&rsquo;?</strong></p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p>Quindi s&igrave;, ha ragione Sanchez nel sostenere che &egrave; stata una decisione dettata dall'ignoranza dei Trattati come spesso capita. Tra l'altro su cosa far&agrave; l'Europa probabilmente si chieder&agrave; un potenziamento di Frontex se la possibilit&agrave; di avere pi&ugrave; mezzi a disposizione cio&egrave; il tentativo di gestire in maniera pi&ugrave; rigorosa gli accordi con i Paesi che dovrebbero collaborare sul controllo della migrazione a fronte di vantaggi di carattere commerciale. Poi &egrave; chiaro che le questioni che sono alla base delle migrazioni possono essere sfruttate per fini politici, ma il dato di fatto &egrave; che con il riscaldamento planetario in rapido ed esponenziale incremento anche delle acque degli oceani mi pare che si creeranno condizioni per cui avremo sempre pi&ugrave; pressione migratoria su un'Europa spopolata e incapace di prendere decisioni anche a livello nazionale sui rapporti con i Paesi col mare: insomma non si aprono buone prospettive.&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In una situazione geopolitica complessa a livello internazionale &ndash; come assai bene evidenziato nel </strong></p>
<p><strong>suo recente libro &ldquo;Contro gli imperi&rdquo; &ndash; polarizzata dai rapporti USA- CINA, dai conflitti in atto in </strong></p>
<p><strong>Medioriente e in Ucraina, insomma in un contesto di forti tensioni e di incertezze ecco uscire in</strong></p>
<p><strong>modo eclatante sul proscenio mondiale l&rsquo;Africa, con un portato di potenzialit&agrave; imprevedibili per </strong></p>
<p><strong>entit&agrave;, numeri, coinvolgimento di etnie, popoli e nazioni. E&rsquo; il preludio di un ulteriore mutamento </strong></p>
<p><strong>dello scenario internazionale?</strong></p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p>Diciamo che all'Africa abbiamo dedicato poca attenzione. Il famoso piano prospettato da Meloni -il piano Mattei per l'Africa - non &egrave; mai pervenuto, cio&egrave; nel senso non &egrave; mai successo niente di <strong></strong></p>
<p>concreto su questo quindi al di l&agrave; degli annunci non si &egrave; fatto niente. Sappiamo che Russia e Cina in</p>
<p>Africa sono molto attive a volte non sempre con obiettivi di aperta ostilit&agrave; verso i Paesi europei per</p>
<p>quanto riguarda la Cina, sicuramente sempre con obiettivi altrettanto ostili da parte della Russia per</p>
<p>cui &egrave; ovvio che se noi non affrontiamo seriamente questa questione rischiamo di trovarci poi ogni &nbsp;&nbsp;</p>
<p>volta a scrivere di emergenza all'ultimo momento con risultati disastrosi.&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p><strong>E&rsquo; ragionevole pensare che le grandi potenze resteranno estranee al processo esponenzialmente crescente dei flussi migratori dall&rsquo;Africa? Ci sono interessi economici ingenti: Cina, Usa e Russia saranno solo osservatori o protagonisti di iniziative palesi o occulte di intromissione, competizione e dominio?<br /> E quale in quale prospettiva dovr&agrave; collocarsi l&rsquo;Europa, primo avamposto delle migrazioni future?</strong></p>
<p><strong>Infine, a proposito di Africa: &ldquo;<em>Contro gli imperi</em>&rdquo; ingloba anche il concetto &ldquo;<em>Contro i neo-colonialismi</em>?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il rischio di neocolonialismi c'&egrave; gi&agrave; ed &egrave; gi&agrave; presente e consiste in quello che i cinesi e russi stanno facendo in Africa e che sta sostituendo quello che per tanto tempo hanno fatto le potenze coloniali classiche occidentali, quindi la Francia, la Gran Bretagna, il Belgio e il Portogallo e molto, molto pi&ugrave; limitatamente anche l'Italia.&nbsp; Per&ograve; &egrave; ovvio che la logica imperiale della prevaricazione e la logica della predazione ben s&igrave; confanno ai sogni neocoloniali. Poi, insomma, il colonialismo non &egrave; mai morto, basta vedere come la Russia tratta il suo ex spazio sovietico &nbsp;(a cominciare dalla Bielorussia) con una concezione completamente coloniale per renderci conto di questo.</p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/lanomala-vicenda-di-ceuta/2756]]></guid>
					<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Il Pianeta ha esaurito le risorse rigenerative: dal 31 luglio viviamo a debito]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-pianeta-ha-esaurito-le-risorse-rigenerative-dal-31-luglio-viviamo-a-debito/2754]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Un allarmante Rapporto del WWF di questi giorni ci pone di fronte ad una realt&agrave; di sostenibilit&agrave; ambientale e antropologica che ha i connotati dello scenario distopico. Secondo l&rsquo;organizzazione mondiale che da 60 anni si occupa di tutelare la salvaguardia e la sopravvivenza delle specie viventi a partire dal 30 luglio 2026 l&rsquo;umanit&agrave; ha azzerato le risorse naturali disponibili poich&eacute; nei sette mesi precedenti ha richiesto e utilizzato pi&ugrave; risorse e servizi ecosistemici di quanti la Terra sia in grado di rigenerare in un anno. Dal giorno successivo vivremo quindi in debito ecologico, utilizzando risorse oltre la capacit&agrave; di rigenerazione del Pianeta. Il WWF ricorda che oggi consumiamo infatti l&rsquo;equivalente di 1,73 &lsquo;<em>pianeti Terra</em>&rsquo; e che &egrave; necessario invertire questa corsa, in particolare intervenendo sulle citt&agrave;, responsabili di una quota rilevante del consumo di risorse e degli impatti ambientali. Esaurito questo budget medio annuale il Pianeta piomba in uno stato di debito ecologico al quale occorrer&agrave; far fronte. Questa data fatidica &egrave; chiamata Earth Overshoot Day cio&egrave; &lsquo;Giorno del sovrasfruttamento della Terra&rsquo; o &lsquo;Giorno dello sforamento&rsquo; ed &egrave; il preludio di una condizione deficitaria di compatibilit&agrave; tra l&rsquo;uomo e l&rsquo;ambiente: si tratta peraltro di una situazione che si rinnova di anno in anno da circa mezzo secolo, accumulando un debito ecologico di 20,6 anni della stessa capacit&agrave; rigenerativa del Pianeta. Questi dati sono in linea con le previsioni che annualmente vengono denunciate a partire da Protocollo di Kyoto (COP 3- 1997), al COP 21 di Parigi (2015), fino al recente COP 31. Ma anche con gli studi dell&rsquo;Ipbes e dell&rsquo;ONU che ipotizzano la catastrofica previsione della sesta estinzione della vita sul pianeta, questa volta per mano dell&rsquo;uomo. Di fatto ci troviamo a gestire una sistematica alterazione delle biodiversit&agrave; esistenti: &egrave; come se il mare, i corsi d&rsquo;acqua, il verde, l&rsquo;aria stessa, l&rsquo;agricoltura, i contesti e le condizioni di vita (quasi di sopravvivenza) nelle grandi aree metropolitane non fossero pi&ugrave; in grado di conciliarsi con gli esseri viventi.&nbsp; Ormai oltre la met&agrave; della popolazione mondiale attuale stimata in 8,3 miliardi di esseri umani (quindi pi&ugrave; di 4 miliardi di persone) vive in aree urbane e metropolitane e potrebbe superare il 70% quando intorno al 2060 il globo sar&agrave; abitato da 10 miliardi di uomini e donne (dei quali 3 miliardi e mezzo nell&rsquo;Africa sub-sahariana). Questi centri ad alta densit&agrave; abitativa detengono il 75% dei consumi energetici globali e producono il 70 % delle emissioni di gas serra. D&rsquo;altra parte un climatologo di rara competenza come Luca Mercalli &ndash; Presidente della Societ&agrave; metereologica italiana &ndash; ha ammonito sulla necessaria salita ad alte quote per cercare condizioni di sopravvivenza che superino la deriva incessante del rialzo termico nelle citt&agrave;: non sembra esagerato prevedere che il trend attuale e quelli che chiamiamo picchi dei 40&deg; diventeranno temperature estive intorno ai 45&deg;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il problema interessa l&rsquo;uomo ma tutte le specie viventi che abitano aria, terra e mare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La ricetta per rimediare a questa deriva negativa viene testualmente cos&igrave; riassunta dal WWF &ldquo;<em>Trasformare il sistema energetico e alimentare, ridurre il consumo di risorse e materiali, ripensare produzione e consumi e progettare citt&agrave; ricche di natura sono le sfide per posticipare la data dell&rsquo;Overshoot&rdquo;. </em>Si tratta di un compito che riguarda i decisori politici e l&rsquo;uomo della strada, ciascuno secondo le proprie competenze, responsabilit&agrave;, abitudini e stili di vita. Secondo il Global Footprint Network, l&rsquo;adozione rapida e su scala globale di tecnologie oggi disponibili per accelerare la transizione energetica, puntando su efficienza, fonti rinnovabili ed eliminazione della dipendenza dai combustibili fossili, insieme a edifici e sistemi produttivi pi&ugrave; efficienti e a una mobilit&agrave; pi&ugrave; sostenibile, potrebbe posticipare l&rsquo;Earth Overshoot Day di 29 giorni. Altri 5 giorni sarebbero recuperabili da una mobilit&agrave; urbana pi&ugrave; sostenibile. La riduzione dello spreco alimentare, una maggiore diffusione di diete a prevalenza vegetale e pratiche agricole pi&ugrave; sostenibili potrebbero spostare la data di un ulteriore mese. Il WWF ritiene da anni che L&rsquo;Earth Overshoot Day non sia una data inevitabile, ma il colpevole risultato delle nostre scelte e pu&ograve; essere spostata. Sono le citt&agrave; uno dei luoghi in cui questa trasformazione pu&ograve; diventare realt&agrave;, contribuendo a ridurre l&rsquo;impronta ecologica e a riportare consumi e sviluppo entro i limiti del Pianeta. Nei centri urbani che stanno diventando invivibili il problema non si risolve solo installando nelle abitazioni impianti di condizionamento termico. Se non cambia qualcosa potrebbe arrivare il giorno in cui indosseremo maschere portatili di aria condizionata e questa non &egrave; una prospettiva a lieto fine del problema del default ecologico.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-pianeta-ha-esaurito-le-risorse-rigenerative-dal-31-luglio-viviamo-a-debito/2754]]></guid>
					<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Ricordo di Felice Gimondi: impersonificava il valore etico dello sport]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/ricordo-di-felice-gimondi-impersonificava-il-valore-etico-dello-sport/2753]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Tra gli italiani dopo Bartali e Coppi, lui. Ma guardandolo negli occhi non avvertivo la sensazione di essere al cospetto di uno dei pi&ugrave; grandi ciclisti di tutti i tempi. Anche se parlando di Merckx, il suo avversario per eccellenza, mi disse: &ldquo;Secondo me &egrave; stato il pi&ugrave; grande di sempre: aveva doti naturali straordinarie ma poi in Eddy c&rsquo;era l&rsquo;applicazione, la volont&agrave;, il carattere. Una macchina costruita per vincere&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quegli occhi esprimevano mitezza e compostezza, ci leggevo l&rsquo;umilt&agrave; del vero, grande campione che non dimenticava le sue origini e correva per vincere ma anche per riscattare un&rsquo;immagine bistrattata dell&rsquo;Italia e della nostra gente: &ldquo;Il fascino pi&ugrave; importante e significativo per me &egrave; l&rsquo;emblema della fatica, che ti mette sullo stesso piano di tanta povera gente che deve lavorare, tribolando. Ricordo a Liegi quegli italiani che venivano sotto il mio albergo a chiamarmi e applaudirmi: era gente che lavorava in miniera e faceva della mia vittoria motivo di riscatto. Non dimenticher&ograve; mai gli italiani che ho incontrato all&rsquo;estero, per via delle mie corse: avvertivo la loro sofferenza e correvo anche per loro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sentivo la loro nostalgia per il nostro Paese: io portavo loro il ricordo della patria lontana, quando gli italiani erano chiamati <em>&ldquo;maccaron&igrave;&rdquo;.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non aveva appeso mai la bici al chiodo, nonostante lo scorrere degli anni: &ldquo;Vado la domenica, adesso uso spesso la mountain bike perch&eacute; la strada &egrave; diventata pericolosa. Controllo meglio il mezzo, vado pi&ugrave; piano e mi diverto di pi&ugrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ho aperto una scuola di mountain bike per bambini, credo che per loro sia pi&ugrave; facile iniziare con questo mezzo&hellip;&rdquo;. Gli sollecitai qualche consiglio da dare ai ragazzi: &ldquo;Di non avere mai un rapporto esasperato e agonistico con il mezzo e gli altri ciclisti ma di cercare invece un contatto diretto con la natura. Ci sono tanti bambini in citt&agrave; che non conoscono tipi e qualit&agrave; degli alberi e delle piante. Purtroppo &ndash; questo &egrave; il grosso problema &ndash; le nuove generazioni non potranno pi&ugrave; fare a meno delle tecnologie: per questo crescer&agrave; sempre di pi&ugrave; il bisogno fisico, organico, di scaricare la tensione psicologica e lo stress fisico. Ecco che la bicicletta &egrave; il mezzo ideale per questa scarica di adrenalina, inoltre permette di riappropriarsi dello sfogo fisico, della fatica e dell&rsquo;esercizio come valvola di scarico psicologico e garanzia di stile di vita fisicamente corretto e salutistico&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E ricordando la sua fantastica carriera si esprimeva con la consapevolezza dei traguardi raggiunti (il Giro d&rsquo;Italia, il Tour de France, la Vuelta, il titolo iridato, quello di campione d&rsquo;Italia e una serie infinita di corse di linea) - &ldquo;Avevo fatto due anni di gare e vittorie prima che arrivasse Merckx ed ero forse considerato senza presunzione il numero uno al mondo. Avevo vinto di seguito il Tour, la Parigi- Roubaix, la Parigi-Bruxelles, il Giro di Lombardia. Quando &egrave; arrivato lui io ho impiegato un paio d&rsquo;anni sotto il profilo psicologico ad adattarmi a lui: Merckx mi ha tolto ma mi ha anche dato&rdquo; &ndash; esprimeva la consapevolezza del senso del limite. &ldquo;Mi ha tolto tante vittorie ma anche un modo di correre audace, ho imparato tattica e prudenza&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gli chiesi del suo rapporto professionale con Pantani e si fece triste, parlandone&rdquo;: Fui suo presidente, gli ero amico e voglio ricordare Marco il giorno in cui salii con lui sul palco a Parigi quando vinse il Tour: io ero stato l&rsquo;ultimo italiano a vincerlo prima di lui. Ebbe una fortuna e una grandezza immensa che furono sprecati banalmente pi&ugrave; sotto il profilo umano che atletico. A trentatr&eacute; anni si diventa uomini, non si pu&ograve; morire&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anche se ancora oggi la sua fine resta avvolta in molti misteri irrisolti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gimondi aveva una sua filosofia del ciclismo, sempre coerente e trasmessa come valore sportivo ed etico: &ldquo;Tutta la vita richiede impegno diretto, conoscenza, sacrificio, fatica: il merito esce fuori da queste prove non dalle cose facilitate o dalle aristocrazie gi&agrave; stabilite. Tutti devono essere messi in condizione di competere, alla pari. Credere in s&eacute; stessi, migliorarsi, superare le difficolt&agrave; con le proprie forze, metterci impegno e motivazione. Conta ci&ograve; che si ha dentro, che si pensa in modo corretto e onesto: non l&rsquo;apparenza e neanche quello che gli altri possono pensare di te. Le risorse, tutte, sono dentro di noi&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non gli evitai la domanda forse pi&ugrave; banale ma cercando di pescare nel suo intimo: &ldquo;Sig. Gimondi, nella Sua carriera Lei ha indossato molte maglie, di tanti colori. Tra il giallo, l&rsquo;iridato e il rosa, qual &egrave; quello che &egrave; rimasto nel suo cuore?&rdquo;. Mi rispose: &ldquo;Il giallo &egrave; certo il pi&ugrave; importante, dal punto di vista sportivo: il Tour de France &egrave; la corsa ciclistica pi&ugrave; prestigiosa e completa al mondo, si svolge nel pieno della stagione agonistica, sono 22 giorni di gara che ti chiedono il massimo e poi c&rsquo;&egrave; la presenza pi&ugrave; qualificata di atleti. Ma certo anche il rosa ha il suo valore, cos&igrave; come l&rsquo;iridato di campione del mondo. Personalmente per&ograve; ho nel cuore la maglia tricolore, di campione d&rsquo;Italia. Sono sempre stato orgoglioso di portare i colori della mia bandiera sulle strade del mondo&rdquo;.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/ricordo-di-felice-gimondi-impersonificava-il-valore-etico-dello-sport/2753]]></guid>
					<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Un momento inquietante]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-momento-inquietante/2752]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">I fatti di Chiomonte in Val di Susa pongono interrogativi inquietanti. Sono stati messi in rapporto con i tumulti degli antagonisti a Bologna ad inizio della scorsa settimana, ma il nesso &egrave; piuttosto ambiguo, sebbene in entrambi i casi si sia assistito alla degenerazione di manifestazioni che si muovevano in modo pi&ugrave; o meno pacifico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Insistiamo sul pi&ugrave; o meno. Infatti mentre a Bologna la manifestazione di protesta per la morte del marocchino Fakir indetta un po&rsquo; troppo disinvoltamente da un sindaco in cerca di visibilit&agrave; aveva una modalit&agrave; denunciataria pacifica, non si pu&ograve; dire lo stesso per quella della Val di Susa che era programmaticamente antagonista, sia pure non necessariamente orientata al tipo di violenza che si sarebbe visto in atto. &Egrave; significativo soffermarsi sulle differenze tra i due episodi. A Bologna c&rsquo;&egrave; stata una azione dell&rsquo;antagonismo diremmo ordinario, che cerca lo scontro con le forze dell&rsquo;ordine ma nel quadro di un tumulto di piazza per quanto molto pesante che ha utilizzato come armi quel che ha trovato per strada. A Chiomonte si &egrave; vista in azione una forza militarizzata, addestrata, con divise, organizzazione, strumentazione preparata in precedenza, tutto pianificato. Non si &egrave; neppure trattato per la maggior parte di soggetti legati al contesto locale, ma di persone fatte appositamente confluire dall&rsquo;estero, in maggioranza dalla Francia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Siamo dunque davanti ad un salto di qualit&agrave; che richiama alla mente le dinamiche viste negli anni di piombo: ci sono componenti che passano dalla manifestazione &ldquo;arrabbiata&rdquo; alla scelta per lo scontro militarizzato. &Egrave; inquietante. Certamente c&rsquo;&egrave; una non piccola differenza con allora. Mentre in quella fase il mito era la guerriglia partigiana in vista della rivoluzione, ora non si sa esattamente a cosa mirino i violenti che hanno fatto il salto di qualit&agrave;: non alla rivoluzione nel senso tradizionale del termine che non va pi&ugrave; di moda (la conquista del potere per riorganizzare lo stato), ma, sembra, alla conquista di un diritto all&rsquo;anarchia in cui non deve esistere alcun potere pubblico, ma ciascuno, o meglio ciascuna &ldquo;trib&ugrave;&rdquo; pu&ograve; fare quel che vuole.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La capacit&agrave; di analisi di quanto sta accadendo da parte delle forze politiche ci sembra molto debole perch&eacute;, da destra come da sinistra, si ferma alla superfice del fenomeno. Da entrambi i lati si rimane schiavi delle vecchie mitologie, dei modi di pensare ereditati da un passato che temiamo sia irrimediabilmente alle nostre spalle. Da destra tutto &egrave; visto come la inevitabile degenerazione dell&rsquo;opposizione della sinistra all&rsquo;ordine costituito e di conseguenza si sfrutta il disagio che la situazione genera per chiedere che l&rsquo;ordine venga ristabilito con l&rsquo;uso non limitato della forza pubblica in modo da annientare i perturbatori.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da sinistra tutto &egrave; visto come il sintomo di una societ&agrave; squilibrata che non si vuole consentire possa essere rimessa in ordine da lei con metodi che, riconoscendo delle radici comprensibili nelle pulsioni rivoluzionarie, persino in quelle violente, possono far leva sul riportare alla ragione le spinte perturbatrici senza rischiare di mettere in crisi le volont&agrave; sociali di miglioramento per quanto possano essere ambigue.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si tratta, a nostro modestissimo giudizio, di due modi di pensare che non raggiungono risultati comunque apprezzabili. L&rsquo;ordine costituito non pu&ograve; essere difeso identificandolo con l&rsquo;equilibrio socio-economico del momento che si vorrebbe congelare cos&igrave; com&rsquo;&egrave;. A fare in questo modo esso diventerebbe, per ripetere una celebre definizione di Emanuel Mounier, un disordine stabilito in quanto tale soggetto ad una delegittimazione continua. L&rsquo;ordine esistente si difende implementando gli equilibri e raddrizzandone le storture, dopo di che la difesa di questo processo pu&ograve; certamente contemplare anche il contenimento di fuga verso la violenza come soluzione, che sia intrapresa in buona o mala fede fa una differenza minima.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La sinistra deve tornare a capire, come ha gi&agrave; fatto in passato, che l&rsquo;anarchia non &egrave; rivoluzionaria, ma nihilista, per cui &egrave; una illusione pensare di cavalcarla domandola a pro di obiettivi di trasformazione razionale: cos&igrave; facendo finir&agrave; disarcionata e ridotta all&rsquo;impotenza. Lo stato, cio&egrave; la gestione in mano pubblica dell&rsquo;organizzazione della convivenza, &egrave; un valore, che certo pu&ograve; essere manipolato in modo inappropriato o negativo, ma che in questo caso va restaurato non mandato al macero, mentre comunque &egrave; una istituzione che va salvaguardata a tutela di tutti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il momento in cui viviamo &egrave; molto delicato come avviene in tutte le fasi di transizione che sono caratteristiche per destabilizzare gli equilibri tradizionali, ma proprio per questo si richiede un surplus di razionalit&agrave; e un approccio carico di modestia nel riflettere su come superare le difficolt&agrave; del cambiamento senza passare per la famosa guerra di tutti contro tutti. Capiamo bene che i tempi pre-elettorali, soprattutto in un contesto di radicalizzazione strumentale della riflessione pubblica, non sono i pi&ugrave; adatti per operazione del genere di quella che ci permettiamo di suggerire, ma davvero, senza esagerare, ormai &egrave; questione di sopravvivenza del nostro sistema democratico conquistato nel contesto europeo di due secoli di evoluzione.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-momento-inquietante/2752]]></guid>
					<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Fame e spreco il mondo diviso tra carenza e abbondanza]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/fame-e-spreco-il-mondo-diviso-tra-carenza-e-abbondanza/2751]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Nel 2024 circa 673 milioni di persone &ndash; pari all&rsquo;8,2% della popolazione mondiale &ndash; hanno sofferto la fame secondo il pi&ugrave; recente rapporto delle agenzie ONU sulla sicurezza alimentare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un dato in lieve miglioramento rispetto agli anni precedenti, ma ancora superiore ai livelli pre-pandemici e lontano dagli obiettivi fissati dall&rsquo;Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ancora pi&ugrave; ampio &egrave; il fenomeno dell&rsquo;insicurezza alimentare: circa 2,3 miliardi di persone (28% della popolazione mondiale) vivono senza accesso stabile ad un cibo sufficiente e nutriente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il fenomeno &egrave; fortemente diseguale se rapportato alle aree pi&ugrave; colpite: in Africa ci sono oltre 307 milioni di persone denutrite pari ad oltre il 20% della popolazione, in Asia occidentale si stima che circa il 12,7% della popolazione complessiva ne sia colpita, mentre in America Latina e in Asia meridionale vengono segnalate fragilit&agrave; strutturali con segnali di lieve miglioramento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In particolare i dati pi&ugrave; recenti evidenziano come l&rsquo;America Latina presenti una prevalenza della &lsquo;condizione di fame&rsquo; intorno al 5-6%, pari a circa 41 milioni di persone, mentre nell&rsquo;Asia meridionale il fenomeno assume dimensioni molto pi&ugrave; rilevanti, coinvolgendo circa 229 milioni di individui, pari a oltre il 10% della popolazione. Tali differenze dimostrano che la fame non &egrave; un fenomeno uniforme, ma espressione di modelli diversi di disuguaglianza e accesso alle risorse alimentari.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Secondo le proiezioni demografiche, sempre su base ONU, entro il 2030 fino a 512 milioni di persone potrebbero restare cronicamente denutrite, di cui circa il 60% in Africa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il volto pi&ugrave; tragico della fame &egrave; quello della malnutrizione dei bambini, &egrave; dunque questa la dimensione pi&ugrave; drammatica del fenomeno: 150 milioni di bambini sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione cronica, 118 milioni di minori hanno sofferto la fame nel 2025, di cui oltre la met&agrave; a causa dei conflitti armati mentre nei contesti territoriali afflitti da crisi umanitarie acute, centinaia di migliaia di bambini sono a rischio immediato di morte per denutrizione. &nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il dato evidenzia una correlazione strutturale tra fame, guerra e instabilit&agrave; politica, rendendo la questione non solo economica ma anche giuridico-internazionale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il fenomeno della fame nel mondo, lungi dall&rsquo;essere superato, rappresenta ancora oggi una delle principali criticit&agrave; a livello planetario. Ad esso si contrappone, in termini apparentemente antitetici, il fenomeno dello spreco alimentare, particolarmente diffuso nei Paesi economicamente avanzati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La coesistenza di tali fenomeni evidenzia una contraddizione strutturale: da un lato, sopravvivono milioni di individui privi di accesso a risorse alimentari sufficienti; dall&rsquo;altro si riscontra una significativa dispersione di beni alimentari lungo la filiera produttiva e distributiva nei sistemi sociali pi&ugrave; evoluti ed a maggior tutela di welfare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questa breve riflessione si intende approfondire tale paradosso sotto il profilo giuridico, esaminando il diritto al cibo nel contesto internazionale, le politiche normative volte al contenimento dello spreco e le implicazioni socio-economiche connesse alla distribuzione delle risorse.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Va preliminarmente rimarcato che il diritto al cibo costituisce innanzitutto una componente essenziale dei diritti economici e sociali riconosciuti a livello internazionale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo sancisce, all&rsquo;art. 25, il diritto di ogni individuo a un adeguato tenore di vita, comprensivo dell&rsquo;alimentazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tale previsione trova ulteriore specificazione nel &lsquo;Patto internazionale sui diritti economici sociali e culturali&rsquo; (adottato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite con Risoluzione 2200A (XXI) del 16 dicembre 1966, &nbsp;entrata in vigore a livello &nbsp;internazionale il 3 gennaio 1976, mentre recentemente&nbsp; si contavano 173 Stati aderenti alla data del 20 ottobre 2025) il quale, all&rsquo;art. 11, riconosce il diritto di ogni individuo a un livello di vita adeguato, comprendente un&rsquo;alimentazione sufficiente e il diritto fondamentale ad affrancarsi dalla fame.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La norma impone agli Stati obblighi giuridici articolati, che la dottrina deve sancire e legittimare con riguardo ai tre profili del rispetto (astensione da interferenze nell&rsquo;accesso al cibo), della protezione (attraverso la prevenzione di violazioni da parte di terzi) e dell&rsquo;attuazione concreta di pres&igrave;di e provvedimenti normativi e regolamentativi (adozione di misure positive per garantire l&rsquo;accesso al cibo).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali ha chiarito che il diritto al cibo non si esaurisce nella mera disponibilit&agrave; calorica, ma implica un accesso stabile, adeguato e culturalmente appropriato agli alimenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nonostante il riconoscimento normativo, il diritto al cibo incontra notevoli ostacoli nella sua attuazione, in primis per l&rsquo;esistenza di criticit&agrave; strutturali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nei Paesi in via di sviluppo, la fame assume carattere endemico ed &egrave; riconducibile ad un mix di fattori tra i quali si evidenziano l&rsquo;instabilit&agrave; politica e i conflitti armati, l&rsquo;esposizione alla vulnerabilit&agrave; climatica, l&rsquo;insufficienza delle infrastrutture agricole, la debolezza dei sistemi economici locali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In tali contesti, la violazione del diritto al cibo si configura non solo come problema economico, ma come inadempimento degli obblighi internazionali degli Stati, sebbene condizionato dal principio della realizzazione progressiva delle prestazioni sociali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Parallelamente, fenomeni di insicurezza alimentare si manifestano anche nei Paesi del cosiddetto benessere, poich&eacute; si verificano condizioni esistenziali di precariet&agrave; e di indigenza nei contesti territoriali economicamente avanzati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;emergere di nuove forme di povert&agrave; evidenzia infatti come il diritto al cibo possa risultare compromesso anche in contesti caratterizzati da elevata disponibilit&agrave; di risorse: negli ambiti metropolitani si sedimentano sacche di emarginazione sociale, specialmente nelle periferie.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In Italia, i dati elaborati dall&rsquo; ISTAT (che ha aderito &ndash; a partire dal 2004 &ndash; al progetto Eu-Silc (European Union Statistics on Income and Living Conditions) attestano un incremento della &ldquo;povert&agrave; assoluta&rdquo;, con conseguente difficolt&agrave; di accesso ai beni essenziali: la popolazione a rischio di povert&agrave; o esclusione sociale nel 2024 era pari al 23,1% (era 22,8% nel 2023), per un totale di circa 13 milioni e 525mila persone, in pratica circa 1 italiano su 4. Il concetto di &ldquo;rischio di povert&agrave;&rdquo; riguarda peraltro le famiglie il cui reddito netto equivalente &egrave; inferiore al 60% di quello mediano mentre risulta stabile l&rsquo;indice della popolazione in condizione di &lsquo;grave&rsquo; deprivazione materiale e sociale &ndash; oltre 2 milioni e 710 mila persone, pari al 4.6% &ndash; classificata in base ad indicatori- standard europei riferiti a difficolt&agrave; economiche quali non potersi permettere un pasto completo, dover affrontare spese impreviste o essere in arretrato con l&rsquo;affitto o il mutuo. Si conferma il gap di rischio povert&agrave; o di esclusione sociale tra il nord-est del Paese (considerata l&rsquo;area geografica di popolazione pi&ugrave; abbiente) e il Mezzogiorno, rispettivamente quantificate all&rsquo;11.2% e al 39.2%: &egrave; di tutta evidenza il dato relativo al Sud che lievemente peggiora rispetto all&rsquo;anno precedente, un trend che interroga sulle decantate, decennali politiche di investimenti mirati allo sviluppo di questo territorio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il quadro dei dati ISTAT dimostra che la questione alimentare non attiene esclusivamente alla produzione, ma riguarda anche la distribuzione e l&rsquo;accessibilit&agrave; economica, mentre colpisce la radicalizzazione percentuale dei due contenitori di riferimento: quello della povert&agrave; assoluta e quello &nbsp;(ad esso prodromico) a rischio di povert&agrave; ed emarginazione sociale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il fenomeno dello spreco alimentare viene peraltro considerato nel pi&ugrave; ampio contesto delle politiche europee in materia di sostenibilit&agrave; e economia circolare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;Unione Europea ha affrontato la questione attraverso diversi strumenti normativi e programmatici, tra cui la direttiva 2008/98/CE (e successive modifiche) sui rifiuti, il piano d&rsquo;azione per l&rsquo;economia circolare, la strategia &ldquo;Farm to Fork&rdquo;, volta a rendere sostenibile il sistema alimentare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In tale ambito, l&rsquo;UE ha fissato obiettivi di riduzione dello spreco alimentare entro il 2030, in linea con l&rsquo;Agenda delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile (Agenda 2030, obiettivo &lsquo;fame zero&rsquo;).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A livello nazionale, particolare rilievo assume la Legge 166/2016, che rappresenta un modello avanzato di intervento normativo in materia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Essa persegue finalit&agrave; di solidariet&agrave; sociale e sostenibilit&agrave; ambientale, prevedendo la semplificazione delle procedure di donazione delle eccedenze alimentari, degli incentivi fiscali per gli operatori economici, la promozione del recupero e della redistribuzione dei prodotti invenduti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tale disciplina si fonda sul principio secondo cui il riutilizzo delle eccedenze costituisce una priorit&agrave; rispetto allo smaltimento, in coerenza con la gerarchia europea del trattamento dei rifiuti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Accanto agli strumenti normativi, un contributo significativo &egrave; fornito dagli enti del terzo settore, quali il Banco Alimentare e la Caritas.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tali organizzazioni operano come intermediari tra eccedenza e bisogno, contribuendo alla concreta attuazione del diritto al cibo a livello locale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tuttavia, la loro azione, pur essenziale, non pu&ograve; sostituire l&rsquo;intervento pubblico, ma deve integrarsi con politiche strutturali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La coesistenza di fame e spreco nei Paesi a pi&ugrave; elevato e diffuso benessere evidenzia un limite strutturale del sistema giuridico ed economico globale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sebbene il diritto al cibo sia formalmente riconosciuto, nella prassi i prodotti alimentari continuano ad essere disciplinati prevalentemente come beni di mercato, soggetti alle regole della domanda e dell&rsquo;offerta.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci&ograve; determina una distribuzione delle risorse non basata sul bisogno, ma sul potere d&rsquo;acquisto, generando disuguaglianze profonde e persistenti, sussistendo nelle aree di persistente ed intangibile benessere molteplici e differenziate sacche di emarginazione sociale, di indigenza e povert&agrave; assoluta.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;analisi condotta evidenzia come il fenomeno della fame e quello dello spreco alimentare, pur distinti nelle cause, risultino strettamente interconnessi sul piano sistemico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La loro compresenza impone una riflessione sul ruolo del diritto nella regolazione dei processi economici e nella tutela dei diritti fondamentali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In tale prospettiva, appare necessario rafforzare l&rsquo;effettivit&agrave; del diritto al cibo a livello internazionale, promuovere politiche di riduzione dello spreco alimentare, garantire una pi&ugrave; equa distribuzione delle risorse, sviluppare strumenti di cooperazione internazionale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non va dimenticato infine quanto sia determinante per il raggiungimento di obiettivi condivisi un&rsquo;opera di sensibilizzazione dei cittadini per maturare un&rsquo;avvertita consapevolezza circa l&rsquo;importanza del problema, il consolidamento del senso civico che la supporta, l&rsquo;assunzione di responsabilit&agrave; sul piano dei comportamenti personali, l&rsquo;affinamento del sentimento di solidariet&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lo spreco alimentare &egrave; il correlato speculare negativo della carenza di cibo che affligge gli indigenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Solo attraverso un approccio integrato, che coniughi dimensione giuridica, economica e sociale, sar&agrave; possibile superare il paradosso attuale e realizzare un sistema alimentare globale fondato sui principi di equit&agrave;, sostenibilit&agrave; e dignit&agrave; umana.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><em>* Fondazione Varenna - Adolescenze</em></span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/fame-e-spreco-il-mondo-diviso-tra-carenza-e-abbondanza/2751]]></guid>
					<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[In nome della demagogia]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/in-nome-della-demagogia/2750]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">I tempi pre-elettorali sono per definizione propizi ad una impennata della demagogia, ma quando si sposano con fasi di grande crisi della politica gli argini che la contengono nei limiti della patologia dei mezzi di mobilitazione franano. Lo si sta vedendo molto chiaramente in questo momento con il parossismo a cui si &egrave; arrivati nella vicenda della richiesta di grazia a furor di popolo per il gioielliere Roggero condannato dopo tre gradi di giudizio per aver ucciso due rapinatori e cercato di farlo anche con un terzo membro della banda quando questi ormai stavano fuggendo dal suo negozio che avevano assaltato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;episodio era il tipico caso di cronaca che muove i sentimenti popolari pi&ugrave; istintivi: si tratta di un uomo che, dopo essere stato non solo oggetto di aggressione personale ed essere stato testimone di pesante violenza contro la moglie e la figlia, aveva deciso di farsi giustizia da s&eacute;. Di conseguenza una quota robusta dell&rsquo;opinione pubblica, scossa dal montare di violenza nella vita di tutti i giorni e dalla relativa capacit&agrave; o possibilit&agrave; delle forze di polizia di colpirla, si schierava istintivamente dalla parte di chi l&rsquo;aveva fatta pagare ai delinquenti. Naturalmente un simile sentimento non trovava accoglienza nelle aule di giustizia dove peraltro, a dispetto delle leggende diffuse da vari politici, a Roggiero &egrave; stata comminata, come ha documentato sul &ldquo;Foglio&rdquo; il penalista Giandomenico Caiazza, una pena ridotta rispetto a quanto previsto dal codice penale che per l&rsquo;omicidio &egrave; di non meno di 21 anni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lo sfruttamento veramente demagogico di questa vicenda &egrave; da manuale. L&rsquo;aver montato una richiesta anomala e tecnicamente impossibile di grazia a favore di un condannato che non ha ancora sopportato un tempo minimo di carcere, che non versa in precarie condizioni di salute, ecc. &egrave; fatta non per ottenere il provvedimento di clemenza, ma per rendere impossibile che sia adottato: in queste circostanze comprometterebbe gli equilibri costituzionali fra i poteri dello stato, minerebbe il ruolo del Presidente della Repubblica, manderebbe un messaggio di disfacimento del nostro sistema di amministrazione della giustizia e di sudditanza alle pulsioni primordiali della popolazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tutto ci&ograve; andrebbe valutato da politici che fossero responsabili rispetto a quanto &egrave; richiesto dalle loro posizioni, mentre domina ormai la rincorsa a guadagnarsi pugni di voti senza guardare non diremmo per il sottile, ma neppure all&rsquo;ingrosso ai guai che innesca questa resa generalizzata al populismo deteriore.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Naturalmente respingiamo nel modo pi&ugrave; assoluto che ci si comporti cos&igrave; in nome di un qualche ossequio alla volont&agrave; popolare. Se ci fosse questo sentimento o questa forma di attenzione, per quanto discutibile, non ci si sarebbe arresi alla rimozione del meccanismo delle preferenze nel predisporre la riforma della legge elettorale. Tutte le rilevazioni demoscopiche dimostrano infatti che la gente &egrave; pi&ugrave; che favorevole ad avere restituito il proprio diritto ad intervenire nella scelta dei propri rappresentanti in parlamento. Non si dica che le preferenze sono state bocciate con un colpo di mano da una trentina o cinquantina di franchi tiratori: gi&agrave; il testo respinto aveva previsto, come abbiamo gi&agrave; scritto, la riduzione ad una pura occasione marginale quella possibilit&agrave; di scelta annegandola in un gioco pasticciato di candidature bloccate e di possibilit&agrave; di pluricandidature.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Purtroppo&nbsp; &egrave; anche nel tentativo di recuperare in maniera balorda la delusione dell&rsquo;elettorato verso la politica che i partiti si rifugiano sempre pi&ugrave; nella demagogia: in maniera sguaiata e irresponsabile come fanno Salvini e i suoi vari sodali, in maniera pi&ugrave; sofisticata come fa Conte sulla politica di difesa (se investiamo per la difesa, uccidiamo sanit&agrave; e scuola), o come fanno tutti quelli che stanno riducendo il confronto politico ad una contrapposizione di slogan altisonanti senza vere proposte di cambiamento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Continuare il confronto per il tempo non breve che ci separa dalle urne nazionali gestendo il clima tossico che si va imponendo pi&ugrave; che preoccupare, va venire i brividi. La piega che sta prendendo il conflitto in Iran e nella questione palestinese non dovrebbe consentire ad una classe politica minimamente degna di questo nome di sottovalutare i rischi connessi all&rsquo;implementazione della demagogia. Proprio perch&eacute; stiamo parlando di guerra, si dovrebbe essere coscienti che anche nelle lotte elettorali funziona in parte allo stesso modo: se una parte mette in campo strumenti di un certo tipo, &egrave; quasi impossibile che l&rsquo;altra non risponda ricorrendo a qualcosa di simile, anzi non finisca per cercare di renderli pi&ugrave; performanti, aprendo una spirale al peggio che sar&agrave; molto difficile fermare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tutto &egrave; complicato anche dalle lotte intestine che attraversano le due coalizioni che si preparano ad affrontarsi nella sfida per ottenere il famoso premio di maggioranza previsto dalla riforma della legge elettorale. Lungi dal compattarle, al momento le nuove norme previste le stanno disgregando in una lotta per la leadership nei rispettivi due campi. Si dice che ci&ograve; dipenda dall&rsquo;imprevisto sorgere di populismi demagogici in nuove formazioni ai loro margini, ma &egrave; vero il contrario: ci&ograve; accade proprio perch&eacute; in entrambi i campi manca il leader capace veramente di guidarli e di attrarre a s&eacute; quote determinanti della pubblica opinione (che non a caso &egrave; sempre pi&ugrave; frammentata in correnti e lobby e di conseguenza disorientata al massimo).</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/in-nome-della-demagogia/2750]]></guid>
					<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[L'ora dell'Europa]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/lora-delleuropa/2749]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Per come pensa e scrive Vittorio Emanuele Parsi &ndash; ordinario di Relazioni internazionali all&rsquo;Universit&agrave; Cattolica di Milano, Accademico dei Lincei ed uno tra i pi&ugrave; autorevoli politologi del nostro tempo &ndash; mi ricorda una definizione di cui mi aveva messo a parte Giulio Andreotti (anche se nello specifico riferita ad uno statista del 900): &ldquo;<em>usa pi&ugrave; spesso e volentieri i sostantivi che gli aggettivi</em>&rdquo;. Significativamente un complimento perch&eacute; Parsi esprime la rara capacit&agrave; di andare al cuore dei temi che affronta e sui quali si misura con competenza e conoscenza indiscusse. Era stato cos&igrave; per &lsquo;Titanic - Naufragio o cambio di rotta per l'ordine liberale&rsquo;, e si conferma tale con altrettanta e forse pi&ugrave; penetrante e mirata lucidit&agrave; in questo libro &ldquo;Contro gli imperi &ndash; Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale&rdquo; edito nella collana Saggi Bompiani.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quantomeno la consapevolezza di stringere i tempi per decollare con una presenza unita, forte, coesa dell&rsquo;Europa &egrave; speculare al tambureggiante, imprevedibile incedere della politica estera di Trump in materia di alleanze e di difese strategiche comuni alle democrazie occidentali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se nella precedente riflessione Parsi considerava i pericoli di una lenta agonia dell&rsquo;ordine liberale e del pensiero occidentale, pena l&rsquo;inabissamento nell&rsquo;irrilevanza geopolitica, in questo nuovo e recentissimo saggio affronta senza tante reticenze e con piglio argomentativo l&rsquo;emergenza di un fatto nuovo nello scenario internazionale, al quale nessuno aveva mai pensato dopo la fine della seconda guerra mondiale: il disimpegno americano rispetto agli schemi consolidati di alleanza atlantica, di presenza e valorizzazione all&rsquo;interno degli organismi internazionali (a cominciare dall&rsquo;ONU e fino alla stessa NATO), la rottura di un equilibrio geopolitico basato sull&rsquo;ordine liberale che da sempre e gloriosamente gli USA hanno storicamente fondato e realizzato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ne consegue che pace e democrazie (secondo la tradizione occidentale) possono essere rovinosamente compromesse da un atteggiamento che da storicamente amichevole si &egrave; reso ostile, in nome di un isolazionismo americano sul quale si pensa di riposizionare i destini di quel continente e di ridefinire bruscamente le relazioni internazionali, spesso con prese di posizioni inusitate e disarmanti, come il lento squagliarsi dal sostegno militare all&rsquo;Ucraina aggredita, (perch&eacute; il problema della difesa dei confini europei &egrave; &lsquo;faccenda nostra&rsquo;), dalla minaccia di far rientrare negli USA le presenze dell&rsquo;esercito nei Paesi dell&rsquo;U.E. smantellando le basi militari, ai ripetuti proclami di annessione di Canada e Groenlandia, per non parlare di ci&ograve; che &egrave; accaduto in Venezuela, sta accadendo in Medio Oriente e potrebbe accadere a Cuba, senza dimenticare l&rsquo;altalenante politica di imposizione dei dazi con stizziti saliscendi dovuti pi&ugrave; all&rsquo;irascibilit&agrave; del momento, come scelta ritorsiva, che a sostenibili ragioni economiche nello stesso interesse degli USA.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Attingendo alla potente metafora del &lsquo;modello di Schweller&rsquo; le pagine di questo libro ci raccontano come la superpotenza americana abbia abbandonato il ruolo del leone che veglia sulla foresta per tornare a vestire quello di lupo affamato in un mondo popolato di altri lupi e di sciacalli pronti a seguirli. Pensando proprio all&rsquo;Europa e alle presenze fagocitanti di Russia e Cina a livello planetario si potrebbe anzi affermare che l&rsquo;America ha di fatto consegnato le pecore al lupo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La stessa immagine scelta sulla copertina del libro &ndash; la testa in frantumi della Statua della libert&agrave; (la denominazione completa &egrave; &ldquo;la Statua <em>&ldquo;Statua della Libert&agrave; che illumina il mondo&rdquo;) </em>dono della Francia nel 1886 per celebrare il centenario della Dichiarazione&nbsp; di indipendenza &nbsp;americana e come simbolo di amicizia tra i due Paesi, situata al centro della baia di Manhattan sul fiume Hudson &ndash; dimostra metaforicamente come la stessa si sia simbolicamente girata dall&rsquo;altra parte, in nome delle teorie MAGA e dell&rsquo;America first.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il nuovo (dis)ordine mondiale si configura cos&igrave; come un sistema instabile e frammentato, dove il ritorno all&rsquo;uso della forza appare sempre pi&ugrave; frequente. La minaccia nucleare, che si credeva relegata agli anni pi&ugrave; bui della Guerra Fredda, torna a essere evocata. Le crisi regionali rischiano di trasformarsi rapidamente in conflitti su scala pi&ugrave; ampia, mentre gli equilibri internazionali si fanno sempre pi&ugrave; precari. Lo scompaginamento pi&ugrave; incisivo nella geopolitica mondiale lo sta realizzando proprio Trump, sovvertendo l&rsquo;ordine che da Yalta ai giorni nostri ha retto, nonostante la guerra fredda: l&rsquo;Europa &ndash; in realt&agrave; ancor oggi debole militarmente e incapace di uno slancio vitale&nbsp; (come raccomandato ad esempio pi&ugrave; volte dall&rsquo;ex Presidente BCE Mario Draghi a cominciare dal suo corposo documento strategico (400 pagine) presentato il 9 settembre 2024 alla Commissione Europea, che delinea il futuro della competitivit&agrave; UE. per evitare la stagnazione economica e l&rsquo;irrilevanza internazionale invocando riforme radicali tendenti a colmare il gap di innovazione con USA/Cina, decarbonizzare l'economia e ridurre le dipendenze esterne attraverso una comune difesa strategica e militare &ndash; non ha ancora elaborato una linea politica forte, chiara e condivisa, vivendo piuttosto di un passatismo nostalgico ma effimero.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Forse le ragioni di alcune difficolt&agrave; risiedono nell&rsquo;allargamento dell&rsquo;U.E. a 27 Stati membri: significativamente lo aveva sottolineato Sylvie Goudard nel suo saggio &ldquo;Grande da morire&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Eppure la via per uscire dall&rsquo;impasse che sta attanagliando il mondo passa principalmente e ancora una volta nella Storia dal Vecchio continente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&Egrave; qui che Parsi sviluppa il nucleo pi&ugrave; originale e provocatorio del suo ragionamento: non una nostalgia dell'ordine perduto, non un lamento per l'America che fu, bens&igrave; una sfida rivolta direttamente all'Europa perch&eacute; smetta di contemplare il proprio declino come un destino ineluttabile. La sovranit&agrave;, argomenta con rigore, non si delega n&eacute; si esternalizza: si costruisce, si difende, si aggiorna. E un continente che ha generato la democrazia moderna, il diritto internazionale, la stessa idea di pace come progetto politico &ndash; e non soltanto come assenza di guerra &ndash; non pu&ograve; permettersi di abdicare proprio nel momento in cui queste conquiste vengono messe sotto scacco da chi le aveva storicamente sostenute.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La categoria degli 'imperi' cui allude il titolo non va intesa in senso meramente geografico o militare. Parsi la usa con precisione analitica per indicare quei soggetti &ndash; statali ma anche corporativi e tecnologici &ndash; che operano secondo una logica di dominio piuttosto che di cooperazione, che misurano il potere in termini di esclusione anzich&eacute; di inclusione, che trattano le regole internazionali come strumenti di convenienza da adottare o scartare a seconda dell'interesse del momento. In questo senso, l'impero non &egrave; una forma di governo del passato: &egrave; una tentazione permanente della politica, e la sua versione contemporanea si manifesta tanto nella spregiudicatezza di Mosca e Pechino quanto nella nuova brutalit&agrave; transazionale di Washington.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Di fronte a questa triplice pressione, l'Europa appare nel libro di Parsi come un soggetto ancora incompiuto ma non irrecuperabile: una potenza normativa che stenta a diventare potenza tout court, frenata da egoismi nazionali, da una cultura strategica che ha storicamente delegato la difesa agli americani, e da un'integrazione politica che avanza a geometria variabile. Parsi non risparmia la critica, ma non cede al pessimismo. Individua nella crisi stessa &ndash; nella brutalit&agrave; dell'aggressione russa all'Ucraina, nella freddezza raggelante del disimpegno americano, nella competizione tecnologica con la Cina &ndash; il possibile detonatore di una maturit&agrave; politica che l'Europa ha finora rimandato. Le emergenze, nella storia, hanno spesso accelerato ci&ograve; che la prudenza burocratica ritardava.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le condizioni oggettive perch&eacute; questo salto avvenga esistono, e sono pi&ugrave; solide di quanto il catastrofismo corrente lasci supporre. L'Unione Europea resta la prima potenza commerciale del pianeta, il pi&ugrave; grande mercato interno del mondo, il principale donatore di aiuti allo sviluppo internazionale. Dispone di un&rsquo;agenda normativa e regolatoria &ndash; dal GDPR 679/2016 alla tassonomia verde, dal Digital Markets Act alla normativa sull'intelligenza artificiale &ndash; che ha gi&agrave; dimostrato una capacit&agrave; di proiezione globale invidiabile: le grandi piattaforme tecnologiche americane e i colossi industriali cinesi si adeguano agli standard europei non per convinzione ma perch&eacute; il mercato unico &egrave; semplicemente troppo grande per essere ignorato. &Egrave; quello che gli studiosi chiamano l'"effetto Bruxelles", e rappresenta una forma concreta, gi&agrave; operante, di soft power strutturale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sul fronte della difesa, i segnali di discontinuit&agrave; rispetto al passato sono per la prima volta sostanziali. Il ReArm Europe Plan, varato dalla Commissione nel 2025, ha stanziato risorse senza precedenti per il riarmo coordinato degli Stati membri, aprendo la strada a una politica di sicurezza comune che fino a pochi anni fa sembrava un'utopia federalista. La proposta di emettere eurobond per finanziare la difesa collettiva &ndash; impensabile nel decennio scorso &ndash; &egrave; oggi sul tavolo di negoziazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Paesi storicamente neutrali come la Finlandia e la Svezia sono entrati nella NATO, ricalibrando l'equilibrio interno all'alleanza atlantica e rafforzando indirettamente anche il pilastro europeo della sicurezza. La Germania, con la storica inversione di rotta impressa dal cancelliere Scholz gi&agrave; nel febbraio 2022 con la Zeitenwende &ndash; la svolta epocale nella politica di difesa tedesca &ndash; ha abbandonato decenni di pacifismo costituzionale, tornando a investire massicciamente nelle proprie forze armate e assumendo un ruolo di leadership continentale che Berlino aveva a lungo evitato per ovvie ragioni storiche.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sul terreno dell'autonomia strategica, il percorso &egrave; pi&ugrave; accidentato ma non privo di direzione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La dolorosa dipendenza energetica dalla Russia, esplosa drammaticamente con l'invasione dell'Ucraina, ha impresso un'accelerazione straordinaria alla diversificazione delle fonti e alla transizione verso le rinnovabili: l'Europa, costretta dalla necessit&agrave;, ha compiuto in tre anni progressi che la prudenza politica non avrebbe mai consentito in dieci. Analogamente, la dipendenza tecnologica dalla Cina per le terre rare e i semiconduttori ha generato una risposta industriale &ndash; il Critical Raw Materials Act, il Chips Act europeo &ndash; che comincia a strutturare filiere produttive alternative. Non &egrave; ancora autonomia, ma &egrave; la consapevolezza che l'autonomia &egrave; una necessit&agrave; strategica, non un'aspirazione retorica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Resta il nodo pi&ugrave; complesso: quello della voce politica unitaria. Finch&eacute; il Consiglio Europeo delibera in materia di politica estera all'unanimit&agrave;, ogni singolo Stato membro conserva di fatto un diritto di veto che pu&ograve; paralizzare la risposta collettiva nei momenti pi&ugrave; critici. Parsi riconosce che superare questa soglia richiede una volont&agrave; politica che ancora difetta, ma segnala come proprio le crisi degli ultimi anni &ndash; dalla pandemia alla guerra in Ucraina, dallo shock energetico alle tensioni sui dazi &ndash; abbiano progressivamente eroso la retorica della sovranit&agrave; nazionale come scudo sufficiente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lo stesso esito delle elezioni politiche in Ungheria con l&rsquo;estromissione di Orban preludono a scelte condivise senza la minaccia sistematica del diritto di veto, per compiacere Putin.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nessuno Stato europeo, nemmeno il pi&ugrave; grande, possiede da solo la massa critica per negoziare alla pari con Washington, Pechino o Mosca. La geometria del potere nel XXI secolo premia la scala, e la scala europea esiste gi&agrave;: manca ancora la determinazione politica di usarla pienamente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&Egrave; in questo spazio &ndash; tra le risorse gi&agrave; disponibili e la volont&agrave; ancora incompiuta di mobilitarle &ndash; che si gioca la partita decisiva per il futuro del continente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il libro si legge anche come un atto di responsabilit&agrave; intellettuale in un tempo in cui il pensiero geopolitico rischia di ridursi a commento di giornata o a tifoseria ideologica. Parsi sceglie invece la strada pi&ugrave; impervia: quella dell'analisi strutturale, del confronto con le fonti, della costruzione di un argomento che regga al di l&agrave; dell'evento contingente. Non &egrave; un saggio consolatorio, n&eacute; un manifesto di parte. &Egrave; qualcosa di pi&ugrave; raro e prezioso: un libro che obbliga a pensare, che disturba le certezze comode tanto della destra quanto della sinistra, che restituisce alla politica estera la sua dimensione di scelta morale oltre che di calcolo strategico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Rimane, alla fine della lettura, una domanda che l'autore lascia aperta con sapienza: l'Europa sapr&agrave; trasformare questa crisi in fondazione, o si limiter&agrave; ad amministrare la propria irrilevanza? La risposta, Parsi lo sa bene, non &egrave; scritta nei libri. Si scrive &ndash; o non si scrive &ndash; nella volont&agrave; politica di chi governa e nella consapevolezza civile di chi &egrave; governato. "Contro gli Imperi" ha il merito non secondario di ricordarci che questa consapevolezza si coltiva. E che farlo, oggi, non &egrave; un lusso intellettuale: &egrave; una necessit&agrave; democratica. Come ebbe modo di riferirmi al termine di una intervista che mi aveva concesso&hellip; <em>&lsquo;dobbiamo avere ben presente che la difesa della nostra democrazia passa attraverso una visione pi&ugrave; ampia, che ingloba le democrazie nel mondo&rsquo;</em>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Forse questo principio &egrave; stato trascurato nella visione strategica planetaria di Trump, pi&ugrave; preoccupato di blindare i confini e la politica dell&rsquo;Unione che di salvaguardare l&rsquo;impianto consolidato di alleanze nel mondo occidentale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Parsi dimostra &ndash; persino emotivamente &ndash; di rammaricarsi di questa deriva. L&rsquo;autorevolezza della sua analisi, la compiutezza documentata delle argomentazioni sono il migliore viatico per coltivare la speranza di una collettiva assunzione di responsabilit&agrave; che ci liberi dalle secche dei rinvii e dei veti incrociati, delle primazie e delle singole iniziative (segno di debolezza, non di forza).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autore in fondo considera come nei corsi e ricorsi storici, nelle alternanze delle leadership nazionali e nelle stesse ragioni dei popoli &ndash; sovente inespresse &ndash; maturino tempi nuovi e diversi perch&eacute; nulla &egrave; perduto se la ragionevolezza incarnata in uomini di valore prender&agrave; il sopravvento e la democrazia torner&agrave; ad essere un principio da difendere e consolidare.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><em>* Umanit&agrave; Penalit&agrave; &ndash; UP</em></span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/lora-delleuropa/2749]]></guid>
					<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Pettegolezzi, storiacce, impasse della politica]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/pettegolezzi-storiacce-impasse-della-politica/2748]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Va bene, &egrave; estate, sicch&eacute; tutto fa brodo per occupare l&rsquo;attenzione dei lettori distratti dalle vacanze, per&ograve; alcune vicende sono al limite dell&rsquo;eccesso. Ci riferiamo innanzitutto alla vicenda dell&rsquo;attentato a Sigfrido Ranucci, che si &egrave; scoperto orchestrato, in maniera apparentemente dilettantesca, dal suo amico Valter Lavitola, faccendiere gi&agrave; noto alle cronache politico giudiziarie.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Senza entrare nella valutazione poliziesca di quanto &egrave; accaduto, visto che non si dispone neppure di un quadro indiziario un minimo interpretabile, ci limitiamo a segnalare come siamo di fronte alla solita storiaccia politica: un giornalista d&rsquo;inchiesta, ovvero costruttore di storie di denuncia su casi che possono fare scandalo, prima glorificato come l&rsquo;inquisitore/denunciatore delle nostre corruzioni tanto da farne un quasi idolo del radicalismo di sinistra, poi da quegli stessi sponsor citato come obiettivo emblematico di un potere che voleva &ldquo;intimidirlo&rdquo;, infine ridimensionato come professionista con almeno una frequentazione amicale a rischio, frequentazione che gli si sta ritorcendo contro. Tutto questo occasione non per suggerire ai politici un po&rsquo; pi&ugrave; di cautela nel magnificare, cos&igrave; come nel demonizzare un giornalismo spettacolo, ma per rilanciare l&rsquo;attenzione sulla corta visione e la mancanza di (auto)critica da parte di personaggi che pensano ancora di guadagnare credito gettando in caciara ogni fatto di cronaca: vale per parlamentari di vario rito e per uomini del gran circo mediatico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quel che non si riesce a fare alimentando storiacce come quella citata, lo si fa esibendosi nel pettegolezzo politico. &Egrave; un ingrediente tipico delle cronache estive che adesso vengono rese pi&ugrave; pepate dalla presentazione delle lotte pi&ugrave; o meno sotterranee che corrono fra gli sponsor dei vari candidati alla futura posizione di premier. La politica estera, e questa &egrave; una relativa novit&agrave;, domina il lavoro di incoronazione o di demolizione di Meloni, Conte, Schlein, e si riflette poi sul posizionamento dei partiti e delle correnti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Presentata in forma schematica, quasi farsesca per certi aspetti, la questione si presenta cos&igrave;: si discute su quale debba essere l&rsquo;alleanza principe della politica internazionale italiana, se sia mantenersi ancorati nonostante tutto al versante americano scontando la scomoda presenza di Trump, se sia meglio abbandonarlo per ricucire con un Putin che qualcuno ritiene abbia qualcosa da offrirci, se sparigliare tutto avviando un processo di avvicinamento alla Cina vista come il futuro vincitore dello scontro fra gli imperi. Meloni viene vista come ancorata alla tradizionale prospettiva atlantica, Conte come intenzionato ad una postura filo-russa se pur con aperture non dette, ma risalenti ad alcuni suoi consiglieri, verso la Cina, Schlein incerta sul da farsi perch&eacute; troppo presa dalla rincorsa verso i confusi movimentismi, pacifisti e neutralisti, che animano una quota non piccola dell&rsquo;elettorato del cosiddetto campo largo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Naturalmente a lato e intorno a queste figure dominanti si muovono molti ambienti che cavalcano varianti delle tre posizioni che abbiamo schizzato. &Egrave; un dibattito che si svolge solo in minima parte in occasioni accessibili al grande pubblico, come per&ograve; &egrave; avvenuto per esempio nel comizio di Napoli dei quattro leader del campetto largo (ristrettosi per le perplessit&agrave; sullo spazio da dare ai centristi) quando Conte ha espresso la sua inclinazione anti-atlantista e pro Putin suscitando il risentimento della Schlein. Chi ha l&rsquo;occhio un po&rsquo; addestrato ha capito subito che dietro l&rsquo;uscita, apparentemente pro pacifista, del capo di M5S ci stava una presa di distanza dal progetto di fare della UE il robusto perno di un blocco di medie potenze, il che, sotto sotto, lo avvicina alle posizioni di Pechino le quali trovano ascolto in alcuni leader dei paesi emergenti (Brasiel, India, ecc.) e in Europa nelle posizioni del premier spagnolo Sanchez.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non si pu&ograve; non vedere che posture del genere hanno qualche eco anche sulla destra, a cominciare dal generale Vannacci, che non nasconde le sue inclinazioni filo-Putin, ma anche in Salvini che ha una lunga storia di legami e scambi con Mosca. Meloni &egrave; fino ad oggi al di fuori di questo schema, ma sia alcuni retaggi della sua storia sia i suoi rapporti per quanto scricchiolanti col trumpismo le impediscono di schierarsi fino in fondo con la scelta europea come hub delle medie potenze, la quale include per ora anche la Gran Bretagna (se non cambier&agrave; posizione col nuovo leder laburista) e soprattutto il Canada di Carney, visto da alcuni come il vero cervello di questa operazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il quadro che abbiamo cercato di interpretare ci porta per&ograve; a sottolineare come esso di fatto porti ad una impasse della nostra vita politica. Adesso questo ultimo scorcio di lavori parlamentari prima della pausa agostana sar&agrave; assorbito dal dibattito finale sulla legge di riforma elettorale. Non &egrave; un passaggio banale, ma non &egrave; certo gestito bene. La maggioranza vuole portare a casa il primo step della riforma (in autunno si ratificher&agrave; in senato), ma non ha la capacit&agrave; di coinvolgere il Paese in una legge che suona troppo tagliata sulle esigenze dei partiti. L&rsquo;opposizione punta solo al rifiuto di qualsiasi dialogo come se essa fosse estranea a questo modo di impostare il tema, mentre in realt&agrave; pur con varianti essa &egrave; pi&ugrave; che sulla stessa linea quanto a difesa del corporativismo partitico: solo che per ragioni di propaganda vuole accentuare l&rsquo;immagine di un suo mondo del tutto diverso da quello che ruota intorno al governo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Passer&agrave; l&rsquo;estate e i nodi strutturali, pi&ugrave; importanti per vincere le elezioni dei marchingegni legislativi, verranno progressivamente al pettine.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/pettegolezzi-storiacce-impasse-della-politica/2748]]></guid>
					<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[L'Italia della longevità]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/litalia-della-longevit/2747]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Ci sono ricerche che si limitano a descrivere la realt&agrave; e altre che aiutano a comprenderla. Il nuovo Rapporto del CENSIS, "Invecchiare nell'Italia della longevit&agrave;. Come costruire un Paese a misura di anziani", appartiene certamente alla seconda categoria in quanto non offre soltanto una fotografia dell'invecchiamento della popolazione italiana, ma propone una chiave interpretativa di una delle trasformazioni pi&ugrave; profonde destinate a segnare il XXI secolo: l'affermarsi della longevit&agrave; come nuova stagione della vita e come paradigma sociale, economico e culturale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il CENSIS accompagna da sempre l'evoluzione della societ&agrave; italiana attraverso il tradizionale Rapporto annuale sulla situazione del Paese, e giunger&agrave; ormai alla sessantesima edizione in questo 2026.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Accanto a questa fondamentale attivit&agrave; di ricerca, l'Istituto ha progressivamente sviluppato una serie di Rapporti tematici dedicati a specifici fenomeni sociali che rappresentano un prezioso valore aggiunto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se il Rapporto annuale restituisce la visione d'insieme dell'Italia, questi studi monografici ne approfondiscono i singoli aspetti, offrendo una lettura pi&ugrave; ravvicinata delle trasformazioni in atto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel contesto pi&ugrave; ampio di questa consolidata attivit&agrave; di ricerca, l'Istituto ha infatti progressivamente sviluppato una seconda e altrettanto importante linea di indagine, costituita dai Rapporti tematici, dedicati ad ambiti specifici della trasformazione sociale. Negli ultimi anni sono stati affrontati temi quali la genitorialit&agrave;, la comunicazione e l'informazione, il welfare, la salute, il piacere, il lavoro, la scuola e le nuove tecnologie. Non si tratta di studi settoriali separati dal Rapporto generale, bens&igrave; di approfondimenti monografici che ne costituiscono un prezioso valore aggiunto: se il Rapporto annuale offre la visione d'insieme del Paese, queste ricerche consentono di osservare pi&ugrave; da vicino singoli fenomeni, come altrettanti "spicchi" di una realt&agrave; complessa, restituendo maggiore profondit&agrave; all'analisi sociologica e confermando la straordinaria capacit&agrave; del CENSIS di cogliere i cambiamenti della societ&agrave; italiana mentre essi si producono, in quella sorta di autopropulsione sociale che &egrave; la cifra narrativa dell&rsquo;Istituto di Piazza di Novella a Roma.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il Rapporto dedicato alla longevit&agrave; si inserisce perfettamente in questo percorso di ricerca e dunque la scelta del tema appare particolarmente significativa perch&eacute; l'Italia rappresenta oggi uno dei Paesi pi&ugrave; longevi al mondo e, nello stesso tempo, uno dei pi&ugrave; esposti agli effetti dell'inverno demografico. Non siamo semplicemente di fronte a un aumento dell'et&agrave; media della popolazione, ma ad una trasformazione destinata a incidere sul welfare, sulla sanit&agrave;, sull'organizzazione delle citt&agrave;, sull'economia, sul lavoro, sulle relazioni familiari e, pi&ugrave; in profondit&agrave;, sul modo stesso di concepire il corso della vita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questa prospettiva si colloca il Rapporto "Invecchiare nell'Italia della longevit&agrave;. Come costruire un Paese a misura di anziani", che affronta uno dei temi destinati a incidere maggiormente sul futuro del Paese.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il CENSIS non descrive semplicemente l'invecchiamento della popolazione, ma propone un cambio di paradigma: la longevit&agrave; non &egrave; pi&ugrave; soltanto una questione demografica, bens&igrave; una nuova condizione sociale che costituisce un aspetto fondamentale di una nuova antropologia culturale, come anticipato in esordio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I numeri descrivono con chiarezza la portata del fenomeno e sono eloquenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Entro il 2050 gli ultrasessantacinquenni raggiungeranno 18,9 milioni, pari al 34,6% della popolazione, mentre gli ultraottantenni saranno oltre 7,4 milioni e i centenari supereranno quota 60.000. Cresce la speranza di vita, ma non altrettanto quella vissuta in buona salute: a 65 anni restano mediamente poco pi&ugrave; di dieci anni senza limitazioni funzionali. Il Rapporto pone quindi una prospettiva da valutare sotto diversi profili di considerazione: se entro il 2050 gli over 65 saranno 18,9 milioni (cio&egrave; un italiano su tre), gli ultraottantenni arriveranno a 7,46 milioni e ci saranno oltre 60.000 centenari &hellip;&hellip; Occorre intanto tenere presente che il 29,5% degli over 65 vive gi&agrave; oggi da solo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tra gli ultraottantacinquenni la quota sale addirittura al 49,9%: un anziano su due vive solo<strong>.</strong> Questo, secondo il mio modesto parere, &egrave; il dato pi&ugrave; impressionante dell'intero Rapporto in quanto questa percentuale non rappresenta soltanto una fotografia demografica ma &egrave; la misura di una trasformazione antropologica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per secoli la vecchiaia &egrave; stata vissuta all'interno della famiglia estesa ma oggi il rischio maggiore non &egrave; soltanto la malattia: &egrave; la solitudine, in tutte le sue sfaccettature palesi o recondite.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ed &egrave; qui che, secondo me, il Rapporto assume un valore culturale che va ben oltre la statistica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Con una sottolineatura decisiva: non basta vivere pi&ugrave; a lungo, occorre vivere meglio gli anni conquistati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come sottolineato da Mons. Vincenzo Paglia bisogna evitare la tentazione di istituzionalizzare gli anziani. Ricordo un passaggio molto lucido di una intervista che avevamo realizzato quando era Presidente della &lsquo;<em>Commissione per la riforma dell'assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana&rsquo;</em> istituita c/o il Ministero della Salute: <em>&ldquo;Le dir&ograve; che a mio avviso sono le nostre famiglie, tutte, e la societ&agrave; nel suo insieme che devono garantire una vecchiaia serena. &Egrave; oggi necessario, a mio avviso, un ampio e convergente sforzo collettivo perch&eacute; l&rsquo;allungamento della vita &ndash; la facilit&agrave; con cui arriviamo e spesso superiamo gli Ottanta ed i Novanta anni &ndash; deve portarci a riempire di contenuti questo tempo della vita umana. Non pu&ograve; essere uno spazio svuotato di attivit&agrave;, quasi anticamera della fase ultima, della morte. Ci deve essere una socialit&agrave;, tempi di vita e di relazione, tempi di attivit&agrave;, e una spiritualit&agrave;, per convergere verso una visione che dia serenit&agrave; e benessere alle persone anziane. Per questo come dicevo un elemento fondamentale &egrave; la &ldquo;nuova alleanza&rdquo; tra le generazioni. Ma non basta. &Egrave; tutta la societ&agrave; che deve impegnarsi per valorizzare gli anziani, perch&eacute; gli anziani sono tutti noi, in quanto andiamo tutti verso la prospettiva dell&rsquo;et&agrave; che avanza. Allora dobbiamo eliminare il pre-giudizio che la condizione di anziano equivalga a sofferenza e solitudine e cominciare a pensare che siamo davanti a una straordinaria opportunit&agrave; di ampliare non solo la durata della vita ma anche &ndash; soprattutto &ndash; la qualit&agrave; della vita. E gli anziani, tutti, portano alla societ&agrave; un &ldquo;di pi&ugrave;&rdquo; di sapienza e di &ldquo;vita&rdquo;, appunto&rdquo;. (Intervista Mons. Paglia: &rdquo;&Egrave; il tempo di tessere una nuova alleanza tra le generazioni&rdquo; 01 dicembre 2021 &ndash; Il Domani d&rsquo;Italia)</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Accanto alle proiezioni demografiche, la ricerca presenta un'interessante indagine campionaria che consente di cogliere percezioni e aspettative degli italiani. La vecchiaia non viene pi&ugrave; identificata con il tradizionale traguardo dei 65 anni: gli intervistati collocano mediamente l'ingresso nella vera anzianit&agrave; intorno ai 77 anni, segno di una profonda trasformazione culturale. Al tempo stesso emerge con forza il timore della non autosufficienza, indicato come la principale preoccupazione per il futuro, ben pi&ugrave; della stessa longevit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La Ricerca dedica ampio spazio anche al rapporto con il Servizio sanitario nazionale, evidenziando come gli italiani continuino a considerarlo un presidio essenziale di equit&agrave; sociale, pur chiedendo un deciso rafforzamento della medicina territoriale, dell'assistenza domiciliare e dei servizi di prossimit&agrave;. La longevit&agrave; impone infatti un modello di cura sempre meno ospedaliero e sempre pi&ugrave; integrato con il territorio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Di particolare rilievo &egrave; l'attenzione riservata ai caregiver familiari, autentico pilastro silenzioso dell'assistenza agli anziani fragili. Il CENSIS mette in particolare evidenza il peso crescente che grava sulle famiglie e la necessit&agrave; di riconoscere e sostenere questo ruolo attraverso politiche pubbliche pi&ugrave; efficaci.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Parallelamente cresce l'interesse verso le tecnologie digitali, la telemedicina e l'intelligenza artificiale, considerate strumenti capaci di favorire autonomia, sicurezza e permanenza al domicilio, purch&eacute; non sostituiscano la relazione umana. La terza et&agrave; rischia di diventare una sorta di &lsquo;atollo&rsquo; della precariet&agrave; esistenziale e dell&rsquo;isolamento poich&eacute; spesso le &egrave; precluso &ndash; all&rsquo;atto pratico &ndash; l&rsquo;accesso alla fruizione delle strumentalit&agrave; tecnologiche che diventano sempre pi&ugrave; criptiche e di complessa manipolazione, con una evidente sovraesposizione al pericolo delle umilianti e vergognose truffe informatiche.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il capitolo pi&ugrave; significativo riguarda tuttavia la solitudine, destinata a diventare una delle grandi questioni sociali dei prossimi decenni. Come anticipato nella citazione dei dati statistici quasi un ultraottantacinquenne su due vive oggi da solo e questo riguarda soprattutto le donne, tendenzialmente pi&ugrave; longeve: un dato che non descrive soltanto una condizione abitativa, ma il progressivo indebolimento delle reti familiari e comunitarie. La solitudine emerge cos&igrave; come una nuova forma di fragilit&agrave;, capace di incidere sulla salute, sul benessere psicologico e sulla qualit&agrave; della vita quanto e talvolta pi&ugrave; della malattia. &Egrave; probabilmente questo il messaggio pi&ugrave; forte del Rapporto: costruire una societ&agrave; della longevit&agrave; significa anzitutto ricostruire relazioni, contrastare l'isolamento e promuovere una cultura della prossimit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gli ospiti della presentazione dell&rsquo;evento sono stati particolarmente brillanti e comunicativi: Elsa Fornero&nbsp;- Professore onorario di Economia Universit&agrave; di Torino (in collegamento da Venezia dove partecipava ad un Convegno sulla &ldquo;Longevity&rdquo;), Emanuela Notari&nbsp;- Longevity Strategist Intoo GiGroup, Mons. Vincenzo Paglia&nbsp;- Presidente emerito Pontificia Accademia per la Vita, Alessandro Rosina - Professore ordinario di Demografia all&rsquo;Universit&agrave; Cattolica di Milano, hanno portato un contributo conoscitivo ed esperienziale di altissimo livello.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I loro interventi che hanno accompagnato la presentazione del Rapporto hanno infatti ulteriormente arricchito la riflessione. Elsa Fornero ha richiamato la necessit&agrave; di ripensare previdenza e lavoro alla luce dei nuovi equilibri demografici, &nbsp;Alessandro Rosina ha collocato la longevit&agrave; nel quadro dell'inverno demografico italiano, &nbsp;Emanuela Notari ha illustrato le opportunit&agrave; della <em>longevity economy</em>, mentre Mons. Vincenzo Paglia ha riportato il dibattito sul piano antropologico, ricordando come la dignit&agrave; della persona anziana e il contrasto alla "cultura dello scarto" costituiscano la misura della civilt&agrave; di una comunit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il merito maggiore del CENSIS consiste proprio nell'aver spostato l'attenzione dalla vecchiaia alla longevit&agrave;. Non una stagione di inevitabile declino, ma un tempo nuovo della vita, ricco di potenzialit&agrave;, che richiede politiche innovative e una diversa sensibilit&agrave; culturale. La vera sfida non &egrave; soltanto aggiungere anni alla vita, ma aggiungere vita agli anni. &Egrave; questa, in definitiva, la prospettiva che il Rapporto consegna al dibattito pubblico e che interpella istituzioni, comunit&agrave; e cittadini.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La presentazione del Rapporto da parte della ricercatrice area consumi, mercati e welfare del CENSIS dott.ssa Chiara Ryan, arricchita dunque dagli interventi descritti, ha ampiamente considerato l'orizzonte della riflessione. Ciascuno, dal proprio punto di vista, ha mostrato come la longevit&agrave; costituisca una delle grandi sfide del nostro tempo: economica e previdenziale, demografica, organizzativa, ma anche antropologica e morale. &Egrave; proprio da questo intreccio di prospettive che emerge la necessit&agrave; di considerare la longevit&agrave; non come un'emergenza da gestire, bens&igrave; come una conquista della civilt&agrave; da accompagnare con lungimiranza, innovazione e responsabilit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nell&rsquo;immaginario collettivo e nelle analisi degli esperti nel vasto concerto delle discipline antropologiche si pone una giusta enfasi sulle difficolt&agrave; che le et&agrave; dell&rsquo;infanzia e dell&rsquo;adolescenza incontrano nella fase di crescita verso la vita. Altrettanto urgente, importante e decisivo &ndash; visto il trend demografico &ndash; risulta essere il doveroso riguardo che la cd. &lsquo;terza et&agrave;&rsquo; attende e merita.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/litalia-della-longevit/2747]]></guid>
					<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Adesso la preoccupazione è "Dibba"]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/adesso-la-preoccupazione-dibba/2746]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Quella riforma elettorale che sembrava marciasse spedita e senza particolari intoppi, questione delle preferenze a parte, si sta complicando e non poco per la presenza nel panorama delle forze politiche di ali estreme che si pensa potrebbero scardinare tutti i conti che sono stati fatti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Prima &egrave; arrivata la novit&agrave; di Futuro Nazionale di Vannacci che mette a serio rischio le speranze del destra-centro di arrivare al fatidico 42% che gli consentirebbe la vittoria col premio di maggioranza. Sembrava che allora fosse spianata la possibilit&agrave; di vittoria del cosiddetto campo largo (a cui peraltro si vuole cambiare etichetta), ma anche su quel versante si sta affacciando una presenza che scompagina. Si tratta della formazione messa in campo dall&rsquo;ex grillino, o grillino in servizio permanente effettivo (scegliete voi), Di Battista, formazione dal titolo ultimativo &ldquo;Schieriamoci&rdquo;, in cui si pensa potrebbero confluire varie star estremiste dei talk show, da Tomaso Montanari a Francesca Albanese (quest&rsquo;ultima in verit&agrave; ha per ora smentito).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I sondaggisti stimano che questo raggruppamento, ove riuscisse a presentarsi, toglierebbe voti al campo largo e aumenterebbe la platea dei votanti, rendendo anche in questo caso molto problematico il raggiungimento del quorum del 42%. Aggiungiamoci che questa incertezza sui risultati renderebbe ancor pi&ugrave; problematica la scelta del candidato premier del campo largo, perch&eacute; diventerebbe dirimente la capacit&agrave; di Schlein, o di Conte, o del sempre evocato papa straniero di convincere un elettorato che vada oltre i pasdaran dell&rsquo;uno o dell&rsquo;altro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questo quadro rimette in discussione tutte le strategie che stavano alla base della riforma elettorale, perch&eacute; l&rsquo;ipotesi di non avere alla fine un vincitore e di dovere pertanto applicare un sistema semplicemente proporzionale nell&rsquo;allocazione dei voti torna a mettere tutto nelle mani dei negoziati parlamentari fra i partiti presenti nelle future Camere. Con la complicazione che in questo caso il peso delle formazioni esterne ai due blocchi che si credevano consolidati diventa molto importante.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non si tratterebbe, aggiungiamo, solo del lavoro di ciascuno dei due campi di aggregarsi forze al loro esterno pagando dei prezzi che non si possono pensare piccoli, ma dell&rsquo;effetto disgregatore che ci&ograve; potrebbe avere nelle due coalizioni. Includere o no Vannacci nel governo ipotetico del centro-destra, cos&igrave; come in questo caso associarsi o meno Azione di Calenda, non &egrave; questione su cui vi possa essere una valutazione comune fra FdI, Lega e FI. Altrettanto l&rsquo;atteggiamento verso una eventuale aggregazione di populismo spinto pilotata da Di Battista porterebbe pi&ugrave; di un problema nei precari equilibri del campo largo, non da ultimo perch&eacute; renderebbe ancor pi&ugrave; complicata di quello che &egrave; la gestione della quarta gamba di centro, quale che sia la fisionomia, presumibilmente plurale, che assumer&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Queste riflessioni (parola grossa, ce ne rendiamo conto) stanno spingendo a riconsiderare l&rsquo;ipotesi di salvare il meccanismo bipolare reintroducendo il ballottaggio fra le due coalizioni pi&ugrave; votate, ovviamente se raggiungano un certo quorum (ipotizzabile pi&ugrave; o meno intorno al 30-35% ciascuna). Cos&igrave; si avrebbe sicuramente un vincitore cui spetterebbe il premio di maggioranza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le obiezioni sono di due tipi. La prima &egrave; che cos&igrave; comunque si costringono le coalizioni a fare incetta di consensi, con un mercato che non si pu&ograve; immaginare virtuoso. Lasciamo da parte l&rsquo;opposizione della destra al sistema dei ballottaggi, che secondo lei favorirebbe le aggregazioni sul principio del fare diga contro il nemico fascista. I tempi sono mutati e a favore della destra potrebbe scattare il meccanismo speculare del fare diga contro i populismi anarcoidi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La seconda obiezione riguarda la legittimazione di un premio di maggioranza, molto cospicuo in verit&agrave;, che potrebbe finire per essere assegnato ad una coalizione che in termini assoluti rappresenta una minoranza del corpo elettorale. Infatti &egrave; possibile, anzi forse &egrave; prevedibile che al ballottaggio ci sarebbe un incremento delle astensioni, perch&eacute; il confronto si radicalizzerebbe oltre misura incentivando la lontananza dei disinteressati dalla diatribe di schieramento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Allo stato dell&rsquo;arte non sapremmo dire come potr&agrave; concludersi questa avventura di una riforma elettorale mal progettata e peggio gestita (anche dalle opposizioni). Come si diceva all&rsquo;inizio pende anche la questione della introduzione delle preferenze o di un qualche meccanismo che consenta all&rsquo;elettore di avere un ruolo attivo, anzich&eacute; scegliere semplicemente a chi dare pi&ugrave; o meno carta bianca per gestire una fase complicata della nostra storia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I partiti, quasi tutti a prescindere da qualche manovra di facciata, non ne vogliono sapere di rinunciare a farsi ciascuno una squadra di prescelti fra i fedeli dei vari gruppi dirigenti. Cos&igrave; il pubblico pensa sempre pi&ugrave; che il suo ruolo sia sostanzialmente quello di chi assiste alle competizioni sportive (calcio, basket, ecc.): fare il tifo per squadre che non hanno contribuito a formare e al massimo sfogarsi nell&rsquo;indirizzare moniti, se non insulti a chi dirige lo spettacolo.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/adesso-la-preoccupazione-dibba/2746]]></guid>
					<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Malcostume, mezzo gaudio]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/malcostume-mezzo-gaudio/2745]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">I modi di essere della politica e dei partiti alimentano da tempo stati d&rsquo;animo negativi, indifferenza, apatia, distacco e rassegnazione nella societ&agrave; civile.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;astensionismo e il voto di protesta sono solo alcune espressioni eclatanti di una disaffezione generale, di un discredito che getta ombre inquietanti sulle speranze di certezze e alimenta nuove difficolt&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Osservando e cercando di decifrare &ndash; tuttavia &ndash; fatti di cronaca diffusi e ricorrenti ci si chiede fino a che punto essi siano la conseguenza diretta della malapolitica e in quale misura essi esprimano &ndash; invece - comportamenti collettivi ormai radicati e dilaganti tra di noi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dare tutte le colpe alla politica &egrave; uno sport nazionale assai praticato ma non deve diventare un alibi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anche il tessuto sociale &egrave; intriso di azioni esecrabili (corruzione diffusa, violenza sulle donne e sui minori &ndash; spesso originata all&rsquo;interno del nucleo familiare - evasione fiscale, truffe, raggiri, aggressivit&agrave; crescente&hellip;) e animata da sentimenti negativi (sospetto, rancore, invidia, delazione, tradimento&hellip;). C&rsquo;&egrave; gente che gode pi&ugrave; della sofferenza altrui che del proprio personale benessere.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La verit&agrave; &egrave; che ci stiamo abituando reciprocamente al peggio: alzando ogni giorno l&rsquo;asticella che ci separa dal senso del limite finiamo per invocare la condanna del nostro prossimo e trovare invece attenuanti per noi stessi. Giustificando le nostre azioni, minimizzandole, commettiamo la colpa peggiore: quella di accettare come &ldquo;normale&rdquo; un costume di relazioni sociali fondato sulla doppiezza e sull&rsquo;ipocrisia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Viviamo in un mondo di interessi, il pensiero che fa di conto di cui scriveva Martin Heidegger nel secolo scorso &egrave; diventato prevalente sui valori etici.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anche la presenza pervasiva della tecnologia nella nostra vita quotidiana stabilisce di fatto una nuova tassonomia del tempo, delle relazioni sociali, delle occupazioni, di ci&ograve; che consideriamo prevalente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ricordo ci&ograve; che mi disse il cardinale Ersilio Tonini parlando degli insegnamenti ricevuti dal padre: &ldquo;un tozzo di pane, volersi bene e la coscienza netta&rdquo;. Potremmo oggi propugnare questo stile di vita? Sarebbe molto difficile proporlo in un mondo dominato dal dio denaro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il giustificazionismo dilagante trova attenuanti ad ogni comportamento, tra dietrologia, accomodamenti, relativismo etico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Giuseppe De Rita mi ricordava recentemente che abbiamo abbandonato troppo in fretta la tradizione per andare incontro all&rsquo;ignoto senza la valigia degli attrezzi: coscienza, rispetto, dignit&agrave;, memoria, pensiero critico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Privilegiamo le formule, gli algoritmi, i luoghi comuni a scapito della riflessione e del buon senso condiviso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Siamo passati dalla societ&agrave; liquida a quella trasparente a quella complessa ma i problemi di fondo restano irrisolti. Chi siamo? Cosa vogliamo realizzare? Dove vogliamo andare?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non sono certo le coperture di comodo della privacy e della trasparenza a cui ossessivamente ci appelliamo che possono risolvere la precariet&agrave; esistenziale e le insicurezze, le solitudini del nostro tempo. Viviamo di apparenze, tra incertezze ricorrenti ma pensiamo che il prossimo acquisto ci render&agrave; felici.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/malcostume-mezzo-gaudio/2745]]></guid>
					<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Partiti impantanati nella pre-tattica]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/partiti-impantanati-nella-pre-tattica/2744]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">D&rsquo;accordo, ormai &egrave; estate, per di pi&ugrave; il caldo &egrave; opprimente, per cui l&rsquo;attenzione verso la nostra vita politica interessa quel che resta dei militanti e dei professionisti del ramo, molto scarsamente l&rsquo;opinione pubblica generale. Eppure quasi tutti sono convinti che la campagna elettorale per le elezioni politiche (che non si sa ancora se saranno il prossimo aprile o il prossimo ottobre) sia gi&agrave; robustamente iniziata, anche se a noi sembra che i partiti, ma ancor pi&ugrave; i loro leader per ora siano impegnati in quella che una volta si chiamava pre-tattica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si stanno facendo i conti con un quadro che, come abbiamo gi&agrave; avuto modo di scrivere, non &egrave; pi&ugrave; quello di prima, perch&eacute; sconta una frammentazione pi&ugrave; radicata di quel che si prevedeva. Le novit&agrave; sono il partito di Vannacci, che cresce nei sondaggi, e l&rsquo;arcipelago dei centristi, dove c&rsquo;&egrave; di tutto e di pi&ugrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si dice giustamente che l&rsquo;ex generale non ha fatto altro che riassemblare gli &ldquo;animal spirits&rdquo; che avevano gi&agrave; evocato disinvoltamente sia la Lega che FdI. La differenza &egrave; che questi credevano di agitarli tanto per fare un po&rsquo; di propaganda populista e raccogliere voti, riservandosi poi di gestirli con moderazione o di lasciarli cadere nelle sedi politiche pi&ugrave; tradizionali, mentre quello non si pone, almeno per ora, il problema di che fare del suo consenso ottenuto raschiando il fondo di pregiudizi e paure, perch&eacute; intanto gli basta imporre la sua figura. Cos&igrave; adesso la destra-destra &egrave; prigioniera del ricatto a tenere fede al suo passato populismo e deve considerare che privata di quel tipo di consenso manicheo difficilmente ha i numeri per prevalere nelle urne.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se volesse recuperare quel consenso, pu&ograve; solo sperare che Vannacci alla fine sia pi&ugrave; che altro interessato ad un rapido successo personale, sicch&eacute; lo si pu&ograve; acquisire, o, se preferite, comprare offrendogli posizioni importanti nella futura coalizione di governo. &Egrave; quanto si sta gi&agrave; cominciando a fare, sebbene l&rsquo;ex generale sia abile e non si venda per un piatto di lenticchie. Ha gi&agrave; detto per&ograve; che se la coalizione attualmente al governo accetta le sue &ldquo;linee rosse&rdquo; un accordo si pu&ograve; fare. Siccome quelle linee sono proclami che pi&ugrave; o meno la destra ha gi&agrave; cavalcato, non &egrave; che sia un&rsquo;operazione difficile: tanto sempre e solo di parole, anche se molto velenose, si tratta.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il punto &egrave; come collocare il nuovo venuto nei travagli che interessano le varie leadership di quel campo, a cominciare dalla posizione di Salvini per finire con quella di Tajani, ma &egrave; qualcosa che verr&agrave; studiato e articolato nei prossimi mesi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per quanto riguarda l&rsquo;arcipelago cosiddetto centrista il problema &egrave; tutto del cosiddetto campo largo. I vertici dei due partiti pi&ugrave; importanti, PD e M5S, non hanno ancora deciso se quel segmento di elettorato &egrave; davvero nelle mani delle molte sigle che lo affollano, o se invece &egrave; formato da soggetti che alla fine sono indecisi fra l&rsquo;astensionismo e l&rsquo;adesione, magari turandosi il naso, ai partiti maggiori. Certo anche per la coalizione PD+M5S+AVS acquisire la cosiddetta gamba moderata sarebbe un buon guadagno a garanzia di una vittoria nelle urne che a contare solo sulle loro forze appare piuttosto incerta. Per&ograve; anche qui c&rsquo;&egrave; un problema di prezzi da pagare. Se la vittoria alle elezioni si ottenesse grazie ai voti di uno o pi&ugrave; partiti di centro, certo questi chiederebbero uno spazio non misurato sul loro peso specifico, ma sull&rsquo;apporto decisivo che quel piccolo peso ha dato alla vittoria. In un contesto in cui gli appetiti per la spartizione del potere non sono n&eacute; piccoli, n&eacute; pochi, il problema &egrave; di difficile gestione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A differenza di quel che succede nel destra-centro per&ograve;, il campo largo ha un problema preliminare, che &egrave; l&rsquo;individuazione, obbligatoria con la legge elettorale in via di approvazione, del candidato premier. Questa &egrave; la famosa mela stregata che &egrave; stata buttata nel campo dei centristi: per chi voteranno questi? Anche qui la questione ha due facce. Da un lato ci sono le scelte dei leader, che si posizionano alla ricerca del santo protettore e patrono per s&eacute; stessi. Renzi lo ha gi&agrave; fatto per Schlein in maniera francamente imbarazzante in uscite televisive. Si dice che invece la pi&ugrave; quotata alternativa, che &egrave; la coalizione civica di Onorato, sia a favore di Conte, anche se si ha l&rsquo;impressione che questa sia pi&ugrave; la strategia dei suoi ispiratori (Bettini &amp; Co.) che del gruppo dirigente di quella nuova formazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dal lato opposto per&ograve; non si saprebbe dire se poi i potenziali elettori di ispirazione centrista siano soggetti che in numero significativo vorranno buttarsi nell&rsquo;agone dei gazebo: &egrave; un elettorato d&rsquo;opinione, in gran parte poco attratto dalle liturgie delle lotte di partito e/o fazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Vedremo come andr&agrave; a finire. L&rsquo;estate tradizionalmente &egrave; pi&ugrave; tempo di sceneggiate e di provocazioni per vedere come potrebbe andare, piuttosto che una fase di maturazione di solide strategie di medio se non di lungo periodo. Intanto si vedr&agrave; come si evolvono la situazione internazionale e la politica europea, due fattori che sull&rsquo;elettorato pesano relativamente a meno di eventi particolarmente drammatici, ma che impattano e non poco sui calcoli delle classi dirigenti, che, nonostante tutto, contano ancora pi&ugrave; di quello che si &egrave; disposti a credere.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/partiti-impantanati-nella-pre-tattica/2744]]></guid>
					<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Il rancore che spiega la violenza]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-rancore-che-spiega-la-violenza/2743]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Da una recente conversazione con Giuseppe De Rita ricavo una chiave di lettura dei fenomeni di montante violenza di cui la cronaca ci riferisce con quotidiana, incalzante rendicontazione: &ldquo;<em>s</em><em>e si guarda intorno trover&agrave; che una gran parte della violenza ha una radice di rancore. Cosa &egrave; il rancore? Lo spiegava il grande Ren&egrave; Girard quando diceva che &ldquo;il rancore &egrave; il lutto di quel che non &egrave; stato&rdquo; e di fatto le violenze pi&ugrave; gravi vengono dal rancore di chi ha visto svanire qualcosa in cui credeva profondamente e ne vive il lutto spesso rabbioso</em>&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Credo si tratti di una interpretazione non inconsueta &ndash; perch&eacute; il sentimento di rancore sottende molta parte dei comportamenti individuali e sociali &ndash; ma certamente pi&ugrave; diretta e fotografica - ma non per questo semplicistica e riduttiva - delle dietrologie esplicative a cui siamo abituati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Concordo in toto con questa valutazione e vi trovo radici recondite e remote, la trovo scaltrita e calzante, veritiera al pari della personale descrizione dei femminicidi che aveva ottenuto la condivisione di Umberto Galimberti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da anni il CENSIS individua nel rancore un&rsquo;evidenza diffusa che aleggia sottotraccia - come il fuoco sotto le ceneri- ma che riemerge in famiglia, nel condominio, sui posti di lavoro e persino in quelli del divertimento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In genere si manifesta in apparentemente innocue esternazioni di opinioni e sentenze a buon mercato in altre spiega gesti di ira e violenza, persino quella follia che Vittorino Andreoli non riconosce come tale: la consapevolezza della differenza tra il bene e il male &egrave; offuscata ma resta tale, c&rsquo;&egrave; o non c&rsquo;&egrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Siamo sempre meno indulgenti verso gli altri nel considerare le faccende della vita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Persino nelle valutazioni delle storie pi&ugrave; dolorose della cronaca quotidiana non rinunciamo a cogliere spunti di presenzialismo e spettacolarizzazione: c&rsquo;&egrave; sempre da puntare l&rsquo;indice per stigmatizzare qualcosa, per esprimere indignazione e scandalo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non si riesce pi&ugrave; a tacere perch&eacute; la democrazia della comunicazione sociale ci rende protagonisti del commento e dell&rsquo;esternazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La prudenza del buon gusto e del buon senso non sembra certo ispirare le nostre gratuite valutazioni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ognuno deve dire la sua: ma &egrave; vera giustizia quella che cerchiamo? Da molto tempo non sento pi&ugrave; pronunciare queste parole: <em>&ldquo;non mi sento di commentare, non sono all&rsquo;altezza&rdquo;.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">C&rsquo;&egrave; forse cos&igrave; tanta differenza tra coloro che insultano il presunto colpevole e il destinatario di questo &ldquo;dagli all&rsquo;untore&rdquo;?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">O forse c&rsquo;&egrave; intercambiabilit&agrave; dei ruoli visto che i mostri sono quelli della porta accanto e i &ldquo;vicini da morire&rdquo; spuntano dalle ombre della quotidiana normalit&agrave;?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anchela Tv&ndash; bisogna ammetterlo &ndash; fa la sua parte per fomentare questo crescente sentimento di curiosit&agrave; morbosa e di giustizialismo &ldquo;mordi e fuggi&rdquo;: a parte l&rsquo;oggettivit&agrave; della brutta notizia di cronaca c&rsquo;&egrave; una vera e propria gara nel farne un prodotto di marketing.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I social sono i megafoni di gratuite cattiverie ma certamente in questo non consiste quella democrazia partecipativa postulata da tutti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ed &egrave; vero che politica non d&agrave; buoni esempi ma la gente impara presto la lezione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Giorno dopo giorno si alimenta un odio sociale crescente e pervasivo che alza il tono delle voci, rende frettolosi e superficiali i giudizi e le valutazioni, semina invidia e diffidenza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E cos&igrave; il relativo diventa assoluto, il soggettivo oggettivo, l&rsquo;opinione una certezza, il dubbio una condanna.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questo ondeggiare tra il bene e il male si perde e si dissolve il dominio della capacit&agrave; critica, la mitezza del pensiero, il sentimento della bont&agrave; e della comprensione, il desiderio della speranza.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-rancore-che-spiega-la-violenza/2743]]></guid>
					<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Le difficoltà del mito bipolarista]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/le-difficolt-del-mito-bipolarista/2742]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Il mito bipolarista &egrave; un vecchio attrezzo della politica italiana. Un tempo si esprimeva come elogio del bipartitismo sul modello inglese e americano. Si era iniziato e fine Ottocento, ma era tornato in auge anche con l&rsquo;avvento della repubblica: sembrava che solo in un contesto del genere la politica democratica potesse esprimersi al meglio: al massimo si poteva avere l&rsquo;appendice di un partito minore come era dopo il 1948 nella Repubblica Federale Tedesca, con il piccolo partito liberale oscillante fra la CDU-CSU e la SPD.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da noi niente di simile, perch&eacute; c&rsquo;era la repubblica dei partiti, con governi che non si formavano tanto a livello di scelte elettorali, ma di dinamiche parlamentari, peraltro limitate dal fatto che il secondo grande partito pi&ugrave; votato, il PCI, per ragioni di equilibri internazionali non poteva entrare nella competizione se non come opposizione di sistema (e allora si parl&ograve; di &ldquo;bipartitismo imperfetto&rdquo;).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Altri tempi, &egrave; cambiato tutto, e il classico bipartitismo non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; in nessuna grande democrazia, nemmeno nella classica e iconica Gran Bretagna. Eppure &egrave; rimasta la nostalgia per un sistema politico che possa chiedere agli elettori di scegliere loro direttamente per una formazione di un governo. Solo che la faccenda &egrave; pi&ugrave; che problematica quando si tratta di scegliere non pi&ugrave; fra due partiti, ma fra due coalizioni. Il fatto &egrave; che non si tratta di coalizioni costruite realmente fra rappresentanze di diversi ambienti socio-economici o culturali, ma fra organizzazioni sostanzialmente di professionismo politico che si caratterizzano per la rappresentanza ben che vada &ldquo;di interessi&rdquo; (variegati) e per obiettivi molto circoscritti e sostanzialmente di breve respiro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se non si tiene presente questa premessa, difficilmente si comprendono le attuali difficolt&agrave; della vita politica italiana. Abbiamo messo da parte la convenzione che i partiti raccoglievano ciascuno i consensi individualmente col computo proporzionale dei consensi e poi in parlamento si sarebbe visto se e come era possibile formare delle maggioranze di governo sulla base di negoziati che potevano essere pi&ugrave; o meno formalizzati (i tedeschi fanno, con mesi di lavoro, dei veri e propri trattati di coalizione). In Italia, visto che non abbiamo la pazienza e l&rsquo;abitudine per accordi vincolanti, si sta pensando di risolvere il problema obbligando le coalizioni a formarsi prima delle elezioni cos&igrave; da affidare agli elettori la scelta di quale debba essere titolata a formare il governo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Pu&ograve; funzionare? Fino a poco fa sembrava di s&igrave;, perch&eacute; ci si era convinti dell&rsquo;esistenza di una abbastanza solida coalizione di destra-centro che obbligava che a sfidarla arrivasse un&rsquo;altra coalizione delle attuali opposizioni, la quale non si sa se definire di sinistra-centro, perch&eacute; una parte dei suoi membri non vuole definirsi n&eacute; di sinistra, n&eacute; di centro, sicch&eacute; si &egrave; scelta la definizione anodina di &ldquo;campo largo&rdquo;. Dove sta il problema? Nel fatto che un sistema bipolare richiede che chi vince il governo nelle urne raccolga e superi un quorum di consensi significativo (per ora si parla del 42%). Ma questo implica che una delle due coalizioni contrapposte di fatto raccolga da sola il quorum necessario, l&rsquo;altra ci si avvicini, ed entrambe lascino nell&rsquo;insignificanza chi sta fuori di esse. Ebbene si pone subito una questione dirimente. Se fuori del perimetro delle due (grandi) coalizioni si formano partiti che nella competizione elettorale possono raccogliere un numero di consensi che sommati impediscano ai &ldquo;bipolaristi&rdquo; di raggiungere il quorum, che succede?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La soluzione facile sulla carta, sarebbe che ciascuna delle due coalizioni fosse in grado di inglobare qualsiasi significativa concorrenza si formi ai suoi margini. Nella realt&agrave; &egrave; piuttosto difficile.&nbsp; Per annettersi quella o quelle formazioni la coalizione deve in qualche modo pagare un prezzo: facile, ma non troppo, se si tratta di concedere qualche &ldquo;poltrona&rdquo;, ben pi&ugrave; complicato se si tratta di aggiungere un tassello al gi&agrave; complicato puzzle delle identit&agrave; (parola eccessiva, ma giusto per intenderci) che si &egrave; gi&agrave; negoziato con i membri rilevanti in termini di consenso. &Egrave; banale ricordare che aggiustare le identit&agrave; e i programmi per compiacere dei nuovi venuti comporta il toccare quelle dei membri storici e il rischio &egrave; di perdere consensi che non si sa se saranno compensati da quelli nuovi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il lettore avr&agrave; gi&agrave; capito a cosa si riferisce il ragionamento. Fino a ieri le due grandi coalizioni erano stimate dai sondaggi come pressappoco allo stesso livello di consensi per cui per vincere ciascuno doveva trovare un ulteriore apporto. Per l&rsquo;attuale coalizione di governo c&rsquo;&egrave; il problema della concorrenza del nuovo partito di estrema destra populista di Vannacci, stimato come portatore di un pacchetto di voti decisivo forse per la vittoria elettorale, ma al costo di mettere in crisi l&rsquo;identit&agrave; moderata di FI, gli equilibri precari della Lega, e la stessa strategia della Meloni. Per il cosiddetto campo largo il tema &egrave; quello della cosiddetta &ldquo;gamba centrista&rdquo; che dovrebbe portare quei consensi moderati che si allontanano da una coalizione fortemente pencolante verso il populismo di sinistra.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questo caso per&ograve; non c&rsquo;&egrave; nessuna formazione che da sola possa assolvere a questo compito. Siamo in presenza di due &ldquo;partiti&rdquo; gi&agrave; strutturati, Italia Viva di Renzi e Azione di Calenda, diversi per collocazione e per strategie, ma entrambi fortemente &ldquo;personali&rdquo; per cui la loro capacit&agrave; espansiva &egrave; quantomeno incerta. Ad essi si aggiungono almeno altri quattro o cinque raggruppamenti la cui incisivit&agrave; non &egrave; di semplice valutazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il quadro che abbiamo sommariamente descritto non lascia tranquilli sulla effettiva capacit&agrave; di transitare il nostro sistema politico verso un assetto ragionevolmente bipolare. Se le contorsioni delle lotte politico-parlamentari attuali ci portassero alla fine ad avere un sistema elettorale pasticciato ci sarebbe da attendersi una fase piuttosto complessa della nostra democrazia. Ma speriamo di sbagliarci.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/le-difficolt-del-mito-bipolarista/2742]]></guid>
					<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[ Legge 106/2025: ancora in attesa della risposta dei Ministeri ad una interrogazione parlamentare]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/legge-106-2025-ancora-in-attesa-della-risposta-dei-ministeri-ad-una-interrogazione-parlamentare/2741]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La legge 18 luglio 2025 n.&deg; 106 riguarda come &egrave; noto la tutela dei lavoratori affetti da malattie oncologiche, croniche e invalidanti. Essa prevede - oltre ai 24 mesi anche frazionabili di assenza (non retribuita e senza contributi figurativi, riscattabili a totale carico dell&rsquo;interessato) per patologie oncologiche, immunodepressive, croniche e invalidanti in concomitanza al possesso del 75% di invalidit&agrave; certificata - anche la conservazione del posto per i soggetti richiedenti. All&rsquo;inizio del corrente anno scolastico che volge al termine (le lezioni sono finite, mancano gli orali della maturit&agrave;) erano stati segnalate situazioni di docenti &nbsp;che - pur trovandosi nelle condizioni di patologie certificate e di invalidit&agrave;, oltre ad essere titolari di legge 104/92, in taluni casi senza preavviso e senza il loro consenso, rischiavano di essere assegnati ad altra sede, spesso pi&ugrave; disagiata e lontana dal domicilio e senza alcuna spiegazione, se non un eventuale motivo di organizzazione interna, a discrezione del dirigente scolastico. &nbsp;La conservazione del posto e della sede di servizio appare &ndash; per queste categorie di lavoratori che la legge 106/2025 intende tutelare - un diritto non contestabile: tanto &egrave; vero che questi docenti sono esclusi dalle graduatorie di istituto dei perdenti posto.&nbsp;Ci&ograve; vale sia per i titolari di legge 104/92 ex art. 3 comma 3 ma anche per chi &egrave; in possesso dei requisiti previsti dall&rsquo;art. 3 comma 1 se accompagnati da un&rsquo;invalidit&agrave; superiore ai 2/3 e questo in base alla previsione normativa dell&rsquo;art. 21 della medesima legge 104/1992, con tutte le tutele previste, ivi compresa l&rsquo;esclusione dalla graduatoria interna per l&rsquo;individuazione dei perdenti posto e la non-trasferibilit&agrave; del soggetto. Le eventuali variazioni di sede disposte d&rsquo;ufficio con modalit&agrave; difformi all&rsquo;art. 21/legge 104 potrebbero contrastare con lo spirito della legge 106 che - prevedendo che i due anni di assenza per grave patologia sono frazionabili - non solo depone per la conservazione del posto di lavoro ma anche della sede lavorativa. La Corte di Cassazione &ndash; Sez. Lavoro &ndash; con sentenza n.&deg;29990/2019 ha stabilito che assegnare sedi diverse senza motivazioni oggettive pu&ograve; configurare una violazione del principio di parit&agrave; di trattamento, specialmente se tra i lavoratori ci sono situazioni di tutela come la disabilit&agrave;. Al riguardo in data 10 settembre 2025 era stata presentata una interrogazione parlamentare a risposta scritta da parte degli onorevoli Serracchiani- Furfaro- Girelli-Malavasi, per conoscere l&rsquo;orientamento dei Ministeri della Funzione Pubblica e dell&rsquo;Istruzione e del Merito con riferimento alla questione della coincidenza tra conservazione del posto di lavoro e conservazione della sede di servizio (doc. allegato).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ad oggi tuttavia &ndash; &egrave; trascorso l&rsquo;intero anno scolastico &ndash; non risulta che queste attese risposte siano state date ai deputati interpellanti: ne consegue che in previsione del prossimo anno scolastico la questione sollevata resta ancora senza una indicazione circa il problema posto all&rsquo;attenzione dell&rsquo;Amministrazione, ai suoi pi&ugrave; alti vertici. Si consideri che il lungo iter legislativo che ha portato all&rsquo;approvazione della legge 106/2025 era stato attivato proprio con un DDL depositato dall&rsquo;On.le Serracchiani, per questo motivo ampiamente titolata a presentare l&rsquo;interrogazione, confidando in una conferma della ratio del provvedimento legislativo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Trattandosi di invalidi,&nbsp;malati cronici, immunodepressi e oncologici, quando la legge 106 si esprime per una conservazione del posto di lavoro nell&rsquo;arco di due anni frazionabili di assenza, dovrebbe riferirsi all' accezione pi&ugrave; estensiva del termine, che comprende non il &lsquo;postoʼ in senso astratto ma anche la sede lavorativa effettiva. Altrimenti un lavoratore che necessita di periodi che la legge 106 gli riconosce per curarsi&nbsp;rischia - rientrando tra un periodo e l'altro- di essere 'sballottato' in sedi diverse.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A questa interrogazione parlamentare dopo nove mesi (pari ad un anno scolastico e ad una gravidanza&hellip;) non &egrave; stata data ancora una risposta. &Egrave; auspicabile che essa giunga prima dell&rsquo;inizio del prossimo anno scolastico.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/legge-106-2025-ancora-in-attesa-della-risposta-dei-ministeri-ad-una-interrogazione-parlamentare/2741]]></guid>
					<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Una indagine sui siti web e le app utilizzate dai bambini]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/una-indagine-sui-siti-web-e-le-app-utilizzate-dai-bambini/2740]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La<em> Rete globale per l'applicazione delle norme sulla privacy (Global Privacy Enforcement Network)</em> &egrave; stata istituita nel 2010 su raccomandazione dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). A distanza di dieci anni dalla prima rilevazione sull&rsquo;utilizzo dei siti web e delle APP da parte dei bambini effettuata nel 2015, l&rsquo;indagine del 2025 ci consegna dati aggiornati sulla base di un campione di 900 siti e il coinvolgimento in diversi Paesi di 27 autorit&agrave; garanti della tutela dei dati personali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Luci ed ombre emergono dalla raccolta delle informazioni: da un lato cresce la sensibilit&agrave; da parte delle autorit&agrave;, degli addetti ai lavori, delle istituzioni e delle associazioni a tutela della privacy rispetto all&rsquo;esigenza di un controllo che parta dalla produzione delle fonti e giunga alla verifica sulle abitudini dell&rsquo;utenza finale. Dall&rsquo;altro il monitoraggio ha permesso di evidenziare negligenze rispetto alla facilit&agrave; con cui i minori vengono richiesti (ove non siano artatamente sollecitati a farlo) di fornire i propri dati personali gi&agrave; al momento dell&rsquo;ingresso delle piattaforme dei social media. Rispetto al 2015 si registra un incremento di queste intrusioni nella privacy dei bambini e si tratta di una crescita lenta ma esponenziale che va interrotta anche perch&eacute; tali informazioni &ndash; una volta carpite &ndash; potrebbero essere condivise con terzi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La sovraesposizione mediatica esiste ed &egrave; il vulnus pi&ugrave; pernicioso di questa navigazione nel web: basti ricordare che il reato pi&ugrave; odioso che l&rsquo;accesso ai dati e alle immagini personali realizza consiste nel cd. &lsquo;revenge porn&rsquo;, un fenomeno in crescita e devastante sotto il profilo della violazione delle tutele che dovrebbero essere garantite. Le barriere alla circolazione delle informazioni private possono essere facilmente aggirate e ci&ograve; costituisce una preoccupazione particolare se i contenuti inappropriati o le funzionalit&agrave; di elaborazione dati e di progettazione costituiscono un alto rischio per i bambini.&nbsp;Insomma per quanto sia possibile il controllo durante l&rsquo;uso delle piattaforme la sicurezza pi&ugrave; alta di non violare il codice etico e la tutela assoluta dei dai dei fruitori minorenni delle piattaforme stesse e dei loro contenuti la si potrebbe ottenere con una protezione pi&ugrave; mirata a livello di impostazione delle fonti: si tratta di una questione gi&agrave; posta e di una misura sollecitata perch&eacute; se l&rsquo;imprinting &egrave; fraudolento ogni tentativo di correttivo o censura fatti a posteriori risultano sfuggenti e inefficaci. Il sondaggio &egrave; stato effettuato partendo dalla predisposizione di una griglia di 5 indicatori utili per la raccolta e la classificazione dei dati: 1) la verifica dell&rsquo;et&agrave; di accesso ai siti, 2) la raccolta dei dati riguardanti gli utenti minorenni, 3) la rilevazione dei controlli di protezione, 4) l&rsquo;eliminazione dell&rsquo;account di ingresso, 5) l&rsquo;esercizio della facolt&agrave; di limitare i rischi di manipolazione di contenuti inappropriati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il monitoraggio dei dati raccolti ha consentito di rilevare nell&rsquo;ordine: 1) che il 72% dei fruitori delle piattaforme ha eluso la verifica dell&rsquo;et&agrave;, anche mediante autodichiarazione, 2) il 59% dei siti web chiedeva di accedere con un indirizzo mail, il 46% con la geolocalizzazione e addirittura il 50% con l&rsquo;accredito di nome e cognome, 3) il 71 % non forniva indicazioni sui controlli di protezione mirati per i bambini, 4) il 36% non consentiva di eliminare facilmente l&rsquo;accesso tramite account, 5) solo il 35% delle piattaforme offriva la possibilit&agrave; ai minori di chiedere il permesso ai genitori per continuare la navigazione nel web. La lettura dei dati raccolti nel monitoraggio e l&rsquo;ampiezza della cooperazione transfrontaliera tra le autorit&agrave; di regolamentazione della privacy in un mercato sempre pi&ugrave; globalizzato (la rete annovera 80 adesioni di Paesi in ogni parte del mondo) consente opportunit&agrave; conoscitive e l&rsquo;approntamento sempre pi&ugrave; mirato di misure di protezione dei minori sul piano legislativo e di controllo.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><em>* Fondazione Varenna per l&rsquo;infanzia e l&rsquo;adolescenza</em></span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/una-indagine-sui-siti-web-e-le-app-utilizzate-dai-bambini/2740]]></guid>
					<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Lo spettro Vannacci]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/lo-spettro-vannacci/2739]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Sembra che sia tornato in campo qualcosa di simile a quello che Marx ed Engels denunciarono in apertura del Manifesto del partito comunista. Allora lo spettro che si aggirava per l&rsquo;Europa era il comunismo, che aveva diverse tipologie da loro accuratamente elencate, oggi &egrave; il populismo anch&rsquo;esso con la sua notevole variet&agrave; di tipologie, fra cui spicca quella qualunquistica di estrema destra. Nel nostro Paese prende l&rsquo;incarnazione del ex generale e attuale europarlamentare Roberto Vannacci, che scuote ulteriormente un panorama politico gi&agrave; notevolmente radicalizzato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non si pu&ograve; infatti ragionare sul fenomeno del nuovo partito di destra estrema senza inquadrarlo in un trend che sta interessando tutta la nostra vita pubblica. Per illustrare il fenomeno basta partire dal recente episodio della richiesta di una dichiarazione di antifascismo a tutti gli espositori ad una fiera libraria. L&rsquo;assurdit&agrave; della richiesta &egrave; evidente: che bisogno c&rsquo;&egrave; di dichiarazioni di fede a priori, quando ove eventualmente si riscontrino esaltazioni del fascismo possono essere respinte dagli organizzatori sulla base delle leggi vigenti e, in questo caso s&igrave;, della libert&agrave; di un soggetto di non dare spazio ad ideologie espresse in concreto in pubblicazioni che questi considerino non accettabili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il fatto &egrave; che ormai siamo immersi nel mito della dichiarazione: in omaggio al trend dei talk show e assimilati si chiede a ciascuno di fare atti pubblici di fede in questo e in quello, svilendo ovviamente il significato nobile di ogni vero atto di fede. Sono manifestazioni che si pensa servano a rafforzare la compattezza della propria setta: chi non sottoscrive i dogmi lo fa in quanto parte di un mondo nemico, tendenzialmente da disprezzare come feccia e perci&ograve; da escludere dai circuiti della comunicazione se non addirittura del vivere civile.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questo mondo nemico ovviamente tende a reagire: in modo razionale negli ambienti che di qualche razionalit&agrave; vivono, in modo irrazionale negli altri. Significa che questi ultimi si arroccano nella esaltazione della loro &ldquo;diversit&agrave;&rdquo;, che ribaltano spingendole all&rsquo;estremo le verit&agrave; di fede proclamate da una presunta nuova cultura che li disprezza. &Egrave; il mito del &ldquo;mondo al contrario&rdquo; su cui ha fatto fortuna, in pi&ugrave; d&rsquo;un senso, l&rsquo;ex generale Vannacci.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questi abilmente ha sfruttato le tendenze in senso reazionario-conservatore che sono presenti sin dall&rsquo;inizio in una quota non piccola della Lega, per poi radicalizzarle in proprio sfuggendo a qualsiasi temperamento che poteva venire dallo stare dentro ad un partito che aveva anche una classe dirigente formata alla politica gestionale. Non a caso Vannacci ha puntato sull&rsquo;orgoglio della diversit&agrave; negata ad una componente dell&rsquo;elettorato arroccata in maniera difensiva sugli ideali di quello che ad essi sembra il (buon) mondo di ieri. Cos&igrave; ha trasformato l&rsquo;insulto al sanfedismo neoculturale in un marchio distintivo e di vanto: s&igrave; io e voi siamo la feccia, la sporca dozzina, i reietti, i figli di nessuno, ma siamo definiti cos&igrave;, e ce ne facciamo vanto, perch&eacute; proclamiamo quel mondo pi&ugrave; vero, pi&ugrave; &ldquo;normale&rdquo; che &ldquo;gli altri&rdquo;, compresi quelli perplessi sulle novit&agrave;, non sanno pi&ugrave; accettare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il sanfedismo dei vannacciani punta a presentarsi come la restaurazione del mondo fantastico che essi presentano come normalit&agrave; (anche se cos&igrave; non &egrave;) e si contrappone tanto al neo giacobinismo di certa sinistra arrembante (ma molto <em>&agrave; la page</em>) quanto al conservatorismo moderatamente reazionario di nuovo conio. Ha dalla sua il fascino di tutte le proposte che convincono facile nel confronto astratto fra pre-giudizi, anche se poi falliscono miseramente quanto dovessero conquistare veramente il potere politico. Da questo punto di vista sono fenomeni che vediamo presenti in America come in Europa (Russia inclusa), perch&eacute; lo spaesamento di fronte alla grande transizione storica a cui stiamo assistendo &egrave; comune a tutto ci&ograve; che &egrave; stato conformato dalla grande rivoluzione intellettuale nel passaggio fra Otto e Novecento e da alcune successive sue involuzioni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Naturalmente la politica di casa nostra si interroga su quanto Vannacci e il suo nuovo partito possano avere successo nello sconvolgere gli equilibri, meglio dire quel poco di equilibri esistenti. Storicamente non &egrave; la prima volta che sono in scena movimenti pi&ugrave; o meno del tipo di &ldquo;Futuro Nazionale&rdquo; legati ad una figura che era riuscita a conquistare la scena: per fare quasi dell&rsquo;archeologia potremmo richiamare il caso nella Francia dell&rsquo;Ottocento del gen. Boulanger (che non fece una bella fine). Molto dipender&agrave; dalla capacit&agrave; del sistema politico nel suo complesso di capire che movimenti di questo genere sono un pericolo per tutti perch&eacute; compromettono profondamente la governabilit&agrave; complessiva. Del resto qualche considerazione su quel che &egrave; accaduto e sta accadendo negli USA sarebbe forse illuminante.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Temiamo per&ograve; che al momento manchino due condizioni per costruire un argine al Vannaccismo, che &egrave; qualcosa di molto diverso rispetto al revanchismo nostalgico tipo Casa Pound. La prima &egrave; un movimento comune e diffuso per mettere al margine questo clima da pseudo lotte di religione che avvelena tutta la comunicazione politica. La seconda &egrave; la consapevolezza che il sistema &egrave; un patrimonio che appartiene in compropriet&agrave; a tutte le forze politiche degne di questo nome, per cui la sua tenuta non &egrave; questione che interessa solo chi &egrave; al potere, nella convinzione dell&rsquo;opposizione che se la tenuta del sistema viene meno faciliter&agrave; la sua successione, perch&eacute; un sistema profondamente squassato diventa difficilmente gestibile da chiunque.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Banalit&agrave;, ma qualche volta val la pena di richiamarle.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/lo-spettro-vannacci/2739]]></guid>
					<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Dalla tv ai reel le nuove gerarchie dell’informazione in Italia]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/dalla-tv-ai-reel-le-nuove-gerarchie-della-informazione-in-italia/2738]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Nel paesaggio mediatico italiano del 2025 emerge un paradosso che il 21&deg; Rapporto sulla comunicazione del CENSIS mette in evidenza con chiarezza: i consumi mediatici appaiono stabili, ma i significati sociali dell&rsquo;informazione sono in piena trasformazione. Non siamo di fronte a una crisi lineare dei media, bens&igrave; a una loro riconfigurazione profonda, che investe tecnologie, linguaggi e comportamenti collettivi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La televisione resta il medium pi&ugrave; diffuso, con il 93,2% dell&rsquo;utenza complessiva. Tuttavia, il dato aggregato nasconde una dinamica interna significativa: la televisione tradizionale cala al 79,5% (-3,6 punti percentuali), mentre crescono in modo speculare la web tv (62,0%, +3,6) e la mobile tv (38,6%, +3,7). La stabilit&agrave; del sistema televisivo &egrave; dunque il risultato di una compensazione tra vecchie e nuove modalit&agrave; di fruizione. Anche la tv satellitare, stabile al 47,8%, conferma questa logica di coesistenza. La televisione non perde centralit&agrave;, ma cambia pelle, adattandosi a un consumo sempre pi&ugrave; individualizzato e on demand.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La radio, spesso considerata un medium del passato, si conferma invece sorprendentemente resiliente. Con un&rsquo;utenza del 78,4%, mantiene una presenza significativa nella vita quotidiana degli italiani. L&rsquo;autoradio resta il canale privilegiato (70,0%, in crescita di 1,2 punti), mentre la radio tradizionale si attesta al 46,8%. Sul fronte digitale, si osserva un&rsquo;espansione dell&rsquo;ascolto via smartphone (28,2%, +2,8) e una stabilit&agrave; della radio via internet (18,0%). La radio sopravvive perch&eacute; si trasforma senza perdere la sua funzione di accompagnamento, adattandosi ai nuovi contesti di mobilit&agrave; e connessione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se si amplia lo sguardo all&rsquo;intero ecosistema digitale, il dato pi&ugrave; rilevante &egrave; quello della saturazione. Internet raggiunge il 90,4% della popolazione (+0,3%), gli smartphone il 90,3% e i social network l&rsquo;86,2%. La crescita &egrave; ormai marginale, segno che la fase espansiva si &egrave; esaurita. Il digitale non &egrave; pi&ugrave; una novit&agrave;, ma un&rsquo;infrastruttura consolidata. Questa maturit&agrave; comporta un cambiamento qualitativo: non si tratta pi&ugrave; di accesso, ma di uso, selezione e interpretazione dei contenuti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questo contesto, la crisi della carta stampata appare strutturale e di lungo periodo. I quotidiani cartacei a pagamento scendono al 21,0%, segnando un minimo storico e una perdita di 46 punti percentuali rispetto al 2007. Anche i mensili (15,8%, -1,1) e i settimanali (18,0%) mostrano segnali di debolezza. Tuttavia, il dato pi&ugrave; significativo riguarda la difficolt&agrave; dell&rsquo;online nel compensare questo declino: i quotidiani digitali restano sostanzialmente stabili al 29,9% (-0,5), mentre i siti web d&rsquo;informazione registrano un calo pi&ugrave; marcato (56,7%, -4,3). Ci&ograve; suggerisce che la crisi non riguarda solo il supporto cartaceo, ma il modello stesso di produzione e distribuzione delle notizie.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Parallelamente, si osserva un ritorno alla lettura dei libri cartacei, con il 42,4% degli italiani che dichiara di averne letto almeno uno nel 2025 (+2,3). Gli e-book, invece, restano fermi al 13,8%. Questo dato segnala una possibile reazione alla frammentazione digitale: il libro si configura come spazio di approfondimento e concentrazione, in contrasto con la rapidit&agrave; e la dispersione dell&rsquo;informazione online.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tra i giovani (14-29 anni), i social network continuano a rappresentare un ambiente centrale, ma emergono segnali di lieve contrazione. Instagram scende al 74,8% (-3,3), YouTube al 76,9% (in lieve calo), mentre TikTok si mantiene stabile al 64,5%. Al tempo stesso, si rafforza l&rsquo;uso di piattaforme di messaggistica come WhatsApp (88,6%), di servizi come Spotify (49,8%) e delle piattaforme di gaming (39,7%). Il panorama giovanile appare quindi sempre pi&ugrave; frammentato e multipiattaforma, con una minore dipendenza da singoli ambienti digitali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le gerarchie dell&rsquo;informazione si stanno ridefinendo. I telegiornali restano la prima fonte informativa (43,9%), ma in calo di 3,8 punti percentuali. Facebook scende al 33,1% (-3,3), mentre i motori di ricerca si attestano al 23,2%. Calano anche le televisioni all news (16,6%) e i siti di informazione (14,7%). In questo scenario, emergono nuovi formati: i reel e i meme entrano stabilmente nell&rsquo;universo informativo. Il 70% degli utenti social include i reel tra le fonti di informazione; tuttavia, il giudizio su di essi &egrave; ambivalente: il 23,6% li considera superficiali, il 21,3% li vede come distrazioni, ma una quota non trascurabile li percepisce come immediati (18,6%), coinvolgenti (13,1%) e accessibili (9,8%). Anche i <em>meme</em> svolgono un ruolo crescente: il 22,6% degli italiani (31,1% tra gli under 30) dichiara di aver scoperto notizie attraverso di essi, mentre il 36,3% non sa nemmeno cosa siano, con punte del 58,8% tra gli over 64. Si evidenzia cos&igrave; una frattura generazionale nella grammatica dell&rsquo;informazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Di fronte a un ambiente informativo complesso e talvolta opaco, gli utenti sviluppano comportamenti attivi di orientamento. Il 66,4% verifica le notizie almeno occasionalmente, il 64,6% controlla le fonti alternative e il 58,0% analizza il modo in cui le notizie vengono raccontate per individuare possibili interpretazioni ideologiche. Al tempo stesso, il 59,5% dichiara di cercare di evitare i media pi&ugrave; diffusi, segnalando un diffuso clima di sfiducia. Questa attitudine critica si accompagna per&ograve; a fenomeni di selezione identitaria: il 49,1% segue autori che condividono la propria visione del mondo, mentre il 52,2% utilizza i social per trovare interpretazioni indipendenti. Solo il 25,5% &egrave; disposto a pagare per un&rsquo;informazione indipendente, evidenziando una tensione tra domanda di qualit&agrave; e disponibilit&agrave; economica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il rapporto mette in luce anche il fenomeno del &ldquo;social detox&rdquo;. Il 38,1% degli italiani ha sentito il bisogno di ridurre l&rsquo;uso dei social network, ma solo il 15,3% lo fa regolarmente. Le motivazioni sono molteplici: eccessiva distrazione (25,6%), bisogno di tempo offline (20,6%), percezione di dipendenza (17,8%), tutela della privacy (17,4%), pressione sociale (16,7%) e impatto negativo sull&rsquo;umore (14,9%). Si tratta di una consapevolezza diffusa che fatica per&ograve; a tradursi in cambiamenti strutturali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Accanto a queste dinamiche emerge il ruolo delle community digitali. Il 17,9% degli italiani dichiara di farne parte o di averne fatto parte, con una maggiore incidenza tra i 45-64enni (21,1%), le persone con titolo di studio medio-alto (20,5%) e le donne (19,4%). Per il 38,4% l&rsquo;esperienza ha avuto un impatto positivo, mentre solo il 6,9% ne segnala uno negativo. Le community si configurano cos&igrave; come nuovi spazi di appartenenza e costruzione identitaria, capaci di ridefinire i concetti di prossimit&agrave; e socialit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Infine, il rapporto affronta il tema dell&rsquo;intelligenza artificiale nell&rsquo;informazione. Il 61,6% degli italiani si dichiara contrario a informarsi attraverso contenuti interamente generati da sistemi automatici, mentre il 38,4% si mostra favorevole, soprattutto a condizione che vi sia una supervisione umana (30,1%). Solo l&rsquo;8,3% accetterebbe contenuti completamente gestiti dall&rsquo;IA. Le principali preoccupazioni riguardano il rischio di disinformazione (34,8%) e la maggiore fiducia nei prodotti creati dall&rsquo;uomo (26,8%). L&rsquo;IA, rappresentata anche da strumenti come ChatGPT, introduce dunque un nuovo livello di complessit&agrave; nel rapporto tra informazione, tecnologia e fiducia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In conclusione, il sistema dei media italiani si trova in una fase di transizione strutturale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La stabilit&agrave; dei numeri nasconde una trasformazione profonda: nei formati, nelle gerarchie, nei linguaggi e nei comportamenti. L&rsquo;informazione &egrave; sempre pi&ugrave; diffusa ma anche pi&ugrave; frammentata, pi&ugrave; accessibile ma meno gerarchizzata, pi&ugrave; partecipata ma anche pi&ugrave; conflittuale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questo scenario, il cittadino non &egrave; pi&ugrave; solo consumatore, ma attore attivo di un ecosistema informativo complesso, in cui orientarsi richiede competenze critiche, consapevolezza e capacit&agrave; di selezione. &Egrave; in questa tensione tra abbondanza informativa e ricerca di senso che si gioca oggi il futuro della comunicazione.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/dalla-tv-ai-reel-le-nuove-gerarchie-della-informazione-in-italia/2738]]></guid>
					<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Il mondo brucia, noi guardiamo ai ballottaggi?]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-mondo-brucia-noi-guardiamo-ai-ballottaggi/2737]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Adesso il test delle amministrative &egrave; completato perch&eacute; si sono tenuti anche i ballottaggi. Come sempre in questi casi l&rsquo;analisi andrebbe fatta in profondit&agrave; caso per caso, ma in un contesto ossessionato dal prevedere come potranno andare le elezioni nazionali dell&rsquo;anno prossimo quel che al momento attira l&rsquo;attenzione &egrave; il dato complessivo. Ebbene, nelle sei principali citt&agrave; il risultato &egrave; un pari e patta: tre vanno al centro sinistra (Agrigento, Trani, Chieti), tre al centro destra (Lecco, Arezzo, Macerata). Nessun segnale di una grande inversione di tendenza nelle preferenze degli elettori: per dire nella rossa Emilia Ronagna dopo la vittoria del campo largo al primo turno ad Imola, Faenza e Cervia, nei ballottaggi il centro destra si &egrave; preso Vignola e Comacchio. Sempre per citare casi in cui si va contro le aspettative a Vigevano dove al primo turno c&rsquo;era stato un exploit del partito di Vannacci, al ballottaggio ha vinto il candidato del centro destra nonostante il boicottaggio dei fedeli del generale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In complesso a stare ad una valutazione di Youtrend, in genere affidabile, su 118 comuni che sono andati al voto, 50 sono andati al centrosinistra (pi&ugrave; o meno campo largo), 40 al centrodestra, 28 a candidati civici o di partiti fuori dei due grandi raggruppamenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Insomma le due coalizioni se la giocano, non c&rsquo;&egrave; nessun vento impetuoso che soffi a favore di una parte o dell&rsquo;altra. Lo si &egrave; visto anche dal trend dell&rsquo;astensionismo: questa volta ha votato il 52% con un calo di 8 punti rispetto al primo turno, segno che neppure i &ldquo;duelli&rdquo; mobilitano l&rsquo;elettorato. Dunque c&rsquo;&egrave; da aspettarsi un incremento dello sforzo populista da una parte e dall&rsquo;altra nella lunga vigilia prima delle elezioni nazionali, ma anche con l&rsquo;incombere delle elezioni dei sindaci di alcune grandi citt&agrave; che ci saranno nella tarda primavera prossima: una partita anche questa che le due coalizioni contrapposte non potranno permettersi di sottovalutare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per&ograve; tutto questo avverr&agrave; in un contesto che sarebbe miope sottovalutare e che davvero pu&ograve; sconvolgere i pigri equilibri del nostro sistema dei partiti. In primo piano c&rsquo;&egrave; ovviamente il quadro internazionale con la crisi in Medioriente ben lontana dall&rsquo;avviarsi a soluzione e con la guerra russo-ucraina che non si sblocca.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sono due teatri di guerra che toccano, e non poco, anche la politica italiana. Fra un poco, il 12-14 luglio, ci sar&agrave; a Parigi il summit dei cosiddetti &ldquo;volonterosi&rdquo; dopo l&rsquo;incontro che si &egrave; tenuto domenica scorsa a Londra fra Macron, Starmer, Merz e Zelesnsky. Poi ci sar&agrave; il vertice del G7 a cui parteciper&agrave; anche Trump. In quei contesti l&rsquo;Italia vuole presentarsi come un attore di qualche peso, o rimarr&agrave; schiava delle molte faide interne che sulla politica estera sono presenti tanto nel destra-centro quanto nel campo largo? Non &egrave; una questioncella banale: la politica estera non pu&ograve; portare frutti se lasciata solo sulle spalle di Giorgia Meloni, la quale, peraltro, guarda anch&rsquo;essa alle diatribe presenti nella nostra opinione pubblica, a cominciare da quei settori pi&ugrave; vicini alla coalizione che la sostiene.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci sono chiaramente le tensioni pi&ugrave; visibili con il populismo del generale Vannacci e quelle con la Lega di Salvini dove l&rsquo;ex &ldquo;capitano&rdquo; &egrave; alle prese con le domande di riforma di Zaia, Fedriga ed altri, ma ci sono i dibattiti interni ai gruppi dirigenti dei ministeri, roba che noi non conosciamo, ma che conta non poco. Sono tutte variabili su cui giocano le opposizioni, che certo cos&igrave; fanno il loro mestiere nel contrasto al governo, ma che in definitiva non concorrono affatto a costruire un solido retroterra per una politica nazionale che possa essere spesa in politica estera.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se non fossero abbastanza questi problemi, adesso ci si aggiungono i movimenti di redistribuzione dei pesi politici fra quelli che sbrigativamente si definiscono i poteri forti. Parliamo ovviamente del mondo dell&rsquo;economia, dove dopo decenni di sostanziale stagnazione nel distribuirsi delle posizioni si &egrave; arrivati al grande ribaltone. Come definire altrimenti i movimenti nel mondo bancario? Era sembrato che si fosse arrivati ad una prima redistribuzione con l&rsquo;operazione sul Monte dei Paschi di Siena coi suoi riflessi sulle Generali. L&rsquo;impressione era che si fosse se non rotta ridimensionata la sistemazione che storicamente si era trovata in Mediobanca: per quanto in crisi non da ieri, ad alcuni era parso che ci si trovasse di fronte ad uno spostamento dell&rsquo;asse dalla finanza dell&rsquo;area classica nordista ad altre potenze finanziarie.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ora la discesa in campo di Banca Intesa, formazione &ldquo;torinese&rdquo;, in alleanza con l&rsquo;emiliana Unipol delle Coop, ci manda il messaggio di una risistemazione niente affatto conclusa, le cui coordinate sono difficili da capire per chi, come anche noi, &egrave; fuori dai grandi giochi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Resta il fatto che sarebbe da ingenui pensare che tutti questi sommovimenti, in politica internazionale come in politica economica, siano al margine del quadro politico. Certo non influenzano il contesto delle elezioni amministrative, non almeno nell&rsquo;immediato, ma ci fanno capire che la situazione italiana &egrave; tutt&rsquo;altro che stabilizzata. Del resto basta vedere un certo nervosismo che si comincia a percepire sotto traccia nel mondo della comunicazione, anche questo interessato da cambiamenti fuori dei circuiti sino a ieri normali (l&rsquo;arrivo di Del Vecchio nel mondo dell&rsquo;editoria, tanto per citare).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La politica dovrebbe avere tutto l&rsquo;interesse a lavorare per tenere sotto controllo i molti sommovimenti di un mondo, internazionale ed interno, che diventa sempre meno fragile da decifrare. Ovvio che in una situazione confusa ed opaca le riesce pi&ugrave; facile continuare ad accapigliarsi sulle vecchie categorie del passato.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-mondo-brucia-noi-guardiamo-ai-ballottaggi/2737]]></guid>
					<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Il gesto che pensa: riscoprire la scrittura a mano]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-gesto-che-pensa-riscoprire-la-scrittura-a-mano/2736]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Tra le notizie che arrivano dagli Stati Uniti, una in particolare merita attenzione al di l&agrave; del clamore mediatico quotidiano: il ritorno della scrittura corsiva a partire dalle Elementary School. Per gli addetti ai lavori e le famiglie degli alunni rappresenta pur sempre un&rsquo;inversione di tendenza per certi aspetti sorprendente visto che dai sistemi scolastici a matrice linguistica anglosassone era partita la lunga stagione delle tecnologie applicate alla didattica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A cominciare dal New Jersey e dalla Pennsylvania l&rsquo;onda lunga del ripensamento si &egrave; estesa finora a 27 Stati della Confederazione e promette di non fermarsi qui, nella patria della Silicon Valley.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In Europa avevamo gi&agrave; rubricato la retromarcia della Finlandia che dopo aver abolito nel 2016 l&rsquo;uso del corsivo (residuando il solo stampatello) e l&rsquo;introduzione generalizzata di tablet, computer e smartphone nell&rsquo;apprendimento della letto-scrittura &egrave; ritornata alle metodologie tradizionali, visti gli scadenti risultati ottenuti dalle tecnologie pervasive: al termine del primo ciclo di istruzione si era infatti appurato che gli alunni non erano in grado di mettere la propria firma sotto un elaborato n&eacute; di scrivere con carta e matita la lista della spesa. Troppo affidamento ad hardware e software produceva una sorta di dipendenza totale dalle dotazioni digitali in uso, banalmente messe in crisi dal consumo di una batteria o dalla mancanza di energia elettrica. Il coordinamento oculo-manuale andava inoltre scemando e riducendo le abilit&agrave; pratiche al solo premere dei tasti: qualcosa di ripetitivo e atrofizzante, il keyboarding&nbsp;favoriva il coding, abituava all&rsquo;applicazione di algoritmi, introduceva alle applicazioni dell&rsquo;I.A. ma riduceva gli spazi vitali della creativit&agrave;, spostando l&rsquo;attenzione verso il mondo virtuale senza favorire la connessione con il mondo reale.&nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Soprattutto le prove di verifica al termine della scuola primaria accertavano un azzeramento della manualit&agrave; correlata all&rsquo;uso del pensiero poich&eacute; lo scorrere della penna su un foglio era sostituito dalla digito pressione della tastiera. In un mondo globalizzato ci&ograve; che accade in un angolo del pianeta si riscontra altrove: le scuole americane sono arrivate successivamente a queste conclusioni in modo sovrapponibile alle deduzioni dei pionieri dell&rsquo;elettronica e il ritorno alla scrittura manuale sta prendendo la sua rivincita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si pu&ograve; affermare che le metodologie tradizionali sono rimaste sottotraccia per alcuni anni nei sistemi scolastici che hanno vissuto la stagione dell&rsquo;introduzione massiva e totalizzante delle tecnologie ma ora stanno lentamente riappropriandosi del diritto di cittadinanza nel ritorno alla manualit&agrave; attraverso il ripristino della scrittura in corsivo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci si &egrave; accorti che a lungo andare gli alunni dipendendo totalmente degli strumenti elettronici perdevano appunto quella creativit&agrave; espressiva &ndash; lungamente preconizzata dalla cultura tramandata - che inizia con una calligrafia personale e porta tutto sommato a modelli comunicativi pi&ugrave; semplici e pi&ugrave; efficaci: soprattutto pi&ugrave; personali e liberi. Proprio negli USA i paladini delle neuroscienze con i loro studi hanno dimostrato come il corsivo stimoli la sinergia tra i due emisferi cerebrali, perfezioni la motricit&agrave; fine (la capacit&agrave; di coordinazione dei piccoli muscoli di dita, mani e polsi) e migliori la capacit&agrave; di memorizzazione a lungo termine. In modo molto pi&ugrave; incisivo rispetto all'uso di un device elettronico. Ricordando la celebre tassonomia di Benjamin Bloom (conoscenza-comprensione-applicazione &ndash; analisi- sintesi e valutazione) senza contare la programmazione curricolare a partire delle teorie di Jerome Bruner o l&rsquo;enfasi sul problem solving come traguardo formativo nella costruzione del pensiero critico, si sta materializzando una riscoperta delle metodologie e della didattica tradizionale pi&ugrave; affine al perseguimento di risultati tangibili in tema di abilit&agrave; pratiche, a partire dal saper leggere, scrivere e far di conto. Ci&ograve; che sembrava esaustivo e surrogatorio, addirittura sostitutivo come l&rsquo;uso di strumenti digitali sta rivelando invece quanto sia importante e decisivo consolidare apprendimenti che favoriscano la connessione tra mente-pensiero e manualit&agrave;- capacit&agrave; esecutive nella stesura di un testo, addirittura insieme al corsivo si sta consolidando l&rsquo;attitudine ad una bella e personale calligrafia, un segno distintivo di identit&agrave; e personalit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Senza contare che almeno a scuola si pu&ograve; offrire ai ragazzi-studenti l&rsquo;opportunit&agrave; di uno stacco rispetto allo smanettamento compulsivo delle tastiere che occupa gran parte delle loro giornate, a casa, nella messaggistica con gli amici e nel tempo libero: una vera e propria cura disintossicante, un metodo a valenza pedagogica ed educativa che introduce pause di disconnessione dagli schermi, impegnando i giovani utenti a regolare il proprio pensiero &nbsp;rispetto ai ritmi intensivi e frenetici della cultura digitale, favorendo la riflessione e la rilettura di ci&ograve; che si scrive.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si tratta di argomentazioni che ritroviamo intatte nelle &ldquo;Indicazioni nazionali&rdquo; che il Ministero dell&rsquo;istruzione e del merito ha redatto in previsione dell&rsquo;inizio del nuovo anno scolastico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come sottolineato in pi&ugrave; occasioni dallo stesso Ministro Sen. Valditara si tratta di contemperare ratio e traditio, innovazione e cultura consolidata con un approccio di metodo che prediliga l&rsquo;et-et rispetto all&rsquo;aut-aut, favorendo i processi di continuit&agrave; rispetto alle drastiche soluzioni alternative, riscoprendo ad esempio il valore della lettura, l&rsquo;importanza dei libri e la capacit&agrave; espressiva nei componimenti scritti, che devono restare a fondamento del processo formativo pur essendo gradualmente affiancati dall&rsquo;uso di tecnologie che favoriscano gli apprendimenti, senza cadere in una loro riduttiva facilitazione poich&eacute; la vera cultura implica motivazione, impegno e dedizione, immedesimazione nella costruzione di un sapere consapevole e lentamente interiorizzato.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><em>* Fondazione Varenna per l&rsquo;infanzia e l&rsquo;adolescenza</em></span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-gesto-che-pensa-riscoprire-la-scrittura-a-mano/2736]]></guid>
					<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Riforma elettorale: la storia infinita]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/riforma-elettorale-la-storia-infinita/2735]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Assopite le diatribe sull&rsquo;esito della tornata delle amministrative, adesso (quasi) tutta l&rsquo;attenzione del ceto politico sembra essersi spostata sulla riforma della legge per regolare le elezioni nazionali. La maggioranza di governo ha deciso di accelerare nella speranza di arrivare all&rsquo;approvazione entro l&rsquo;autunno del nuovo testo che ha elaborato, tenendo conto di qualche osservazione dei costituzionalisti (laddove non toccavano interessi dei ceti dirigenti dei partiti).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Alcuni delle opposizioni che speculano su tutto sostengono che la riforma si fa per andare a votare gi&agrave; quest&rsquo;anno, ma &egrave; quanto meno improbabile. Innanzitutto perch&eacute; solo a marzo del 2027 i parlamentari conseguiranno il numero di mesi necessari per avere computata l&rsquo;attuale legislatura ai fini pensionistici. In secondo luogo perch&eacute; in autunno c&rsquo;&egrave; la sessione di bilancio e nelle circostanze attuali sarebbe azzardato per qualunque governo uscisse dalle urne affrontare come prima prova il passaggio di una legge che, visto che non ci sono margini di manovra coi fondi pubblici, prevedibilmente scontenter&agrave; una platea ampia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Resta in sospeso se si voter&agrave; la prossima primavera dopo marzo, o se si andr&agrave; all&rsquo;inizio del prossimo autunno. La ragione dell&rsquo;incertezza &egrave; che ci sar&agrave; anche, prevedibilmente intorno a maggio-giugno, una tornata elettorale amministrativa per i sindaci di alcune citt&agrave; molto importanti che fanno ciascuna un caso nazionale (Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli). Votare per le elezioni politiche prima di questa scadenza metterebbe al riparo (fino ad un certo punto) dall&rsquo;effetto-traino possibile dei risultati delle grandi citt&agrave;. Sulla carta si tratta di sedi attualmente governate dal centro-sinistra, ma bisogner&agrave; vedere come va: dopo l&rsquo;esperienza di Venezia sono tutti cauti a fare pronostici blindati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Comunque vada intanto si deve vedere se la riforma elettorale passer&agrave;, se passer&agrave; cos&igrave; com&rsquo;&egrave; stata disegnata nella nuova versione, o quali emendamenti interverranno (a meno che il governo non ponga la questione di fiducia, ma sarebbe una mossa per screditare definitivamente l&rsquo;immagine di un qualche ruolo del parlamento). Le opposizioni sono compattamente schierate a non accettare nessun dialogo o confronto con la maggioranza (eccetto Calenda), ma lo fanno sperando di lucrare, come hanno fatto nel referendum sulla riforma Nordio, sul mito della costituzione tradita e dell&rsquo;assalto al potere dell&rsquo;estrema destra. Che porti a dei risultati ci permettiamo di dubitare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il vero obiettivo delle opposizioni sarebbe costruire due trappole: la prima, parlamentare, &egrave; che dalle fila di quelle componenti del centro destra (soprattutto Lega, ma anche FI) che vedono la nuova legge troppo favorevole a Meloni e ad FdI, arrivino nel segreto dell&rsquo;urna voti di rincalzo che portino alla bocciatura del disegno di legge; la seconda &egrave; che si crei un clima di &ldquo;allarme costituzionale&rdquo; che spinga la Consulta, una volta che inevitabilmente sar&agrave; investita del tema della compatibilit&agrave; della riforma con la nostra Carta, a trovare il modo di cassarne almeno molti punti come avvenne con la riforma elettorale di Renzi (il cosiddetto Italicum).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le possibilit&agrave; che questa tattica porti tutti i frutti sperati non ci sembrano molte. Invece un punto diventa assolutamente problematico per il cosiddetto campo largo. Se passa la norma della riforma per cui le coalizioni che competono devono indicare preventivamente un candidato premier, nonch&eacute; un progetto comune, si porr&agrave; il tema di come la coalizione &ldquo;progressista&rdquo; (perch&eacute; sembra sar&agrave; questa l&rsquo;etichetta) designer&agrave; il suo campione. Giornali e TV sono gi&agrave; da tempo arrovellati a discutere se la designazione del candidato premier contro la Meloni (scelta scontata per l&rsquo;altro campo) si far&agrave; con le primarie, magari da aprire anche al voto elettronico, o con un accordo da trovare fra i leader dei partiti coalizzati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La seconda modalit&agrave; richiede o una resa di tutti alla segretaria del maggior partito, il PD, o, inevitabilmente, la scelta di un cosiddetto papa straniero, cio&egrave; una figura che non possa essere attribuita alla preminenza di uno dei partiti. Ammesso che ci si riesca, sarebbe poi un &ldquo;capo&rdquo; a cui tutti tenteranno, chi pi&ugrave; chi meno, di fare le scarpe (vedasi il caso emblematico di Prodi).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le primarie non sono pi&ugrave; invece uno strumento che garantisca una scelta alla fine condivisa. Senza contare che il numero dei partecipanti ai famosi &ldquo;gazebo&rdquo; (fisici o virtuali che siano) &egrave; comunque minore di quello degli elettori che poi faranno la scelta vera (a meno di non contare su un ulteriore incremento dell&rsquo;astensionismo), non &egrave; neppure detto che chi di loro ha votato per un candidato poi sconfitto trasferisca il suo consenso sul vincitore (anzi in tempi di radicalizzazione di ogni posizione &egrave; piuttosto difficile).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come abbiamo sia pure sommariamente illustrato, il problema di tenere insieme i blocchi elettorali diventa sempre pi&ugrave; complicato e vale per entrambe le coalizioni. Ci&ograve; temiamo abbia come conseguenza la spinta a ricorrere, in entrambi gli schieramenti, alla radicalizzazione delle posizioni, in modo da far apparire chi si allontana come un traditore o quanto meno come uno che non ha capito quale sia la fatale posta in gioco.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non &egrave; una bella prospettiva per un Paese come il nostro che dovr&agrave; affrontare mesi inchiodato in questi duelli all&rsquo;ultimo sangue, mentre invece ha davanti mesi sotto il segno dell&rsquo;incertezza per una situazione internazionale complessa, fra l&rsquo;altro con pesanti ricadute su una economia come la nostra che non &egrave; messa malissimo, ma che sconta fragilit&agrave; che possono collassare anche sotto gli effetti di contingenze che di per s&eacute; si dovrebbe essere in grado di tenere sotto controllo.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/riforma-elettorale-la-storia-infinita/2735]]></guid>
					<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Assegnato a Saragozza il Premio Access City Award 2026 della Commissione Europea]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/assegnato-a-saragozza-il-premio-access-city-award-2026-della-commissione-europea/2734]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Nell&rsquo;edizione 2026 del Premio dell&rsquo;U.E. &ldquo;Access City Award&rdquo; &lsquo;per le citt&agrave; a misura di disabili&rsquo; la Spagna occupa i primi due posti in graduatoria: vince Saragozza e al secondo posto si classifica Valencia. Appare significativo questo risultato perch&eacute; vuol sottolineare come questa nazione abbia dimostrato un grande impegno sul piano politico e istituzionale per adeguare il contesto urbano delle due citt&agrave; alle esigenze di stanzialit&agrave;, mobilit&agrave;, trasporto delle persone con disabilit&agrave;, attrezzandosi per facilitarne il contesto di vita, a cominciare dall&rsquo;abbattimento delle barriere architettoniche. Ma esprime anche una accresciuta sensibilit&agrave; presso la stessa opinione pubblica in materia di vivibilit&agrave; dei contesti urbani, solitamente pensati, organizzati e strutturati non certo per agevolare i movimenti e l&rsquo;accesso alle strutture pubbliche da parte di soggetti con difficolt&agrave; motorie. Aggiornare l&rsquo;arredo e il contesto urbano per realizzare condizioni di vita migliori per chi ha problemi di questo genere costituisce un segno di maturazione del senso civico, imprime una direzione di marcia per il futuro principalmente in tema di strutture edilizie ed &egrave; dunque meritevole di apprezzamento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il Premio &ldquo;Access City Award&rdquo; consiste dunque in &nbsp;un importante riconoscimento che ogni anno &ndash; a partire dal 2010 &ndash; viene assegnato, previo apposito bando di concorso e selezione dei meriti certificati - dalla Commissione Europea con la collaborazione con il &lsquo;Forum per le persone disabili&rsquo; e la &ldquo;Piattaforma AGE per gli anziani&rdquo;, alle citt&agrave; con pi&ugrave; di 50 mila abitanti che abbiano realizzato significativi interventi di adeguamento e innovazione del proprio contesto urbano, infrastrutturale, edilizio e residenziale al fine di migliorarne l&rsquo;accessibilit&agrave; e la fruizione da parte delle persone con difficolt&agrave; motorie, a partire proprio da quelle riconosciute disabili e dagli anziani. La mission dell&rsquo;iniziativa &egrave; di sensibilizzare la sempre pi&ugrave; vasta platea di cittadini comunitari ai concreti problemi di spostamento, accesso e utilizzo dei servizi quotidianamente vissuti dalle persone con deficit fisici, affinch&eacute; possa prender corpo e consistenza la consapevolezza dei condizionamenti di queste oggettive e spesso insormontabili difficolt&agrave; e si diffonda una politica di &ldquo;avvertita attenzione&rdquo; e &ldquo;adeguate iniziative&rdquo; presso i governi centrali e le autorit&agrave; locali per garantire ai disabili pari opportunit&agrave; di accesso alla vita delle citt&agrave; e dei contesti metropolitani. Questi sono i parametri in base ai quali la Commissione dell&rsquo;U.E. valuta la pertinenza, la congruenza e la tangibilit&agrave; dei miglioramenti infrastrutturali adottati o in via di elaborazione<strong>:</strong> l&rsquo;ambiente urbano, gli spazi pubblici, i trasporti e le relative infrastrutture, le aree pedonali, l&rsquo;eliminazione delle barriere architettoniche, il &lsquo;verde&rsquo; attrezzato, l&rsquo;informazione e la comunicazione (comprese le nuove tecnologie TIC), i progetti di inclusione, le strutture e i servizi, l&rsquo;accesso al lavoro e allo sport. Previa selezione delle citt&agrave; partecipanti al bando di concorso indetto dalla Comunit&agrave; Europea, vengono valutati e graduati i contesti urbani: come scritto la vincitrice dell&rsquo;edizione 2026 &egrave; risultata la citt&agrave; spagnola di Saragozza, capoluogo dell&rsquo;Aragona e quinta per abitanti (682.000) per l&rsquo;impegno profuso negli ultimi anni al fine di rendere accessibili le strutture urbane alle persone con disabilit&agrave; e a tutti gli altri utenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dal comunicato stampa della Commissione Europea si evince che Saragozza ha vinto l&rsquo;ambito riconoscimento&nbsp;per&nbsp;i suoi sforzi eccezionali volti a rendere la citt&agrave; accessibile alle persone disabili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La citt&agrave; adotta un approccio basato sui diritti e fondato sulla Convenzione delle Nazioni Unite.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La sua infrastruttura di accessibilit&agrave; &egrave; composta da regole comunali complete, un chiaro piano strategico con obiettivi, tempistiche e budget e una solida governance attraverso un ufficio dedicato a questo specifico requisito e un comitato per il controllo formale di efficienza-efficacia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Saragozza &egrave; inoltre all'avanguardia nel garantire la piena partecipazione delle persone con disabilit&agrave; alla societ&agrave;, con trasporti pubblici accessibili, spazi pubblici e servizi digitali. Ad esempio, dispone di una rete di tram pienamente fruibile, ampi percorsi pedonali senza gradini, iniziative bancarie e commerciali inclusive e siti web e app certificati che hanno contribuito in modo significativo a rendere&nbsp;la citt&agrave;<strong>&nbsp;</strong>pi&ugrave; accessibile e inclusiva per le persone con difficolt&agrave; motorie. L'alloggio &egrave; un punto di forza particolare, con iniziative come il progetto Flumen che fornisce case inclusive e di facile accesso, che facilitano una vita indipendente ma anche l'inclusione sociale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Valencia (Spagna)&nbsp;ha ricevuto il secondo premio&nbsp;per il suo approccio all'accessibilit&agrave; basato sui dati emersi in tutta la citt&agrave;. Valencia ha raggiunto un trasporto esemplare riportando il 96% di accessibilit&agrave; urbana e una rete di autobus e metropolitana completamente fruibile. Le persone con disabilit&agrave; sono riconosciute come validatori dell'accessibilit&agrave; e le organizzazioni testano sistematicamente le soluzioni innovative e migliorative prima della loro messa in opera.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questa citt&agrave; ha anche ricevuto una&nbsp;menzione speciale nella preparazione alle emergenze per<strong>&nbsp;</strong>l'integrazione, e nella loro pianificazione attraverso la co-progettazione di protocolli ed esercitazioni di emergenza con organizzazioni di persone con disabilit&agrave;, corsi di formazione per vigili del fuoco, polizia e personale municipale e un sistema di allarme inclusivo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La citt&agrave; di&nbsp;Rennes (Francia)&nbsp;ha vinto il terzo premio per<strong> i</strong>&nbsp;significativi progressi compiuti in materia di facilitazione agli accessi grazie allo stretto coordinamento tra i servizi comunali. Metro e autobus sono completamente fruibili da tutti i cittadini, supportati da veicoli porta a porta e app per viaggi senza cambi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le strade sono state migliorate con marciapiedi pi&ugrave; ampi, attraversamenti pi&ugrave; sicuri, strisce tattili, panchine e servizi igienici accessibili, mentre i luoghi culturali come il <em>Jeu de Paume</em> e la scuola d'arte della citt&agrave; ora dispongono di rampe, ascensori, servizi igienici adattati e scale facilitate. Il 68% dei siti comunali &egrave; accessibile e un'agenda programmata render&agrave; conformi tutti gli edifici pubblici di accoglienza entro il 2027.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Salisburgo (Austria)&nbsp;ha ricevuto una menzione speciale per il suo approccio strutturale volto a integrare l'accessibilit&agrave; nell'edilizia abitativa, compresi i nuovi alloggi sociali e le ristrutturazioni edilizie, con il sostegno del consiglio consultivo sulla disabilit&agrave;. Ci&ograve; &egrave; rafforzato da un servizio di consulenza gratuito per la pianificazione gli alloggi che qualsiasi residente, associazione, pianificatore, architetto o impresa di costruzione pu&ograve; utilizzare. Gli orientamenti in materia di assegnazione degli alloggi rispondono alle esigenze delle persone con disabilit&agrave;, con accesso prioritario in casi urgenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anche Piacenza (Italia)&nbsp;ha ricevuto una Menzione Speciale sulle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione<strong>&nbsp;</strong>per un approccio inclusivo e guidato dalla tecnologia all'accessibilit&agrave;<strong>.&nbsp;</strong>Questa citt&agrave; italiana<strong> </strong>utilizza la tecnologia di mappatura e analisi dei dati per testare oltre 3 000 problemi frequenti di accessibilit&agrave;, guidando aggiornamenti mirati tra strade ed edifici, un assistente virtuale comunale e punti di facilitazione che semplificano l&rsquo;ingresso ai servizi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Secondo&nbsp;Eurostat&nbsp;oltre 90 milioni di persone nell'UE sono portatrici di almeno una disabilit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gli spazi accessibili, sia fisici che digitali, sono un primo passo fondamentale verso il raggiungimento dell'uguaglianza. L'accesso ai trasporti, agli edifici pubblici, ai negozi, ai parchi o ai siti web su base di principi di uguaglianza con gli altri &egrave; essenziale affinch&eacute; le persone con difficolt&agrave; possano compiere le proprie scelte e assumere il controllo della propria vita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si stima che nell&rsquo;U.E. una persona su cinque &egrave; oggi affetta da disabilit&agrave; (si tratta di ben 120 milioni di cittadini) mentre un terzo degli ultrasettantacinquenni accusa deficit neuro-motori che ne limitano la qualit&agrave; della vita. Per questi motivi Jos&egrave; M. Barroso &ndash; quando era Presidente della Commissione Europea &ndash; aveva adottato fin dal 2010 una vera e propria &ldquo;strategia globale europea&rdquo; per superare gradualmente le barriere e gli ostacoli (urbanistici, architettonici, infrastrutturali, legislativi, di comunicazione) che impediscono alle persone disabili un accesso paritetico alla vita sociale, a partire dai contesti urbani di vita e di residenzialit&agrave;. Condizione ineludibile per consentire a tutti di esercitare pienamente i diritti sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite, dai trattati U.E e dalla Carta dei Diritti fondamentali, oltre che dalle rispettive legislazioni nazionali. Abbattere ogni tipo di barriera &egrave; in primis un dovere di civilt&agrave;, che restituisce piena e paritetica dignit&agrave; alle persone in vista del superamento di ogni discriminazione fisica e di ogni stigma sociale: tutti gli ostacoli materiali e immateriali che si frappongono a questo principio di eguaglianza e partecipazione devono dunque essere rimossi.&nbsp; A questi principi sanciti e condivisi a livello di U.E. dovrebbero ispirarsi le politiche nazionali e locali in materia di normative urbanistiche in rapporto alle disabilit&agrave;: si tratta di un tema stimolante ed attuale sul quale misurarsi in termini di sostenibile progettualit&agrave;, a partire dai vertici della Commissione europea, per rimettere (pi&ugrave; dei mercati, delle banche e della globalizzazione) la persona e i suoi diritti al centro del dibattito politico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quest'anno, 51 citt&agrave; candidate hanno presentato domanda per il premio. Di queste, 18 erano state preselezionate dalle giurie nazionali mentre le cinque citt&agrave; finaliste sono state valutate e classificate dalla giuria dell'UE.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ecco infine le citt&agrave; vincitrici del primo premio delle precedenti edizioni: 2025, Vienna; 2024, San Crist&oacute;bal de La Laguna (Spagna); 2023, Skellefte&aring; (Svezia); 2022, Citt&agrave; di Lussemburgo (Lussemburgo); 2021, J&ouml;nk&ouml;ping (Svezia); 2020, Varsavia (Polonia); 2019, Breda (Paesi Bassi); 2018, Lione (Francia); 2017, Chester (Regno Unito); 2016, Milano (Italia); 2015, Bor&aring;s (Svezia); 2014, G&ouml;teborg (Svezia); 2013, Berlino (Germania); 2012, Salisburgo (Austria); 2011, &Aacute;vila (Spagna).</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/assegnato-a-saragozza-il-premio-access-city-award-2026-della-commissione-europea/2734]]></guid>
					<pubDate>Sat, 30 May 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Di test in test]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/di-test-in-test/2733]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Dunque abbiamo avuto il secondo test sulla tenuta della maggioranza di destra-centro. Dopo aver interpretato il risultato del referendum sulla riforma Nordio (bocciata) come segno di una ripresa del campo largo ecco i risultati delle comunali che smentiscono quella lettura, perch&eacute; la maggioranza di governo esce abbastanza bene dalla prova. La prima osservazione da fare ora &egrave; che era sbagliata la lettura del risultato referendario, la seconda &egrave; che interpretare il voto di queste comunali &egrave; tutt&rsquo;altro che semplice.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La sconfitta della proposta governativa sulla riforma della giustizia non &egrave; stata ottenuta grazie al lavoro dei partiti del campo largo, ma grazie alla mobilitazione populista dei talk show che hanno diffuso la tesi (farlocca) che si aveva di mira lo stravolgimento della costituzione e che si voleva punire una magistratura tutta impegnata nella lotta ai mali della politica. Non si &egrave; riusciti a contenere l&rsquo;ondata di populismo e gran parte degli elettori hanno votato seguendo quella piuttosto che farsi arruolare in una futura maggioranza di governo alternativa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In occasione di questa tornata di comunali la mobilitazione generale di opinione pubblica &egrave; del tutto mancata. A livello nazionale, giornali e TV avevano dedicato poca attenzione all&rsquo;appuntamento col rinnovo dei sindaci, persino con quelli di citt&agrave; importanti come Venezia, al massimo dedicando pezzi &ldquo;di colore&rdquo; al solito De Luca che per la quinta volta correva per tornare sindaco di Salerno. Cos&igrave; le battaglie sono state battaglie &ldquo;locali&rdquo; e l&igrave; molti partiti hanno mostrato le loro debolezze.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&Egrave; accaduto in maniera diversa a sinistra come a destra. Nel cosiddetto campo largo non si &egrave; riusciti a tirar fuori un candidato di spessore nazionale per nessuno dei grandi comuni (che sono quelli che fanno notizia). Anzi dove si &egrave; vinto lo si &egrave; fatto a dispetto dei partiti: a parte il caso, peraltro clamoroso, di De Luca a Salerno, la riconquista di Prato nella rossa Toscana &egrave; stata possibile grazie alla candidatura di Biffoni, non solo gi&agrave; sindaco per dieci anni della citt&agrave;, ma da ultimo marginalizzato dal PD nella sua regione per fare un favore ad M5S. In generale il centrosinistra ha tenuto posizioni che aveva o aveva avuto quando &egrave; andato avanti con la politica di proporre pi&ugrave; o meno il ritorno di personaggi radicati nei territori e pi&ugrave; interessati alla continuit&agrave; amministrativa che alle avventure del progressismo di maniera.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anche a destra in generale &egrave; prevalso il successo delle logiche di continuit&agrave; e dei radicamenti nei sistemi di influenze locali. Sembrerebbe, ma i dati a questo proposito sono ancora incerti e in elaborazione, che FdI abbia tratto molto pi&ugrave; profitto degli altri partiti della sua coalizione. Da questo punto di vista &egrave; emblematico il caso di Venezia dove il partito di Meloni &egrave; andato bene, la Lega male, ma si &egrave; vinto puntando su un candidato che &egrave; tutt&rsquo;altro che l&rsquo;emblema del nuovo rampantismo della destra radicale. Dato che questa era stata presentata come una sfida chiave, col campo largo che scommetteva su una sua certa vittoria, potrebbe essere una lezione per FdI per un&rsquo;uscita da quella logica del &ldquo;amichettismo&rdquo; nel distribuire cariche e posti, logica che l&rsquo;ha piuttosto penalizzato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tutto va letto tenendo conto di quel che ci aspetta, che non sono solo le mitiche elezioni nazionali. A primavera 2027 c&rsquo;&egrave; un&rsquo;altra tornata di amministrative molto importanti, perch&eacute; si rinnovano i sindaci di citt&agrave; chiave come Milano, Roma, Torino, Bologna, Napoli. Difficile che questo non sia visto come un test chiave per saggiare la distribuzione del potere fra le forze politiche e dunque la scelta dei candidati sindaco sar&agrave; qualcosa di pi&ugrave; e di diverso dalla ricerca di accontentare gli appetiti dei vari partiti e dei loro gruppi dirigenti. Dire che questo sar&agrave; un passaggio non marginale per impostare anche il confronto fra le coalizioni a livello nazionale &egrave; del tutto scontato, salvo che non prevalgano, ma sembra difficile, i pochi che invitano Meloni a sciogliere la legislatura e ad anticipare le urne a questo autunno. Fra i tanti problemi che ci&ograve; porrebbe, ci sarebbe anche la scarsissima possibilit&agrave; che in questo caso si possa operare con una nuova legge elettorale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Con tutte le cautele del caso, anche da una tornata di amministrative i partiti possono trarre insegnamenti, ma anche ricavare preoccupazioni. Nella attuale maggioranza di centrodestra per esempio vediamo non pochi problemi di equilibrio fra le varie componenti e anche al loro interno, ma il successo di Venezia potrebbe spingere ad una scelta di candidature radicate ed equilibrate fuori dello sfoggio di bandierine di parte. Pi&ugrave; complessa la questione nel campo largo dove le lobby interne al PD sono pi&ugrave; strutturate e si misurano con gli appetiti dei Cinque Stelle ma anche del duo Fratoianni-Bonelli. Anche in questo caso per&ograve; il flop veneziano di un candidato inventato nei caminetti di partito dovrebbe aver insegnato pi&ugrave; di qualcosa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Insomma di test in test procede il lavoro di risistemazione della nostra geografia politica, che non pu&ograve; pi&ugrave; essere una rielaborazione alla buona delle mappe che sono state riviste nella crisi del sistema tradizionale dei partiti. Come sempre succede in questi casi sono percorsi lenti nella sostanza, anche se vengono narrati, e magari anche vissuti, come un susseguirsi di scosse di terremoto di intensit&agrave; variabile. Per questo dobbiamo aspettarci un anno ricco di eventi con l&rsquo;incognita, che potrebbe essere preoccupante, di una situazione internazionale che con le sue evoluzioni interverr&agrave; a modificare non poco le strategie di forze politiche che continuano ad essere confuse (a voler essere benevoli nel giudizio).</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/di-test-in-test/2733]]></guid>
					<pubDate>Wed, 27 May 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Il tempo fragile della maternità e della paternità]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-tempo-fragile-della-maternit-e-della-paternit/2732]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Nella location dell&rsquo;Accademia nazionale di San Luca a Roma sono stati presentati i dati raccolti dal CENSIS nell&rsquo;ambito di una organica ricerca sul tema &ldquo;Essere genitori oggi &ndash; Valori e significati della genitorialit&agrave; nella societ&agrave; italiana.&rdquo; Il documento che, per corposit&agrave; e scansione analitica dei vari aspetti considerati in quanto esponenziali e significativi, ha preso le sembianze di un vero e proprio Rapporto, &egrave; stato presentato da Giorgio De Rita, Segretario Generale del CENSIS, illustrato nei dati statistici pi&ugrave; rilevanti da Costanza Corsini, Ricercatrice Area Consumi, Mercati e Welfare dell&rsquo;Istituto e commentato da un panel di quattro esperti invitati all&rsquo;evento: Stefania Andreoli &ndash; Psicoterapeuta, Alli Beltrame &ndash; Counselor professionista e scrittrice, fondatrice di Educazione Responsabile, Mauro Magatti &ndash; Professore di Sociologia, Universit&agrave; Cattolica di Milano e Maria Pontillo &ndash; Psicoterapeuta dell&rsquo;Infanzia e dell&rsquo;Adolescenza, Ospedale Pediatrico Bambino Ges&ugrave; di Roma.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il CENSIS &ndash; fondato e Presieduto da Giuseppe De Rita &ndash; finissimo conoscitore della societ&agrave; italiana dal dopoguerra ad oggi ed attento, ineguagliabile interprete delle sue derive socioeconomiche, culturali e di costume, ci ha abituato nei suoi Rapporti annuali a seguire lo sviluppo e la crescita del Paese: nel 2025 siamo giunti al 59&deg; Rapporto che , unito ai precedenti, costituisce un corpus conoscitivo e di scandaglio analitico preziosissimo, un riferimento per chi voglia leggere e documentarsi sull&rsquo;evoluzione della societ&agrave; italiana, una fonte ricchissima di dati comparabili la cui raccolta va indubbiamente ascritta al &ldquo;tenace continuismo&rdquo; dell&rsquo;illustre sociologo Presidente, che negli alti e bassi del loro excursus storico ha tratteggiato i chiaroscuri, le quotidianit&agrave;, i pregi e i vizi, degli italiani &lsquo;dappertutto e rasoterra&rsquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ho sempre sostenuto che i Rapporti CENSIS andrebbero letti e studiati nelle scuole superiori perch&eacute; costituiscono il versante sociale della Storia e per fermo immagini e sfondi integratori ci permettono di comprendere chi siamo e da dove veniamo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma l&rsquo;Istituto di Piazza di Novella a Roma da tempo ha affinato l&rsquo;indagine sociale complessiva &ndash; ad annum- con ricerche e rapporti su ambiti argomentativi significativi, descrittivi e connotativi del quadro d&rsquo;insieme: sono aree tematiche che salgono dal basso, spinte da quella autopropulsione sociale che caratterizza la crescita di un Paese e sono colti ed approfonditi nelle loro evidenze emergenti ed esplicative, come aspetti di rilievo su cui fare anali e sintesi. Pochi giorni prima di questo evento sui ruoli genitoriali c&rsquo;era stata la presentazione del 21&deg; Rapporto sulla comunicazione, centrato sul sottotema dell&rsquo;informazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questa ricerca sull&rsquo;essere genitori oggi, c&rsquo;&egrave; un dato che, pi&ugrave; di altri, racconta il cambiamento profondo della societ&agrave; italiana: nel 1994 quasi una famiglia su due era composta da una coppia con figli; oggi quella percentuale &egrave; scesa al 29,2%. Nello stesso arco di tempo le famiglie unipersonali sono passate dal 21,1% al 36,2%. &Egrave; la fotografia di un Paese che in trent&rsquo;anni ha modificato radicalmente il proprio rapporto con la famiglia, con la natalit&agrave; e perfino con l&rsquo;idea stessa di futuro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il Rapporto del CENSIS &ldquo;Essere genitori oggi&rdquo; affronta il tema della genitorialit&agrave; non soltanto come questione privata o demografica, ma come uno dei principali indicatori della trasformazione culturale italiana.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La ricerca, discussa insieme a psicoterapeuti, sociologi ed esperti dell&rsquo;educazione, mostra infatti come diventare genitori non sia pi&ugrave; percepito come una naturale tappa della vita adulta, bens&igrave; come una scelta complessa, onerosa, emotivamente totalizzante e spesso attraversata da incertezze.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La crisi demografica come mutamento culturale &egrave; il contenitore tematico che illustra I dati raccolti dal CENSIS i quali delineano con precisione il ridimensionamento del modello familiare tradizionale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le coppie con figli, che nel 1994 rappresentavano il 47,9% dei nuclei familiari italiani, nel 2024 si attestano come gi&agrave; notato al 29,2%. Parallelamente aumentano le persone che vivono sole: dal 21,1% al 36,2%. Anche le coppie senza figli crescono sensibilmente, passando dal 17,8% al 20,2%.<strong></strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le nascite registrano un crollo del 32,4% rispetto agli anni Novanta. Se nel 1994 i nuovi nati erano circa 526 mila, oggi si attestano intorno ai 370 mila. L&rsquo;et&agrave; media della donna al primo figlio &egrave; passata da 27,7 anni a 31,9 anni, mentre i matrimoni sono diminuiti del 40,6%. Un dato comparativo aiuta a dimensionare l&rsquo;entit&agrave; del fenomeno: si prevede infatti che la popolazione della Nigeria crescer&agrave; entro il 2050 fino a 400 milioni di persone, diventando cos&igrave; la quarta a livello mondiale. Ma in tema di natalit&agrave; il dato pi&ugrave; interessante riguarda la tenuta del numero di 5 figli per donna: facile il confronto con i nostri dati e inevitabile la comparazione con i flussi migratori in Europa e in Italia al fine di comprendere il melting pot etnico a cui va incontro il mondo occidentale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sono numeri che raccontano una trasformazione profonda della societ&agrave; italiana. La denatalit&agrave; non appare pi&ugrave; soltanto come conseguenza della precariet&agrave; economica o dell&rsquo;assenza di politiche familiari efficaci, ma come effetto di un cambiamento antropologico e culturale in quanto la famiglia non costituisce pi&ugrave; il centro inevitabile della realizzazione personale. In una societ&agrave; dominata dall&rsquo;incertezza, dall&rsquo;individualizzazione e dalla fragilit&agrave; dei legami, la scelta di avere figli viene continuamente rimandata, ponderata, problematizzata.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Uno degli aspetti pi&ugrave; significativi del Rapporto riguarda il mutamento del significato simbolico della genitorialit&agrave;. Fino al Novecento il figlio rappresentava spesso continuit&agrave; familiare, dovere morale, appartenenza sociale, consuetudine quasi implicita e dovuta, specie nel contesto matrimoniale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Oggi, invece, la nascita di un figlio viene vissuta soprattutto come esperienza affettiva e identitaria: si potrebbe affermare che la scelta di procreare scaturisce da una decisione commisurata con rilevanze di tipo economico, lavorativo, di tenuta del nucleo familiare, in sostanza mettere al mondo un figlio implica un progetto di vita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Infatti secondo il Rapporto: il 70,4% degli italiani considera il figlio il modo principale per &ldquo;costruire una famiglia&rdquo;, il 37,3% collega la scelta genitoriale all&rsquo;amore di coppia, circa il 40% delle madri definisce la maternit&agrave; &ldquo;uno straordinario atto d&rsquo;amore&rdquo; mentre oltre il 60% ritiene che avere figli rappresenti ancora una delle esperienze pi&ugrave; importanti della vita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il figlio non &egrave; pi&ugrave; un evento naturale inscritto nel percorso adulto, ma un progetto emotivamente intenso, spesso idealizzato, sul quale si concentrano aspettative elevatissime. &Egrave; proprio questa sovrainvestitura simbolica a rendere la genitorialit&agrave; pi&ugrave; fragile e pi&ugrave; esposta all&rsquo;ansia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il dato forse pi&ugrave; significativo dell&rsquo;intero Rapporto &egrave; che il 79,2% degli intervistati ritiene che essere genitori oggi sia pi&ugrave; difficile rispetto al passato, a motivo dell&rsquo;insicurezza e della solitudine che hanno sostituito la continuit&agrave; generativa del passato e la solidariet&agrave; sociale (ci si aiutava, specie nei piccoli paesi, avere pi&ugrave; figli rendeva a un tempo le famiglie pi&ugrave; aperte sul piano relazionale).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le motivazioni di una inversione di tendenza evidenziate dai dati raccolti sono molteplici: il 35,7% indica il peso economico, il 18,4% denuncia la mancanza di tempo dovuta al lavoro, il 18,9% segnala la crescente complessit&agrave; delle richieste educative dei figli, oltre il 40% lamenta una generale assenza di sostegno sociale, pi&ugrave; della met&agrave; dei genitori dichiara di sentirsi spesso inadeguata nel ruolo educativo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si tratta di una debolezza generalizzata a fronte della complessit&agrave; delle consuetudini sociali, dal peso economico e burocratico, dalla sovraesposizione ai pericoli ricorrenti e diffusi tra i giovani (violenza, uso di sostanze, abitudini e frequentazioni). Giustamente il Prof. Magatti nel dibattito successivo al report dei dati ha sottolineato come debbano essere precisate le difficolt&agrave; genitoriali in rapporto all&rsquo;et&agrave; dei figli.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Emergono cos&igrave; nuove forme di fragilit&agrave; genitoriale. Il padre e la madre contemporanei appaiono costantemente chiamati a mediare tra aspettative sociali elevate, paura dell&rsquo;errore educativo e necessit&agrave; di garantire ai figli benessere emotivo, sicurezza economica e successo formativo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A differenza del passato, il modello educativo non si fonda pi&ugrave; sull&rsquo;autorit&agrave; verticale, il genitore contemporaneo dialoga, spiega, negozia, ascolta e tuttavia proprio questa trasformazione produce insicurezza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La perdita dei modelli tradizionali non &egrave; stata compensata dalla costruzione di nuovi riferimenti condivisi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&Egrave; significativo che cresca il ricorso al counseling educativo, al supporto psicologico e alla consulenza pedagogica. Temi un tempo marginali entrano oggi nella vita quotidiana delle famiglie perch&eacute; educare non viene pi&ugrave; considerata una competenza spontanea tramandata naturalmente tra generazioni, ma una pratica complessa che richiede supporto professionale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un capitolo centrale della ricerca riguarda il rapporto tra genitori, figli e tecnologie digitali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I dati sono particolarmente eloquenti: il 46,4% dei genitori consente l&rsquo;uso dello smartphone prima dei 10 anni, il 90,4% lo autorizza entro i 12 anni, il 55,1% utilizza sistemi di parental control, il 43% geolocalizza abitualmente i figli, il 32,5% degli studenti usa strumenti di intelligenza artificiale per svolgere compiti scolastici, il 66,7% degli intervistati &egrave; favorevole al divieto degli smartphone nelle scuole.</span><br /><span style="color: #000000;"> Questo paragrafo dovr&agrave; presto fare i conti con le reazioni suscitate nell&rsquo;opinione pubblica mondiale e recepite dai Governi nazionali, dopo la recente sentenza della Corte di Los Angeles che ha condannato alcune piattaforme social a risarcire vittime minori dopate dall&rsquo;uso continuativo e compulsivo dei mezzi tecnologici. Molti Stati si stanno attrezzando per porre un limite certificato di accesso ai social e ci&ograve; comporter&agrave; inevitabilmente il coinvolgimento e la collaborazione delle famiglie.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questi dati rivelano una delle contraddizioni pi&ugrave; evidenti della genitorialit&agrave; contemporanea poich&eacute; sovente I genitori introducono precocemente i figli nel mondo digitale, ma allo stesso tempo aumentano (non sempre) sorveglianza e controllo. &Egrave; come se la famiglia contemporanea oscillasse continuamente tra desiderio di autonomia e paura dell&rsquo;autonomia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La tecnologia diventa cos&igrave; insieme strumento educativo, forma di intrattenimento e mezzo di controllo. Il ricorso alla geolocalizzazione, al monitoraggio online e ai filtri digitali mostra quanto la percezione del rischio sia cresciuta all&rsquo;interno della societ&agrave; contemporanea.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Parallelamente cresce anche il disagio verso l&rsquo;eccessiva esposizione digitale delle nuove generazioni. La scuola, tradizionalmente luogo della trasmissione culturale, si trova oggi al centro di nuove tensioni educative legate alla distrazione permanente, alla perdita della concentrazione e all&rsquo;utilizzo dell&rsquo;intelligenza artificiale nei processi di apprendimento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Interessante &egrave; poi il paragrafo che segnala una persistente asimmetria di ruolo tra madri e padri: Il rapporto mette infatti in evidenza come la trasformazione della genitorialit&agrave; si intrecci con una ridefinizione ancora incompleta dei ruoli maschili e femminili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I dati mostrano che: il tasso di occupazione degli uomini con figli raggiunge il 91,7%, quello delle donne con figli si ferma al 61,5%, il 77,1% delle madri dichiara che avrebbe avuto bisogno di maggiori risorse economiche, l&rsquo;83,8% dei padri afferma invece di aver avuto bisogno soprattutto di pi&ugrave; tempo da dedicare alla famiglia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La maternit&agrave; continua dunque a incidere fortemente sulla condizione lavorativa femminile. Sebbene la partecipazione maschile alla cura dei figli sia cresciuta rispetto al passato, il carico organizzativo, emotivo ed educativo continua a gravare prevalentemente sulle donne.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La genitorialit&agrave; contemporanea appare quindi formalmente condivisa ma sostanzialmente ancora squilibrata. La figura paterna &egrave; oggi pi&ugrave; presente sul piano affettivo, ma non sempre pienamente coinvolta nella gestione quotidiana della vita familiare. In un prossimo saggio approfondiremo il tema della decadenza della figura paterna &ndash; con tutti i suoi impliciti e le sue cause &ndash; nella societ&agrave; contemporanea: le evidenze raccolte dalla ricerca dimostrano che si tratta di un tema che richiede ulteriori scandagli interpretativi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il Rapporto del CENSIS fotografa anche la crescente pluralit&agrave; delle forme familiari a motivo di un incremento delle famiglie monogenitoriali, delle separazioni, delle convivenze non matrimoniali, delle famiglie ricomposte e in generale dei nuclei affettivi meno stabili rispetto al passato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La famiglia contemporanea appare meno normativa e pi&ugrave; relazionale, non &egrave; pi&ugrave; garantita dalla permanenza istituzionale del legame, ma dalla qualit&agrave; emotiva della relazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questa trasformazione produce maggiore libert&agrave; individuale, ma anche una crescente fragilit&agrave; dei rapporti affettivi. Il nucleo familiare tende cos&igrave; a diventare uno spazio intensamente emotivo ma spesso meno stabile, pi&ugrave; esposto alle tensioni economiche, psicologiche e relazionali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il Rapporto &ldquo;Essere genitori oggi&rdquo; restituisce dunque l&rsquo;immagine di un&rsquo;Italia attraversata da una profonda trasformazione antropologica prima ancora che demografica, nell&rsquo;alveo di una societ&agrave; che fatica a immaginare il futuro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La genitorialit&agrave; continua a essere percepita come un valore fondamentale, ma diventa sempre pi&ugrave; difficile da sostenere dentro una societ&agrave; caratterizzata da precariet&agrave; economica, instabilit&agrave; relazionale, ipercompetizione educativa e individualizzazione dei percorsi di vita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il figlio non &egrave; pi&ugrave; un evento naturale del ciclo dell&rsquo;esistenza, ma una scelta ad alta intensit&agrave; emotiva, economica e psicologica. &Egrave; proprio questa intensificazione simbolica della genitorialit&agrave; a produrre rinvio, paura e senso di inadeguatezza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La crisi delle nascite, in questa prospettiva, non appare soltanto come un problema economico o statistico. Essa riflette la difficolt&agrave; collettiva di immaginare il futuro come spazio stabile, condiviso e affidabile entro cui trasmettere la vita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ed &egrave; forse proprio qui che il Rapporto del CENSIS coglie il nodo pi&ugrave; profondo della societ&agrave; italiana contemporanea: il desiderio di famiglia continua a esistere, ma si confronta ogni giorno con una realt&agrave; sociale sempre pi&ugrave; incerta, competitiva e frammentata.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Oggi pi&ugrave; che mai &ndash; parafrasando Tolstoij &ndash; le famiglie felici sono tutte uguali, tra quelle infelici ciascuna lo &egrave; a modo proprio.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">*&nbsp;<em>Fondazione Varenna per l&rsquo;infanzia e l&rsquo;adolescenza</em></span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-tempo-fragile-della-maternit-e-della-paternit/2732]]></guid>
					<pubDate>Sat, 23 May 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Una politica alla ricerca del colpo d'ala]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/una-politica-alla-ricerca-del-colpo-dala/2731]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Che viviamo ormai sospesi alla preparazione della prova elettorale del 2027 &egrave; una costatazione banale. Lo stanco e stiracchiato dibattito sulla riforma della legge elettorale ne &egrave; una prova, ma non &egrave; neppure l&rsquo;elemento determinante. La questione centrale &egrave; che tutti i partiti sono alla ricerca del colpo d&rsquo;ala che consenta a ciascuno di insediarsi stabilmente al centro della mente dell&rsquo;elettore. Ma &egrave; un&rsquo;impresa quasi disperata.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ovviamente un governo che cerca la riconferma deve puntare ad offrire a chi lo vota dei vantaggi: tutt&rsquo;altro che facile nelle attuali contingenze. La spiegazione &egrave; pi&ugrave; che semplice. Soldi a disposizione sostanzialmente non ce ne sono, si &egrave; gi&agrave; raschiato il fondo del barile per contenere gli effetti immediati della crisi iraniana e nessuno sa se e quando quella crisi potr&agrave; trovare un allentamento o una soluzione. Certi piani anche coraggiosi della premier come quello per un incremento dell&rsquo;edilizia popolare non convincono una popolazione abituata a considerare ogni programma politico pi&ugrave; o meno come promesse da marinaio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questo contesto Giorgia Meloni ha provato a giocare una carta pesante: ha scritto alla von dee Leyen chiedendo alla UE autorizzazioni alla revisione dei vincoli di bilancio a fronte della crisi energetica. In caso di risposta positiva avrebbe a disposizione non solo i soldi per intervenire a contenimento dell&rsquo;inflazione che pesa sulla capacit&agrave; di spesa dei cittadini (dal prezzo della benzina a quelli dei beni di consumo che vanno nel carrello della spesa), ma un successo di immagine niente affatto banale, perch&eacute; si presenterebbe agli elettori come una che conta sulla scena della UE.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nonostante l&rsquo;argomento, non banale invero, fatto presente a von der Leyen che se non si contengono gli effetti dell&rsquo;inflazione sui consumi sar&agrave; poi difficile spiegare ai cittadini che invece si spende per il pur necessario adeguamento delle spese per la Difesa, al momento la risposta europea non &egrave; entusiasmante e non sar&agrave; facile superare le solite remore dei cosiddetti frugali. C&rsquo;&egrave; per&ograve; un rischio in questa politica che Meloni non dovrebbe sottovalutare. Se la UE risponde picche, si porta acqua al mulino degli anti europeisti tipo Salvini e Vannacci e questo per la nostra premier non sarebbe un elemento che la rafforza sul piano elettorale (ma anche nelle lotte interne alla maggioranza).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">C&rsquo;&egrave; da chiedersi a questo punto come stiano reagendo le opposizioni a queste difficili contingenze. La risposta alla domanda &egrave; che sostanzialmente ad esse manca, come alla maggioranza, il colpo d&rsquo;ala per guadagnare davvero il centro della scena. Gli osservatori professionali vi spiegheranno che il cosiddetto campo largo &egrave; prigioniero di una duplice trappola: una politica populista che lo ancora ai mantra che ha profuso in questi anni; una lotta interna per capire come gestire una ipotizzata vittoria alle urne future, visto che non c&rsquo;&egrave; leadership che compatti una alleanza in cui ciascuno &egrave; fedele al proprio &ldquo;particolare&rdquo; (e una componente, il PD, di &ldquo;particolari&rdquo; ne ha anche una certa dovizia).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da un lato infatti le riforme che, a volte anche in modo fantasmagorico, propone l&rsquo;opposizione richiedono spesa e il bilancio dello stato che condiziona il destra-centro non sar&agrave; diverso da quello che erediter&agrave; un eventuale governo del campo largo vincitore delle elezioni. Non convince un elettorato sempre pi&ugrave; scettico la solita storiella che i soldi si trovano tagliando spese inutili e/o non produttive (quelle per la difesa sono le pi&ugrave; adatte a colpire le fantasie pacifiste): da un lato si &egrave; visto da molti decenni che a tagliare davvero in modo significativo non ci &egrave; riuscito nessun governo; dall&rsquo;altro le difficolt&agrave; economiche che vengono dalla attuale situazione internazionale non &egrave; che spariscono perch&eacute; ci sar&agrave; un governo di diverso colore. Il gioco dei condizionamenti e degli obblighi europei e internazionali &egrave; una variabile che si trasmette da un governo all&rsquo;altro e prescinderne pi&ugrave; o meno allegramente diventerebbe pi&ugrave; che rischioso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Una politica consapevole, di maggioranza o di opposizione, di tutto questo dovrebbe tenere il debito conto. Tuttavia ci&ograve; diventa, per gli uni e per gli altri, pressoch&eacute; impossibile nel momento in cui la regola &egrave;: nessuna trattativa e nessun riconoscimento all&rsquo;avversario. Lasciamo da parte qualche mossa scenografica che sta tentando qualche componente della maggioranza di governo, perch&eacute; tutto avviene nella serena fiducia che tutto ci&ograve; si fa tanto per dire, &nbsp;a respingere le aperture ci penseranno le chiusure preconcette degli avversari. Volont&agrave; di ragionare a partire da una comune analisi di quel che &egrave; possibile e di quel che ci si pu&ograve; aspettare nelle contingenze odierne non ce n&rsquo;&egrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da una parte e dall&rsquo;altra i partiti cercano il colpo d&rsquo;ala fittizio della comunicazione: l&rsquo;interpretazione interessata di quel che avviene nelle competizioni elettorali nei diversi paesi (da ultimo in Spagna), l&rsquo;enfatizzazione di vittorie o sconfitte in prove elettorali circoscritte, lo sfruttamento delle paure e/o delle rabbie di una opinione pubblica spaesata da tutto quel che succede.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Cos&igrave; non si va molto lontano, ma c&rsquo;&egrave; ancora una convinzione diffusa che per la prova elettorale definitiva ci sar&agrave; da attendere almeno un anno, dunque di tempo si ritiene ce ne sia. Intanto si vedr&agrave; con che sistema elettorale si affronteranno le urne, se la situazione economica rimarr&agrave; incerta e dunque si prester&agrave; ad essere analizzata con tante manipolazioni possibili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ricordare a tutti che cos&igrave; si buttano al vento momenti che col senno di poi si riveleranno centrali, &egrave; fiato sprecato.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/una-politica-alla-ricerca-del-colpo-dala/2731]]></guid>
					<pubDate>Wed, 20 May 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Oltre i metodi: educazione come relazione, libertà e infinità]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/oltre-i-metodi-educazione-come-relazione-libert-e-infinit/2730]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Nelle prime tre righe del saggio di Giancarlo Cesana sono riassunte in estrema sintesi le motivazioni ad averlo scritto: &ldquo;<em>Questo libro &egrave; una riflessione sulla mia esperienza di medico, psicologo ed educatore, con un grande debito nei confronti di Luigi Giussani, indimenticabile maestro di vita&rdquo;. </em>Emerge fin da subito un piglio narrativo che fa tesoro dell&rsquo;esperienza vissuta nei profili professionali descritti dall&rsquo;autore: non si tratta di un&rsquo;opera astratta ma del resoconto di una vita immersa in un contesto di relazioni umane che hanno sollecitato risposte all&rsquo;interrogativo posto dal titolo: &ldquo;Ed io che sono?&rdquo; che &egrave; un&rsquo;espressione di cui siamo debitori a Leopardi e che Cesana riprende e fa propria per spiegare come pedagogia e psicologia siano due aspetti complementari dell&rsquo;impegno educativo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un libro che descrive un percorso illuminato dal senso di infinito e dall&rsquo;idea di libert&agrave;, volutamente pratico nelle argomentazioni, propositivo nelle scelte da compiere, persino metodologicamente ed epistologicamente corretto ad una analisi sottoposta agli addetti ai lavori, a coloro &ndash; cio&egrave; &ndash; che si occupano di istruzione, formazione ed educazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;introduzione di Franco Nembrini e la prefazione del compianto Prof. Eugenio Borgna arricchiscono il testo soprattutto rispettivamente sotto il profilo della testimonianza e della condivisione e dal punto di vista dell&rsquo;ortodossia scientifica dell&rsquo;impostazione narrativa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Entrambe sono un valore aggiunto ed un imprimatur di liceit&agrave; ed apprezzamento condiviso dell&rsquo;impostazione colloquiale e connotativa voluta dall&rsquo;autore.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel suo <em>Ed io che sono</em>, Giancarlo Cesana affronta il rapporto tra psicologia ed educazione partendo da una domanda decisiva: che cos&rsquo;&egrave; la persona? La sua riflessione prende posizione contro una visione riduttiva che tende a subordinare la pedagogia alla psicologia, come se educare fosse semplicemente applicare modelli o schemi derivati da una scienza del comportamento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Uno dei nuclei pi&ugrave; significativi del libro &egrave; proprio questo: l&rsquo;educazione, per Cesana, non &egrave; una tecnica n&eacute; un insieme di procedure, ma un&rsquo;esperienza umana irriducibile a schemi ripetibili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Essa si realizza in un rapporto vivo tra persone, fondato sull&rsquo;ascolto, sulla relazione e sul dialogo. In questo senso, ogni tentativo di ridurre l&rsquo;azione educativa a un sistema prevedibile o controllabile finisce per tradirne la natura.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da qui deriva anche una critica implicita ai modelli semplificati e replicabili&mdash; del tipo stimolo-risposta o domanda-risposta &mdash; spesso utilizzati per descrivere i processi formativi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Cesana mostra come la formazione della persona non possa essere ridotta e contratta in modelli chiusi, perch&eacute; l&rsquo;essere umano &egrave; costitutivamente aperto, libero, non determinabile fino in fondo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se l&rsquo;educazione non &egrave; riducibile a una tecnica, allora non pu&ograve; nemmeno essere standardizzata.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da qui deriva una prima implicazione decisiva: ogni atto educativo &egrave;, in fondo, irripetibile.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non esistono protocolli validi in modo universale, perch&eacute; ci&ograve; che &egrave; in gioco non &egrave; un comportamento da correggere, ma una persona da incontrare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questa prospettiva, la pedagogia diventa essenzialmente relazione: ascolto autentico, dialogo reale, capacit&agrave; di lasciarsi interpellare dall&rsquo;altro. Non si tratta semplicemente di applicare strumenti didattici, ma di costruire un rapporto in cui l&rsquo;educatore riconosce l&rsquo;altro come soggetto libero e non come oggetto di intervento. &Egrave; qui che la critica agli schemi domanda-risposta acquista forza: tali modelli, pur utili in contesti limitati, risultano insufficienti quando si tratta della formazione della persona, perch&eacute; presuppongono una prevedibilit&agrave; che l&rsquo;esperienza umana non possiede.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;azione educativa, allora, si configura come un processo di individualizzazione dei percorsi. Non nel senso di un relativismo disordinato, ma come attenzione concreta all&rsquo;identit&agrave; irripetibile di ciascuno. Educare significa aiutare ogni persona a sviluppare s&eacute; stessa secondo la propria singolarit&agrave;, valorizzando inclinazioni, domande, tempi e modalit&agrave; proprie. Questo comporta una responsabilit&agrave; pi&ugrave; esigente per l&rsquo;educatore: non basta conoscere metodi, occorre saper giudicare la situazione concreta, adattando continuamente il proprio intervento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;educazione dunque &egrave; - come anticipato - segnata da due dimensioni fondamentali: l&rsquo;infinit&agrave;, cio&egrave; l&rsquo;apertura della persona a un significato che supera ogni riduzione e la libert&agrave;, intesa come capacit&agrave; di aderire consapevolmente alla realt&agrave; e al proprio percorso umano.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questa prospettiva restituisce all&rsquo;atto educativo una profondit&agrave; spesso dimenticata: educare non significa &ldquo;produrre risultati&rdquo;, ma accompagnare una persona nella scoperta della propria identit&agrave; e del senso della vita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il tono del libro &egrave; accessibile ma mai banale. Giancarlo Cesana alterna riflessioni teoriche a osservazioni concrete, rendendo il testo fruibile anche a chi non ha una formazione specialistica. Tuttavia, la sua posizione &egrave; chiara e non neutrale: propone una visione dell&rsquo;uomo che rifiuta ogni riduzionismo e rivendica la centralit&agrave; dell&rsquo;esperienza personale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nelle sue 160 pagine<strong> </strong><em>Ed io che sono?</em> &egrave; un libro che provoca pi&ugrave; che spiegare. Non offre ricette educative, ma invita a ripensare radicalmente il significato dell&rsquo;educazione stessa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Proprio per questo &egrave; particolarmente indicato per insegnanti, educatori e genitori che non vogliono limitarsi a &ldquo;metodi&rdquo;, ma interrogarsi sul senso profondo del loro agire.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il contributo di Giancarlo Cesana consiste dunque nel richiamare con forza che educare non &egrave; applicare schemi, ma incontrare persone. Proprio per questo, ogni autentica azione educativa &egrave; unica: nasce da una relazione irripetibile e si sviluppa come un percorso che valorizza l&rsquo;identit&agrave; singolare di ciascuno. In un contesto spesso dominato da logiche standardizzanti, questa posizione rappresenta una provocazione significativa e operativamente feconda.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/oltre-i-metodi-educazione-come-relazione-libert-e-infinit/2730]]></guid>
					<pubDate>Wed, 20 May 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Le famiglie affidatarie]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/le-famiglie-affidatarie/2729]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La cronaca racconta storie di minori a cui la vita sottrae la presenza e l&rsquo;accudimento dei genitori naturali. Pu&ograve; trattarsi di accertata incapacit&agrave; ad esercitare la responsabilit&agrave; genitoriale, di veri e propri abbandoni, di comportamenti valutati inadeguati dall&rsquo;autorit&agrave; giudiziaria, di pene detentive con l&rsquo;allontanamento del padre o della madre (o di entrambi) dal nucleo familiare, a volte di cause di forza maggiore (es. malattie) che impediscono ai genitori naturali di adempiere ai loro doveri. Cosa succederebbe a questi bambini (taluni in tenera et&agrave;) o adolescenti (che vivono una delle fasi pi&ugrave; delicate dell&rsquo;esistenza) se non subentrassero istituti giuridici di tutela in grado di farsi carico di questa assenza, attraverso la presa in carico dei minori e dei loro vissuti, cos&igrave; gravidi di sofferenza e di ferite nascoste? In assenza di parenti adeguati, la necessit&agrave; di un&rsquo;accoglienza sollecita e protettiva suggerisce un&rsquo;opzione comunitaria: quelle strutture che un tempo si chiamavano &ldquo;collegi&rdquo;. Qualche volta si tratta di una scelta voluta dai ragazzi stessi, pronti a tutto pur di sottrarsi a situazioni esistenziali insostenibili. Altre volte, pi&ugrave; spesso, di una soluzione vissuta con angoscia e desolazione, una sconfitta rispetto ai coetanei che hanno la fortuna di vivere in famiglia. Sovente la comunit&agrave; &egrave; un provvidenziale luogo di transito in attesa di una sistemazione pi&ugrave; stabile: quella di una famiglia affidataria dove pazientemente si pu&ograve; ricostruire un contesto di accoglienza e di affetti, di intimit&agrave; domestica, di regole condivise, di buon esempio. Ci sono famiglie che con pazienza e generosit&agrave; si rendono disponibili ad accogliere nella propria casa bambini e adolescenti e li curano, li accudiscono, si occupano di loro con l&rsquo;affetto e la dedizione di cui la vita per un motivo o per l&rsquo;altro li ha privati. Molto spesso si tratta di genitori affidatari che hanno gi&agrave; una loro prole e ci&ograve; per i bambini affidati alle loro cure si tratta di un valore aggiunto perch&eacute; possono vivere con coetanei l&rsquo;esperienza della nuova vita familiare. Sommessamente vorrei ricordare queste persone che fanno del bene, padri e madri che non fanno distinzione di amore per i propri figli e quelli altrui. Pur sapendo che un giorno forse dovranno restituirli alle famiglie naturali e non sar&agrave; un sollievo ma una rinuncia. Non sono genitori &ldquo;supplenti&rdquo; ma genitori per vocazione, che operano spesso in silenzio, gratuitamente, che non si fanno pubblicit&agrave;: in un mondo che ci sta abituando al male e al peggio il bene non fa mai notizia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;istituto giuridico dell&rsquo;affido non &egrave; una &lsquo;diminutio&rsquo; rispetto alla vera e propria adozione: differisce solo per la durata prevedibilmente a termine in vista di una restituzione ai genitori naturali ovvero in un successivo provvedimento di adozione che pu&ograve; riguardare gli stessi affidatari o altri.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sul piano delle cautele richieste per procedere ad un affido, tuttavia, &egrave; necessario verificare tutte le garanzie di adeguatezza, seriet&agrave;, disponibilit&agrave; oggettiva, condizioni economiche per il mantenimento, continuit&agrave; e requisiti morali dell&rsquo;impegno che ci si assume. Come detto i genitori affidatari sono consapevoli dei limiti temporali del mandato ma si tratta di persone che si prestano ad assumere questa responsabilit&agrave; per sottrarre i minori ad una fase di incertezza e precariet&agrave; della loro vita, come detto lo fanno per vocazione. Essere genitori non &egrave; un mestiere ma l&rsquo;espletamento di una relazione affettiva primaria che valorizza e amplia il ruolo naturale e sociale della famiglia.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/le-famiglie-affidatarie/2729]]></guid>
					<pubDate>Sat, 16 May 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Far politica nell'età dell'incertezza]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/far-politica-nellet-dellincertezza/2728]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Per chi si occupa di storia politica quel che sta succedendo in Gran Bretagna induce molte riflessioni. Per lunghi decenni il modello bipartitico del sistema inglese &egrave; stato considerato il meglio del costituzionalismo occidentale, il traguardo a cui dovevano puntare tutte le democrazie. Colpisce il triste tramonto del sistema fondato sull&rsquo;alternanza fra i &ldquo;tories&rdquo; (il partito conservatore) e, dopo i liberali, il &ldquo;labour&rdquo; (erede della tradizione progressista, anche liberale). La tornata di elezioni amministrative ha mostrato un paese che passa dall&rsquo;identificazione con i due partiti &ldquo;storici&rdquo; ad una frammentazione con molti soggetti nuovi e senza storia: il &ldquo;Reform UK&rdquo; di Nigel Farage populista di destra, un partito &ldquo;verde&rdquo; abbastanza confuso nelle sue proposte, il ritorno in scena alla grande dei nazionalismi in quello che doveva essere &ldquo;il Regno Unito&rdquo;, gli scozzesi, i gallesi, gli irlandesi, per non parlare di formazioni minori.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Perch&eacute; val la pena di riflettere su quanto &egrave; accaduto in Gran Bretagna? Non certo per compiacere la moda di vedere dappertutto presunti venti di destra populista o di sinistra radicale che segnerebbero un tornante nella storia politica dell&rsquo;Occidente, ma semplicemente per capire che la precedente organizzazione del quadro costituzionale attorno ad una competizione bipartitica, o almeno tendenzialmente tale, era frutto, l&agrave; dove si era rivelata possibile, di una lunga progressiva stagione di stabilit&agrave; in senso lato &ldquo;culturale&rdquo;: la scelta era tra un conservatorismo moderato e disposto ad accettare il cambiamento e un progressismo altrettanto moderato che proponeva dei cambiamenti che non scardinassero il quadro dei risultati raggiunti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&nbsp;Non solo in Gran Bretagna, ma in tutto l&rsquo;Occidente (altrove non c&rsquo;&egrave; un sistema storico di costituzionalismo consensuale) questo modello culturale, talora definito la politica del consenso, &egrave; andato in crisi. Siamo di fronte a cambiamenti profondi, talora percepiti razionalmente, talora mitizzati in immaginari angoscianti, che hanno sconvolto le pubbliche opinioni: la grande maggioranza si aspetta, per dirla con una frase fatta, che cos&igrave; non si possa andare avanti. Di qui la corsa di tutti i partiti, quelli tradizionali, ma anche, e forse ancor pi&ugrave; quelli di nuovo conio, di offrirsi all&rsquo;elettorato come &ldquo;quelli che hanno capito&rdquo; e che di conseguenza vogliono accreditarsi come disponibili, ma anche come preparati a gestire il grande cambiamento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;andamento &egrave; ovviamente diverso a seconda delle tradizioni di ciascun paese: lo shock per i cambiamenti &egrave; maggiore l&agrave; dove ci sono fenomeni collettivi di percezione delle rotture rispetto ad un passato, vero o per lo pi&ugrave; mitico. &Egrave; quanto si &egrave; verificato appunto in Gran Bretagna, dove da tempo c&rsquo;&egrave; la convinzione che non sia pi&ugrave; come una volta (di qui il rapporto controverso con l&rsquo;Europa, per esempio), ma anche in Germania per l&rsquo;eredit&agrave; delle fratture dell&rsquo;unificazione, senza le quali il successo di una componente come la AfD non &egrave; comprensibile. Qualcosa di simile si pu&ograve; vedere in Francia, dove alla crescista del Rassemblement National di Le Pen si contrappone la reazione del radicalismo estremista della France Insoumise di Melenchon.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il fenomeno tocca anche l&rsquo;Italia, dove si assiste ad un lungo governo della coalizione di destra centro a cui si contrappone la ricerca di consolidare una coalizione alternativa in nome di una alternativa in cui il collante &egrave; dato da una definizione di sinistra progressista che nega la legittimit&agrave; dei nuovi venuti descritti come reazionari (per la verit&agrave; neppur molto &ldquo;nuovi venuti&rdquo; perch&eacute; sono forze in vario modo presenti da almeno un trentennio come alternative di governo). Anche da noi la questione che si pone &egrave; come l&rsquo;elettorato, in specifico quella parte che partecipa perch&eacute; sino ad oggi siamo ad un astensionismo che sfiora il 50% degli aventi diritto, affronter&agrave; le prossime elezioni nazionali previste al pi&ugrave; tardi per l&rsquo;autunno del prossimo anno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come giocher&agrave; negli equilibri elettorali quella che si prevede essere una accentuazione degli elementi di crisi economica e sociale (facilmente prevedibile vista la situazione internazionale)? Con i sondaggi che danno le due coalizioni testa a testa, la domanda &egrave; se a prevalere sar&agrave; la voglia di affidarsi ad un rimescolamento delle carte o ad un mantenimento di quel che resta degli equilibri in essere, per malconci che possano essere. Al netto di quanto possano fare le manipolazioni del sistema elettorale (a cui si sta lavorando) e la redistribuzione dei consensi dei diversi circuiti dei ceti dirigenti che devono trovare casa, vecchia o nuova, fra i partiti in competizione (un elemento troppo sootovalutato), molto dipender&agrave; dall&rsquo;elaborazione delle analisi della crisi che le diverse componenti delle forze politiche riusciranno a far diventare patrimonio diffuso della nostra opinione pubblica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In definitiva un peso non marginale lo giocheranno le convinzioni circa il futuro che ci attende: se questo &egrave; dato da tutti per incerto e molto problematico, si sar&agrave; portati a scegliere fra l&rsquo;accettare l&rsquo;avventura di un nuovo assetto politico e il tenersi prudentemente la relativa nuova stabilizzazione determinata da una maggioranza politica abbastanza di nuovo conio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per ora entrambe le coalizioni contrapposte giocano a mantenere tutto sotto il segno dell&rsquo;ambiguit&agrave;. La sinistra promette un ridisegno degli equilibri, ma lasciando intendere che al tempo stesso poi le classi dirigenti rimarranno pi&ugrave; o meno quelle di una certa tradizione. Il destra-centro fa appello alla conservazione di un certo sistema di potere, anche se afferma di rivederlo in profondit&agrave; (ed offre spazio a chi cerca di risistemarsi). Per entrambi gli schieramenti ci sono molte obiezioni e critiche da fare a queste tattiche, fra il resto declinate con molte varianti dai membri dei partiti coalizzati, ma in definitiva molto dipender&agrave; dal contesto che avremo al momento del voto: in mancanza di una diffusa riflessione non partigiana sul nostro futuro, molto rester&agrave; in mano alle volubili, ed oggi scarsamente prevedibili, evoluzioni dei sistemi politici concorrenti nel formare il cosiddetto spirito pubblico: quello internazionale, quello europeo, quello economico, quello culturale.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/far-politica-nellet-dellincertezza/2728]]></guid>
					<pubDate>Wed, 13 May 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Perché Francesco è il primo italiano]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/perch-francesco-il-primo-italiano/2727]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Francesco d&rsquo;Assisi Patrono d&rsquo;Italia: questa &egrave; la consacrazione storica, culturale e religiosa di una primazia che ha molteplici aspetti che lo rendono il pi&ugrave; autentico rappresentante dell&rsquo;italianit&agrave; nel mondo, che lo si consideri sotto il profilo temporale, morale o spirituale. Piace questa definizione ad Aldo Cazzullo che l&rsquo;ha inventata &ldquo;assumendosene la responsabilit&agrave;&rdquo; fino ad emozionarsi per questa scelta. Francesco &egrave; primo perch&eacute; la sua figura &egrave; fondativa della nostra identit&agrave; nazionale, primo a scrivere quella meravigliosa poesia che &egrave; il Cantico delle Creature e ad inventare il presepe vivente, primo nell&rsquo;ispirare i pi&ugrave; grandi italiani della Storia, nell&rsquo;arte, nella letteratura e persino in politica, primo ad incarnare i valori di dignit&agrave; e uguaglianza di tutti gli uomini enunciati dal Vangelo, primo a trattare le donne da pari a pari, a prendersi cura dei fragili, dei deboli, dei bambini, degli emarginati, primo precursore dell&rsquo;Umanesimo che rappresenta un grande contributo di civilt&agrave; che l&rsquo;Italia &ndash; pi&ugrave; che originato altrove &ndash; ha coltivato e donato al mondo, primo ad amare la natura e a rispettarla fino a renderla &ldquo;sorella&rdquo; e ad esservi rappresentato in tutte le iconografie che lo descrivono, primo a considerare la povert&agrave; non una rinuncia o una imposizione ma un valore, come recentemente il Santo Padre Francesco ha ricordato e valorizzato fino ad assumerla come stile di vita fino alla sepoltura.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&ldquo;Di uomini cos&igrave; ne nasce uno ogni mille anni&rdquo;: prima Buddha, poi Ges&ugrave; e nel millennio successivo San Francesco, cos&igrave; l&rsquo;incipit della narrazione di Cazzullo, vice direttore ed editorialista del Corriere della Sera, autore di oltre trenta libri alcuni tradotti in molte lingue, profondo cultore e conoscitore della Storia e della presenza dell&rsquo;uomo in tutte le sue rappresentazioni, le epoche, i contesti antropologici, tenace assertore della ricerca e dell&rsquo;approfondimento dei fatti e dei personaggi che hanno caratterizzato vicende anche lontane nel tempo senza dimenticare &ndash; anzi ricordandoci &ndash; che tutto &egrave; sviluppo, concatenazione, sequenza dove ogni evento &egrave; spiegato da tutto ci&ograve; che lo ha preceduto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il fascino che Francesco di Assisi ha esercitato su di lui &egrave; abbagliante e questa folgorazione rende attuale ed esemplare la vita del &lsquo;santo poverello&rsquo;, in un mondo soggiogato dalle derive opposte: il dio denaro, l&rsquo;egoismo, la violenza, il sopruso, la sopraffazione, la disonest&agrave;, il rancore, l&rsquo;invidia. Guardando a lui ci rendiamo conto dello spaesamento valoriale, assiologico e ontologico contemporaneo: societ&agrave; fragile, liquida, globalizzata, senza vincoli etici e soggettivit&agrave; abbandonate all&rsquo;indifferenza e alla solitudine, in un mondo in cui non ci si parla pi&ugrave; con autenticit&agrave; e onest&agrave; intellettuale e morale (San Tommaso ci ricorda che il mondo va avanti, progredisce se gli uomini si dicono reciprocamente la verit&agrave; e sembra proprio che invece prevalgano doppiezza e mistificazione). Invece &ldquo;Il &lsquo;gusto&rsquo; di amare &ndash; mi aveva spiegato il Cardinale Tonini &ndash; &egrave; una sensazione ineguagliabile di pienezza della condizione umana, il modo pi&ugrave; autentico dell&rsquo;essere e dell&rsquo;esserci: &egrave; l&rsquo;amore per il prossimo, il rispetto del Creato, l&rsquo;esempio pi&ugrave; concreto e spendibile che possiamo attingere dalla vita di Francesco d&rsquo;Assisi. La sua figura evoca una bellissima descrizione di cui ci fa dono Sant&rsquo;Agostino:</span></p>
<p><span style="color: #000000;">questi uomini, questi santi sono come le montagne perch&eacute; le montagne sono le prime ad indicare l&rsquo;apparire, il sorgere del sole. Trovo che questa affermazione sia carica di una potenza espressiva straordinaria: cogliere per primi la luce, il calore: ci&ograve; che intimamente esprimeva in modo spontaneo e naturale San Francesco, non c&rsquo;era alcuna forzatura nel suo essere e nel suo fare ma solo la consapevolezza della necessit&agrave; di operare il bene. In un mondo di conflitti e insicurezze egli ci insegna la lezione impareggiabile della semplicit&agrave;, che sembra invece espunta dagli orizzonti morali e comportamentali del nostro tempo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non apparire ma essere, nella reciprocit&agrave; del donare il meglio di s&eacute;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Leggere la vita di Francesco ci aiuta a ritrovare la serenit&agrave; perduta, a dare il giusto peso alle cose , in un mondo insofferente che spesso fa rima con indifferente.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/perch-francesco-il-primo-italiano/2727]]></guid>
					<pubDate>Wed, 13 May 2026 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Le vie brevi della politica]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/le-vie-brevi-della-politica/2726]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La politica sembra aver abbandonato la scelta metodologica dell&rsquo;analisi e della sintesi, per imboccare la via della semplificazione minimalista. Non &egrave; solo un problema di stilemi linguistici e comunicativi, ci&ograve; che &egrave; venuto a mancare &egrave; il fondamento ideologico del discorso politico: si procede per sommi capi, banalizzando in modo riduttivo temi e appartenenze, si nota un impoverimento di riflessioni e prospettive. La personalizzazione dei partiti con il nome del leader nel simbolo &egrave; la rappresentazione pi&ugrave; eloquente di quella verticalizzazione del potere (sinonimo di crisi pi&ugrave; che di forza) a pi&ugrave; riprese stigmatizzata nei pi&ugrave; recenti Rapporti annuali del CENSIS. Nello stesso tempo, specularmente, questa sorta di possesso in capo ad una persona -che dovrebbe essere la pi&ugrave; rappresentativa dell&rsquo;apparato- nasconde (mica tanto) una struttura organizzativa interna basata sulla fedelt&agrave; e sul vassallaggio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci&ograve; si riflette, oltre il palinsesto partitico, anche nelle istituzioni perch&eacute; le candidature elettorali non vengono indicate per merito accertato ma sulla base di un rapporto fiduciario interno: in poche parole ci&ograve; significa che i prescelti &ndash; ad ogni livello di rappresentanza degli organi istituzionali &ndash; in genere non sono i migliori ma i pi&ugrave; affidabili portavoce dei vertici di partito.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questo modo il dibattito fondato su tesi argomentate &ndash; come accadeva nei congressi e dalle tribune delle formazioni politiche della famigerata e giubilata Prima Repubblica &ndash; viene sostituito dai siparietti televisivi dove l&rsquo;incaricato di turno espone formulette preconfezionate e senza contradditorio, con una semplificazione culturale persino stucchevole e retorica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Accade magari che una candidatura venga presentata a favore di chi si &egrave; reso protagonista di qualche gesto simbolico, di qualche bravata, di episodi di cronaca che meglio di una formazione culturale seria e di una preparazione solida e foriera di competenze utili, esprime il malcontento piuttosto che la proposta, il negazionismo invece che l&rsquo;ortodossia, la ribellione al posto del rispetto delle regole e della considerazione altrui. Di rappresentanti di questa caratura superficiale e carica di suggestioni emotive ma priva di razionalit&agrave; e costrutto ne abbiamo una discreta rappresentanza ad ogni livello istituzionale, dagli anti locali, al parlamento nazionale a quello europeo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nonostante la Costituzione sostenga il contrario, i capaci e meritevoli sono relegati nella categoria dei soccombenti per far posto a mediocri situazionisti, capaci pi&ugrave; di esprimere invettive preconcette che proposte degne di misurarsi in un confronto centrato su contenuti distintivi e dirimenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da molto tempo si dibatte sulla necessit&agrave; di un ricambio della classe dirigente ma pare che ogni concreta soluzione venga sistematicamente rinviata.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autoreferenzialit&agrave; diventa facilmente inazione, la conoscenza (intesa come studio, ponderazione, proposizione, applicazione) non la troviamo facilmente alla base della tassonomia dei valori e dei meriti effettivi perch&eacute; viene bandita dal dibattito politico che dovrebbe basarsi sul dialogo e sul confronto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si va avanti a tentoni, la preoccupazione maggiore &egrave; quella dell&rsquo;autoconservazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati apre ufficialmente la campagna elettorale delle politiche del 2027. Ma in Europa non stiamo meglio, e non mi riferisco solo all&rsquo;Italia. In questi giorni Mario Draghi (a pi&ugrave; riprese) ed Enrico Letta hanno stimolato i Paesi dell&rsquo;Unione verso una coesione d&rsquo;intenti e una struttura federale, per fronteggiare le sfide che il nuovo ordine mondiale, la tracotanza delle superpotenze e il neo colonialismo delle sfere d&rsquo;influenza stanno imponendo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autorevolezza dei personaggi e la pregnanza delle argomentazioni dovrebbero suggerire e stimolare un&rsquo;accelerazione verso il rafforzamento dell&rsquo;U.E: &ldquo;da 27 a uno&rdquo;&hellip;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma il Rapporto sul futuro della competitivit&agrave; europea presentato a settembre 2024 dall&rsquo;ex presidente della BCE, i suoi e recenti, aggiornati richiami e il sostegno competente e unisono del presidente dell&rsquo;Istituto di Studi politici Jacques Delors di Parigi nonch&eacute; decano dell&rsquo;IE University di Madrid, autore a sua volta di un Rapporto sul futuro del mercato unico dell&rsquo;U.E., carichi di motivazioni forti e coerente pragmatismo sembrano suggerire strade troppo coraggiose rispetto alle vie brevi in cui ristagna la politica nazionale ed europea.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/le-vie-brevi-della-politica/2726]]></guid>
					<pubDate>Sat, 09 May 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Salvare coscienza e pensiero dal bavaglio di burocrazia, tecnocrazia e conformismo]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/salvare-coscienza-e-pensiero-dal-bavaglio-di-burocrazia-tecnocrazia-e-conformismo/2725]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Da quando si &egrave; innervata nella vita quotidiana l&rsquo;ossessione del progresso, con l&rsquo;enfasi della modernit&agrave; e della post modernit&agrave;, tutto &egrave; andato maledettamente a complicarsi. Il miraggio del benessere ha divaricato la stratificazione sociale, il ceto medio (ex borghesia) si &egrave; impoverito, si sono create nicchie intoccabili di ricchezza (in parte colluse con il potere, in parte per una cancrena valoriale che ha virato decisamente al peggio) e sacche espandibili di povert&agrave;: lo certifica l&rsquo;Istat, lo conferma la Caritas, lo spiega il CENSIS. Tante cose sono cambiate a cominciare dal loro nome, abbiamo introdotto espressioni lessicali sempre pi&ugrave; contorte, sigle e acronimi indecifrabili ma siamo scivolati verso un impoverimento linguistico che ci preclude la comprensione della realt&agrave;, &nbsp;procedure sempre pi&ugrave; artefatte e complicate: e non mi riferisco solo all&rsquo;antica metafora della parola data e della stretta di mano (che pure anticipavano e risolvevano tanti garbugli), ora ci servono algoritmi, tecnologie sofisticate, mentre un uso distorto dell&rsquo;intelligenza artificiale atrofizza e sostituisce l&rsquo;uso di quella naturale. Disponiamo di mezzi di comunicazione dalle potenzialit&agrave; straordinarie ma non riusciamo pi&ugrave; a parlarci, a capirci a comprenderci, dalle beghe di condominio alle guerre devastanti. Non ci si ferma pi&ugrave;, siamo vittime delle sovrastrutture logiche e illogiche che abbiamo costruito ma abbiamo alla fin fine prodotto una criptica e caleidoscopica torre di babele. Nella societ&agrave; complessa, trasparente, liquida e digitale il senso del diritto ha prevaricato quello del dovere, cos&igrave; hanno fallito i singoli e le istituzioni. Il bisogno di intermediazione sociale non &egrave; stato soddisfatto dal decentramento gerarchico n&eacute; da quello autarchico. Le campagne elettorali hanno dello scandaloso: programmi zero e prevaricazione di lotte intestine e personali, mancano un&rsquo;idea di Stato e un modello sociale convincente. Prima, seconda terza e quarta Repubblica sono finzioni semantiche e persino storiche: non credo di essere il solo a pensare che staremmo meglio con meno apparati capaci di generare un effetto moltiplicatore di burocrazia. Il Risorgimento ci aveva consegnato un&rsquo;idea di nazione che ci univa, a poco a poco &egrave; stata disgregata nei mille rivoli degli egoismi locali &ndash; la globalizzazione ne &egrave; l&rsquo;alibi paradossale &ndash; meri centri di potere generatori di conflitti, sovrapposizioni, interferenze, contenziosi: dovevano servire a risolvere e semplificare e sono diventati il volano di problemi sempre pi&ugrave; complessi che allontanano i cittadini dalle istituzioni, una sorta di ritrazione silenziosa di massa alimentata da sfiducia e delusione. L&rsquo;autonomia si trasforma in privilegio, la discrezionalit&agrave; in sfida e spregio, trasparenza e privacy sono sapidi condimenti di una demagogia che affligge l&rsquo;immaginario collettivo, la stessa democrazia &egrave; in grave pericolo. Libero mercato, par condicio, sondaggi, digitalizzazione, counseling dei call center, influencer e imbonitori ci stanno imprigionando in una gabbia dalla quale difficilmente usciremo perch&eacute; il cambiamento continuo delle regole genera insicurezza. Ansia e depressione sono epifenomeni della sensazione del &ldquo;non farcela&rdquo;, si predica la sostenibilit&agrave; generazionale ma si diseducano i giovani con la pedagogia sociale del &lsquo;tutto &egrave; permesso&rsquo; mentre si isolano e si marginalizzano gli anziani a mero fardello delle logiche computazionali, vittime dei falsi miti dell&rsquo;efficienza e dell&rsquo;efficacia, in un mondo effimero dove alla fine siamo tutti pi&ugrave; soli. Burocrazia e tecnocrazia sono degenerazioni cancerogene che si frappongono all&rsquo;autenticit&agrave; delle relazioni umane, sono la fine del pensiero critico, la tomba delle identit&agrave;, il carcere dove lentamente si affievolisce la coscienza come sede dell&rsquo;intimo convincimento e della scelta tra il bene e il male. Citare Platone, Sant&rsquo;Agostino, Pascal, Kant, Dostoevskij sarebbe perfino impenetrabile alla comprensione dell&rsquo;immaginario collettivo contemporaneo. Ci basti sapere che ne scrive oggi Dan Brown ne &ldquo;L&rsquo;ultimo segreto&rdquo;: &ldquo;<em>Non c&rsquo;&egrave; tema pi&ugrave; importante della coscienza umana</em>&rdquo;. Non possiamo sfuggire a questa verit&agrave; che ci salva dal bavaglio degli apparati e dalla morte del pensiero.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/salvare-coscienza-e-pensiero-dal-bavaglio-di-burocrazia-tecnocrazia-e-conformismo/2725]]></guid>
					<pubDate>Wed, 06 May 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Un viaggio nell’isola artica di Grímsey tra solitudine, comunità e riscoperta di sé]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-viaggio-nella-isola-artica-di-gr-msey-tra-solitudine-comunit-e-riscoperta-di-s/2724]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Questo libro si muove su una linea sottile e affascinante: quella che separa il viaggio fisico dalla fuga interiore. Ambientato nella remota Gr&iacute;msey, oltre l&rsquo;Islanda, sulla linea di confine del Circolo Polare Artico, il racconto non &egrave; soltanto la cronaca di uno spostamento geografico verso il nord estremo, ma diventa presto il simbolo di una tensione universale: il desiderio di uscire dalla routine, di rompere i confini invisibili della quotidianit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autore compie ci&ograve; che molti immaginano soltanto. Parte, si allontana, attraversa il limite del conosciuto fino a raggiungere un luogo che, per posizione e atmosfera, sembra gi&agrave; appartenere pi&ugrave; al mito che alla realt&agrave;. E proprio qui il libro acquista forza: Gr&iacute;msey non &egrave; solo un&rsquo;isola battuta dai venti artici, ma diventa uno spazio mentale, una frontiera esistenziale dove il tempo si dilata e l&rsquo;identit&agrave; si ridefinisce.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questo approccio narrativo mi ricorda le interviste che ebbi modo di realizzare con Giovanni Soldini &ndash; il navigatore solitario - e Reinhold Messner &ndash; il grande alpinista re degli &ldquo;ottomila metri - due figure che incarnano concretamente ci&ograve; che il libro suggerisce sul piano simbolico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Entrambi raccontano il viaggio non tanto (o non solo) come conquista quanto piuttosto come relazione: con il mare, con la montagna, con i propri limiti. Il rispetto per la natura emerge come principio imprescindibile, mentre il senso del limite diventa una regola etica prima ancora che pratica o di adattamento e sopravvivenza. &Egrave; proprio questo aspetto a rendere le loro voci cos&igrave; potenti all&rsquo;interno della narrazione: non eroi invincibili, ma esploratori consapevoli della fragilit&agrave; umana.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci&ograve; che mi colpisce &egrave; come queste testimonianze dialoghino con il percorso dell&rsquo;autore, rafforzando l&rsquo;idea che l&rsquo;avventura autentica non sia mai una fuga avventurosa, irresponsabile e densa di incognite, ma un atto misurato, quasi disciplinato. Soldini e Messner mi avevano insegnato che spingersi &ldquo;oltre&rdquo; non significa ignorare il pericolo, bens&igrave; riconoscerlo e convivere con esso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Fin dall&rsquo;antichit&agrave;, opere come l&rsquo;Iliade e i grandi miti di esplorazione ci parlano di eroi che si spingono ai margini del mondo conosciuto. Qui quell&rsquo;archetipo ritorna sotto nuove forme: Leonardo Piccione sembra incarnare una versione contemporanea di Ulisse. Non pi&ugrave; guidato soltanto dalla sete di scoperta, ma anche da una ricerca interiore, da un bisogno di senso che attraversa il tempo, dal desiderio di conoscenza che &egrave; &ndash; anche eticamente &ndash; un bisogno consustanziale all&rsquo;animo umano, il desiderio di scoprire qualcosa di nuovo e non descritto ma in fondo anche l&rsquo;immedesimazione in una sorta di <em>recherche</em> interiore del tempo (inutilmente) perduto, come la definirebbe Marcel Proust.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Perch&eacute; &ldquo;<em>il vero viaggio di scoperta non consiste nel visitare nuove terre ma nell&rsquo;avere nuovi occhi</em>&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il bisogno insopprimibile di autenticit&agrave; che l&rsquo;omologazione culturale in cui siamo immersi sovente occulta e rende imperscrutabile.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La narrazione accompagna bene questa dimensione: descrizioni essenziali ma evocative, silenzi che pesano quanto le parole, paesaggi che riflettono stati interiori. Il freddo, l&rsquo;isolamento, la luce nordica diventano metafore di una spoliazione necessaria, quasi un rito di passaggio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non c&rsquo;&egrave; romanticizzazione eccessiva: il viaggio &egrave; anche fatica, solitudine, confronto con i propri limiti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Eppure, proprio in questo sta il cuore del libro. L&rsquo;autore realizza ci&ograve; che molti tengono &ldquo;nel cassetto&rdquo;: quel sogno di fuga che non &egrave; pusillanime nascondimento, astrazione, fuga dalla realt&agrave;, evasione, ma bisogno di autenticit&agrave;. Il lettore si ritrova inevitabilmente a chiedersi: partire &egrave; davvero un atto straordinario, o &egrave; restare immobili che richiede una forma diversa di coraggio?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ricordo le parole di Reinhold Messner che trovo calzanti per la narrazione evocata dall&rsquo;autore di questo affascinante libro edito da Neri Pozza: &rdquo;<em>Le dimensioni umane nascoste sono pi&ugrave; interessanti delle velleit&agrave; trionfalistiche</em>&rdquo;. Leonardo Piccioni non cita la tela di Penelope ma nel suo cuore sa bene che per ognuno che parte c&rsquo;&egrave; sempre qualcuno che ne attende il ritorno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In estrema sintesi &egrave; un libro che parla di un viaggio ma soprattutto di sorprendenti possibilit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non offre risposte definitive, ma apre uno spazio di riflessione: forse non tutti andremo mai fino a Gr&iacute;msey ma ognuno riconosce dentro di s&eacute; quel punto estremo dove desidera arrivare, anche solo per capire chi si &egrave; davvero.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autore di <em>&ldquo;Cose da fare di notte al Circolo polare Artico&rdquo;</em> appare fin dalle prime pagine come una figura sospesa tra due mondi: quello della quotidianit&agrave; da cui proviene e quello essenziale, quasi primordiale, che incontra nella remota Gr&iacute;msey. Il suo non &egrave; un semplice soggiorno, ma un attraversamento profondo, ai confini dell&rsquo;esperienza umana cos&igrave; come siamo abituati a concepirla.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci&ograve; che rende il libro particolarmente suggestivo &egrave; il modo in cui l&rsquo;autore sceglie di conoscere davvero l&rsquo;isola che lo accoglie. Non si limita a osservarla: la abita, ne accetta le regole implicite, si confronta con le difficolt&agrave; concrete di un luogo lontano da tutto, privo delle comodit&agrave; che nelle grandi citt&agrave; diamo per scontate.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Eppure, proprio in questa sottrazione emerge un valore aggiunto inatteso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La solitudine, anzich&eacute; essere vissuta come privazione, diventa una risorsa. Il silenzio non &egrave; vuoto, ma spazio fertile di ascolto. In questo contesto, l&rsquo;autore scopre una dimensione pi&ugrave; autentica del tempo e di s&eacute; stesso che &egrave; misura necessaria per comprendere il proprio posto nel mondo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Particolarmente toccante &egrave; il rapporto con la piccola comunit&agrave; dell&rsquo;isola: circa cinquanta abitanti che hanno scelto &mdash; o accettato &mdash; una vita fatta di ritmi lenti, essenziali, profondamente legati alla natura. Non c&rsquo;&egrave; traccia di nostalgia per le grandi citt&agrave;, n&eacute; desiderio di scambio con un modello di vita pi&ugrave; comodo ma anche pi&ugrave; frenetico. Al contrario, emerge una forma di equilibrio silenzioso, quasi invisibile agli occhi di chi &egrave; abituato al rumore e all&rsquo;urgenza, al doverismo rendicontativo quotidiano.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autore osserva e progressivamente si integra in questo microcosmo umano, cogliendone la coerenza profonda: vivere in un luogo cos&igrave; estremo significa adattarsi, ma anche scegliere consapevolmente un altro modo di esistere. Una vita immersa in paesaggi incontaminati, dove la natura non &egrave; sfondo ma presenza dominante, con cui entrare in relazione ogni giorno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come nelle grandi narrazioni epiche &mdash; come per Ulisse &mdash; anche qui il viaggio si rivela essere, in ultima analisi, un ritorno: non tanto verso casa quanto piuttosto verso una verit&agrave; pi&ugrave; essenziale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E forse &egrave; proprio questo il dono pi&ugrave; grande che l&rsquo;isola offre all&rsquo;autore &mdash; e, attraverso lui, al lettore.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un libro da leggere &ndash; dunque - &nbsp;per coltivare la gratuit&agrave; del sogno che tutti ci accomuna, comprensibile deriva dell&rsquo;insoddisfazione umana dove lo spazio non &egrave; soltanto una dimensione materiale ma una rappresentazione interiore: cercare un&rsquo;isola per isolarci da un contesto dove la globalizzazione sta comprimendo il <em>genius loci, </em>per essere, farci noi stessi &lsquo;isola&rsquo; ed ascoltare la voce primordiale della natura sfrondata da quel superfluo che troppo spesso finiamo per confondere con il necessario.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-viaggio-nella-isola-artica-di-gr-msey-tra-solitudine-comunit-e-riscoperta-di-s/2724]]></guid>
					<pubDate>Sat, 02 May 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Social, la questione delle fonti]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/social-la-questione-delle-fonti/2723]]></link>
					<description><![CDATA[<p>Il processo apertosi davanti alla Corte Superiore di Los Angeles il 18 febbraio e conclusosi il 25 marzo 2026 con la sentenza di condanna di Meta e Google (YouTube) a risarcire i danni ad una ragazza per i danni psicologici provocati dalla dipendenza digitale dall&rsquo;uso continuato e intensivo delle piattaforme social, ha destato scalpore al pari di quanto storicamente accaduto in passato negli USA alle lobby del tabacco e dell&rsquo;alcool. In particolare i vulnus di colpevolezza sono stati evidenziati nelle omesse azioni di responsabilit&agrave; e vigilanza rispetto allo scrolling infinito, al tipo e alla qualit&agrave; delle notifiche e ai suggerimenti mirati che prescindono dalla considerazione dell&rsquo;et&agrave; degli utenti.</p>
<p>Ma nel merito e oltre il dato tecnico la condanna ha assunto il significato di una presa di coscienza riguardo alle conseguenze che possono essere provocate specialmente in danno di bambini e adolescenti dalla navigazione incontrollata e senza una rete di protezione rispetto al discernimento dei contenuti visionati - per i quali non esistono filtri o limiti di fruizione -&nbsp;&nbsp; e alla immedesimazione emotiva &ndash; con evidenti conseguenze comportamentali &ndash; che i giovani utenti metabolizzano a seguito di una sovresposizione intensiva e perdurante nel tempo fino a creare una sorta di dipendenza virale, con distonie e patologie da malassorbimento. Una vera e propria overdose di un mix pernicioso, fino a diventare letale, tra virtuale e digitale che allontana e separa dalla coscienza del mondo reale.</p>
<p>Il fatto che la sentenza abbia provocato un&rsquo;ondata planetaria di reazioni e abbia stimolato una presa di coscienza sulla consapevolezza delle conseguenze derivanti dalla full-immersion nelle piattaforme social va considerato positivamente anche se non ci si pu&ograve; esimere dall&rsquo;osservare come solo il pronunciamento deciso e severo di una Corte di giustizia abbia indotto autorit&agrave; e addetti ai lavori ma anche lo stesso generale e prevalente pensiero condiviso (finora ovattato in una specie di torpore indifferente, come se l&rsquo;abitudine e la consuetudine dilagante non fossero meritevoli di maggiore attenzione e discernimento) ad una problematizzazione del fenomeno rimarcato e sancito in tutta la sua nociva e colpevole evidenza per la via giudiziaria, fino ad ipotizzare l&rsquo;adozione di misure di controllo e contenimento e di veri e propri limiti cogenti adottabili in via normativa.</p>
<p>Nello specifico la questione dell&rsquo;adozione di misure restrittive all&rsquo;accesso ai social sta interessando molti Paesi a livello mondiale: ad esempio l&rsquo;Australia &egrave; stata &lsquo;pioniera ante-litteram&rsquo; in questo campo, infatti dal 10 dicembre 2025, quindi prima della sentenza USA, i minori di 16 anni non possono pi&ugrave; creare o mantenere account su piattaforme come Facebook, X, Threads, Snapchat, Instagram, TikTok, Twitch, Reddit e YouTube di Google.</p>
<p>I provider che violano la legge rischiano sanzioni fino a 50 milioni di dollari australiani (28 milioni di euro). In Europa la Danimarca sta predisponendo un provvedimento legislativo che vieti l&rsquo;accesso</p>
<p>ai minori di 15 anni attraverso l&rsquo;accertamento dell&rsquo;identit&agrave; elettronica, allo stesso modo intende comportarsi la Francia che sta mettendo a punto un progetto denominato <em>France Identit&eacute;,</em> insistendo sul concetto di identit&agrave; digitale che verr&agrave; collegata ai profili social personali.</p>
<p>L&rsquo;intenzione di Macron &egrave; quella di puntare l&rsquo;indice contro la navigazione in incognito (&ldquo;&laquo;<em>Le piattaforme possono verificare l&rsquo;et&agrave;, lo facciano</em>&raquo;) e di creare una sorta di barriera di controllo gi&agrave; sotto il compimento della maggiore et&agrave;. Analogamente si sta orientando l&rsquo;Estonia mentre in Spagna</p>
<p>una proposta di legge prevede che i minori di 16 anni possano accedere a social network, forum, piattaforme di comunicazione o altre frequentazioni virtuali che comportino l&rsquo;uso dell&rsquo;intelligenza artificiale generativa solo con il consenso esplicito dei genitori, ma ci si sta orientando verso un&rsquo;et&agrave; minima di fruizione di 14 anni, considerate le devianze comportamentali negative negli adolescenti che stanno dilagando ovunque. Austria, Germania e Grecia stanno studiando misure analoghe ispirandosi al modello australiano, un vero apripista in materia. Anche in Italia un disegno di legge prevede il divieto di accesso alle piattaforme social per gli adolescenti sotto i 15 anni, come ribadito di recente dal Ministro dell&rsquo;Istruzione e Merito Sen. Valditara.</p>
<p>Insomma il volano del ripensamento e delle contromisure rispetto ai danni provocati dai social ha preso l&rsquo;abbrivio: non &egrave; solo una reazione al dilagare dell&rsquo;utilizzo incontrollato delle piattaforme poich&eacute; si sta constatando l&rsquo;incidenza di questa deriva rispetto all&rsquo;aumento dei casi di comportamenti dissociativi negli adolescenti (con una caduta vertiginosa verso il basso, quanto all&rsquo;et&agrave; dei protagonisti) che agiscono individualmente o in gruppo con un devastante innalzamento della gravit&agrave; dei reati, dal cyberbullismo, al revenge porn, dall&rsquo;utilizzo improprio di dati e immagini personali, all&rsquo;uso di armi e coltelli per colpire, ferire o uccidere.</p>
<p>Qualcuno non vuole che le si chiami baby-gang perch&eacute; il fenomeno associativo &egrave; pi&ugrave; indotto e spontaneo che aggregato secondo uno statuto malavitoso: le bravate dei maranza ricordano molto bene &ndash; tuttavia &ndash; le <em>maras</em> sudamericane, importate come modelli di riferimento comportamentale negativo e orientato alla commissione di azioni delittuose e di violenza, sopraffazione, devianza criminale. Le evidenze riscontrate nei sempre pi&ugrave; frequenti casi che finiscono nelle aule giudiziarie minorili per le quali si oscilla tra l&rsquo;applicare la giustizia riparativa e l&rsquo;infliggere pene pi&ugrave; severe non sempre possono essere prevenute con la narrazione sul lettino dello psicanalista, poich&eacute; esplodono in maniera incontrollata e senza remore. Quanto la frequentazione intensiva, ossessiva e compulsiva delle piattaforme social possa incidere su questi comportamenti devianti lo si pu&ograve; riscontrare scandagliando i modelli esistenziali negativi che si rinvengono in queste navigazioni allo sbaraglio.</p>
<p>In quasi tutti i Paesi che stanno adottando misure restrittive l&rsquo;incipit ad una presa di coscienza pi&ugrave; consapevole dei danni provocati dai social &egrave; stato generato da frequenti casi di azioni delittuose o di suicidi tra giovani e giovanissimi. Analizzando il fenomeno e risalendo alle &ldquo;fonti generative&rdquo; delle devianze si riscontrano almeno tre concause: 1) l&rsquo;impostazione delle piattaforme, i loro contenuti e l&rsquo;accesso facilitato e senza limiti; 2) la dimensione sociale e lata della frequentazione dei social che interessa in primis gli adulti con una smisurata produzione di esempi negativi e inappropriati per i minori; 3) il ruolo della famiglia, spesso disattenta ove non colpevole nel controllo dei propri figli e delle loro abitudini.</p>
<p>In questa sede si vogliono considerare le restrizioni principali che le piattaforme social dovrebbero introdurre per ottenere misure efficaci e orientate ad una netta inversione di tendenza.</p>
<p>E&rsquo; di tutta evidenza che devono essere i singoli governi e i parlamenti nazionali, le istituzioni internazionali, le autorit&agrave; di controllo e tutela (si pensi al ruolo che potrebbe esercitare la figura del Garante per l&rsquo;infanzia e l&rsquo;adolescenza qualora fosse strutturalmente dotato di competenze certe nell&rsquo;area delle tecnologie e del web, oltre che legittimato nell&rsquo; emanazione di misure restrittive, di censura o di divieto) a stabilire le regole dell&rsquo;uso dei social, i limiti di et&agrave; nell&rsquo;accesso, i contenuti consentiti e quelli non ammessi, facendo opera di prevenzione e stabilendo i paletti oltre i quali scattano le sanzioni. Si pone quindi un problema delle fonti per capire fino a quando il concetto di libero mercato e libera informazione non si ripercuotano negativamente in una sorta di pedagogia del male: le piattaforme social non possono essere pi&ugrave; generate e gestite senza un controllo preventivo e di merito, pena per i loro gestori il dover finire davanti all&rsquo;ennesima corte di giustizia per rispondere di reati che devono essere prevenuti.</p>
<p>Chiaramente la questione tocca anche il nodo degli interessi commerciali che tuttavia non devono prevalere sui principi etici di tutela dei bambini e degli adolescenti, nella veste di fruitori inconsapevoli e danneggiati. Prevenzione e sanzione sono i due strumenti che gli Stati dovranno adottare senza indugi per fronteggiare e possibilmente fermare un fenomeno che sta diventando il prevalente <em>ubi consistam</em> negativo di una intera generazione a livello planetario.</p>
<p>C&rsquo;&egrave; il preciso dovere di intervenire, legiferare, correggere, punire.</p>
<p>Le principali aree di intervento preventivo e restrittivo da adottare in via normativa, con riguardo alle fonti di produzione dei social dovrebbero riguardare i seguenti aspetti.</p>
<p>Innanzitutto l&rsquo;et&agrave; di accesso, con divieto assoluto sotto i 13 anni e restrizioni sotto i 16 anni, con limitazioni correlate all&rsquo;et&agrave;, considerando le potenziali devianze.</p>
<p>Le piattaforme dovranno pertanto realizzare rigorose metodologie di controllo e accertamento dell&rsquo;et&agrave; effettiva dei fruitori.</p>
<p>Occorre puntare sul rafforzamento dell&rsquo;azione preventiva e di monitoraggio delle famiglie, potenziando il cd. &ldquo;parental control&rdquo;, collegando ad es. l&rsquo;account del figlio a quello di un genitore.</p>
<p>Naturalmente &egrave; parimenti necessaria una consapevole e fattiva collaborazione a livello domestico.</p>
<p>Introdurre misure di contenimento alle dipendenze algoritmiche come l&rsquo;infinite scroll (lo scorrimento infinito) e l&rsquo;autoplay automatico dei video per i minori, per evitare importazione/esportazione di immagini e foto non consentite.</p>
<p>I cookie di profilazione e gli strumenti di tracciamento utilizzati a scopi pubblicitari non possono essere installati prima che l'utente abbia espresso il proprio consenso esplicito e informato: e qui si rinnovano i compiti di collaborazione dei genitori poich&eacute; esercitano per i figli minori il dovere della responsabilit&agrave; genitoriale. Le impostazioni predefinite devono essere le pi&ugrave; restrittive possibile. Ci&ograve; in applicazione delle regole in materia di tutela dei dati personali come stabilito dal GDPR 679/2016, normativa europea talmente avanzata da essere fonte di ispirazione in materia di privacy anche in altre parti del mondo.</p>
<p>Le tre concause distorsive sopra evidenziate richiamano la necessit&agrave; di adottare misure adeguate sul piano legislativo e non possono essere affidate alla buona volont&agrave; o a generiche e non verificabili dichiarazioni di intenti. Ma come richiamato la fonte primaria su cui intervenire riguarda le piattaforme social, i loro contenuti, i tempi di accesso e le modalit&agrave; di fruizione poich&eacute; &egrave; giunto il tempo di una radicale inversione di tendenza rispetto alla globalizzazione massimalista del &lsquo;tutto &egrave; consentito&rsquo;.</p>
<p>Se vogliamo che famiglia e scuola siano messe in condizione di esercitare i loro compiti di collaborazione, educazione, controllo dobbiamo responsabilizzare le aziende tecnologiche che agiscono a livello mondiale affinch&eacute; modifichino le attuali piattaforme e tutte le connesse applicazioni, per evitare il pernicioso perdurare di una &lsquo;torre di babele&rsquo; dove si sta purtroppo esplicitando una deriva di doping digitale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* Fondazione Varenna per l'infanzia e l'adolescenza</p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/social-la-questione-delle-fonti/2723]]></guid>
					<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Titanic Europa]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/titanic-europa/2722]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autore di questo lucido e impietoso saggio edito da Liberilibri - il giornalista e scrittore Giulio Meotti, storica firma de &rsquo;Il Foglio&rsquo; &ndash; ad un certo punto della sua introduzione definisce <em>&ldquo;l&rsquo;Unione europea &hellip; una nave alla deriva senza motore, timone e bussola, con un equipaggio sull&rsquo;orlo dell&rsquo;ammutinamento e ignara che il capitano ha un flute di champagne in mano mentre il Titanic affonda. </em>La metafora del Titanic che si inabissa &egrave; ricorrente nella considerazione del Vecchio continente come possibile naufragio nel pi&ugrave; ampio contenitore del mondo occidentale, considerando le derive storiche e quelle pi&ugrave; attuali dove si evidenziano dinamiche involutive alle quali non si riesce a metter mano, quasi si trattasse della lenta agonia che porta ad un destino gi&agrave; scritto. Ben altre erano le premesse dopo la seconda guerra mondiale, il progetto volgeva lo sguardo ad una Comunit&agrave; di Stati che salvaguardando le tradizioni identitarie nazionali costruisse una realt&agrave; politica, istituzionale e organizzativa che le trascendesse in nome di un interesse superiore e condiviso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Secondo Meotti l&rsquo;Europa assomiglia ancora oggi (e forse pi&ugrave; di ieri) ad una &ldquo;Eutopia&rdquo;, una sorta di immaginifica rappresentazione di un luogo ideale di pace e benessere a cui si aspira e che ci si prefigge di costruire: la dimensione continentale, lata ed estesa, dell&rsquo;allegoria della &lsquo;citt&agrave; del sole&rsquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In realt&agrave; il &rdquo;modello europeo&rdquo;, che si basa su un difficile compromesso tra Stato sociale, multiculturalismo e crescita economica, sembra sopravvivere come astratta rappresentazione di un&rsquo;idea che resta tale, nelle divisioni e nelle incomprensioni di Stati e Nazioni legati agli interessi nazionali prevalenti ma erosi nelle loro tradizioni,&nbsp; incapaci di spiccare il volo verso il pragmatismo di sintesi efficaci e di un disegno comune e condiviso: nella struttura federale, nelle economie, nella politica fiscale, nella difesa dei confini, nelle potenzialit&agrave; della forza militare (seppure in chiave difensiva).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Probabilmente aveva ragione Sylvie Goulard quando descriveva i pericoli di un frettoloso ed eccessivo allargamento degli Stati membri dell&rsquo;U.E., un mismatch caleidoscopico e di difficile ricomposizione verso convergenze unitarie, iconografia di un&rsquo;Europa &ldquo;grande da morire&rdquo; dove le delegazioni nazionali sono riunite in estenuanti e costose sedute permanenti a Bruxelles, mentre i distinguo e le primazie rappresentative tra Parlamento, Consiglio e Unione prevalgono sulle convergenze &nbsp;o dove le iniziative pi&ugrave; coraggiose sono affidate alla nicchia degli Stati volonterosi, senza rimuovere veti incrociati e divergenze ostative e paralizzanti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Cos&igrave; come va letto oggi il costante e finora inascoltato richiamo di Mario Draghi (&lsquo;<em>non c&rsquo;&egrave; tempo da perdere&rsquo;</em>) ad una visione unitaria sorretta da azioni sollecite e concrete, reiterato in pi&ugrave; occasioni dopo il Rapporto sul futuro della competitivit&agrave; europea presentato nel 2024.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel frattempo, secondo Meotti ma certamente le proiezioni statistiche lo confermano, saremo travolti da ondate migratorie che porteranno milioni di persone da Africa, Asia e Medio Oriente nelle nostre citt&agrave;, la pi&ugrave; grande ondata umana della storia che estirper&agrave; le radici e sommerger&agrave; le identit&agrave; sotto uno tsunami demografico, che contribuir&agrave; a dissolvere i punti di riferimento e ogni radicato e millenario genius loci, a cancellare le singolarit&agrave; nazionali e a rendere i popoli pi&ugrave; malleabili, pi&ugrave; anonimi, pi&ugrave; intercambiabili. Si prevede che la popolazione europea diminuir&agrave; del 5 % entro il 2050, ma addirittura del 17 % tra i 25 e i 64 anni: ricordo che in un&rsquo;intervista che realizzai con lui l&rsquo;illustre demografo e allora Presidente dell&rsquo;ISTAT prof. Giancarlo Blangiardo mi spieg&ograve; che entro la stessa data la popolazione della Nigeria superer&agrave; i 400 milioni e sar&agrave; la quarta al mondo (conservando un tasso di natalit&agrave; di 5 figli per donna). Citato da Meotti il professor Stein Emil Vollset &ndash; considerando il futuro delle nascite &ndash; ci ricorda che nel mondo avremo contemporaneamente un baby boom in alcuni Paesi e un baby disastro in altri.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;&rsquo;Africa subsahariana, ad esempio, da un miliardo e 200 milioni, passer&agrave; 3 miliardi e mezzo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non sono affermazioni che aprono alla xenofobia, sono semplicemente descrizioni: Meotti propone esempi di status attuale e di proiezione nei vari Paesi europei, la lettura dei dati &egrave; consigliata ma allucinante. Si pu&ograve; citare Birmingham &ndash; cuore pulsante e officina della GB, seconda citt&agrave; dopo Londra con un milione e mezzo di abitanti- per alcuni dati eclatanti: nel quartiere popolare di Small Heath, nella zona orientale della citt&agrave;, il 95 per cento della popolazione &egrave; musulmana, nell&rsquo;area urbana ci sono gi&agrave; ora duecento moschee, la maggior parte dei negozi ha insegne in arabo, come spiega Matt Goodwin: &lsquo;<em>Una citt&agrave; in cui meno della met&agrave; dei residenti &egrave; inglese, uno su tre &egrave; musulmano, la stragrande maggioranza degli alloggi popolari &egrave; andata a persone che non sono nate nel Regno Unito, uno su sette rifiuta apertamente un&rsquo;identit&agrave; britannica e pi&ugrave; di uno su cinque vive in famiglie in cui gli adulti non parlano inglese come lingua principale&rsquo;</em>. (M. Goodwin, <em>What happened to Birmingham?</em> in www.mattgoodwin.org, 28 marzo 2025). Ci&ograve; in epoca di Brexit. &nbsp;Ma questa tendenza vale in misura diversa per ogni Pese europeo, dal Portogallo all&rsquo;Ungheria, alla Grecia, alla Polonia. Quanto all&rsquo;Italia -che &egrave; destinata a diventare un vasto mercato immobiliare per bed and breakfast e lo vediamo gi&agrave; oggi nelle principali citt&agrave; - basti anticipare che nel 2100 avr&agrave; un tasso di un solo figlio per coppia, di cui per met&agrave; in famiglie di migranti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Assisteremo ad una inversione del trend inarrestabile di crescita della popolazione mondiale che il biologo americano Edward Osborne Wilson aveva preconizzato, ponendo un semaforo rosso di compatibilit&agrave; ambientale e sostenibilit&agrave; antropologica al superamento dei 6 miliardi di abitanti (e siamo gi&agrave; vicini agli 8 miliardi) o meglio si verificheranno trend di denatalit&agrave; in Europa e nel mondo occidentale compensati da flussi migratori provenienti &ndash; come detto &ndash; principalmente dall&rsquo;Africa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La stessa Cina &egrave; avviata ad un dimezzamento della popolazione attuale. Quanto tutto questo potr&agrave; influire sulle realt&agrave; socio economiche dei Paesi interessati &egrave; facilmente intuibile: invecchiamento e carenza di forza lavoro giovanile nella popolazione nativa e graduale (ove non esplosiva) sostituzione etnica. Considerando queste previsioni in rapporto al trastullarsi dell&rsquo;Occidente -e dell&rsquo;Europa in particolare- in quisquilie di piccolo cabotaggio consolidando solo rendite di posizione senza alcuna previsione programmatica sul futuro, o se ne prende atto come di un processo irreversibile o si inorridisce immaginando a quale rivoluzione culturale e di civilt&agrave; i nostri figli e nipoti saranno destinati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Senza cadere in eccessi retorici l&rsquo;Europa sembra vivere gli aspetti deteriori dei cascami politici, economici e sociali della globalizzazione in una prospettiva di dissolvenza incrociata: anemica e debole, esausta e fragile, pur se forte di una cultura ineguagliata e di cime inarrivabili di pensiero, muove passo dopo passo verso un incolore limbo dell&rsquo;indeterminato. &ldquo;<em>L&rsquo;Islam politico parla la lingua di Eutopia. Ha preso il linguaggio dell&rsquo;Occidente, l&rsquo;ha spogliato e l&rsquo;ha usato come una maschera in nome di inclusione e diversit&agrave; (cose che non esistono nei Paesi islamici). E dietro questa maschera c&rsquo;&egrave; una barbarie che si autodefinisce &ldquo;vittima&rdquo;. In questo Occidente addolcito che si scusa di esistere, che ama i suoi carnefici e odia i suoi alleati, ai giovani viene insegnato che la verit&agrave; non esiste, ma che tutto &egrave; narrazione&hellip;. C&rsquo;&egrave; una tragica bellezza in questa Eutopia: quella delle democrazie che tendono la mano a chi vuole sottometterle&rdquo;. &nbsp;</em>Questo passaggio testuale del libro di Meotti spiega il vulnus di fondo colto dall&rsquo;autore: divisioni e debolezze, luoghi comuni e retorica del bene comune, relativismo multiculturale, falsi miti (come trasparenza e privacy, integrazione coatta, rispetto e riguardo cedevoli e non ricambiati, pentimento dei propri simboli e autoflagellazione per non offendere quelli altrui) sono i passaggi in cui l&rsquo;Europa perde la sua storica primazia culturale e di civilt&agrave; e si consegna arrendevole alla soccombenza, cede il passo alla radicalizzazione e alla teocrazia, consente che politica e religione si sovrappongano nei meandri delle sue metropoli fino a prenderne possesso, dopo aver disdegnato e rifiutato di riconoscere le radici giudaico-cristiane come fondamento della cultura occidentale. <em>(&lsquo;Che peso ha questa Europa che si rifiuta di riconoscere le sue radici cristiane? Vediamo solo croste su una pelle vecchia e malata&rsquo;. Michel Onfray, Le nihilisme de l&rsquo;Europe maastrichtienne face &agrave; la vigueur des civilisations-empires, in </em><em>≪</em><em>Le Journal du Dimanche</em><em>≫</em><em>, 23 luglio 2025). </em>Una malattia forse irreversibile sta rendendo marcia la mente occidentale, fino a pensare che la resa sia una virt&ugrave;: si allarga a macchia d&rsquo;olio il pensiero dominante della cedevolezza e della rinuncia alla propria storia, il feticcio dell&rsquo;inclusione consente a solerti tribunali di assolvere predicatori di violenza e istigatori alla ribellione contro l&rsquo;ordine costituito dello Stato, di annullare provvedimenti di espulsione di condannati e pluripregiudicati, di accettare come espressione di una cultura tramandata la sopraffazione fisica e simbolica sulle donne, di rimuovere tradizioni culturali come il Natale in nome di un egualitarismo senza radici n&eacute; identit&agrave;<em>, </em>sostituendole con riti pagani per celebrare la diversit&agrave; come valore ma in una acefala ed ibrida pseudo-uguaglianza di tutti, mentre<em> </em>si chiudono le Chiese o le si utilizzano come centri multiculturali e si aprono le moschee dove uomini e donne pregano separati e gli infedeli non sono ammessi. &nbsp;&lsquo;l&rsquo;Islam trionfer&agrave; con le buone o con le cattive&rsquo;, come affermato dal terrorista degli attentati di Parigi, Salah Abdeslam, intanto in Europa e nel mondo continuano le persecuzioni dei cristiani mentre antisemitismo ed antisionismo dilagano.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>&ldquo;Il Vecchio continente non ispira pi&ugrave; paura n&eacute; sogni. E pu&ograve; finalmente ritirarsi dalla storia. E quello che si vede &egrave; un nano politico, orfano militare, castrato diplomatico, cornuto economico. Russi, cinesi, americani, indiani, la quinta colonna islamista, tutti si leccano i baffi&rdquo;.</em> Scrive allora l&rsquo;economista Andrea Dugo: &ldquo;<em>L&rsquo; Europa rischia</em><em> di diventare una provincia in un mondo definito da altri&hellip;..Le capitali litigano su energia, debito, migrazione e politica industriale; una strategia di difesa comune rimane solo un&rsquo;aspirazione e ambiziosi piani per investimenti tecnologici congiunti o per mercati dei capitali pi&ugrave; solidi vengono soffocati dal dibattito [&hellip;] Le attuali divisioni del blocco la rendono altrettanto vulnerabile alla concorrenza globale, con Washington che detta le regole della difesa, la Russia che minaccia l&rsquo;est del continente, la Cina che domina le catene di approvvigionamento, e la Silicon Valley che domina l&rsquo;economia digitale&rdquo;</em> (<em>A. Dugo, &lsquo;Europe today look like Renaissance Italy &ndash; and that&rsquo;s a problem&rsquo;, in </em><em>≪</em><em>Politico</em><em>≫</em><em>, 12 novembre 2025</em>). Inazione, pletora di preliminari e protocolli, inconcludenza affabulatoria, sistematico rinvio, enfasi delle liturgie consultive, narrazione logorroica, miopia, scarsa lungimiranza, difetto di pragmatismo, mitologia dell&rsquo;hortus conclusus, autosufficienza basata sulla rendita morale: l&rsquo;Europa che discute sulla misura delle vongole e limita l&rsquo;uso delle cannucce di plastica ma importa il 92% delle terre rare dalla Cina, nel 1990 produceva un quarto dei chip mondiali, nel 2025 meno del 7%. Il libro di Meotti &egrave; ricchissimo di esempi, citazioni, aneddoti e documenta in modo analitico le situazioni e i contesti dove prende corpo il gap culturale, economico, di pensiero e di scelte disattese che sta affliggendo l&rsquo;Europa: l&rsquo;analisi &egrave; suffragata da una scelta metodologica che privilegia i fatti e le evidenze al punto da rendere incontestabili le deduzioni minuziosamente argomentate. Il saggio &egrave; una lucida disamina per fermo immagine e rapide, ampie sequenze di una realt&agrave; che non solo gli addetti ai lavori percepiscono ma che si immedesima penetrandolo con rara efficacia descrittiva in quell&rsquo;immaginario condiviso ancora scevro dal ciarpame dei condizionamenti, preconcetti e dei luoghi comuni indimostrabili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;eccellente lavoro di analisi documentata dell&rsquo;autore, sorretta da argomentazioni aderenti alle evidenze fattuali, statistiche e alle proiezioni dei dati meritano la ricompensa di una lettura del libro.</span><br /><span style="color: #000000;"> Pagina dopo pagina si ha come l&rsquo;impressione di inforcare occhiali nuovi che ci permettono di leggere la realt&agrave; in atto e le sue interpretazioni in chiave di prossimit&agrave; temporale ormai imminente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non trovo &ndash; a questo punto - modo migliore per chiudere questa riflessione che riprendere la frase di Michael Hopf, posta all&rsquo;inizio del libro, e utilizzarla come una sorta di spiegazione riassuntiva che chiude il cerchio del ragionamento di ogni buon analista, in quanto applicabile all&rsquo;Europa di oggi: <em>&ldquo;Tempi difficili creano uomini forti. Uomini forti creano tempi buoni. Tempi buoni creano uomini deboli. Uomini deboli creano tempi difficili&rdquo;.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><br /></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><br /></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><br /></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><br /></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>*&nbsp;<em>Umanit&agrave; Penalit&agrave; UP</em></em></span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/titanic-europa/2722]]></guid>
					<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Minacce nucleari]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/minacce-nucleari/2721]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Nel suo periodico magazine &ldquo;Nota diplomatica&rdquo; il saggista e politologo James Hansen &ndash; citando i dati desunti da &ldquo;Global Military Forces Database &amp; Intelligence Platform&rdquo; - esplora lo stato delle dotazioni nucleari dei 9 Paesi che nel 2026 sono in possesso di questa terribile arma di distruzione di massa *.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo; arsenale complessivo di queste potenze mondiali dotate dell&rsquo;atomica &egrave; stimato dunque in circa 12.100 testate nucleari. Va considerato tuttavia che non tutte sono &ldquo;pronte all&rsquo;uso&rdquo;: in particolare in ogni Paese che fa parte di questa sinistra classifica il numero delle testate in dotazione &egrave; superiore al numero dei vettori che potrebbero lanciarle, inoltre occorrerebbe approfondire quante di queste armi sono effettivamente pronte all&rsquo;uso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">James Hansen stesso &ndash; sempre attento ai dati e alle informazioni - evidenzia che all&rsquo;incirca 9.600 dovrebbero essere in &lsquo;stoccaggio&rsquo;, 3.900 pronte all&rsquo;impiego e&nbsp;circa&nbsp;2.100 in stato di allerta,&nbsp;cio&egrave;&nbsp;pronte al lancio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se ricordiamo gli effetti delle due bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki rispettivamente il 6 e il 9 agosto 1945 &ndash; che causarono pi&ugrave; di 200 mila vittime oltre alle persone sopravvissute ma colpite dalle radiazioni &ndash; possiamo immaginare le conseguenze che, a distanza di 80 anni e con mezzi sempre pi&ugrave; sofisticati per potenza e gittata, provocherebbero i lanci incrociati di ordigni nucleari dalle rampe di lancio di Paesi in conflitto tra loro. L&rsquo;autore di questa &lsquo;agenzia&rsquo; riferisce peraltro che &ldquo;<em>questi numeri non sono particolarmente segreti, visto che&nbsp;il possesso di armi atomiche serve&nbsp;in primo luogo&nbsp;a dissuadere altri paesi dall&rsquo;attaccare chi le possiede. &Egrave; dunque opportuno che i governi potenzialmente ostili siano avvertiti della terribile vendetta a cui&nbsp;andrebbero incontro&hellip;</em>&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il possesso di armi atomiche viene infatti ostentato dai Paesi che ne sono in possesso pi&ugrave; per il loro potenziale deterrente che per il possibile, effettivo uso. Le sedi ONU sul disarmo ricordano tuttavia che il rischio nucleare non nasce soltanto dall&rsquo;intenzione deliberata ma anche da &laquo;<em>miscalculation, miscommunication, misperception o acciden</em>t&raquo;. UNIDIR richiama inoltre il ruolo che nella storia dei <em>near misses </em>ha avuto il giudizio umano nel fermare false segnalazioni e <em>quasi-escalation</em>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tuttavia giocare sulla &lsquo;minaccia&rsquo; come strumento di dissuasione reciproca alza di molto il rischio che qualcuno possa dare il via al primo attacco con conseguenze disastrose inimmaginabili: non &egrave; questo il mondo che vogliamo e questa prova di forza e muscolarit&agrave; non fa altro che elevare il numero di armi nucleari in dotazione alle potenze che gi&agrave; ne hanno la disponibilit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quando le vie diplomatiche non sono pi&ugrave; esperibili e i negoziati falliscono per le tensioni montanti ecco che le minacce prendono il sopravvento: le vittime degli attentati e delle guerre &ndash; basti pensare a quelle in atto in Ucraina e in Medio Oriente con un impegno diretto delle superpotenze &ndash; sono gi&agrave; in numero spaventoso ma &ndash; sottotraccia &ndash; il pericolo ad un ricorso alle armi atomiche &egrave; sempre incombente perch&eacute; prevale una visione unilaterale di sopraffazione e dominio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I leader mondiali (non sempre) parlano di pace ma praticano l&rsquo;aggressione e la violenza bellica come strumento di soluzione dei conflitti: &lsquo;<em>si vis pacem para bellum</em>&rsquo;. La personalizzazione radicale delle leadership mondiali non tiene conto delle volont&agrave; dei popoli e il fanatismo prevale sulla ragione e perde di vista il bene comune. Il passaggio dalla tirannide al delirio di onnipotenza &egrave; sempre incombente e i fattori soggettivi, l&rsquo;assenza di una visione lungimirante delle scelte e le sfide incrociate a livello planetario evocano la minaccia che nell&rsquo;immaginario collettivo si adombra: che qualcuno prema il famigerato &ldquo;pulsante&rdquo; che darebbe il via all&rsquo;inizio della fine.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <em>&nbsp;</em></p>
<p><em>&nbsp;</em></p>
<table style="width: 630px;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td>
<table style="width: 630px;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top">
<div align="center">
<table style="width: 630px;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top">
<div align="center">
<table style="width: 100%;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="20">
<p><em>&nbsp;</em></p>
</td>
<td valign="top">
<p><span style="color: #000000;"><em><strong><br /></strong></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><strong>* Testate nucleari (2026) :&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><strong>Russia&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;...5.459</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><strong>USA&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;.&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;5.177</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><strong>Cina&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;.600</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><strong>Francia&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;.&nbsp;370</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><strong>Regno Unito&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;...225</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><strong>India&hellip;&hellip;&hellip;...&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;.&hellip;180</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><strong>Pakistan&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;.&hellip;&hellip;170</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><strong>Israele&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip; ..90</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><strong>Corea del Nord&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;&hellip;..50</strong></em></span></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p>&nbsp;</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/minacce-nucleari/2721]]></guid>
					<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Università senza futuro]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/universit-senza-futuro/2720]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Una riflessione non solo sul ruolo e sulla funzione delle Universit&agrave; (peraltro significativamente pi&ugrave; datate e radicate nella storia della istituzionalizzazione della cultura in Italia e nel mondo, ma in particolare in Europa, di quanto sia stata la scuola dell&rsquo;obbligo, o gli apprendimenti basilari dell&rsquo;alfabetizzazione popolare o la durata dei curricula fino agli studi secondari) risulta opportuna per entrare dentro questa enclave accademica: chi apre la &ldquo;porta di ingresso&rdquo; al visitatore curioso di capire &egrave; Luca Solari, un docente che vi insegna e si occupa<strong>&nbsp;</strong>di Organizzazione aziendale&nbsp;presso il Dipartimento di. Scienze Sociali e Politiche dell'Universit&agrave; degli Studi di Milano, in quanto Presidente del <a href="https://www.unimi.it/it/ugov/ou-structure/collegio-didattico-del-corso-di-laurea-magistrale-management-human-resources"><span style="color: #000000;">Collegio Didattico del Corso di Laurea magistrale in Management of Human Resources</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Molto opportunamente l&rsquo;autore di questo saggio - circa il valore degli studi universitari (e sull&rsquo;utilit&agrave; della stessa Universit&agrave; come istituzione) - si sofferma in esordio sulla descrizione delle dimensioni delle istituzioni universitarie italiane nel loro complesso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I dati ufficiali del Ministero riferiti all&rsquo;anno accademico 2023/2024 sono utili e significativi per comprendere le dimensioni di una realt&agrave; molto spesso frammentata e certamente connotativa di una dimensione alla fin fine persino ingombrante e significativa: si parla di 1.960.00 studenti, 113.400 docenti (compresi ricercatori e docenti a contratto) e 57.200 amministrativi e tecnici.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se la domanda fondamentale che ci si pone riguarda l&rsquo;utilit&agrave; e gli scopi degli studi universitari la descrizione epistemologica dell&rsquo;insieme considera almeno tre &lsquo;missioni&rsquo; (intese come finalit&agrave; affidate alle Universit&agrave;): quella dell&rsquo;insegnamento (che in una accezione didattica comprende logicamente l&rsquo;apprendimento come suo correlato speculare specifico), quella della ricerca (mi sovviene alla memoria il primo libro ad essa dedicato, &lsquo;La societ&agrave; scientifica&rsquo; di Saverio Avveduto, allora Direttore Generale del Ministero Pubblica istruzione, pubblicato nel lontano 1968: rimando a quella lettura che approfondiva in modo magistrale il tema della distinzione tra ricerca pura e applicata, evidenziando per la prima volta il gap che separava le Universit&agrave; europee e italiane da quelle americane)&nbsp; e quella voluta dalla riforma Gelmini, nella legge 240 del 2010.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca declina la terza missione in cinque aree tematiche, a loro volta suddivise in cinque campi di azione ciascuna (per un totale di 25 campi di azione): trasferimento tecnologico, produzione e gestione dei beni pubblici, <em>public engagement</em>; scienze della vita e salute, sostenibilit&agrave; ambientale, inclusione e contrasto alle diseguaglianze, con particolare riferimento agli obiettivi dell&rsquo;Agenda ONU 2030.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questo inquadramento riassuntivo in ordine alle missioni istituzionali delle Universit&agrave; mette un po&rsquo; di ordine (anche se la terza &lsquo;mission&rsquo; soffre di una ridondante parcellizzazione, dove le definizioni prevalgono sui contenuti), in quello che a vederlo dall&rsquo;esterno assomiglia alla descrizione kafkiana dell&rsquo;agglomerato complesso di stanze, aule, laboratori, cunicoli, stambugi in cui ciascuno esplica un compito di cui non sempre gli altri coinquilini titolari di funzioni analoghe - ma spesso solipsistiche e criptiche - sono esattamente a conoscenza. Come spiega l&rsquo;autore del saggio ciascun docente &ndash; in particolare &ndash; sembra concentrato sulla messa a punto monografica del proprio insegnamento: si comprende bene allora (per chi legge il libro) la difficolt&agrave; a far sintesi da parte del presidente di un collegio didattico o dello stesso Rettore dell&rsquo;Ateneo. In ogni contesto fortemente istituzionalizzato e in ispecie nel mondo accademico universitario si percepisce la pletora ridondante della burocrazia come derivato del principio dell&rsquo;autonomia, una sorta di autogenesi di uffici (secondo la cd. &lsquo;legge di Parkinson&rdquo;) asseritamente con finalit&agrave; ordinamentali e organizzative, in realt&agrave; a far somma tra indicazioni ministeriali e modalit&agrave; funzionali proprie di ciascun Ateneo o persino di ogni corso di laurea. Una presenza ingombrante, con le sue liturgie, le sue regole e le sue sovrabbondanze che finiscono per complicare le citate &ldquo;missioni&rdquo; specifiche anzich&eacute; semplificarle. Esattamente ci&ograve; che sta accadendo qualche gradino pi&ugrave; sotto negli ordinamenti della scuola dell&rsquo;obbligo e in quella secondaria di secondo grado, tra formule, algoritmi, sigle, acronimi che finiscono per confondere significato e significante. Un imprinting caratterizzante l&rsquo;insieme del sistema formativo italiano. una sua prerogativa sommativa che non pu&ograve; essere risolta solo aumentando le risorse a disposizione del PNRR ma che richiedono maggior flessibilit&agrave;, pertinenza metodologico-didattica, reale esercizio della libert&agrave; di insegnamento. Si percepisce la presenza ossessiva delle certificazioni di riunioni, collegi, consigli e comitati in nome di una presunta &ldquo;qualit&agrave;&rdquo; che ha a che fare pi&ugrave; con le formalizzazioni teoriche che con il pragmatismo utile a perseguire il vero scopo delle Universit&agrave;: la formazione pi&ugrave; completa e aggiornata dei suoi studenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anche in questo contesto, dunque, aleggia quella discrasia tra il dire e il fare, tra la teoria e la pratica che &egrave; il problema principale che riguarda azioni e risultati di un pubblico servizio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dopo aver considerato il fenomeno in espansione delle universit&agrave; telematiche l&rsquo;autore si sofferma sulle ambizioni organizzative degli atenei, sotto almeno quattro profili di considerazione: la struttura di <em>governance</em>, la struttura amministrativa e gestionale, la struttura dipartimentale e la struttura didattica, evidenziandone le criticit&agrave; perch&eacute; un palinsesto siffatto assomiglia sempre pi&ugrave; ad una giungla istituzionale, radicata e ridondante nei suoi cascami organizzativi, in un quadro d&rsquo;insieme tanto ramificato quanto centralizzato, in una struttura verticistica e in una serie pletorica di comitati, e consigli alla ricerca di una propria collocazione utile e funzionale. Dal Rettore al Direttore Generale, cio&egrave; dalla governance alla gestione amministrativa si percepisce una &lsquo;<em>sorta di mosaico articolato di direzioni, uffici e servizi, la cui configurazione riflette le dimensioni, la storia e &ndash; soprattutto &ndash; la cultura di potere dell&rsquo;ateneo&rsquo;. </em>Gli stessi dipartimenti, vero punto di riferimento per i docenti, sono per lo pi&ugrave; strutture in espansione a cui vengono delegati compiti di spartizione delle risorse comuni in cui si cerca di ottimizzare il proprio <em>score </em>rispetto all&rsquo;algoritmo di ateneo. Quanto alla struttura didattica essa dovrebbe costituire <em>l&rsquo;ubi consistam </em>di ogni Universit&agrave;: in realt&agrave; &egrave; la Cenerentola che raccoglie le briciole rimaste dopo i passaggi ai piani organizzativi e gerarchici superiori. La critica dell&rsquo;autore di questo intrigante saggio si sofferma fondamentalmente su questa ridondanza di apparati rispetto al fine precipuo delle Universit&agrave; che trova nella didattica e nella ricerca la sua ragion d&rsquo;essere. Insomma il Prof. Solari descrivendo le Universit&agrave; attuali e definendole &ndash; se permane il trend organizzativo e funzionale che le caratterizza &ndash; come istituzioni senza futuro, ritiene che se una riforma si debba auspicare essa dovrebbe vertere su due aspetti dirimenti e decisivi: quello della strutturazione degli apparati e quello degli obiettivi da perseguire.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Una finalizzazione certamente ambiziosa anche se espressa a ragion veduta da persona titolata nel merito ed esperta, ma che deve fare i conti con un&rsquo;architettura consolidata nel tempo (direi nei secoli) difficile da scalfire, come una sorta di moloch inattaccabile, un fortilizio a ragion veduta inespugnabile.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/universit-senza-futuro/2720]]></guid>
					<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Sentenza storica Usa: i social colpevoli di creare dipendenze tra i giovani utenti]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/sentenza-storica-usa-i-social-colpevoli-di-creare-dipendenze-tra-i-giovani-utenti/2719]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Due anni dopo l&rsquo;audizione davanti alla Commissione Giustizia del Senato USA (nella quale erano comparsi i Ceo dei cinque principali network USA da Mark Zuckerberg (Meta) a Linda Yaccarino (X), Shou Chew (Tik Tok) Evan Spiegel (Snap) e Jason Citron (Discord), META (Facebook, Instagram, WhatsApp) e You Tube di Google si sono presentati come imputati davanti ad una giuria popolare in un vero e proprio processo che si &egrave; concluso con una sentenza di condanna. &nbsp;Gi&agrave; il 31 gennaio 2024 non si era trattato di una messinscena, vista la durezza delle accuse dei senatori peraltro debordate anche sul cot&egrave; della politica<strong>:</strong>&nbsp;di fatto la campagna elettorale per le presidenziali era virtualmente aperta, ma l&rsquo;argomento era troppo ghiotto per trasformare la conferenza in una burletta di simulazioni e domande concordate. Davanti ai Senatori, i grandi capi dei social erano stati messi sotto torchio (<em>&ldquo;Le vostre mani sono sporche di sangue&rdquo;) </em>e l&rsquo;accusa non era certo lieve<em>: &ldquo;Big Tech and the Online Child Sexual Exploitation Crisis&rdquo;, sfruttamento sessuale e pericoli per minori&rdquo;.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma il processo andato in scena in California, a Los Angeles il 18 febbraio 2026 &egrave; stato un duro colpo per gli imputati che dovevano rispondere alle accuse elevate nei loro confronti dai legali patrocinanti della causa promossa da una ragazza di 20 anni, Kaley G.M querelante, che in aula ha riferito di essere diventata dipendente dai social fin da bambina (a partire dai 6 anni di et&agrave;), trascorrendo fino a 16 ore al giorno sulle piattaforme social,&nbsp;in particolare sui servizi di Meta e su YouTube di Google, aggravando in tal modo i suoi problemi di salute mentale. I due colossi della Silicon Valley - Meta e YouTube - &nbsp;sono stati giudicati negligenti nel modo in cui hanno progettato le rispettive piattaforme e questa incuria ha causato danni a Kaley G.M. che sono stati quantificati dalla giuria in 6 milioni di dollari di cui 3 per il risarcimento vero e proprio e ulteriori&nbsp;3 milioni di dollari a titolo di danni punitivi<strong>,</strong>&nbsp;dopo aver stabilito che le societ&agrave; hanno agito con &lsquo;<em>malizia, oppressione o frode nel danneggiare i minori attraverso le loro piattaforme&rsquo;.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ogni societ&agrave; sapeva che le sue piattaforme potevano essere pericolose se utilizzate da minori, ma non ha avvertito l&rsquo;utenza in modo adeguato di questo rischio, hanno aggiunto i giurati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Meta &egrave; stata ritenuta maggiormente responsabile del danno subito da KGM e dovr&agrave; farsi carico del 70% dei 6 milioni di dollari, mentre YouTube pagher&agrave; il restante 30%.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La giuria, composta da sette donne e cinque uomini ha raggiunto la sua sentenza dopo aver ascoltato testimoni per oltre 40 ore di audizione in sei settimane di svolgimento del processo: Meta e Google sono stati giudicati colpevoli di negligenza per aver gestito un prodotto che ha arrecato danni a bambini e adolescenti e per non aver messo in guardia sui pericoli.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Inutilmente Mark Zuckerberg si &egrave; scusato davanti alla Corte e alle famiglie presenti di altri minori danneggiati dall&rsquo;uso compulsivo dei social (con casi di disagi psicologici e comportamentali, fino a vittime di cyberbullismo ove non di vere e proprie azioni di violenza o autolesionismo, adescamenti sessuali, giochi pericolosi, istigazione al suicidio), giustificandosi per il fatto che il filtro di Instagram per limitare l&rsquo;accesso ai minori di 13 anni non abbia funzionato, ammettendo: &ldquo;avrei voluto che ci fossimo riusciti prima&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quello di Los Angeles (che &egrave; venuto subito dopo un analogo procedimento giudiziario davanti ad una giuria del New Mexico che ha inflitto al gruppo META &nbsp;una sanzione da 375 milioni di dollari dopo aver stabilito che la piattaforma ha danneggiato consapevolmente la salute mentale dei minori e ha nascosto informazioni sullo sfruttamento sessuale dei bambini) pu&ograve; essere considerato un fatto storico per la punizione esemplare e contemporaneamente un evento apripista per altri casi analoghi negli USA ma anche a livello planetario.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La motivazione di questa deduzione risiede principalmente in due aspetti: i social utilizzano piattaforme che invitano esplicitamente ad un uso intensivo, sconsiderato e continuativo creando situazioni di dipendenza a motivo del fatto che le applicazioni possono causare danni alla persona.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La seconda argomentazione a sostegno del danno causato alla ricorrente ma in via generale potenzialmente a tutti i fruitori dei social si riferisce al target dei destinatari, molto spesso minori non adeguatamente istruiti sui pericoli di un utilizzo compulsivo delle piattaforme, soggetti quindi pregiudizialmente indifesi e gettati allo sbaraglio nella pratica di strumenti e soprattutto di contenuti che non dovrebbero essere destinati ad utenti della loro et&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sintomatico di questa trascuratezza colpevole il fatto che, durante la sua testimonianza, a Zuckerberg siano stati mostrati documenti aziendali di META che contraddicevano la sua difesa (che addebitava ad origini familiari la causa del vulnus), valga per tutti quello in cui era testualmente scritto: &ldquo;<em>se vogliamo avere successo con gli adolescenti, dobbiamo coinvolgerli prima, da quando sono preadolescenti</em>&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Analisti sociali, pedagogisti, psicologi, psichiatri da tempo puntano il dito contro i social e i loro effetti talora devastanti per la mente dei bambini e degli adolescenti, indotti a stili di vita insani e sedentari, trasformati in internauti senza controlli, limiti, semafori in una navigazione pregiudizialmente incognita, stimolando in loro atteggiamenti aggressivi che sfociano in comportamenti di violenza crescente. Pi&ugrave; che di gogna mediatica i social sono identificabili come &lsquo;fogna mediatica&rsquo;, poich&eacute; trasmettono esempi malsani e diseducativi, erodendo l&rsquo;opera educativa della scuola e sfuggendo al controllo dei genitori, peraltro troppo spesso essi stessi principali fruitori di queste scorribande nel web e di fatto pessimi esempi per i propri figli.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da alcuni anni a questa parte la diffusione delle tecnologie, la dilagante digitalizzazione, gli scenari aperti dal metaverso e dagli iniziali esperimenti di intelligenza artificiale hanno imposto un&rsquo;area tematica che sta rivoluzionando il mondo delle comunicazioni e prelude a scenari persino sconvolgenti negli stili di vita degli &ldquo;umani&rdquo; che ne saranno inevitabilmente coinvolti. Fermare questa deriva equivarrebbe a tentare di arrestare uno tsunami con l&rsquo;uso delle mani, ma certamente la facilit&agrave; con cui hardware e software si sono diffusi, algoritmi e stilemi linguistici hanno sostituito gli alfabeti tradizionali, il fatto che questo universo in gran parte inesplorato e sconosciuto ai pi&ugrave;, ma gestito con disinvoltura e poco senso etico e della misura da poche mani sapienti per finalit&agrave; commerciali e con profitti stellari, sia frequentato in prevalenza da giovani o giovanissimi, senza una guida orientativa e senza confini tematici, ha costituito una vera e propria rivoluzione culturale che la scuola non &egrave; riuscita a controllare, per sdoganare e limitarne gli effetti distorsivi.<strong></strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da anni ci si interroga sull&rsquo;uso dei social poich&eacute;, lungi dal favorire un supporto all&rsquo;impegno educativo delle famiglie e pi&ugrave; specificatamente didattico e pedagogico dei sistemi formativi, hanno favorito da un lato una diffusione massiva incontrollata, dall&rsquo;altro non hanno posto tutele e ripari alla fruizione solipsistica e fuorviante delle tecnologie. Navigare senza rete non ha quasi mai favorito approdi rassicuranti, scomparsi agli orizzonti degli esploratori.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il fenomeno delle devianze prodotte dalla tecnologia incontrollata nell&rsquo;uso fino a normalizzare una serie infinita di abusi e comportamenti distorsivi &egrave; presente da molto tempo: ma la globalizzazione ha rapidamente esportato tutti gli aspetti pi&ugrave; deleteri e deteriori di questa dilagante deriva.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dobbiamo porci anche qui, in Italia e in Europa, pi&ugrave; di un interrogativo sul da farsi ricordando il &lsquo;non fatto&rsquo;: sono innumerevoli gli episodi che gi&agrave; da diversi anni si sono verificati con crescente intensit&agrave; e perniciosa creativit&agrave;: l&rsquo;emulazione, l&rsquo;indifferenza degli adulti ammantata da un&rsquo;assenza di regole e norme di comportamento che rasenta l&rsquo;incoscienza hanno consentito una sovraesposizione al pericolo nella frequentazione dei social, fino a farli diventare una sorta di cloaca maxima dove affogare senza tornare a galla. E insieme a questo la diffusione della pornografia, della prostituzione minorile agganciata in rete e tutte le raffinate distorsioni che ne sono via via derivate, a cominciare dal revenge porn, la trasgressione pi&ugrave; odiosa, la &ldquo;vendetta&rdquo; realizzata attraverso la diffusione di immagini intime carpite a insaputa delle vittime. Sono temi che ci riguardano da vicino poich&eacute; attraverso gli interessi commerciali delle grandi aziende si innescano gigantesche campagne diseducative, n&eacute; va dimenticato come i social siano spesso i megafoni dell&rsquo;omologazione culturale: la negazione della loro essenza poich&eacute; falsificano e distorcono la comunicazione fino a diventare la causa pi&ugrave; diffusa delle solitudini siderali e spesso disperate del nostro tempo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La storica sentenza di Los Angeles ha gi&agrave; prodotto conseguenze che si immaginano adeguate sul piano giudiziario e delle azioni dei soggetti istituzionali di ogni Paese.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La deriva incontrollata della diffusione dei social sta suscitando da tempo reazioni opposte e contrastanti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La Commissione Europea ad esempio ha stabilito che i siti per adulti Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos, violano la normativa sui servizi digitali &ldquo;per non aver protetto i minori&rdquo; dal loro utilizzo e dalla sovraesposizione a contenuti esplicitamente pornografici. Prevedendo pertanto sanzioni a carico dei trasgressori fino al 6% del fatturato annuo globale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Secondo l&rsquo;U.E. in una indagine avviata a maggio 2025 le piattaforme citate non avrebbero identificato e valutato con diligenza e accortezza i rischi di una esposizione diretta dei minori all&rsquo;accesso dei siti, non impedendo quindi loro di accedere a contenuti esplicitamente dannosi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le piattaforme devono quindi mettere in atto accorgimenti atti a precludere ai minori ogni via di accesso ai rispettivi siti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La posta in gioco &egrave; troppo alta e la cronaca quotidiana racconta quanto la frequentazione incontrollata dei social da parte di bambini e adolescenti possa provocare in loro danni incalcolabili, stimolando ag&igrave;ti di violenza di ogni tipo, abbassando esponenzialmente il target di et&agrave; di accesso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si tratta di una deriva perniciosa che deve essere fermata dagli adulti e a livello normativo, con sanzioni esemplari a carico di chi se ne fa colpevole promotore, intensificando l&rsquo;opera educativa della scuola e recuperando una smarrita responsabilit&agrave; genitoriale che fa dell&rsquo;ambiente domestico il primo contesto distratto e inconsapevole di consuetudini e comportamenti sbagliati che non sempre il semplice scorrere del tempo potrebbe rimuovere.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Rivista scientifica transdisciplinare Adolescenze - Fondazione Varenna</em></span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/sentenza-storica-usa-i-social-colpevoli-di-creare-dipendenze-tra-i-giovani-utenti/2719]]></guid>
					<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Il cervello di un moscerino potrebbe essere caricato su un chip]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-cervello-di-un-moscerino-potrebbe-essere-caricato-su-un-chip/2718]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La corsa alla miniaturizzazione &ndash; di cui abbiamo appreso metodica e risultati nel libro di Gordon E. Moore &ldquo;La legge che muove il mondo&rdquo; non &egrave; meno intrigante e affascinante dell&rsquo;esplorazione dell&rsquo;immensit&agrave; dello spazio, lo ricordava e raccomandava nel 1995 lo stesso ricercatore, genio della chimica e dell&rsquo;informatica e fondatore di INTEL: &ldquo;Voglio incoraggiare ciascuno di voi a pensare sempre pi&ugrave; in piccolo&rdquo;. Pare che lo abbia preso alla lettera e sia andato oltre &ndash; dove finora nessuno &egrave; arrivato- Alex Wissner-Gross, fondatore di Eon Systems Pbc, che in un articolo e in un video caricato su You Tube ha affermato di essere riuscito ad emulare il cervello di un moscerino della frutta e a riprodurlo in un chip di silicio. La notizia finora non &egrave; stata pubblicata su una rivista scientifica e quindi al momento non &egrave; validata, per cui va letta ed appresa con cautela.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se fosse confermata agli esiti del risultato dichiarato si tratterebbe della prima volta in cui un organo biologico capace di produrre comportamenti multipli verrebbe emulato e replicato dentro un corpo virtuale. Questo processo sarebbe il risultato di uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica Nature dallo scienziato senior di Eon &ndash; Philip Shiu &ndash; che descrive un modello computazionale dell&rsquo;intero cervello adulto della Drosophila melanogaster &ndash; il piccolissimo moscerino della frutta &ndash; che contiene oltre 125 mila neuroni e 50 milioni di connessioni sinaptiche.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per un confronto comparativo il cervello umano &egrave; composto da circa 86 miliardi di neuroni e 100 mila miliardi di connessioni sinaptiche (il Prof. Giulio Maira lo ha definito &ldquo;pi&ugrave; grande del cielo&rdquo;&hellip;).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non si tratterebbe nel caso descritto di una &lsquo;simulazione&rsquo; basata sull&rsquo;uso dell&rsquo;I.A. attraverso apprendimento di algoritmi ma di un transfert di &lsquo;emulazione&rsquo; &ndash; la riproduzione di una copia dell&rsquo;organo biologico il cui comportamento nasce da una mappa neuronale biologica fedele alla realt&agrave;. I neuroni digitali processerebbero azioni come accade a quelli naturali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&ldquo;<em>Nessuno aveva mai dimostrato prima un cervello emulato completo, derivato da un connettoma biologico, capace di guidare un corpo simulato fisicamente attraverso molteplici comportamenti naturalistici</em>&rdquo;, ha affermato Philip Shiu mentre Alex Wissner Gross ha anticipato che gli studi e gli esperimenti si estenderanno ora sulla emulazione digitale del cervello di un topo che ha 70 milioni di neuroni (pari ad oltre 560 volte quello di una mosca).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da qui ad ipotizzare intuitivamente l&rsquo;emulazione digitale di un cervello umano il passo &egrave; ancora lungo ma se la notizia fosse confermata si tratterebbe di una strada che si sta aprendo per la scienza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un futuro in cui il&nbsp;corpo umano potrebbe diventare il device attraverso il quale condividere dati ed accedere a servizi &egrave; gi&agrave; iniziato attraverso l&rsquo;impianto sottocutaneo di microchip capaci di compiere azioni al posto nostro, alla stregua di un&rsquo;APP sottopelle. Gli impianti utilizzano la&nbsp;tecnologia Nfc-Rfid<strong>&nbsp;</strong>(identificazione a radio frequenza) passiva, ovvero non hanno una batteria o altra fonte di alimentazione e quindi non possono trasmettere alcun segnale in modo indipendente. Sarebbero inoltre dotati di protocolli di sicurezza avanzatissimi che eviterebbero fenomeni di hackeraggio.&nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La Svezia ha sperimentato con successo questa tecnologia che si prevede possa interessare presto i cittadini del nostro Paese. Tuttavia l&rsquo;esperimento descritto dal fondatore di Eon System Pbc va molto oltre questa applicazione perch&eacute; prevede l&rsquo;emulazione e la riproduzione digitale di un organismo vivente estremamente complesso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A questo punto ogni sperimentazione dovrebbe essere seguita e monitorata non solo sul piano delle virtuali potenzialit&agrave; scientifiche (che probabilmente hanno limiti raggiungibili) ma controllata e validata sotto il profilo etico perch&eacute; riguarderebbe non solo la replica digitale di un organo umano ma le potenzialit&agrave; che finora appartengono solo alla natura e alla genetica, come la produzione del pensiero, dei ricordi e dei sentimenti. Un tema troppo delicato per poter essere considerato solo in un laboratorio sperimentale dove gli esiti della ricerca non potrebbero limitarsi alla produzione di schegge impazzite senza alcuna preventiva consapevolezza di senso di utilit&agrave;, sostenibilit&agrave; antropologica e di liceit&agrave; morale.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-cervello-di-un-moscerino-potrebbe-essere-caricato-su-un-chip/2718]]></guid>
					<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Baby Bang]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/baby-bang/2717]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Preceduto da una breve ma intensa prefazione di Mauro Magatti, Ordinario di Sociologia dell&rsquo;UNICATT di Milano, il saggio (edito da Rubbettino) di Vincenzo Abbatantuono e Angelo Palmieri, &nbsp;- rispettivamente docente e sociologo progettista sociale, entrambi studiosi dei temi del disagio giovanile, delle dipendenze patologiche e dell&rsquo; inclusione - &nbsp;esplora la condizione giovanile e le sue peculiarit&agrave; problematiche, a cominciare dalla precariet&agrave; come condizione esistenziale prevalente in un mondo carente di certezze e prospettive nel futuro. Supportata da una serie di dati statistici desunti da fonti attendibili come ISTAT, Eurostat, OMS, Ministero dell&rsquo;Istruzione e del merito, l&rsquo;analisi descrittiva delle evidenze si fa interpretazione delle cause prevalenti fino ad ipotizzare un quadro di strategie possibili per superare l&rsquo;impasse oggi percepita come prevalente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gi&agrave; in esordio gli autori evidenziano un paio di dati statistici eloquenti: i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training) &ndash; ovvero i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non seguono percorsi di formazione &ndash; hanno raggiunto, secondo l&rsquo;ISTAT, il 16,1% della popolazione in questa fascia di et&agrave;, pari a circa due milioni di soggetti. Contemporaneamente nel nostro Paese In Italia, la situazione dei giovani in cerca di lavoro rimane particolarmente critica: il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) si &egrave; attestato al 21,0% nel novembre 2023, secondo gli ultimi dati ISTAT pubblicati a gennaio 2024. Si tratta di un valore in lieve miglioramento rispetto agli anni precedenti ma l&rsquo;Italia continua a registrare uno dei tassi pi&ugrave; alti nell&rsquo;Unione europea, segno di una persistente difficolta nell&rsquo;inserimento lavorativo delle giovani generazioni. Si registra anzi un incremento tendenziale dei flussi di emigrazione all&rsquo;estero di giovani in cerca di una occupazione adeguata al titolo di studio e meglio remunerata: &egrave; il cd. fenomeno del <em>brain drain</em>, un esodo spiegato in larga parte come &lsquo;fuga dei cervelli&rsquo; perch&eacute; interessa in prevalenza i giovani laureati o coloro che completano il corso di studi in altri Paesi. Si tratta di un tema particolarmente interessante che anni fa avevo avuto modo di conoscere attraverso i primi studi di questo fenomeno, riconducibili alle indagini dell&rsquo;ISTAT, ai Rapporti del CENSIS e alle ricerche di Sgritta-Raitano della Sapienza di Roma.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un&rsquo;ulteriore notazione degna di menzione, che apre al tema del disagio giovanile al quale vengono dedicati i sei capitoli del libro, riguarda la molteplicit&agrave; delle cause che si frappongono all&rsquo;inclusione sociale degli adolescenti: il declino della famiglia &ndash; istituzione primaria alla quale sarebbe utile dedicare pi&ugrave; di una riflessione nel tentativo di recuperarne la funzione formativa e il ruolo sociale- &nbsp;gli sforzi della scuola che cerca di adeguarsi all&rsquo;innovazione tecnologica che crea nuovi standard culturali, la &lsquo;societ&agrave; della prestazione&rsquo;, commisurata al raggiungimento di traguardi sul piano personale e professionale, che finisce per innescare processi di abbandono precoce, frustrazione emotiva, rifugio in altre nicchie senza sbocchi (a volte pericolose e declinanti verso la marginalizzazione, le ludopatie, l&rsquo;uso di sostanze), le solitudini incomprese, persino gli atteggiamenti di ribellione e violenza o specularmente le aggregazioni nei gruppi dei coetanei e dei pari in condizione di &nbsp;isolamento o di conflitto con la societ&agrave;, ai margini di una integrazione spesso pregiudizialmente scartata come fonte di riscatto. Secondo una brillante definizione degli autori il disagio giovanile viene configurandosi come &lsquo;indicatore di una crisi sistemica che investe strutture e relazioni sociali interconnesse&rsquo;: esso coinvolge famiglia, sistema formativo e contesto sociale e si rappresenta in &ldquo;forma multidimensionale e complessa&rdquo;. Se ne ricava una dimensione generalizzata e generazionale, di non facile approccio e di incerta soluzione, che si sviluppa su almeno quattro livelli di percezione: il microsistema, le interconnessioni tra diversi microsistemi denominate &lsquo;mesosistema&rsquo;, poi l&rsquo;esosistema e il macrosistema. In sostanza coinvolge &ndash; semplificando concettualmente questa mappa ricognitiva &ndash; i processi di vita dalla famiglia alla scuola, ai gruppi amicali, nelle loro interconnessioni, strutturazioni, modificazioni, correlazioni funzionali aggiungendo un quinto livello di considerazione: il cronosistema, al quale attribuiamo il senso sequenziale di sviluppo temporale di queste relazioni primarie nell&rsquo;et&agrave; adolescenziale. Significativo nell&rsquo;incedere delle argomentazioni il riferimento ad autori come Pierre Bourdieu e Karl Mannheim che hanno fornito un tentativo di interpretazione epistemologica del fenomeno del disagio nella sua rappresentazione esistenziale e simbolica. Ci sono alcuni passaggi argomentativi nell&rsquo;analisi degli autori che vale la pena di leggere e metabolizzare. Particolarmente gradito a questo recensore il fermo immagine sul contesto scolastico e sull&rsquo;ipotesi che il profluvio di finanziamenti rovesciati sulla scuola attraverso la fonte del PNRR possano risolversi in una sinecura per il benessere scolastico degli alunni: nulla di pi&ugrave; superficiale (come una sorta di terapia meccanicistica che produce in automatico risultati positivi incredibili).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gli autori smascherano assai bene questa semplicistica spiegazione. A conti fatti &ndash; per chi scrive queste righe &ndash; molti di questi finanziamenti sono diventati un&rsquo;emorragia senza risultati, se non formali e di immagine e sarebbe stato meglio che fossero destinati &ndash; ad es.- alla messa in sicurezza del territorio paesaggistico italiano, scelta certamente pi&ugrave; pedagogicamente declinabile in utili apprendimenti per i ragazzi sotto il profilo dell&rsquo;educazione civica e della consapevolezza ecologica. L&rsquo;autoreferenzialit&agrave; di questa visione della scuola &ndash; che migliora se &egrave; soverchiata di fondi messi a disposizione per i suoi ben noti progettifici gestiti da sedicenti esperti esterni&ndash; sta producendo mere, inconcludenti illusioni, fondate su algoritmi, sigle, acronimi e formule magiche.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Particolarmente interessanti sono gli approfondimenti del legame tra stili di vita dei ragazzi e utilizzo pervasivo delle tecnologie, l&rsquo;invadenza delle quali produce non solo ricadute nella comunicazione ag&igrave;ta attraverso smartphone e tablet: gli autori esplorano una dimensione finora sottovalutata nelle analisi sugli effetti di queste incidenze. Il ritrarsi in nicchie di solitudine a contatto con i propri marchingegni elettronici esita ricadute sociali e psicologiche rilevanti: l&rsquo;<em>hikikomori (definizione giapponese), </em>evocato nel libro &egrave; una forma di ritrazione sociale estrema, non una scelta di isolamento di breve durata bens&igrave; a volte il risultato di fallimenti relazionali, di bullying ed esclusione sociale, di incapacit&agrave; di gestire l&rsquo;ansia o la depressione, di paura di sbagliare, di perdita di autostima nel misurarsi con gli altri. I cascami psicologici di questo appartarsi evitando relazioni umane se non attraverso il canale dei social producono effetti rilevanti. Una nota di merito va riconosciuta agli autori perch&eacute; questa esplorazione introspettiva non &egrave; frequente nelle analisi sociologiche e psicologiche del fenomeno del disagio giovanile: si tratta di una notazione rilevante ed estremamente pertinente e interessante, un riferimento argomentato per quanti devono o vogliono misurarsi su questi aspetti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Cos&igrave; come lo sono gli approfondimenti del tema del disagio nei contesti di vita dei ragazzi, a partire dalla famiglia e dalla scuola: i fenomeni di abbandono precoce degli studi e quello della dispersione scolastica sono esiti inscritti nel pi&ugrave; ampio contenitore del fallimento educativo. Ricordo ad es. quanta attenzione sia stata dedicata negli ultimi decenni a questi aspetti nel sistema scolastico francese dove si era giunti ad una mappatura territoriale sugli incroci e le cause connesse ai fattori di rischio educativo e di disagio scolastico. Un&rsquo;esperienza istituzionale non ancora realizzata nel sistema formativo del ns. Paese che una pratica pi&ugrave; assidua (almeno ai livelli dirigenziali ministeriali) della pedagogia comparativa suggerirebbe di adottare. Ci&ograve; che non sfugge agli autori di questo documentato e argomentato saggio, ricco di riferimenti a realt&agrave; socio-culturali, economiche e territoriali del nostro Paese (es. l&rsquo;incidenza del vivere al nord o al sud, nei centri urbani, nelle periferie o nelle aree rurali): entrare nel cuore dei fenomeni e studiarli, un metodo induttivo ed empirico, risolutivo per capire e poi spiegare, che Abbatantuono e Palmieri ci insegnano e che mi ricorda da vicino i Rapporti CENSIS e il rabdomante suo presidente Giuseppe De Rita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il rilevato depauperamento culturale dei contesti di vita sollecita l&rsquo;adozione di misure di politiche compensative sotto il profilo delle occasioni istituzionalmente offerte in ambito culturale, appunto, ma anche educativo, sportivo, ludico, di intrattenimento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;incidenza delle tecnologie e del loro uso produce effetti sulla dimensione personologica, sociale, dei comportamenti sessuali delle giovani generazioni, soprattutto attraverso il mondo dilatato e sommerso dei social attraverso cui passano messaggi sbagliati, incontrollati e diseducativi. In particolare la &lsquo;roulette del sesso&rsquo; viene vissuta sotto l&rsquo;aspetto prestazionale e discontinuo, esibizionistico fino alla socializzazione di comportamenti espliciti o di veri e propri reati (es. il cyberbullismo e il revenge porn) mentre viene a mancare la dimensione intimistica e affettiva.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un forte richiamo &ndash; quello degli autori- alla necessit&agrave; di una solida educazione sentimentale, a partire dalla famiglia (spesso assente, concessiva o contesto di vissuti di violenza domestica assistita) e dalla scuola. Il disagio psicologico generato dalla full immersion nei social media va compensato da azioni di ascolto, guida e indirizzo a casa e a scuola: serve un &ldquo;patto intergenerazionale&rdquo;, che restituisca significato e orizzonti valoriali alle giovani generazioni. Nell&rsquo;epoca del virtuale che sostituisce il reale o crea distonie di consapevolezza su ci&ograve; che &egrave; bene e ci&ograve; che &egrave; male, bisogna prevenire il rifugiarsi dei giovani in nicchie di solitudine che spingono all&rsquo;emarginazione sociale o verso viaggi allucinatori e percorsi ignoti e senza meta, ripensando la relazione educativa come &lsquo;un percorso di mediazione simbolica e di accompagnamento&rsquo;. Ci&ograve; vale a maggior ragione a fronte di un&rsquo;offerta di alternative all&rsquo;uso del pensiero critico e della riflessione, a partire dagli algoritmi preconfezionati dei supporti come ChatGPT e fino all&rsquo;utilizzo dell&rsquo;I.A. che si va diffondendo senza riguardo ai destinatari dei processi interattivi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Di questi e altri aspetti si occupa questo libro decisamente attuale, analitico, ricco di spunti di riflessione per utili aggiustamenti di tiro nella pedagogia domestica, scolastica e sociale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gli autori hanno elaborato un saggio di grande valore che merita di essere letto da genitori, docenti, attori sociali, dalla stessa politica e da chi ha responsabilit&agrave; dirette nel raddrizzare certe derive negative in atto, che si colgono nei disagi vissuti e in quelli &ndash; dall&rsquo;esterno &ndash; percepiti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un libro non pu&ograve; essere riscritto e nel suo commento ci si deve attenere ad un tratteggio delle evidenze pi&ugrave; salienti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si tratta di un lavoro denso, ricco di contenuti e ben scritto. A cominciare dal titolo: &ldquo;Baby bang&rdquo; che nasce come gioco fonetico con il pi&ugrave; usato &lsquo;baby gang&rsquo; ma con uno scarto significativo. Quel BANG non &egrave; solo richiamo sonoro, esso rimanda all&rsquo;idea di urto, deflagrazione, impatto improvviso: certe traiettorie giovanili non sono mode o etichette o mostrine da esibire, ma esplosione di vissuti e biografie, accelerazioni di rabbia e fragilit&agrave;, spesso generate in contesti disattenti ed espulsivi, dove il giudizio sommario prevale sull&rsquo;ascolto e la comprensione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E nonostante il grande interesse suscitato nello scrivente lettore la recensione del libro pu&ograve; apparire frammentaria o incompleta: per questo &egrave; consigliato a chi voglia misurarsi su questi temi un successivo, decisivo passaggio: semplicemente leggerlo.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/baby-bang/2717]]></guid>
					<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Alfabit. L'italiano digitale dagli SMS all'IA]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/alfabit-litaliano-digitale-dagli-sms-allia/2716]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Alfabit &egrave; un mix tra la tradizione linguistica dell&rsquo;alfabeto e il bit (inteso come unit&agrave; minima dell&rsquo;informazione digitale): questo &egrave; il titolo del libro (edito da IL MULINO) ma &egrave; anche il riassunto semantico di una storia dell&rsquo;evoluzione nel modo di comunicare generata dall&rsquo;introduzione &ndash; esponenzialmente pervasiva fino a diventare prevalente &ndash; delle tecnologie nella nostra vita quotidiana. L&rsquo;autore ricorda come gi&agrave; nel 1963 Umberto Eco preconizzava il passaggio dalla <em>beat generation</em> alla <em>bit generation</em>, prodotta dall&rsquo;avvento dell&rsquo;informatica. E in questa mutazione &ndash; che rappresenta decenni di studi accademici del Prof. Giuseppe Antonelli docente di Storia della lingua italiana all&rsquo;Universit&agrave; di Pavia &ndash; si susseguono date significative: dal primo SMS del 3 dicembre 1992 (dove era scritto Merry Christmas) al primo vocale WhatsApp nel 2013, al sorpasso nel 2014 del telefonino da parte dello smartphone (che rende oggi il primo un cimelio per minimalisti delle semplici telefonate via cellulare e il secondo un prodotto tecnologico sempre pi&ugrave; sofisticato e &ndash; al momento &ndash; insuperabile), al primo apparire di ChatGPT nel 2023, lasciando intendere che la produzione linguistica degli LLM (large Language Models) &egrave; destinata ad una evoluzione inarrestabile e dagli esiti potenziali al momento imprevedibili, fino all&rsquo;I.A. e alle sue applicazioni fruibili e interattive.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per dare un&rsquo;idea comparativa basti pensare a come era fatto il Commodore 64 e come sono i moderni PC.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ricordando il saggio di Walter Benjamin di quasi un secolo fa sull&rsquo;Opera d&rsquo;arte nell&rsquo;epoca della sua riproducibilit&agrave; tecnica (che nel mio piccolo ho cercato di studiare e approfondire per valorizzarne l&rsquo;intuizione dirimente tra produrre e ri-produrre) potremmo oggi scriverne uno &ndash; aggiornato e certamente attuale &ndash; sull&rsquo;Opera d&rsquo;arte (e sul linguaggio) nell&rsquo;epoca della sua producibilit&agrave; automatica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La tecnologia inglobata nella comunicazione &ndash; come mezzo-fine - ha rivoluzionato le regole del gioco, proponendo stilemi espressivi nuovi e sincopati, svincolati dalle regole grammaticali del passato: non solo nel linguaggio usato ma anche &ndash; attraverso le &lsquo;macchine&rsquo; - in quello generato dalle nuove applicazioni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il trend che l&rsquo;autore anticipa gi&agrave; nell&rsquo;introduzione del suo interessante libro riguarda la produzione di neologismi espressivi, l&rsquo;interazione (fino alla sostituzione) con le immagini, la declinazione nei codici binari alfa-numerici, l&rsquo;esordio dell&rsquo;I.A. che diventa un software inglobato negli smartphone e nei tablet di nuova generazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Mentre scrivo questa riflessione giunge sul mio cellulare una messaggistica di WhatsApp che invita &ndash; ad esempio &ndash; a imparare a sostituire le parole con &lsquo;sticker&rsquo;, cio&egrave; immagini sincretiche: per esprimere emozioni, stati d&rsquo;animo, contenuti comunicativi. Non dalle parole alla descrizione iconica ma da quest&rsquo;ultima alla ricerca delle parole adatte che l&rsquo;applicazione sceglie per me. Per questo uno dei timori che circolano tra chi si occupa di ricadute apprenditive, educative e pedagogiche dell&rsquo;alfabit &egrave; quella che riguarda l&rsquo;impoverimento linguistico e l&rsquo;abbandono dei codici e degli stili comunicativi tradizionali, un argomento che l&rsquo;autore affronta a viso aperto, senza demonizzarlo, raccogliendo la sfida con grande sagacia e lungimiranza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Una conseguenza di questa deriva potrebbe ad esempio riguardare l&rsquo;aspetto generazionale del problema che concerne l&rsquo;interazione tra cultura classica e cultura tecnologica, ma anche il gap che si determina tra modi diversi di comunicare in relazione alle et&agrave; della vita: l&rsquo;abbandono del linguaggio tradizionale per comunicare genera inevitabilmente nuove forme di solitudine.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La dilagante diffusione della messaggistica telefonica fa parte della narrazione letteraria e cinematografica di questi anni, la sua penetrazione nella stratificazione sociale complessa per target e livelli culturali, ceti, generi, gerarchie ha prodotto una sorta di globalizzazione della comunicazione non verbale, tanto che l&rsquo;autore riferisce di una descritta &nbsp;<em>neoepistolarit&agrave; tecnologica, </em>che attraversa tutti i contenuti dai pi&ugrave; banali ai semiseri, ai formali ai sentimentali, ai noiosi passatempi riempitivi: <em>digito ergo sum</em>, dunque in ogni contesto e ambiente di vita, con un&rsquo;anticipazione progressiva dell&rsquo;et&agrave; di accesso all&rsquo;uso degli smartphone e di penetrazione nello &lsquo;sfogatoio&rdquo; generalizzato dei social, spesso vere e proprie gogne mediatiche, fonte molto spesso di repulsione, rancore e di odio collettivo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Di fatto una deriva dirompente &ndash; che si estende &lsquo;dappertutto e rasoterra&rsquo; direbbe De Rita &ndash; e che ha cambiato radicalmente modi e forme del comunicare, con punte di iperbole ossessivo-compulsive: ogni momento della giornata viene parcellizzato e comunicato come in una virtuale agenda dei comportamenti da socializzare&ndash; che siano domande o risposte &ndash; anche in forma breve e sincopata &ndash; Cosa fai? Dove sei? Sono qui. Ci vediamo&hellip;., quella che gli inglesi chiamano small talk, la chiacchiera spicciola. Comunicazioni riempitive in chiave spazio-temporale e solitamente banali, superflue, inutili: ma lo smanettare compulsivo per comunicare anche il nulla trasforma il formale in sostanziale, non c&rsquo;&egrave; momento della giornata in cui il cellulare non rappresenti un tabernacolo sempre aperto all&rsquo;interlocuzione e al suo archivio, l&rsquo;online supera per impegno e intensit&agrave; le pause e i silenzi. Gi&agrave;: il silenzio. Non &egrave; categoria che appartiene neanche mentalmente al mondo degli internauti anche se violato sempre pi&ugrave; spesso dal profluvio delle parole e &ndash; nelle pause - da faccine, emoticon, immagini, like.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Chattare &egrave; la nuova forma di scrittura ag&igrave;ta con uno strumento elettronico che sostituisce i mezzi tradizionali: vince la velocit&agrave; della comunicazione, la sensazione di compresenza tra chi scrive e chi legge e la contemporaneit&agrave; delle due azioni induce una pi&ugrave; o meno consapevole dipendenza reciproca, a volte anticipatoria che si trasforma in un gioco verbale, mentre il far parte di una comunit&agrave; che si allarga o restringe nell&rsquo;interagire genera gruppi occasionali legati da un&rsquo;interlocuzione temporaneamente identitaria.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;italiano digitale ha dunque regole implicite che lo caratterizzano in modo connotativo e specifico, producendo una nuova grammatica alla quale si aderisce non solo per scelta ma anche per non essere esclusi dal linguaggio prevalente e dalla sua partecipe e reciproca comprensione. E anche se il richiamo alle negative abitudini che ne potrebbero derivare &egrave; autorevole (Vittorino Andreoli) si finisce con l&rsquo;usare pi&ugrave; il cervello che teniamo in tasca che quello che sta dentro la nostra testa. Antonelli evidenzia a un certo punto come nel passaggio dall&rsquo;audiovisivo al multimediale attraverso le applicazioni delle reti telematiche si assista ad un ritorno, forse ad una rivincita &ndash; insieme all&rsquo;oralit&agrave; terziaria della comunicazione &ndash; della scrittura come forma comunicativa prevalente, una terza fase (dopo l&rsquo;alfabeto e l&rsquo;invenzione della stampa) in cui l&rsquo;intelligenza simultanea (guardare invece che leggere) sostituisce quella sequenziale. &ldquo;Bisogna ripensare completamente la scrittura&rdquo; afferma ad un certo punto del suo argomentato, documentato e lucidissimo saggio il Prof. Antonelli, tanto da parlare di &lsquo;neografia&rsquo;: si parla in italiano (sempre pi&ugrave; impoverito, per la verit&agrave;) e si scrive in e-italiano e poi i IA-italiano, dando forma e legittimazione ad una modalit&agrave; comunicativa scritta che diventa lo specifico espressivo ed interlocutorio di internet e di tutte le sue applicazioni e rappresentazioni. &nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il paradigma digitale che genera &ldquo;l&rsquo;italiano digitato&rdquo; ci porta ad alcune riflessioni sulle nuove modalit&agrave; di scrittura attraverso le tecnologie.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ad esempio il tema della manualit&agrave; (declinata nella digito-pressione di tasti piuttosto che nell&rsquo;uso del corsivo) pone domande sull&rsquo;uso della scrittura calligrafica: arriveremo a sostituire in una lettera o in un componimento la firma manuale con quella digitale, come appare nella maggior parte dei documenti ufficiali? Eppure l&rsquo;OCSE ci rappresenta esempi di rapido ritorno alla letto-scrittura dopo il fallimento della scrittura digitale dei tablet in uso nelle scuole. Questo tema &egrave; un derivato implicito del rapporto tra diverse, simultanee compresenze che abitano le aule scolastiche e caratterizzano la didattica come sintesi di insegnamenti e apprendimenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Algoritmi, sigle, acronimi, formule sintetiche convivono peraltro nella stessa scuola odierna, dove i modelli culturali tradizionali di trasmissione del sapere ma anche gli aspetti organizzativi e istituzionali di funzionamento del sistema formativo stanno generando nuovi stili metodologici e didattici, sovente autoreferenziali e criptici, di difficile decodificazione interna e di ardua decifrazione all&rsquo;esterno. &nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se qualcuno si cimentasse nel compito di raccogliere il glossario degli acronimi, delle sigle, e dei neologismi della scuola 4.0 ne uscirebbe un tomo ponderoso, forse un manuale d&rsquo;uso (da aggiornare in continuazione): in realt&agrave; una babele semantica e simbolica che sopravvive e anzi prolifera nella propria inconcludente autoreferenzialit&agrave;. Colpisce il tema dell&rsquo;innovazione attraverso l&rsquo;introduzione delle tecnologie in ambito scolastico perch&eacute; la scuola che le utilizza per sostituirle alla tradizione culturale non &egrave; quella dell&rsquo;et-et bens&igrave; quella dell&rsquo;aut-aut: eppure la compresenza di ratio e traditio nel bagaglio metodologico e contenutistico dell&rsquo;ambito formativo dovrebbe rappresentare l&rsquo;ubi consistam della mission educativa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Eppure chi tra i docenti non sa o non parla di BES, DaD, DDI, RAV, GLO, PEI, POF, FO, DOS, DSA, ADHD, FAD, FIS, GLH, GLIP, GOP, IOP; LEA, MOF, LIM, LIS, NAV, GAV, OSA, OF, PAF, PDF, PDP, PECUP, PMOF, PIA, PEP, PNF, POR, PON, PTOF, PSP, ROL, RAV, RE, RSPP, SASI-S, TIC, UdA, USR, UST&hellip;. &egrave; considerato un analfabeta di ritorno, un arcaico espunto dalla pedagogia post-moderna e dai suoi addentellati professionali. Sembra che anche la scuola, anzich&eacute; distinguersi come luogo della facilitazione comunicativa e dell&rsquo;autorevolezza culturale, segua l&rsquo;onda lunga inaugurata dalla messaggistica degli smartphone (pur vietandone tendenzialmente l&rsquo;uso in classe). Il sistema scolastico che tutti vogliamo aderente ai tempi e concorrenziale rispetto al grande contenitore globalizzato dell&rsquo;informazione digitale, finisce per mutuarne gli aspetti pi&ugrave; riduttivi e banalizzanti: sullo sfondo la costruzione di una mente critica &ndash; che dovrebbe essere la pi&ugrave; importante finalit&agrave; formativa &ndash; sembra imprigionata nelle liturgie e nei rituali applicativi delle cd. &lsquo;nuove tecnologie, spesso non senza forzature. Questa considerazione &egrave; una licenza descrittiva imputabile al recensore, che sta a latere dello studio analitico e della ricerca epistemologica di Antonelli ma che non bisogna dimenticare, se &egrave; vero che alla scuola &egrave; chiesto di aggiornarsi per interagire con le nuove derive linguistiche del comunicare a livello formativo e nelle pi&ugrave; ampie relazioni sociali, senza tradire la propria missione pedagogica che &egrave; altra cosa dai social.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;irruzione di ChatGPT e le primordiali applicazioni dell&rsquo;intelligenza artificiale nel linguaggio prodotto dalle tecnologie e dalle relative strumentazioni e la loro graduale estensione nella comunicazione 4.0 saranno indubbiamente le derive evolutive (o involutive, secondo alcuni critici) dell&rsquo;interlocuzione tra umani e tra essi e le macchine che ne replicano azioni e abilit&agrave; in modo sempre pi&ugrave; evoluto e sofisticato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Qui ci si pu&ograve; pudicamente fermare a riflettere, ripensando ad esempio alle parole di Geoffrey Hinton, fondatore e guru di Google: &ldquo;al momento gli uomini sanno governare e dominare i prodotti dell&rsquo;I.A., le macchine e i robot, ma non &egrave; detto che ci&ograve; rester&agrave; tale in futuro&rdquo;. Un avvertimento sinistro e autorevole, considerata la fonte e la posta in gioco: la struttura ontologica dell&rsquo;essere umano e i suoi imperscrutabili destini.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/alfabit-litaliano-digitale-dagli-sms-allia/2716]]></guid>
					<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Il caso Esposito]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-caso-esposito/2715]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Nell&rsquo; incipit della prefazione di Giuliano Ferrara si fa menzione a &lsquo;Il processo&rsquo; di Franz Kafka come paradigma utile a comprendere la vicenda giudiziaria che ha coinvolto (fino all&rsquo;assoluzione) il senatore Stefano Esposito e l&rsquo;imprenditore Giulio Muttoni. L&rsquo;analogia risulta calzante perch&eacute; il celebre romanzo &ndash; che ha un epilogo diverso e tragico &ndash; spiega in tutte le sue allegorie e le iconiche rappresentazioni il &lsquo;paradosso&rsquo; come chiave di lettura di questa storia. E cos&igrave; in questo libro scritto da Ermes Antonucci ed edito da Liberilibri si descrive quello che l&rsquo;autore mette insieme in tutti i passaggi di ci&ograve; che definisce nel titolo un &lsquo;massacro giudiziario&rsquo;. Per averlo letto pi&ugrave; volte, apprezzato fino al coinvolgimento emotivo pi&ugrave; profondo e fatto oggetto di un saggio di approfondimento, ritengo che il capolavoro kafkiano &egrave; forse &ndash; senza molti giri di parole &ndash; la rappresentazione narrativa universale &nbsp;dell&rsquo;inspiegabile nello sviluppo di una trama sghemba, di uno spaesamento esistenziale che pu&ograve; portare alla follia, alla soccombenza di fronte a ci&ograve; che resta lungamente indimostrabile, fino al punto che gli stessi oscuri personaggi del romanzo, le stanze, le scale, le aule, gli stambugi di un improbabile palazzaccio con i suoi labirinti e le sue risposte sempre rimandate raccontano una storia che non ha spiegazioni alla domanda che chiunque venga a trovarsi in un simile contesto esistenziale drammatico si porrebbe: perch&eacute;?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ho imparato negli anni trascorsi in tribunale che la giustizia &egrave; lenta ma inesorabile: un assioma che nell&rsquo;attesa che si realizzi diventa fonte di angosce devastanti, a maggior ragione se chi &egrave; coinvolto in qualche storia che dovr&agrave; &lsquo;passare in giudicato&rsquo; ha la certezza morale della propria innocenza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Inesorabile &egrave; quindi anche una giustizia lenta che arriva troppo tardi e porta via anni di vita nel tormento perch&eacute; chi giudica pu&ograve; a conti fatti sbagliare al pari di chi &egrave; giudicato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ermes Antonucci sciorina una serie di dati impressionanti, che sono il cot&eacute; statistico di questa rappresentazione kafkiana di una vicenda giudiziaria che si consuma fino all&rsquo;estinzione ma che lascia uno strascico indelebile di dolore, di vergogna, di tentativi di spiegare ci&ograve; che non si riesce a dimostrare perch&eacute; dallo scranno dell&rsquo;inquisitore alla sbarra dell&rsquo;imputato si parlano due linguaggi diversi e si raccontano verit&agrave; contrapposte. I personaggi di questa vicenda non sono stati arrestati ma hanno subito &ndash; lo dimostra la sentenza di assoluzione &ndash; una gogna giudiziaria e mediatica che si spiega anche nella incomprensione della gente che passa velocemente e troppo spesso dal dubbio al pregiudizio: &egrave; la societ&agrave; che reclama giustizia a braccia levate e pugni chiusi ma pregiudizialmente pensa alla colpevolezza come fonte di espiazione di un male asseritamente commesso, una societ&agrave; che nell&rsquo;immaginario prevalente diventa forcaiola e giustizialista. Lo sfondo esistenziale &egrave; quello magistralmente tratteggiato da Kafka, fatto di afasie e solitudini, di pensieri cupi, del timore di non riuscire a dimostrare ci&ograve; che appare evidente, di una comunicazione negata nei rituali delle procedure e nelle liturgie dei faldoni che si accumulano e si moltiplicano e che richiedono tempi inenarrabili alla loro decifrazione fino alla risposta finale: colpevole o innocente?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si &egrave; fatto cenno ai dati che l&rsquo;autore del libro considera eloquenti in questa vicenda che non esita a definire &lsquo;clamorosa&rsquo;: sette anni di indagini (che hanno reso Esposito un appestato di fronte all&rsquo;opinione pubblica) senza arrivare ad un processo, 30 mila intercettazioni a carico del coimputato Muttoni (per incastrare anche il senatore che non poteva essere intercettato senza autorizzazione parlamentare, nonostante lo sia a conti fatti stato (intercettato) almeno 500 volte che , come riscontrato nel 2023 dalla Corte Costituzionale &ldquo;erano in realt&agrave; univocamente preordinate ad accedere alla sfera di comunicazione del parlamentare&rdquo;, un totale di 2.589 giorni trascorsi dentro un incubo giudiziario. Si stima che tra il 1992 e il 2023 sono stati circa 31.000 i casi di ingiuste detenzioni ed errori giudiziari. Praticamente mille ogni anno. Con un costo complessivo di quasi 900 milioni di euro per le casse dello Stato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Corruzione, traffico di influenze illecite, turbativa d&rsquo;asta.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Inquisito dalla Procura di Torino Esposito verr&agrave; prosciolto da ogni addebito dal Tribunale di Roma.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel dialogo con l&rsquo;autore che si dipana lungo le pagine del libro Esposito racconta anni di sofferenza senza intravvedere vie d&rsquo;uscita: frustrazione, perdita di autostima, prostrazione fisica e mentale, depressione, attacco alla reputazione personale, carriera politica stroncata, compromissione della vita familiare davanti alla moglie e ai figli, diffidenza presso amici e conoscenti, difficolt&agrave; economiche,&nbsp; spese legali, notti insonni, incubi esistenziali, il mondo interiore e quello esterno che si fanno cupi, neri, emotivamente insostenibili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Insomma un annichilimento devastante che cambia la vita senza vedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Vivere il pregiudizio &egrave; forse pi&ugrave; doloroso che espiare una pena: nel suo lungo racconto Esposito arriva a confessare che avrebbe preferito essere arrestato, perch&eacute; sarebbe stato meglio ripartire da zero per dimostrare la propria estraneit&agrave; ai fatti che subire l&rsquo;onta di un protratto circo mediatico-giudiziario sub&igrave;to in una sorta di limbo dell&rsquo;indeterminato, rincorrendo spiegazioni e risposte cadute nel vuoto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci&ograve; che pi&ugrave; colpisce di questa narrazione sono gli aspetti umani della vicenda, i sentimenti, le angosce, le inquietudini laceranti: la storia giudiziaria &egrave; una lunga trama rivelatasi infondata mentre le ferite nascoste restano &ndash; ancorch&eacute; spiegate quasi come in una specie di catarsi &ndash; e lasciano cicatrici nell&rsquo;anima che neanche il tempo riesce a rimuovere, tanto sono profonde e dolorose, fosse anche solo nel loro ricordo.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-caso-esposito/2715]]></guid>
					<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Crescere connessi: una sfida per genitori e figli]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/crescere-connessi-una-sfida-per-genitori-e-figli/2714]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">In questo agile libro alla portata di tutti i target di lettori, ma pensato principalmente per i genitori, l&rsquo;autore &ndash; docente di Psicologia della comunicazione all&rsquo;Universit&agrave; Cattolica di Milano, esplora il mondo dell&rsquo;approccio alle tecnologie da parte dei bambini e degli adolescenti. Lo fa con l&rsquo;intendimento di non demonizzare questo dilagante e pervasivo mondo degli strumenti digitali di uso ormai comune, nella consapevolezza che occorra posizionarsi in un&rsquo;ottica di utilizzo consapevole e non di preconcetto rifiuto. Ci&ograve; che fa parte della quotidianit&agrave; di ogni famiglia pu&ograve; essere uno strumento per facilitare conoscenze e apprendimenti se i genitori si identificano nel ruolo di accompagnatori dei propri figli, non come controllori o censori (vietare e demonizzare suscita spesso conseguenze opposte) ma come traduttori e guide nel passaggio dal mondo reale a quello virtuale, una dinamica che tutti ci riguarda ma che nella giovane et&agrave; necessita di un oculato accompagnamento. Il pregio di questo saggio consiste nel considerare le peculiarit&agrave; proprie di ogni et&agrave; dell&rsquo;infanzia e dell&rsquo;adolescenza, poich&eacute; diversi sono gli strumenti utilizzati, la manipolazione, il tempo dedicato al loro uso, le dinamiche di fruizione e gli interessi prevalenti, gli impliciti inconsapevoli e la selezione delle scelte sempre pi&ugrave; consapevoli con il crescere dell&rsquo;et&agrave;. Si tratta di un processo che potremmo anche considerare come intrusione &ndash; dall&rsquo;esterno all&rsquo;interno - dalle dinamiche dei mezzi di comunicazione-intrattenimento che rinveniamo nel pi&ugrave; ampio contenitore sociale al contesto familiare, alla fruizione individuale dell&rsquo;utilizzatore, ma che di fatto non &egrave; possibile respingere considerata la sua peculiare dimensione pervasiva. Meglio allora &lsquo;crescere connessi&rsquo; ma consapevoli ed educati all&rsquo;uso delle tecnologie e dei nuovi stilemi linguistici e comunicativi piuttosto che viaggiare in questo mondo tutto da esplorare, con le sue incognite e i suoi pericoli, dall&rsquo;assuefazione preponderante, alle dipendenze vere e proprie, alla navigazione nel buco nero del web, fino ai condizionamenti occulti provocati dai social nella sfera delle emozioni e dei sentimenti, con conseguenze a volte dannose e irreversibili, dove si produce un effetto moltiplicatore distorsivo come accade platealmente nel cyberbullismo e nelle manifestazioni di violenza simbolica agita attraverso un uso distorto delle tecnologie, come si verifica nel revenge porn, anche tra i ragazzi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Del libro piace l&rsquo;approccio educativo che induce la corresponsabilizzazione dei genitori: non tutto pu&ograve; essere demandato alla scuola a cui giungono sovente alunni &ndash; fin dalla tenera et&agrave; &ndash; che hanno acquisito modalit&agrave; di uso di smartphone e tablet e dei linguaggi connessi che &egrave; difficile recuperare ad una dimensione ortodossa di utilizzo, perch&eacute; oltre la famiglia ci sono il cortile di casa, la cerchia delle amicizie, il solipsismo inconsapevole. Il coinvolgimento dei genitori &egrave; determinante: l&rsquo;autore non se lo chiede per evitare preconcette colpevolizzazioni ma possiamo ancora chiamare famiglia quel nucleo di soggetti che si isolano tra loro per dialogare in solitudine con il proprio strumento tecnologico preferito? Accadeva peraltro gi&agrave; con la TV che bambini e adolescenti fossero vittime inconsapevoli di pessimi esempi formativi (e accade tuttora) ma certamente l&rsquo;uso individuale di strumenti tecnologici pi&ugrave; sofisticati che proiettano in mondi nascosti, senza freni e senza limiti, li pongono di fronte a programmi non adatti, se non raccapriccianti, che inducono alla ripetizione nella realt&agrave; di gesti estremi, che istigano al male: pi&ugrave; volte ad es. Tik Tok &egrave; stato oggetto di critiche e censure perch&eacute; privo di qualsivoglia filtro di accesso, tanto che negli USA recentemente &egrave; stato accusato di propaganda politica anti-trumpiana.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autore di &lsquo;Crescere connessi&rsquo;&ndash; con un approccio che segue lo sviluppo cognitivo del bambino fin dalla primissima et&agrave;, imposta una sorta di parallelo manuale d&rsquo;uso delle tecnologie, in modo epistemologicamente corretto, evidenziando sovraesposizioni, distorsioni, eccessi, disattenzioni da parte degli adulti che producono danni invisibili dal punto di vista neurologico e apprenditivo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Possiamo immaginare che non tutti i genitori siano culturalmente e strutturalmente in grado di svolgere la funzione di accompagnamento-guida- controllo per monitorare l&rsquo;uso di hardware e software da parte dei figli: non basta la buona volont&agrave;, servono competenze che sovente i minori possiedono in modo preponderante rispetto agli adulti. L&rsquo;utilizzo quotidiano di tecnologie nell&rsquo;infanzia e poi nell&rsquo;adolescenza costruisce un pensiero simbolico digitale che a sua volta &egrave; la premessa di una vera e propria alfabetizzazione digitale. Quando arriva a sedersi nei banchi di scuola come alunno il bambino ha gi&agrave; costruito meccanismi di manipolazione e codici simbolici digitali: qui comincia l&rsquo;opera degli insegnanti che devono contemperare questa deriva con gli apprendimenti tradizionali. Purtroppo sovente la scuola, per come va strutturandosi, asseconda questi processi rimuovendo la cultura sedimentata: ci sono state ad esempio sperimentazioni di abolizione dell&rsquo;uso del corsivo scritto sostituito dai tablet con risultati disastrosi, perch&eacute; la cultura e la formazione non sono aut-aut ma et-et. Nell&rsquo;adolescente &ndash; come rileva il Prof. Riva &ndash; il mondo digitale pur offrendo straordinarie opportunit&agrave; di connessione, conoscenza ed espressione, presenta insidie che reclamano attenzioni e precauzioni. La natura pervasiva e immersiva dei social media, l&rsquo;uso patologico delle tecnologie si unisce alle vulnerabilit&agrave; tipiche dello sviluppo adolescenziale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Va infine evidenziato come l&rsquo;educazione, il sostegno, l&rsquo;indirizzo ad un utilizzo corretto delle tecnologie ricevuti in famiglia, finiscono varcando la soglia della porta di casa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si apre per il bambino-ragazzo-adolescente un universo di virtualit&agrave; incontrollabili, non &egrave; raro il caso di quattordicenni (se non pi&ugrave; giovani) che possiedono un proprio profilo social attraverso il quale entrano in contatto &ndash; in entrata e in uscita- con un mondo irreversibilmente globalizzato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Alcuni genitori se ne rendono conto, altri gettano la spugna, altri si affidano alla scuola che sta prendendo coscienza della necessit&agrave; di porre un limite all&rsquo;uso degli smartphone in classe.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se non si pongono regole non ci sono limiti se non quelli dati dalla casualit&agrave;: un po&rsquo; troppo poco per giovani menti e cuori in formazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Personalmente insisto da tempo sulla necessit&agrave; di riappropriarsi di una sana educazione sentimentale, che abitui al rispetto delle regole, degli alfabeti emotivi e della dignit&agrave; che merita ogni individuo, a partire dalla minore et&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autore di questo utilissimo libro &egrave; perfettamente consapevole delle difficolt&agrave; che si incontrano nell&rsquo;educazione all&rsquo;uso consapevole delle tecnologie.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gli strumenti sono neutri, o meglio lo erano perch&eacute; il loro utilizzo parossistico produce non solo assuefazione ma vera e propria dipendenza: non sono rari i casi di autolesionismo e di devianze comportamentali se non di vere e proprie ribellioni, quando i limiti sono posti troppo tardi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Mentre scrivo questa breve, modesta recensione giunge dalla cronaca una notizia che fa pensare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Succede in India: &ldquo;tre sorelle di 12, 14, e 16 anni - dipendenti da programmi di cultura coreana - alle quali i genitori avevano confiscato i loro&nbsp;telefoni cellulari, si sono lanciate dal balcone del loro appartamento al nono piano, a Ghaziabad, un sobborgo di Nuova Delhi&rdquo;. Risulta peraltro che avessero abbandonato da tempo la scuola e seguissero compulsivamente programmi &lsquo;drama&rsquo; coreani. Si tratta di un fenomeno che &egrave; parte di una globalizzazione emulativa dei comportamenti, che grazie ai social si replicano e si diffondono ovunque. Non &egrave; dunque allarmismo ma consapevolezza dei rischi che corrono i nostri ragazzi, il parlarne e l&rsquo;attrezzarsi per fermare queste derive distruttive.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/crescere-connessi-una-sfida-per-genitori-e-figli/2714]]></guid>
					<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[La grande transizione del capitalismo]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-grande-transizione-del-capitalismo/2713]]></link>
					<description><![CDATA[<p><strong>Caro Direttore Dr. Sabella, nel linguaggio ricorrente e nell&rsquo;immaginario collettivo il dibattito e l&rsquo;attenzione si concentrano sul tema attuale della cd. &ldquo;transizione&rdquo;, considerata nei suoi aspetti pi&ugrave; ricorrenti: digitale, energetica, ambientale e nei loro correlati antropologici. Nel Suo libro &ldquo;La grande transizione del capitalismo&rdquo; edito da Rubbettino Lei sposta invece il focus sul tema del &ldquo;capitalismo&rdquo;. Perch&eacute;?</strong></p>
<p>Nel dibattito pubblico la parola <em>transizione</em> &egrave; diventata quasi una formula magica: digitale, ecologica, energetica. Nel mio libro <em>La grande transizione del capitalismo</em> ho scelto di spostare il focus proprio su questo punto: non stiamo vivendo una transizione neutra, ma una trasformazione strutturale del capitalismo. Parlare solo di tecnologia significa eludere la questione centrale: chi decide, chi guadagna, chi perde. Siamo di fronte a una riorganizzazione profonda delle forme di accumulazione, dei rapporti di potere e dei meccanismi di legittimazione dell&rsquo;economia globale. Il capitalismo non cambia per caso: cambia per continuare a riprodursi. Joseph Schumpeter lo aveva gi&agrave; colto descrivendolo come un sistema fondato sulla &ldquo;distruzione creatrice&rdquo;, in cui l&rsquo;innovazione rompe equilibri, genera crescita ma anche instabilit&agrave;. La trasformazione non &egrave; dunque un&rsquo;anomalia, bens&igrave; la condizione normale di funzionamento del capitalismo. Negli ultimi decenni questa dinamica si &egrave; intensificata: alle grandi ondate di innovazione si sono accompagnate disuguaglianze crescenti, precarizzazione del lavoro e crisi ricorrenti. L&rsquo;idea di una transizione indolore e governabile tecnicamente appare, alla luce di questa storia, ingenua. Anche l&rsquo;ascesa della Cina ha infranto l&rsquo;equazione tra capitalismo, libero mercato e democrazia liberale, mostrando l&rsquo;esistenza di forme di capitalismo politico in cui potere economico e potere statale sono intrecciati. In questo senso, la transizione ecologica e digitale non rappresenta una rottura con il capitalismo, ma la sua pi&ugrave; recente ristrutturazione storica, che ridefinisce priorit&agrave; produttive, tecnologiche ed energetiche. Tuttavia, per capire davvero la transizione dobbiamo tornare a interrogare il capitalismo e porci la domanda pi&ugrave; scomoda e necessaria: a vantaggio di chi si sta trasformando? La questione decisiva &egrave; se questa nuova fase produrr&agrave; benefici diffusi e inclusione sociale, oppure se finir&agrave; per accentuare ulteriormente le disuguaglianze: &egrave; su questo terreno che oggi si gioca il senso politico e sociale della transizione.</p>
<p><strong>Ad un livello interpretativo ed euristico, secondo un&rsquo;analisi economica ma anche socio-culturale, a quale arco temporale possiamo ascrivere questa decisa virata del capitalismo? Quali sono le sembianze caratterizzanti il capitalismo che lo rendono diverso e attuale? Quali sono gli assi portanti entro cui si va caratterizzando come aspetto prevalente della transizione globale?</strong></p>
<p>La transizione attuale va letta come crisi e riconfigurazione della globalizzazione costruita sotto l&rsquo;egemonia americana e rafforzata negli anni del neoliberismo. Per decenni il mercato globale ha garantito crescita e interdipendenza, ma con benefici profondamente asimmetrici. La rottura arriva nel 2008: Lehman Brothers segna la fine di un ciclo storico. Gli Stati Uniti non sono pi&ugrave; il &ldquo;compratore di ultima istanza&rdquo;, il multilateralismo si incrina e la Cina diventa un competitor strategico. Non si tratta di una semplice frattura tra Occidente e Asia, ma della formazione di blocchi economici e geopolitici. La competizione tra Stati Uniti e Cina non riguarda solo commercio e tecnologia, ma due forme di capitalismo: uno liberale un po&rsquo; in difficolt&agrave; e uno politico che integra mercato e Stato, anch&rsquo;esso alle prese con qualche problema (in particolare, sovrapproduzione merci). In questa tensione prende forma la nuova fase storica, in cui energia e tecnologia diventano inseparabili. Senza sicurezza energetica non esistono n&eacute; autonomia tecnologica n&eacute; sovranit&agrave; strategica.<strong></strong></p>
<p><strong>A proposito di energia e di transizione dall&rsquo;oil and gas alle fonti alternative, come possiamo contemperare un incedere pervasivo del capitalismo 4.0 con il tema ecologico e della sostenibilit&agrave;? In che misura la presenza organizzata dell&rsquo;uomo nei contesti planetari va assumendo questa decisa caratterizzazione? Considerando anche i chiaroscuri di una visione planetaria in cui convivono espansione e ricchezza con sacche di emarginazione e povert&agrave; assoluta.</strong></p>
<p>Quando un ciclo storico di accumulazione si esaurisce, il capitale tende a riorganizzarsi non solo sul piano produttivo, ma anche su quello simbolico e discorsivo. In questo senso, Jacques Lacan &egrave; illuminante. Per Lacan il discorso non &egrave; semplice comunicazione, ma &egrave; una struttura che organizza desideri, potere e legami sociali. Il cosiddetto &ldquo;discorso del capitalista&rdquo; descrive proprio la capacit&agrave; del sistema di accelerare i processi di produzione e consumo, trasformando anche le crisi in nuove occasioni di funzionamento. &Egrave; su questo piano che si colloca l&rsquo;analisi di Luc Boltanski, quando mostra come il capitalismo sia in grado di assorbire le critiche che gli vengono rivolte, neutralizzarle e trasformarle in motore di nuovi cicli. In questa prospettiva, ecologia e sostenibilit&agrave; diventano il nuovo linguaggio di legittimazione del capitalismo contemporaneo. Nel contesto post-2008, il grande capitale ha progressivamente incorporato l&rsquo;istanza ecologica come terreno strategico per l&rsquo;innovazione e per la costruzione di nuovi mercati. Questo non significa negare la realt&agrave; della crisi climatica, n&eacute; il fatto che una transizione verso le fonti rinnovabili sia preferibile al modello fondato su oil and gas. Significa piuttosto riconoscere che il capitalismo tende a trasformare anche l&rsquo;emergenza ecologica in uno spazio di riorganizzazione produttiva, proponendosi come agente &ldquo;salvifico&rdquo; attraverso tecnologie verdi e innovazione industriale.</p>
<p><strong>Possiamo storicamente analizzare e descrivere le specificit&agrave; delle precedenti fasi evolutive del capitalismo? In quella attuale possiamo considerare che tecnica e tecnologia, digitalizzazione ed informatica siano il volano di una evoluzione qualitativa?</strong></p>
<p>Le transizioni storiche del capitalismo sono sempre state segnate da mutamenti tecnologici, sociali e geopolitici che hanno ridefinito le forme di accumulazione e le infrastrutture del potere. Come osservava Fernand Braudel, gi&agrave; nella fase del capitalismo mercantile si consolida un&rsquo;<em>economia-mondo </em>europea fondata su circuiti commerciali e finanziari che prefigurano il capitalismo moderno. La Rivoluzione industriale segna il passaggio decisivo al capitalismo industriale di massa: la fabbrica diventa il centro dell&rsquo;organizzazione economica e sociale, dando origine al mercato del lavoro ma anche a un conflitto strutturale tra logica produttiva e dignit&agrave; della persona. Karl Polanyi ha colto questo snodo mostrando come l&rsquo;economia di mercato tenda a separarsi dalla societ&agrave;, trasformando lavoro, terra e moneta in &ldquo;merci fittizie&rdquo; &ndash; quando invece sono la precondizione del mercato &ndash; con effetti socialmente destabilizzanti. Nel secondo dopoguerra, il capitalismo fordista e il compromesso tra capitale e lavoro producono la Golden Age, fondata su crescita e welfare. Questo equilibrio entra in crisi negli anni Settanta, aprendo la stagione neoliberale basata su deregolazione, finanziarizzazione e delocalizzazioni. La fase del capitalismo globale culmina tra il 1989 e il 2008, con l&rsquo;integrazione multilaterale delle catene produttive e la centralit&agrave; della Cina. La crisi finanziaria segna la fine di questo paradigma e l&rsquo;avvio di una nuova transizione, in cui ecologia e sostenibilit&agrave; diventano vincoli strutturali per la riproduzione del sistema. Tutte queste fasi mostrano che la tecnologia non &egrave; mai neutra. Max Horkheimer e la Scuola di Francoforte hanno evidenziato come la tecnica incorpori una razionalit&agrave; strumentale funzionale al dominio: non &egrave; un caso che oggi si parli di capitalismo digitale, delle piattaforme o della sorveglianza, definizioni diverse che convergono nel descrivere un sistema fondato sul controllo dei dati e delle infrastrutture tecnologiche.</p>
<p><strong>Secondo quali direttrici di marcia il capitalismo si sta organizzando e configurando su scala mondiale considerando i vettori del digitale, dell&rsquo;intelligenza artificiale e dell&rsquo;energia?</strong></p>
<p>Il vero driver sistemico &egrave; l&rsquo;energia. La transizione digitale e l&rsquo;ascesa dell&rsquo;intelligenza artificiale sono processi strutturalmente energivori: l&rsquo;espansione delle capacit&agrave; computazionali, delle infrastrutture digitali e dei data center rende la disponibilit&agrave; di energia un prerequisito del primato tecnologico e geopolitico. L&rsquo;autonomia energetica diventa cos&igrave; una dimensione decisiva della potenza, nel senso indicato da Susan Strange quando parla di <em>structural power</em>, ossia della capacit&agrave; di uno Stato di definire le condizioni di funzionamento dell&rsquo;economia globale. In questo senso, la Cina &egrave; cresciuta in modo molto rapido legando lo sviluppo tecnologico al controllo delle supply chain, in particolare delle risorse materiali necessarie alla produzione avanzata: le terre rare sono diventate un nodo strategico per elettronica, intelligenza artificiale e tecnologie verdi. Tale consapevolezza si iscrive in una logica che pu&ograve; essere letta attraverso l&rsquo;approccio dei <em>world-systems studies</em> di Immanuel Wallerstein: la competizione tra centro e semi-periferia non riguarda soltanto la produzione industriale, ma soprattutto la possibilit&agrave; di dominare le catene globali del valore e di spostare a proprio vantaggio le gerarchie dell&rsquo;economia-mondo. Gli Stati Uniti mantengono un primato tecnologico grazie alle BigTech, ma hanno rafforzato ulteriormente la propria posizione attraverso la sovranit&agrave; energetica conquistata con la <em>shale revolution</em>, che li ha trasformati in esportatori netti di energia. In una fase in cui energia e tecnologia sono sempre pi&ugrave; inseparabili, questo conferisce a Washington un vantaggio strutturale.</p>
<p><strong>In questo senso l&rsquo;attuale alta conflittualit&agrave; planetaria pu&ograve; essere ricondotta ad una fase transitoria del nuovo capitalismo che finisce per superare i vecchi discrimini ideologici del 900?</strong></p>
<p>S&igrave;, l&rsquo;alta conflittualit&agrave; planetaria pu&ograve; essere ricondotta alla transizione del capitalismo in atto. In questa fase storica il grande capitale &mdash; pur non essendo un attore unitario &mdash; concorre, insieme al potere politico, alla riconfigurazione dell&rsquo;economia mondiale. &Egrave; significativo che questa diagnosi provenga dal cuore della finanza globale: nella lettera agli azionisti del marzo 2022, Larry Fink, ceo di BlackRock, scrive che &ldquo;la guerra in Ucraina segna un punto di svolta dell&rsquo;ordine mondiale, delle tendenze macroeconomiche e dei mercati dei capitali&rdquo;. Tuttavia, come ha osservato Giulio Tremonti, &ldquo;non &egrave; la guerra a porre fine alla globalizzazione, ma &egrave; la fine della globalizzazione a produrre la guerra&rdquo;. L&rsquo;ordine internazionale era gi&agrave; indebolito dalla pandemia, che ha messo in crisi catene del valore, approvvigionamenti strategici e fiducia nel multilateralismo. La crisi del mercato globale implica cos&igrave; la nascita di un nuovo ordine fondato su blocchi economici e geopolitici. In questo contesto si colloca l&rsquo;azione di potenze revisioniste come Russia e Cina, sostenute da una rete di alleati, tra cui l&rsquo;Iran, accomunati dall&rsquo;obiettivo di ridimensionare la primazia occidentale. I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente possono essere letti come espressioni convergenti di una stessa dinamica sistemica. Non mi pare, tuttavia, che questa fase segni un reale superamento dei discrimini ideologici del Novecento. Al contrario, il capitalismo appare oggi pi&ugrave; vorace che mai: profitto ed efficienza restano i suoi fini dominanti.</p>
<p><strong>A proposito del lavoro, il capitalismo degli interessi prevalenti e del dominio delle fonti energetiche del futuro sta espungendo i temi del lavoro e dei diritti dei lavoratori verso una fase di precariet&agrave; storica ed esistenziale. Quale tipo di incidenza possono rivendicare e gestire le organizzazioni sindacali in ogni Paese se la vera ricchezza si esprime nella concentrazione del potere? Esiste uno spazio di intermediazione politica e sociale all&rsquo;interno dei grandi processi evolutivi del capitalismo attuale? E fino a che punto ci&ograve; potr&agrave; incidere &ndash; nel bene e nel male &ndash; rispetto alla resistenza delle moderne democrazie, se ha ancora un senso parlarne?</strong></p>
<p>Nelle societ&agrave; occidentali, gli anni della globalizzazione hanno favorito la concentrazione della ricchezza e il potere del capitale. Parallelamente, si &egrave; progressivamente eroso il ceto medio, che per decenni aveva rappresentato l&rsquo;architrave della stabilit&agrave; sociale e politica delle democrazie occidentali. Si tratta dell&rsquo;effetto concreto di trasformazioni strutturali che hanno inciso sul lavoro, sui redditi e sulle prospettive di mobilit&agrave; sociale. Come osserva Branko Milanovic, la concentrazione della ricchezza nella &ldquo;classe globale&rdquo; di &eacute;lite cosmopolite ha ridotto il potere effettivo dei cittadini, accrescendo l&rsquo;influenza della grande finanza e delle multinazionali sui processi politici. In questo contesto, le comunit&agrave; sociali si sono indebolite, la polarizzazione &egrave; aumentata e il discorso politico si &egrave; radicalizzato, mentre la precariet&agrave; materiale ha alimentato insicurezza e sfiducia. Il calo della natalit&agrave; &egrave; uno degli indicatori pi&ugrave; evidenti di questa crisi: quando viene meno la fiducia nel futuro, si interrompe anche la promessa implicita del progresso. Questa frattura sociale ha avuto effetti diretti sulla qualit&agrave; della democrazia. In assenza di risposte politiche credibili, la domanda di protezione si &egrave; spesso tradotta in delegittimazione delle &eacute;lite e crisi dei corpi intermedi. In questo vuoto &egrave; tornata a imporsi la geopolitica: quando le democrazie faticano a garantire coesione e legittimit&agrave; sociale, come sostiene Wolfgang Streeck, la competizione tra potenze e la logica dei blocchi diventano strumenti di ricomposizione simbolica. Crisi della globalizzazione, crisi della democrazia rappresentativa e ritorno della geopolitica appaiono cos&igrave; come dimensioni interconnesse di una stessa transizione storica.</p>
<p><strong>Possiamo provare, con la dovuta cautela, a immaginare un futuro dopo questo ritorno della geopolitica? E, in particolare, come si presentano Europa e Italia dinnanzi a questa transizione?</strong></p>
<p>L&rsquo;Europa sta affrontando questa fase con un riflesso prevalentemente tecnocratico. Regolazione, standard, vincoli ambientali: strumenti importanti, ma insufficienti. Manca una visione politica della potenza. Senza politica industriale, autonomia energetica e coesione sociale, l&rsquo;Europa rischia di essere il regolatore morale di un mondo guidato da altri. In Italia la fragilit&agrave; &egrave; ancora pi&ugrave; evidente: crescita debole, demografia in declino, ceto medio in erosione. Una democrazia pu&ograve; restare formalmente stabile anche mentre si svuota di rappresentanza e prospettiva. &Egrave; questo il rischio. La transizione non &egrave; una sequenza di adeguamenti tecnici. &Egrave; una prova di maturit&agrave; politica. O le societ&agrave; europee ricostruiscono un equilibrio tra competitivit&agrave; e coesione, oppure la trasformazione in atto produrr&agrave; efficienza economica ma impoverimento democratico.</p>
<p><strong>Dott. Sabella se potesse spiegare in poche parole in cosa consiste la transizione capitalistica di questa epoca e descrivere dove potr&agrave; portare l&rsquo;umanit&agrave;, riuscirebbe a riassumere questa trasformazione rendendola comprensibile ad un vasto target di lettori tendenzialmente sfiduciati e disorientati?</strong></p>
<p>Siamo all&rsquo;inizio di un nuovo ciclo storico, in cui il grande capitale si sta riorganizzando. Questa riorganizzazione attraversa piani diversi &mdash; geopolitico, energetico, tecnologico, ambientale &mdash; ma il suo esito non si gioca soltanto su questi livelli. Ogni transizione capitalistica riesce davvero solo quando compie il salto decisivo sul piano politico e sociale. Il capitale &egrave; oggi il principale attore della scena globale, ma dipende esso stesso dall&rsquo;esistenza di una societ&agrave; viva: senza lavoro dignitoso, salari adeguati e fiducia nel futuro, anche l&rsquo;accumulazione entra in crisi. Per questo, la riuscita della transizione non pu&ograve; essere misurata solo in termini di efficienza o competitivit&agrave;, ma nella capacit&agrave; di produrre benessere diffuso e coesione sociale. In Italia come in Europa, fare gli interessi generali significa oggi riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro, investire nella qualit&agrave; dell&rsquo;occupazione, nella formazione e nella tenuta del ceto medio. In assenza di questo riequilibrio, la transizione in corso rischia di ridursi a un&rsquo;ennesima riconfigurazione del potere economico, capace di generare profitti ma non futuro. L&rsquo;efficienza pu&ograve; produrre ricchezza, solo la giustizia sociale pu&ograve; produrre civilt&agrave;.</p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-grande-transizione-del-capitalismo/2713]]></guid>
					<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Elogio della parola]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/elogio-della-parola/2712]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Il libro di Lamberto Maffei- gi&agrave; presidente dell&rsquo;Accademia nazionale dei Lincei e Professore di neurobiologia alla Normale di Pisa &ndash; dimostra di meritare il Premio Asimov assegnatogli nel 2019 per l&rsquo;editoria scientifica divulgativa mentre la casa editrice Il Mulino ne fa un fiore all&rsquo;occhiello da riproporre ad un vasto target di lettori. Il tema della parola e quello del linguaggio (definito &ldquo;una stringa di parole legate dalla ragione&rdquo;) sono consustanziali alla dimensione antropologica perch&eacute; ci distingue dagli altri esseri viventi ed &egrave; &ndash; allo stesso tempo &ndash; l&rsquo;aspetto pi&ugrave; qualificante dello sviluppo storico della civilt&agrave;. Oggi &ndash; in particolare &ndash; diventa dirimente per comprendere gli aspetti evolutivi-involutivi nell&rsquo;area della comunicazione e dei comportamenti umani, specie se commisurato al dilagante utilizzo delle tecnologie che ne modificano struttura, significati e significanti, fino a coinvolgere sia la dimensione personologica dell&rsquo;esprimersi sia quella sociale della comprensione e dell&rsquo;interazione emotiva generazionale, che crea nicchie di separatezza e di produzione di neologismi e altre di solitudini.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La prima parte del saggio considera l&rsquo;aspetto neurobiologico della formazione e del linguaggio della parola (che &egrave; tale per distinguerla dal linguaggio dei segni), l&rsquo;emisfero cerebrale che ne &egrave; motore e archivio, le patologie limitative dell&rsquo;uso di tale facolt&agrave; (dall&rsquo;afasia alla dislessia) e i personaggi che si sono occupati della corrispondenza neurologica e funzionale tra cervello e parola, come Bogen, Sperry e Gazzaniga o dello studio del linguaggio come Vygotskij.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Con sagacia e sottile ironia l&rsquo;autore si sofferma sull&rsquo;espansione dell&rsquo;inglese come lingua a vocazione mondialistica, prodotto ante litteram della globalizzazione che impone una lingua prevalente per intendersi e comunicare nella Torre di Babele degli idiomi innumerevoli che accompagnano l&rsquo;uomo e il formarsi delle comunit&agrave; nella loro lunga teoria di sedimentazione territoriale: vero &egrave; l&rsquo;assioma per cui &egrave; necessario un codice linguistico comune e prevalente per esprimersi e intendersi ma altrettanto vero &egrave; che questa &ldquo;americanizzazione&rdquo; della lingua porta con s&eacute; stili comportamentali e stilemi culturali ed espressivi dominanti. A partire dall&rsquo;invasione dell&rsquo;inglese nella scuola &ndash; con annessi e connessi algoritmi, sigle e acronimi che sovrastano fino a sostituirla la nostra migliore tradizione culturale e pedagogica &ndash; fino ad una sorta di imposizione implicita nella comunicazione sociale, l&rsquo;autore evidenzia come questa deriva possa provocare una lenta erosione delle tradizioni e delle civilt&agrave; europea e italiana, auspicando un recupero del &lsquo;genius loci&rsquo;, con tutta la sua ricchezza espressiva, semantica e simbolica. Il prepotente dilagare degli smartphone e delle altre tecnologie tra i giovani dipende dall&rsquo;apparire come un gioco sempre nuovo e aggiornato, proiettato al futuro e certamente pi&ugrave; divertente di un&rsquo;istruzione datata: insieme al villaggio globale ritorna l&rsquo;allegoria del &lsquo;paese dei balocchi&rsquo;, quella che lo psicanalista Luigi Zoja chiama la &lsquo;sindrome di Lucignolo&rsquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci&ograve; allontana non solo dalle parole ma dalla stessa realt&agrave;, sostituita da un infinito mondo virtuale e questo provoca una sorta di dissociazione emotiva, causa di molte distonie comportamentali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La facilitazione comunicativa indotta dai nuovi linguaggi determina un impoverimento linguistico, la parola sfuma dal descrittivo all&rsquo;improbabile, al superfluo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La globalizzazione non &egrave; ancora archiviata come tendenza inconsapevole di omologazione riduttiva.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Maffei bolla la crescita e l&rsquo;allargamento del mercato come &lsquo;bulimia dei consumi e anoressia dei valori&rsquo;, arrivando ad immaginare quanto sia importante l&rsquo;opera degli intellettuali, di coloro cio&egrave; che per primi vedono sorgere il sole oltre i monti (come direbbe Sant&rsquo;Agostino), dei depositari della cultura da tramandare come li descriveva Max Weber, di chi &ldquo;<em>genera il gusto, illumina il sapere pi&ugrave; che fornire nozioni, &lsquo;non riempie il secchio ma accende il fuoco&rsquo;, secondo la metafora di Plutarco, fornisce spiegazioni e chiavi di lettura, favorisce l&rsquo;uso pubblico della ragione, agevola la coesistenza di pensiero e azione, teoria e pratica, favorisce processi di universalizzazione della cultura mediante una visione cosmopolita della realt&agrave;</em>&raquo;, secondo Sabino Cassese in un celebre saggio per Il Mulino.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autore &egrave; consapevole di un appiattimento verso il basso: per questo non demonizza l&rsquo;uso delle tecnologie (ma non accetta lo smartphone a scuola) come nuove metodologie apprenditive, tuttavia postula e propone il ritorno alla scuola della parola e della cultura umanistica, poich&eacute; percepisce il pericolo non solo di una didattica impoverita ma anche il rinchiudersi in atteggiamenti solipsistici e isolati. Questo passaggio mi ricorda l&rsquo;iconica definizione di Luigi Lombardi Vallauri della classe come una sorta di &ldquo;astronave di assorti&rdquo; nello studio e nella riflessione, sotto la guida maieutica dell&rsquo;insegnante. &nbsp;Bellissima anche quella citazione di Italo Calvino (Lezioni americane): &ldquo;Alle volte mi sembra che un&rsquo;epidemia pestilenziale abbia colpito l&rsquo;umanit&agrave; nella facolt&agrave; che pi&ugrave; la caratterizza, cio&egrave; l&rsquo;uso della parola&rdquo;. Maffei sottolinea infatti l&rsquo;importanza di immergersi nel mondo delle parole, fonte di arricchimento lessicale e di gratificazione spirituale: personalmente ritengo ad esempio che la scuola dovrebbe recuperare una buona educazione sentimentale, che si realizza nella lettura dei classici, nel dialogo, nell&rsquo;approfondimento, nella creativit&agrave; espressiva.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Scriveva nello Zibaldone (1821) Giacomo Leopardi: &ldquo;<em>Il forse &egrave; la parola pi&ugrave; bella del vocabolario italiano perch&eacute; apre delle possibilit&agrave;, non delle certezze. Perch&eacute; non cerca la fine ma va verso l&rsquo;infinito</em>&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Di questo mondo infinito di virtualit&agrave; inespresse si erano gi&agrave; occupati, restandone affascinati, Tolstoj e Dostoevskij nella loro querelle sulla ricerca della &lsquo;parola nuova&rsquo;: qualcosa che aprisse orizzonti non solo alla letteratura del loro tempo ma all&rsquo;umanit&agrave; stessa, in quel divenire che sorregge le alterne vicende della vita e cerca soluzioni esistenziali, verso il bene, verso la pace, verso la speranza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Commentando il saggio di Maffei vorrei dunque conclusivamente riproporre questa ricerca antica: la parola nuova come tensione e arricchimento, innovazione nella continuit&agrave;, lavorio dello spirito (direbbe Massimo Cacciari), musa ispiratrice della bellezza.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/elogio-della-parola/2712]]></guid>
					<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Doppiamente sospesi]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/doppiamente-sospesi/2711]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Sar&agrave; un momento di grande difficolt&agrave; per la politica italiana stretta in una morsa assai poco piacevole: l&rsquo;esito delle urne referendarie e lo sviluppo della crisi in Medio Oriente. Siamo un sistema politico, ma anche un paese doppiamente sospesi nell&rsquo;attesa di eventi che sono estremamente difficili da prevedere.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Partiamo dalla questione del referendum sulla riforma Nordio. Lasciamo perdere il profluvio di strumentalizzazioni, furberie retoriche, demagogie di vario conio che ci hanno invasi provenienti da ambedue le parti dello schieramento. Ora il problema &egrave; prevedere come sar&agrave; possibile gestire l&rsquo;esito del voto, nei due diversi casi. Il timore &egrave; che, complice lo stress di questi mesi di fanatismi esasperati, chi risultasse vincente voglia semplicemente affermare la visione totalitaria che &egrave; stata elaborata da ciascun fronte nel furore delle polemiche.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In termini banali significa che se vincer&agrave; il no alla riforma ci si tenga un sistema che ha mostrato molte criticit&agrave;, come da tempo e dalle sponde pi&ugrave; diverse &egrave; stato affermato. In pratica che il dominio sul CSM di una magistratura organizzata in correnti di potere (come sempre le correnti cominciano come orientamenti ideologici e finiscono come lobby- vedere la storia della DC) e in cui dominano quelle pi&ugrave; radicalizzate ritenga di avere avuto il via libera per esprimere la sua egemonia come regolatore del sistema politico-istituzionale. Non stiamo parlando di tutta la magistratura ma di all&rsquo;incirca 2000 associati su pi&ugrave; di 8000 magistrati. Non avremmo un sistema bilanciato, ma un irrobustirsi delle lotte fra fazioni, di togati e di politici: uno scenario che dovrebbe quantomeno impensierire chiunque abbia a cuore le sorti del nostro sistema di governo e convivenza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non &egrave; affatto che si possa stare tranquilli nel caso di una vittoria del s&igrave;. Sebbene ultimamente il ministro Nordio si sia speso a dire che in quel caso la messa su strada della riforma sar&agrave; fatta con cautela e coinvolgendo tutti, magistrati, avvocati e forze politiche, le sue parole cozzano con un contesto in cui prevalgono componenti che vogliono imporsi a tutti i costi. Qui bisogna ricordare che il nodo della questione sono le norme di attuazione della riforma. Al contrario di quanto dicono i polemisti del no, al momento non &egrave; deciso come avverranno le estrazioni dei membri togati dei due CSM e dell&rsquo;Alta Corte, essendo improbabile che ci sia la banale estrazione alla cieca su una platea indifferenziata di pi&ugrave; di 8000 magistrati. Altrettanto si dica per quanto riguarda la formazione della lista di personalit&agrave; predisposta dal parlamento su cui poi estrarre: anche qui si andr&agrave; semplicemente a maggioranza, o, per esempio come nel caso della Corte Costituzionale, si avranno eletti che per essere inseriti in lista debbano avere un quorum che imponga un coinvolgimento delle opposizioni?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come si vede anche qui c&rsquo;&egrave; da preoccuparsi, ma a chi ha chiesto di sapere prima, dall&rsquo;uno e dall&rsquo;altro fronte, come si intendevano risolvere i problemi che abbiamo sollevato (e altri) si &egrave; risposto picche per paura di perdere pezzi di coalizione che in entrambi i casi agli equilibri razionali sono molto poco interessati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La preoccupazione per i futuri scenari &egrave; molto rafforzata dall&rsquo;attuale fase delle relazioni internazionali. L&rsquo;iniziativa israelo-americana di scatenare una grande guerra contro l&rsquo;Iran non ha fatto i conti con le potenzialit&agrave; di resistenza del regime degli ayatollah. Il calcolo che bastasse dargli una mazzata per farlo crollare si &egrave; dimostrato sbagliato e adesso si &egrave; davanti al problema di come chiudere una avventura che non potr&agrave; finire a breve come si era immaginato. A portare il confronto a fondo, cio&egrave; ad avere una guerra fino all&rsquo;annientamento del nemico, ci sono disponibilit&agrave; pi&ugrave; scarse di quel che Trump e Netanyahu si aspettavano.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;Europa vuole star fuori dalla guerra e su questa posizione converge anche il governo italiano che avr&agrave; anche pi&ugrave; di un debole per la figura di Trump, ma non &egrave; cos&igrave; cieco da non vedere che la situazione si sta incartando in maniera sempre pi&ugrave; pericolosa. Tuttavia la questione fondamentale non &egrave; come intervenire, cosa che non &egrave; richiesta perch&eacute; non c&rsquo;&egrave; spazio e non saremmo di grande aiuto (n&eacute; noi, n&eacute; gli altri paesi europei). Non &egrave; neppure quella di salvarsi l&rsquo;anima facendo intemerate anti americane e anti sioniste come vorrebbero le opposizioni, perch&eacute; ci attireremmo solo problemi senza dare alcun contributo. Il tema vero &egrave; come gestiremo la situazione economica critica che questa guerra sta gi&agrave; provocando e che potrebbe diventare anche molto pi&ugrave; drammatica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non dovrebbe essere difficile capire che una congiuntura del genere non la governi con un Paese spaccato in lotte di fazione e in cui gli occhi della politica sono fissi solo sulle elezioni politiche del prossimo anno (e ci permettiamo di avvertire che le letture impressionistiche di come &egrave; andata domenica scorsa nelle amministrative in Francia riattiver&agrave; sia i fan delle soluzioni di destra radicale che quelli di sinistra radical-movimentista). Il nostro sistema sociale ha molte fragilit&agrave;, sia pure distribuite per alcuni ambiti a macchia di leopardo: non sappiamo quanto reggerebbe ad un incrudelirsi dell&rsquo;inflazione coi salari bassi che ci sono in troppi comparti, per non parlare delle reazioni a fiammate spudoratamente speculative che l&rsquo;opinione pubblica non &egrave; in grado di tollerare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Varrebbe la pena di ragionare sugli scenari doppi che, sia pure schematicamente, abbiamo cercato di descrivere, piuttosto che buttarsi a capofitto nei ludi retorici che tanto piacciono in questi tempi di esasperato &ldquo;agire comunicativo&rdquo; (tanto fare un piccolo omaggio a Jurgen Habermas appena scomparso).</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/doppiamente-sospesi/2711]]></guid>
					<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Un voto contro la deriva giustizialista]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-voto-contro-la-deriva-giustizialista/2710]]></link>
					<description><![CDATA[<p class="Corpodeltesto31">La modifica della costituzione che &egrave; attualmente in discussione non contiene nessuna violazione dei principi fondamentali dell&rsquo;ordinamento, al contrario configura una riforma garantista dei processi mettendo l&rsquo;accusa e la difesa in parit&agrave; davanti a un giudice terzo. Si tratta di un provvedimento che si colloca in piena continuit&agrave; con la riformulazione dell&rsquo;art. 111 del testo costituzionale approvata nel 1999. Anche dal punto di vista quantitativo la riforma &egrave;, tutto sommato, minimale e poco invasiva, perch&eacute; si limita a intervenire su due articoli della costituzione; le altre modificazioni (che fanno salire a sette il numero degli articoli cambiati), infatti, sono necessarie aggiustature di coordinamento logico e grammaticale.</p>
<p class="Corpodeltesto31">Rispetto a tale contenuto, tutt&rsquo;altro che sovversivo, appaiono decisamente eccessivi, anche facendo la tara della inevitabile enfasi di una campagna elettorale, i toni allarmistici degli oppositori che parlano di una evidente volont&agrave; di ricondurre il giudiziario sotto il controllo dell&rsquo;esecutivo. Una enfasi che appare ancora pi&ugrave; singolare se si considera che la separazione delle carriere e anche la creazione di un&rsquo;alta corte disciplinare, che sono i punti qualificanti della riforma, erano obiettivi che il Partito democratico aveva auspicato in passato.</p>
<p class="Corpodeltesto31">Se si osserva la questione sotto questo profilo appare difficile comprendere perch&eacute; non ci sia stata, da parte del Pd, una seria interlocuzione con la maggioranza di governo per una possibile convergenza (magari contrattando qualche modifica) ma si sia scelta da subito la strada della contrapposizione frontale. Per intendere le ragioni di un simile atteggiamento occorre considerare la questione sotto un&rsquo;altra angolazione, squisitamente politica.</p>
<p class="Corpodeltesto31">L&rsquo;attuale dirigenza del Pd ritiene che, per sconfiggere il centro destra alle prossime elezioni politiche, occorra uno schieramento unitario comprensivo di tutte le componenti dell&rsquo;opposizione, il cosiddetto &ldquo;campo largo&rdquo;. Rispetto a questo obiettivo le divergenze che pure esistono, e non sono del tutto trascurabili (ad esempio in politica estera), debbono essere superate o, almeno, accantonate.</p>
<p class="Corpodeltesto31">Come &egrave; noto, oltre al Pd l&rsquo;altro principale socio del &ldquo;campo largo&rdquo; &egrave; il Movimento 5 stelle, cio&egrave; un partito che, nella sua non lunghissima esistenza, ha sostenuto politiche e alleanze contrastanti; basti considerare che nella diciottesima legislatura ha governato dapprima con la Lega e successivamente con il Pd. Tuttavia, pur in questo moto ondivago, che lo ha portato pi&ugrave; di una volta a rinnegare disinvoltamente posizioni precedenti, il partito di Conte ha una sua stella polare che ha sempre seguito. I pentastellati, infatti, sono portatori di una visione politica coerentemente giustizialista. A loro avviso l&rsquo;ordine giudiziario non &egrave; un potere diffuso, che deve limitarsi ad applicare la legge nei singoli casi in esame con singole sentenze, ma deve operare come un organo unitario. Un organo che deve essere il supremo garante dell&rsquo;equilibrio politico. In una simile ottica non ha senso parlare di una invasione di campo della magistratura, anzi una simile tendenza va incoraggiata. In sostanza il partito pentastellato si pu&ograve; sinteticamente definire come il braccio politico della magistratura ideologizzata. Per assicurarsi la piena adesione del Movimento 5 stelle al campo largo il Pd ha dovuto rinnegare le proprie posizioni garantiste e liberali in materia di giustizia.</p>
<p class="Corpodeltesto31">Il senso del ragionamento che si &egrave; fatto in questa sede &egrave; cos&igrave; riassumibile: Votare a favore del referendum del prossimo 22 e 23 marzo da un lato significa appoggiare una riforma garantista, ma da un altro versante vuol dire rafforzare la prospettiva di un Partito democratico a vocazione riformista, alieno dal massimalismo giudiziario.</p>
<p class="Corpodeltesto31">&nbsp;</p>
<p class="Corpodeltesto31">&nbsp;</p>
<p class="Corpodeltesto31">&nbsp;</p>
<p class="Corpodeltesto31">&nbsp;</p>
<p class="Corpodeltesto31"><span>* Ordinario di storia delle dottrine politiche - Universit&agrave; di Napoli</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-voto-contro-la-deriva-giustizialista/2710]]></guid>
					<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Titanic]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/titanic/2709]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Ci sono libri che conservano fascino e attualit&agrave; a distanza di tempo dalla loro stesura: cos&igrave; &egrave; per questo &lsquo;Titanic&rsquo; di Vittorio Emanuele Parsi che ho il piacere di rileggere e recensire in questa seconda edizione rinnovata ed ampliata, come &egrave; stato in questi giorni per un altro classico della produzione editoriale de Il Mulino come &lsquo;Democrazia e definizioni&rsquo; di Giovanni Sartori al cui pari il lungo, denso e colto saggio del Professore di Relazioni internazionali e Direttore di ASERI dell&rsquo;Unicatt di Milano si propone come chiave di lettura imprescindibile per comprendere temi ed evidenze del nostro tempo. Il sottotitolo di Titanic &ndash; &lsquo;Naufragio o cambio di rotta per l&rsquo;ordine liberale&rsquo; &ndash; proietta subito il lettore al centro degli avvenimenti &lsquo;domestici e internazionali&rsquo; ampiamente dibattuti oggi e lo fa con visione lungimirante e prospettica che va oltre il mero, attuale presente, pur anticipandone le incombenti emergenze. Preceduto dai lusinghieri apprezzamenti di illustri accademici come G. John Ikenberry, Michael Mastanduno, Matthew Evangelista, Mehran Kamrava, Joseph M. Grieco e accompagnato da una imponente bibliografia (che da sola occupa 70 pagine delle oltre 350 in cui si sviluppa il testo), il lavoro di Parsi &egrave; un &lsquo;libro di enorme importanza&rsquo;, per chiunque voglia comprendere come la politica e l&rsquo;economia domestica e globale siano giunte a un livello cos&igrave; deplorevole e cosa possiamo fare per costruire un futuro migliore&rsquo;. L&rsquo;analisi politologica &egrave; ampiamente sostenuta da un impianto epistemologico strutturato a argomentato nel suo incedere, suffragato da evidenze documentate e da una inusitata capacit&agrave; ermeneutico-interpretativa che sa andare al focus del problema evidenziato dal titolo: il declino dell&rsquo;ordine internazionale liberale che sta al crocevia tra il naufragio e un possibile cambio di rotta. Un&rsquo;avvertenza di grande attualit&agrave; alla luce degli avvenimenti pi&ugrave; recenti postumi al libro, dalla guerra in Ucraina, alla questione mediorientale, al devastante e allargato conflitto USA-Israele contro l&rsquo;Iran dalle conseguenze interne-estere imprevedibili, alla politica dei dazi imposta da Trump (e proprio in questi giorni sonoramente bocciata dalla Corte Suprema americana), alle sfere di influenza del neo colonialismo, al nuovo ordine mondiale come va configurandosi per opera delle super-potenze USA, Russia e Cina, alle incertezze che affliggono l&rsquo;Europa e la spingono verso l&rsquo;irrilevanza. Ma anche considerando gli impliciti strategici e incidentali sottesi, tra mire espansionistiche, crudo pragmatismo, retaggi nazionalistici, populismi emergenti, al ridimensionamento degli organismi internazionali a cominciare dall&rsquo;ONU (che dovrebbe sottostare alle direttive del Board of peace), all&rsquo;inazione paralizzante della NATO, alle soccombenze delle democrazie liberali (intese come &lsquo; comune eredit&agrave; ideologica dell&rsquo;umanit&agrave;&rsquo; secondo Francis Fukuyama), alla crisi del multilateralismo nella governance del commercio internazionale, all&rsquo;inusitata discrasia delle diverse concezioni di Occidente tra le due sponde dell&rsquo;Atlantico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La tesi che Parsi pone alla base della sua lunga riflessione &egrave; che la crisi dell&rsquo;ordine internazionale liberale risulti dalla rottura dell&rsquo;equilibrio tra democrazia ed economia di mercato. &nbsp;Questo passaggio mi ricorda quello che Parsi tenne a sottolineare a conclusione di una nostra intervista: la difesa di ogni democrazia nazionale passa attraverso la difesa delle democrazie nel mondo. Ci&ograve; dovrebbe realizzarsi non solo a fronte di eventi o minacce militari ma anche nel loro coordinamento a livello internazionale, dal cambiamento climatico planetario alle pandemie, dalle migrazioni all&rsquo;inquinamento globale, dall&rsquo;esaurimento delle risorse naturali ai modelli di consumo sostenibili, soprattutto alle politiche energetiche.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Temi e strategie che Mario Draghi ha fatto propri nel suo &lsquo;Rapporto sul futuro della competitivit&agrave; europea&rsquo; del settembre 2024 e rinnovato pi&ugrave; volte per preparare in tempo utile l&rsquo;Europa alle sfide che il nuovo ordine mondiale va imponendo, sollecitando un moto di ripresa e reazione che pare non essersi concretizzato in modo coeso e solidale. La metafora del vascello occidentale dirottato dal suo corso (costruzione di un libero mercato, impiego della sovranit&agrave; nazionale come contrappeso agli eccessi del mercato stesso, costruzione di una solida architettura di istituzioni internazionali fondato sulla cooperazione, inclusione politica delle classi sociali per favorire la democrazia rappresentativa, incentivo alla creazione di una classe media come spina dorsale dei sistemi politici ed economici nazionali) rischia di assumere &ndash; secondo Parsi &ndash; le sembianze e il destino del Titanic di fronte al gigantesco iceberg rappresentato dalla questione della leadership USA (anche nel passaggio dalla sua crisi all&rsquo;America first, attraverso politiche protezionistiche e isolazioniste) di fronte all&rsquo;ascesa di Russia e Cina, dal terrorismo jihadista, dalla messa in crisi delle democrazie per opera dei populismi e delle tecnocrazie.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La discontinuit&agrave; &ndash; evidenziata dall&rsquo;autore &ndash; che segna il passaggio tra l&rsquo;ordine internazionale liberale e l&rsquo;ordine globale neoliberale non &egrave; una sottile disquisizione semantica: essa sottende quanto la deregulation abbia favorito i rapporti tra democrazia e mercato, tra capitale e lavoro con la messa in crisi della classe media. Questo passaggio favorito dalla globalizzazione e dall&rsquo;assenza di fondamenti etici tutelanti ha determinato il ribaltamento che secondo Parsi rappresenta un&rsquo;inversione di rotta: non pi&ugrave; proteggere le societ&agrave; domestiche dalle minacce provenienti dal contesto internazionale ma piuttosto difendere i mercati globali &ndash; specialmente quelli finanziari &ndash; da qualsiasi intralcio proveniente dalle societ&agrave; domestiche. Dalla libert&agrave; del mercato siamo passati inesorabilmente alla dittatura del mercato. Ci&ograve; si riverbera inevitabilmente su aspetti che riguardano i popoli e le persone e che finiscono per essere compressi: i diritti individuali, i salari e il tenore di vita delle classi lavoratrici, l&rsquo;uguaglianza dei cittadini, lo stesso funzionamento dell&rsquo;ascensore sociale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sono rimasto colpito dall&rsquo;importanza che Parsi attribuisce alla declinazione dei principi etici che dovrebbero sottendere l&rsquo;ordine liberale come scudo delle democrazie, che scivolano verso nuovi opportunismi dove il mercato non &egrave; al servizio dell&rsquo;uomo ma l&rsquo;uomo e la sua dignit&agrave; sono soggiogati all&rsquo;autoregolamentazione speculativa dei mercati. Non c&rsquo;&egrave; sviluppo sostenibile senza una solida base etica, perch&eacute; nel modificare la realt&agrave; i valori sono una leva potente quanto gli interessi dei suoi pi&ugrave; potenti operatori. Il saggio di Parsi si sviluppa attraverso sette capitoli tematici che considerano le evidenze insieme connotative ed esplicative del temuto naufragio dell&rsquo;Occidente e del possibile cambio di rotta: sono temi che gli avvenimenti internazionali successivi a questa seconda edizione del libro stanno ponendo in modo persino drammatico. Il protrarsi della guerra in Ucraina (giunta al quarto anno) evidenzia come la strategia di Putin sia orientata all&rsquo;espansione verso ovest, il terrorismo di Hamas e la distruzione di Gaza sono un altro aspetto della insolubilit&agrave; dei conflitti, l&rsquo;islamizzazione dell&rsquo;Occidente viene vissuta come una inesorabile soccombenza della civilt&agrave; occidentale, la rielezione di Trump alla Casa Bianca ha segnato la messa in crisi della storica alleanza con l&rsquo;Europa (dove le potenzialit&agrave; reattive e solidali sono rinculcate dai nazionalismi e dai populismi emergenti), il lento configurarsi di un nuovo ordine mondiale basato sui rapporti di forza tra le superpotenze non si traduce tout-court nel naufragio dell&rsquo;ordine liberale ma non depone neanche per un imminente cambio di rotta, l&rsquo;Africa rappresenta un&rsquo;incognita potenzialmente esplosiva.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il mondo vive una situazione di sospensione e di attesa, per ora non si palesano luci in fondo al tunnel, tutto sembra precario e incerto, la sensazione &egrave; quella di uno stallo lacerato da conflitti, soccombenza dei popoli e sanguinose perdite di vite umane.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A 80 anni di distanza dal secondo conflitto mondiale tutto torna in predicato ma si rischia un gioco a incastro delle parti pieno di incognite e decisamente pericoloso per le sorti dell&rsquo;umanit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La dimensione planetaria di problemi apparentemente irrisolvibili rende insicura la navigazione in acque agitate: la metafora del Titanic evocata da Parsi appare realistica e meriterebbe che l&rsquo;autorevole docente di relazioni internazionali si cimentasse in una aggiornata lettura di questo viaggio tempestoso.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/titanic/2709]]></guid>
					<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[La politica estera in tempi di incertezza]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-politica-estera-in-tempi-di-incertezza/2708]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Nella tradizione italiana la politica estera &egrave; stata raramente un tema seguito costantemente con passione dal complesso dell&rsquo;opinione pubblica. In ci&ograve; nulla di strano, perch&eacute; &egrave; cos&igrave; in quasi tutti i Paesi, salvo quando accadono fatti che possono accendere passioni elementari o prestarsi a manipolazioni per essere visti come segnali che interpretano il futuro. In questo anche la nostra opinione pubblica non fa eccezione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Altro discorso per l&rsquo;attenzione che al tema viene riservato dalle classi dirigenti, specie da quelle politiche. Qui si pu&ograve; vedere una certa anomalia italiana, perch&eacute; anche in quegli ambienti sembra si faccia fatica a misurarsi con quel che succede a livello internazionale mantenendo una certa freddezza di giudizio e lasciando perdere le facili strumentalizzazioni propagandistiche.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questa premessa &egrave; necessaria se si vuole affrontare l&rsquo;analisi del difficile momento con cui si sta confrontando la politica estera del nostro Paese. Le prese di posizione roboanti, i giudizi in bianco e nero, le intemerate pseudo-moraleggianti servono a poco o a nulla. Un sistema politico, a cominciare ovviamente dal suo governo e dal parlamento, dovrebbe valutare con attenzione una congiuntura specifica, specie quando questa, come nell&rsquo;attuale fase della crisi mediorientale, &egrave; particolarmente oscura e intricata. Assistiamo invece ad una fascinazione superficiale ed ingenua per prese di posizione che sono semplici retoriche populiste come quella dello spagnolo Pedro Sanchez, o per giudizi che vorrebbero essere universali sulla crisi dell&rsquo;Occidente, sul pericolo islamico, sulle virt&ugrave; del trumpismo se non del messianesimo ipocrita alla Netanyahu.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questo clima &egrave; stata molto criticata la affermazione della premier Meloni che non si sentiva n&eacute; di condividere, n&eacute; di condannare l&rsquo;iniziativa israelo-americana contro l&rsquo;Iran degli ayatollah. Subito &egrave; tornato a galla il famoso &ldquo;n&eacute; aderire, n&eacute; sabotare&rdquo; dei socialisti italiani per l&rsquo;entrata del nostro Paese nella Prima Guerra Mondiale, una linea che, alla luce di quel che successe dopo, non port&ograve; certo fortuna al PSI. Con un po&rsquo; di freddezza, si pu&ograve; invece vedere nella pronuncia della premier un certo realismo, sia pure non scevro di ambiguit&agrave;. Da un lato infatti si prende atto che la scelta della guerra preventiva contro l&rsquo;Iran avviene senza tenere conto di un quadro di legalit&agrave; internazionale, gi&agrave; saltata con l&rsquo;aggressione russa all&rsquo;Ucraina, ma che riproponendosi avr&agrave; non poche conseguenze. Dall&rsquo;altro lato si coglie che condannare l&rsquo;azione che comunque mette sotto pressione un regime come quello iraniano inaccettabile da molti punti di vista, a partire dalla repressione selvaggia contro il suo popolo, finirebbe per giustificare una qualche sorta di legittimit&agrave; per quel regime.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non siamo ingenui, e valutiamo anche che per Giorgia Meloni &egrave; importante non mettere in crisi la sua relazione con l&rsquo;amministrazione Trump: quella &egrave; una sua carta da spendere nelle relazioni internazionali e l&rsquo;Italia &egrave; un paese con molte debolezze per cui non sarebbe in grado di reggere uno scontro con un sistema come quello statunitense da cui ancora dipendiamo da pi&ugrave; di un punto di vista.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tuttavia l&rsquo;aspetto importante, e, credeteci, di gran lunga preminente &egrave; che l&rsquo;Italia agisce nel quadro di una coalizione europea, la cui sovrapponibilit&agrave; con la UE non &egrave; sicura, ma che pu&ograve; essere in grado di permettere una presenza in quel delicatissimo quadro mediorientale e per estensione mediterraneo che &egrave; per noi di importanza vitale. Il fatto che al momento si prospetti una gestione a quattro dell&rsquo;evoluzione della guerra, Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia, non va assolutamente sottovalutata, a partire dal fatto che si mettono insieme interessi e prospettive che sino a ieri non erano esattamente coincidenti, anzi talora erano in conflitto (icasticamente si pensi al rapporto Macron-Meloni).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La faccenda &egrave; tanto pi&ugrave; importante, quanto pi&ugrave; diventa chiaro che l&rsquo;Europa ha scarse capacit&agrave; di giocare un peso. Netanyahu non la vuole fra i piedi, perch&eacute; sa che costituisce una difficolt&agrave; per il suo progetto di annientare la questione palestinese. Trump, ma pi&ugrave; di lui, che &egrave; uno instabile per cui a quanto sostiene va dato un peso relativo, il suo gruppo dirigente a Washington considerano l&rsquo;Europa un non-soggetto che complica solo la risistemazione della geopolitica con la sua posizione sull&rsquo;Ucraina.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il rilievo per noi dell&rsquo;evoluzione che potr&agrave; avere la situazione in Medio Oriente &egrave; fuori discussione. La strategia dell&rsquo;Iran &egrave; chiaramente quella di provare ad incendiare tutta la regione, per costringere Trump a chiudere un intervento che &egrave; poco popolare negli USA e che gli sar&agrave; d&rsquo;inciampo nelle elezioni di novembre anche per le conseguenze economiche sugli approvvigionamenti energetici (un problema che toccher&agrave; pesantemente anche l&rsquo;Europa). Netanyahu e il gruppo dirigente israeliano vogliono invece che la guerra continui per risistemare l&rsquo;area in senso nuovo, con l&rsquo;Iran disarmato e di conseguenza i suoi proxy debellati, la questione palestinese messa in frigorifero, il Libano destrutturato e i paesi arabi della regione a leccarsi le ferite.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma ci&ograve; apre una ulteriore questione, perch&eacute; il conflitto di interessi fra Trump e Netanyahu &egrave; una variabile da non sottovalutare: non sappiamo ovviamente se e come si comporr&agrave; (intanto Witkoff e Kushner hanno annullato la visita prevista a Gerusalemme), ma si tratta di una incognita di notevole rilievo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In un contesto del genere la politica estera di una media (molto media) potenza come &egrave; l&rsquo;Italia &egrave; una partita pi&ugrave; che difficile da gestire. Pi&ugrave; che mai per avere davvero un ruolo sarebbe fondamentale poter far conto su un solido consenso nazionale delle maggiori componenti della classe politica (ma anche di quella intellettuale), cosa al momento inesistente. Continuiamo ad incartarci in lotte di fazione, trasversali perch&eacute; da questo punto di vista non valgono n&eacute; maggioranze n&eacute; opposizioni, n&eacute; solidariet&agrave; interne ai partiti. Come se il problema del nostro futuro dipendesse davvero dalla conquista di voti nel referendum o alle prossime elezioni e non da come riusciremo a gestire collettivamente questo difficilissimo passaggio storico.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-politica-estera-in-tempi-di-incertezza/2708]]></guid>
					<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Mai un passo indietro]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/mai-un-passo-indietro/2707]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Quello di Mike Pompeo &ndash; gi&agrave; capo della CIA e Segretario di Stato durante la prima Presidenza di Donald Trump &ndash; non &egrave; solo il resoconto di un&rsquo;esperienza personale intensa, straordinaria e apicale ai vertici dell&rsquo;Amministrazione USA ma &egrave; anche la cronaca di avvenimenti di politica interna ed estera, in quell&rsquo;arco temporale in cui l&rsquo;America ha vissuto un avvicendamento di indirizzo alla guida del Paese e una nuova strategia di posizionamento internazionale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Molto di ci&ograve; che sta accadendo in questo secondo mandato presidenziale alla Casa Bianca &egrave; la deriva di un radicamento identitario rispolverato ed accentuato in quegli anni, ne &egrave; il conseguente sviluppo anche nella lettura delle scelte che si vanno configurando come sua naturale evoluzione: inforcando quegli occhiali si pu&ograve; capire e spiegare come gli Stati Uniti stiano imprimendo una svolta nella politica interna, rispetto a temi come l&rsquo;immigrazione e l&rsquo;ordine pubblico, le spese militari e l&rsquo;economia, oltre al rafforzamento della leadership americana nel concerto di un nuovo ordine mondiale come va posizionandosi, a cominciare dall&rsquo;interventismo nelle zone calde del pianeta, ai rapporti commerciali e all&rsquo;imposizione dei dazi, per finire con la messa in discussione delle alleanze storicamente consolidatesi nel secondo dopoguerra e nel tentativo di conferire un nuovo imprinting agli organismi internazionali, cominciando paradossalmente dalla messa in discussione dell&rsquo;ONU e della NATO.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A partire dal progressivo disimpegno dalla guerra in Ucraina, si legge oggi un fermo immagine diverso dell&rsquo;Europa che sta cercando margini di interlocuzione, vivendo pi&ugrave; di memoria che di progettualit&agrave;: questo &ndash; per quanto ci riguarda &ndash; &egrave; il fatto nuovo che emerge oggi e che segna un cambio di strategia di Washington rispetto alle relazioni internazionali descritte da Mark Pompeo nel suo lungo saggio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Senza se e senza ma viene da chiedersi in che modo oggi &ndash; rispetto al nuovo establishment dei Rubio e dei Vance &ndash; l&rsquo;ex capo della CIA e soprattutto l&rsquo;ex Segretario di Stato avrebbe condiviso un cambio di rotta cos&igrave; marcato. Per quanto ci riguarda va attentamente considerato quanto lucidamente argomentato da Mario Draghi nella lectio magistralis tenuta all&rsquo;Universit&agrave; Cattolica di Ku Leuven (Lovanio) in Belgio, in occasione del conferimento della laurea honoris causa &laquo;L&rsquo;ordine globale &egrave; defunto&raquo;, sferzando una volta in pi&ugrave; l'Europa: &laquo;Rischia di venire sottomessa, divisa e deindustrializzata: serve un federalismo pragmatico&raquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma il libro di Mark Pompeo &egrave; un lungo e lucido riassunto che va contestualizzato agli anni a cui si riferisce, soprattutto perch&eacute; diventa l&rsquo;elegia di uno stile operoso e radicato nello svolgimento del duplice ruolo a cui era stato chiamato. Ne emerge una forza narrativa straordinaria, un carattere forte e volitivo, l&rsquo;assolvimento di un dovere istituzionale che si traduce nell&rsquo;interesse primario dello Stato e della Nazione: due concetti che spesso si confondono ma che Pompeo ha ben presenti e che esprimono una mentalit&agrave; sui generis, alla quale noi europei non siamo forse coerenti e coesi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&ldquo;Mai un passo indietro&rdquo; diventa una missione, un imperativo categorico a cui la politica che conosciamo non ci ha abituati, nel linguaggio, negli stilemi narrativi, e nella coerenza dei comportamenti che ne derivano.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Di umili origini, una lunga e impegnativa &lsquo;gavetta&rsquo;, il sapersi distinguere per doti che evocano non solo la passione ma anche un talento innato, la volizione e la tenacia di una motivazione che non viene mai meno, la capacit&agrave; di misurarsi con i potenti della Terra senza deflettere in accomodanti genuflessioni, stringendo molte mani (non tutte odoravano d&rsquo;incenso) e incontrando leader di latitudini geografiche e politiche diverse, ci&ograve; che Pompeo desidera si legga, si conosca e si comprenda &egrave; un codice morale e diplomatico che diventa lo specifico &lsquo;made in USA&rsquo; , nelle relazioni internazionali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un amarcord condensato in una lunga e dettagliata narrazione nella quale l&rsquo;autore di questo suo primo ed unico libro &ndash; nell&rsquo;edizione italiana curata da Liberilibri - racconta fatti ed esprime sentimenti: una rievocazione appassionata e ispirata a valori di impegno, motivazione, tenacia, senso di appartenenza, amor di Patria, fede religiosa, attaccamento alla famiglia, determinazione nell&rsquo;espletamento dei compiti istituzionali che gli erano stati assegnati, radicamento e immedesimazione nei ruoli ricoperti senza mai deflettere o compiere un passo indietro verso un ripensamento, una possibile soccombenza. Preceduto da un brillante saggio introduttivo di Maurizio Molinari che coglie il senso pi&ugrave; profondo di questa rievocazione fortemente caratterizzata in prima persona dall&rsquo;autore (ci&ograve; che fa con una grande capacit&agrave; di sintesi, da vero maestro del giornalismo, &nbsp;restando fedele alla connotazione del libro, anticipandone il filo conduttore e cogliendo nelle quasi 600 pagine gli spunti pi&ugrave; caratterizzanti che anticipano la cronaca e la sua appassionata narrazione), il libro di Mike Pompeo offre al lettore l&rsquo;opportunit&agrave; di una rivisitazione di un periodo storico prodromico &ndash; nei fatti e nei personaggi- all&rsquo;attualit&agrave; dei temi e delle scelte pi&ugrave; recenti dell&rsquo;America a guida Trump, nel suo secondo quadriennio di Presidenza. Reduce dalla recente lettura di &ldquo;Occidente contro Occidente&rdquo; di Luigi Marco Bassani presentato al pubblico dalla stessa casa editrice, colgo intuitivamente il senso di una continuit&agrave; interpretativa nella sua lettura in fieri, considerando le dinamiche evolutive (o involutive, dipende dal punto di osservazione) che stanno caratterizzando il presente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da questa forte ed esplicita caratterizzazione americana a proporsi come riferimento di valori propri del mondo occidentale e nello stesso tempo come guida e guardiano regolatore di un ordine mondiale che va comunque composto e continuamente adattato all&rsquo;evolversi degli eventi, emerge una distonia strategica rispetto all&rsquo;Occidente che sta dall&rsquo;altra sponda dell&rsquo;Atlantico: la nostra, quella del cd. &ldquo;vecchio continente&rdquo;. La prima ispirata ad un solido e incalzante pragmatismo, la seconda pi&ugrave; colta e ragionata, diplomatica e formale, incerta e attendista (mi ricorda una calzante metafora di Thomas Bernhard: &ldquo;nella vita siamo spesso pi&ugrave; impegnati a preparare che a fare&rdquo;).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Cos&igrave; come la narrazione esposta da Pompeo mi fa venire in mente che c&rsquo;&egrave; un tempo delle decisioni che non pu&ograve; essere rinviato, pena il languire della Storia nello scegliere di rinviare ci&ograve; che dignit&agrave; e necessit&agrave; invece impongono.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La &lsquo;guerra dei cent&rsquo;anni&rsquo; diventa l&rsquo;iconografia di un ritardo cronico rispetto alle decisioni da assumere: &egrave; stata nostra, europea ed oggi diventa evocativa e negativamente dirimente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Viene il tempo delle scelte e del coraggio anche per le democrazie senza che ci&ograve; le trasformi in simulacri di tirannia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E leggendo questo libro &ndash; tutto orgoglio e amor di Patria - ricordo una frase di Winston Churchill passata alla Storia: &ldquo;Potevano scegliere tra il disonore e la guerra, hanno scelto il disonore e avranno la guerra&rdquo;. Pronunciata alla Conferenza di Monaco del 1938, il leader britannico intendeva esprimersi con dura chiarezza contro le politiche di <em>appeasement</em> che immaginava avrebbero favorito e incoraggiato Hitler.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sappiamo come and&ograve; a finire, con l&rsquo;invasione tedesca della Polonia, nel 1939.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria valgono ancora si tratta di eventi che &ndash; <em>mutatis mutandis</em> - potrebbero ripetersi.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/mai-un-passo-indietro/2707]]></guid>
					<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Una riforma elettorale poco attraente]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/una-riforma-elettorale-poco-attraente/2706]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Mentre il mondo sta sospeso nell&rsquo;attesa di capire come si evolver&agrave; la situazione in Medio Oriente dato un contesto non facile da decifrare, la politica italiana si occupa stancamente della riforma elettorale. Stancamente, perch&eacute; &egrave; una questione che coinvolge gruppi ristretti di professionisti della politica, militanti o osservatori che siano, mentre l&rsquo;opinione pubblica appare distante. Del resto neppure l&rsquo;avvicinarsi delle urne referendarie sembra scaldare gli animi, a parte quelli, sin troppo incandescenti, delle due &ldquo;curve&rdquo; che si contrappongono a base di propagande sempre pi&ugrave; rozze.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La domanda che si pone ad un osservatore della scena politica &egrave; quanto i proponenti della proposta di legge elettorale si rendano conto dei problemi strutturali con cui devono misurarsi. Essi sono essenzialmente due: l&rsquo;astensionismo e il contesto che &egrave; necessario per avere un sistema proporzionale che funzioni. La prima questione &egrave; pi&ugrave; evidente, la seconda meno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sull&rsquo;astensionismo c&rsquo;&egrave; da partire da una questione semplice, semplice: stabilire l&rsquo;attribuzione di un premio di maggioranza ai meglio classificati nella distribuzione dei voti quando si ha un astensionismo che si colloca intorno alla met&agrave; del corpo elettorale (e che non d&agrave; segni di venire ridimensionato) significa rapportare il valore dei voti ottenuti a questa realt&agrave;. Diciamolo nel modo pi&ugrave; banale possibile. Se attribuisci un premio di maggioranza a chi coalizione o, in astratto, singolo partito abbia raggiunto il 40% dei consensi, con il 50% circa degli astenuti significa che dai un potere di governo &ldquo;stabile&rdquo; (cio&egrave; in teoria con pochi condizionamenti) a chi rappresenta il 20% del corpo elettorale. Gli specialisti inorridiscono di fronte a queste semplificazioni, ma &egrave; cos&igrave; che i dati verranno interpretati, anche, se vogliamo, con strumentalit&agrave; e malizia. Vuol dire avere un governo ad alto potenziale di decisione, ma a bassa legittimazione popolare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Conosciamo l&rsquo;obiezione dei cinici della politica: ma se la gente non va a votare, significa che gli va bene qualsiasi cosa esca dalle urne. Non &egrave; esattamente cos&igrave; nella vita concreta, perch&eacute; il ragionamento funziona finch&eacute; il governo espresso dal voto si tiene pi&ugrave; o meno all&rsquo;ordinaria amministrazione, per cui la gente accetta quello che ritiene pi&ugrave; o meno normale e/o inevitabile. Ma quando si dovranno prendere decisioni difficili, oppure nel caso in cui il governo si impegni in suoi progetti particolari (e non vogliamo pensare ad alzate d&rsquo;ingegno, che visti i tempi non mancano) il deficit di legittimazione emerger&agrave; e potr&agrave; anche diventare drammatico. Solo che a quel punto, visto il sistema elettorale che si sta progettando, si potr&agrave; solo ricorrere allo scioglimento della legislatura: la mossa meno utile in tempi di seria crisi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Una via per moderare questa impasse sarebbe alzare la soglia per l&rsquo;attribuzione del premio di maggioranza, avvicinandola sensibilmente a quel 50% +1 che era fissata dalla famosa &ldquo;legge truffa&rdquo; del 1953. Ma i partiti, tanto di maggioranza quanto di opposizione, non ci stanno, perch&eacute; la giudicano proibitiva. Aggiungiamoci, per inciso, che quanto meno si dovrebbe limitare il potere di maggioranza che assegna il premio, scendendo di qualche punto dal 55% dei seggi e fissando comunque quella soglia come rigida e non superabile per impedire che si possa arrivare ad una maggioranza pigliatutto per la nomina delle autorit&agrave; di garanzia (Presidente della Repubblica, giudici della Corte Costituzionale, ecc.).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Qui per&ograve; entriamo, anche se sembrer&agrave; strano, nella questione del significato di una legge elettorale di impianto proporzionale. In premessa andrebbe ricordato, da parte di un modesto storico come chi scrive, che il proporzionale nacque per garantire presenza e misurabilit&agrave; di componenti strutturali del sistema: gruppi etnici, aggregazioni socio-culturali come quelle religiose, componenti regionali. Nel nostro sistema repubblicano venne recepito per tenere conto dell&rsquo;esistenza di partiti che rappresentavano &ldquo;mondi vitali&rdquo;, aggregazioni socio-culturali ancor prima che politiche con storie e tradizioni radicate con confini piuttosto stabiliti. Questa realt&agrave; &egrave; stata cancellata dall&rsquo;evolversi dei sistemi sociali e oggi viene ripresentata strumentalmente anche se per i partiti si tratta di vuote bandiere (ma &egrave; cos&igrave; in tutti i sistemi politici occidentali). Ora dunque il proporzionale serve per misurare il numero di &ldquo;like&rdquo; che ciascun contendente pu&ograve; raccogliere dal suo pubblico riferimento, diventato variabile e che si tiene legato con tecniche di fidelizzazione pi&ugrave; o meno commerciali che con l&rsquo;appello a valori ideali profondi (altra roba rispetto agli slogan e ai mantra) che strutturano la vita dei corpi sociali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In un contesto del genere, il proporzionalismo avr&agrave; effetti dirompenti, soprattutto se la gestione delle candidature verr&agrave; affidata, come &egrave; nel progetto di riforma, ai vertici dei partiti senza possibilit&agrave; per l&rsquo;elettore di intervenire sul loro recepimento. Quei vertici tenderanno a formare liste di &ldquo;fedeli&rdquo;, anche nell&rsquo;ottica di un avere un parlamento a cui non si affida l&rsquo;elaborazione di politiche, ma solo la funzione di cassa di risonanza di quel che essi decidono fuori delle Aule. La conseguenza prevedibile &egrave; che ci sia un incentivo alla frammentazione partitica: singoli o gruppi che non vedono possibilit&agrave; di presenza per loro significativa nei partiti oggi consolidati saranno invogliati a farsi loro liste con scissioni o in altro modo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si accentuer&agrave; cos&igrave; non solo il fenomeno della personalizzazione delle proposte politiche, ma la promozione di una &ldquo;democrazia dei personaggi&rdquo;, se ci consentite questa definizione, perch&eacute; &egrave; quanto gi&agrave; oggi si inizia a vedere: a competere non sono capi, leader o guide di formazioni a cui essi ispirano, in un lavoro comune, l&rsquo;elaborazione e la realizzazione di risposte alle sfide che pone la realt&agrave; del Paese e del mondo, ma singole &ldquo;figure&rdquo; che tengono la scena con un proprio repertorio, variabile se sono bravi, stucchevolmente fisso se sono maschere, e che lavorano circondati non da organismi per il dibattito e la risoluzione dei problemi, ma da staff di addetti al backstage e alla comunicazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non proprio una gran prospettiva per il rilancio della nostra vita democratica.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/una-riforma-elettorale-poco-attraente/2706]]></guid>
					<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Dove danzano i pensieri]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/dove-danzano-i-pensieri/2705]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Il talento del Prof. Giulio Maira *, che nasce da una passione coltivata fin da ragazzino quando seguiva il nonno e il padre nella loro professione medica con curiosit&agrave; e interesse, &egrave; certamente la spiegazione principale di una carriera straordinaria che lo ha reso uno dei pi&ugrave; illustri chirurghi del cervello al mondo, riconosciuto per fama e titoli accademici, autore di 380 pubblicazioni scientifiche, con una esperienza di oltre 18 mila interventi in sala operatoria, alcuni di enorme complessit&agrave;. Dopo la Fondazione di Atena lo abbiamo conosciuto anche nelle vesti di scrittore, capace di unire scienza e poesia, rigore ippocratico e ispirazione pedagogica per divulgare in modo essoterico e aperto alla comprensione dei lettori la complessit&agrave; della sua professione, per capire il mondo attraverso le neuroscienze e spiegare il fascino ineguagliabile del cervello, un organo delicato e decisivo nell&rsquo;organizzazione della nostra vita, in tutti suoi aspetti razionali, emozionali, comportamentali. Questo libro edito da Piemme completa una serie di saggi precedenti (&lsquo;Ti regalo le stelle&rsquo;, &lsquo;Il cervello &egrave; pi&ugrave; grande del cielo&rsquo;, titolo mutuato da una definizione di Emily Dickinson, &lsquo;Le et&agrave; della mente&rsquo;, &lsquo;Il telaio magico&rsquo;, &lsquo;Le farfalle dell&rsquo;anima&rsquo;). &lsquo;Dove danzano i pensieri&rsquo; &egrave; anche una raccolta di articoli pubblicati sul quotidiano Il Messaggero nella rubrica &ldquo;i segreti della mente&rdquo; dal 2021 al 2025: Maira spiega come nello scriverli aveva fatto opera di sintesi su richiesta del Direttore Massimo Martinelli, uno che di giornalismo se ne intende: &ldquo;2800 caratteri, non uno di pi&ugrave;, non uno di meno&rdquo;, adeguandosi con &ldquo;emozione&rdquo; alle regole degli articoli. Questa recensione non pu&ograve; rispettare questa misura perch&eacute; la vastit&agrave; dei temi trattati e il loro oggetto principale &ndash; il funzionamento del cervello &ndash; in sede di riepilogazione complessiva finiscono per debordare inevitabilmente questo limite. D&rsquo;altra parte lo stesso Pascal (autore prediletto di Maira, che si trova a suo agio tra esprit de geometrie ed esprit de finesse) cos&igrave; si giustificava: &ldquo;Ho scritto un articolo lungo perch&eacute; non avevo tempo di scriverlo pi&ugrave; corto&rdquo;. Applicandomi a questo commento al libro sono da una parte consapevole del fatto che dovr&ograve; limitarmi a fare enfasi sugli spunti di riflessione che propone (un libro pu&ograve; essere riassunto, non riscritto) e dall&rsquo;altra forse agevolato dalle due interviste e dalla recensione che avevo realizzato sui saggi precedenti di questo grande scienziato, facendo tesoro della loro lungimirante continuit&agrave;. Nello stile narrativo di Maira si realizza una sintesi perfetta tra scienza e letteratura, spiegando il cervello e i segreti della mente egli si pone di fronte alla vita come se fosse un prezioso manoscritto che reca un messaggio da decifrare. Maira ci spiega le differenze funzionali tra i due emisferi cerebrali, per sommi capi deputati alla razionalit&agrave; (quello di sinistra) e alle emozioni (quello di destra), ricordandoci che questo organo delicatissimo&ndash; pur pesando il 2% della massa corporea consuma il 20% dell&rsquo;energia a disposizione dell&rsquo;intero organismo. &ldquo;Questo, innanzitutto perch&eacute; il nostro cervello ha un numero di cellule pari alle stelle della via lattea, quasi cento miliardi di neuroni. Questa giunzione tra due cellule, in cui le terminazioni dei due neuroni si affrontano, &egrave; detta sinapsi [&hellip;]&raquo;. In un cervello umano adulto ci sono pi&ugrave; di 150mila miliardi di sinapsi e gli assoni, le lunghe fibre di connessione tra le cellule, le superstrade del cervello, la sostanza bianca, coprono una lunghezza di circa 160mila chilometri. &laquo;[&hellip;] Messi in fila sono pari ad un terzo della distanza che separa la Terra dalla Luna&raquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nella mente umana vi sono elementi caratterizzanti che le macchine non riescono a riprodurre. Maira ne cita tre: il primo &egrave; la capacit&agrave; del nostro cervello di emozionarsi; le emozioni non sono solo sentimenti, ma elementi determinanti per qualunque processo decisionale, per la scelta del bene e del male. Una seconda caratteristica umana &egrave; la creativit&agrave;, cio&egrave; il prodotto dalla libera associazione di idee, pensieri ed emozioni, cosa che una rigida serie di algoritmi non potr&agrave; mai esprimere. E poi c&rsquo;&egrave; la coscienza, una caratteristica cos&igrave; complessa che difficilmente potr&agrave; emergere da una materia grezza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Osservando e valutando le alterne vicende della vita possiamo notare come la coscienza sia un elemento dirimente per assumere decisioni e rapportarsi con gli altri e il mondo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A conti fatti la coscienza &egrave; soprattutto il discrimine tra il bene e il male e con essa deve fare i conti qualunque innovazione scientifica e tecnologica, a cominciare dalla stessa intelligenza artificiale e dal metaverso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questo dovrebbe costituire una garanzia affinch&eacute; sia l&rsquo;uomo e non le macchine o gli algoritmi a conservare nella propria mente la facolt&agrave; di scegliere, una funzione che non pu&ograve; essere delegata quando &egrave; inscritta nella sfera ontologica ed assiologica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La grandezza pi&ugrave; straordinaria del nostro cervello sta dunque nel mistero della coscienza, che nessun altro essere vivente conosciuto ha in misura cos&igrave; sviluppata. &laquo;La coscienza &egrave; la forma della conoscenza&raquo; scrive il neurologo Giulio Tononi. Senza la coscienza non esisterebbe nulla: &egrave; la capacit&agrave; di ognuno di noi di percepire e di sperimentare il mondo che ci circonda e di sentircene parte, &egrave; la soggettivit&agrave;, l&rsquo;esigenza profonda di capire noi stessi, &egrave; la capacit&agrave; di riflettere sui nostri pensieri, il cervello della riflessione. Se il termine mente &egrave; comunemente usato per descrivere l&rsquo;insieme delle funzioni cognitive del cervello, quali il pensiero, l&rsquo;intuizione, la ragione, la memoria, e tante altre, la coscienza &egrave; lo stato di consapevolezza raggiunto dall&rsquo;attivit&agrave; della mente, la consapevolezza di essere coscienti, il miracolo dell&rsquo;uomo che indaga s&eacute; stesso. Ad essa &egrave; anche legata una visione morale del proprio agire, che ci eleva alla trascendenza, alle bellezze astratte, alla legge morale che Kant sente dentro s&eacute;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Coscienza e creativit&agrave; sono due caratteristiche proprie e specifiche dell&rsquo;attivit&agrave; cerebrale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Esse costituiscono un mix tra ragione e sentimenti, ogni meandro pi&ugrave; recondito del cervello &egrave; sede di elaborazioni mentali che riconducono alla riflessione, all&rsquo;intuizione, all&rsquo;utilizzo di quello straordinario archivio costituito dalla memoria, che non &egrave; solo deposito dove attingere ricordi, nostalgie, apprendimenti, nozioni, regole, emozioni ma funzione di rielaborazione delle esperienze e dei vissuti utile a programmare la nostra vita. &nbsp;Citando allora Paul Valery: &ldquo;la memoria &egrave; il futuro del passato&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per costruire un ricordo servono corteccia entorinale &ndash; le grid cells - (il nostro GPS biologico) e l&rsquo;ippocampo- place cells. Ma &lsquo;memoria&rsquo; secondo Maira &egrave; capacit&agrave; di ambientazione e contestualizzazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Interessante sarebbe domandarsi: si potrebbe ricostruire mentalmente ogni giorno della nostra vita? Ma ci&ograve; diventerebbe umanamente e scientificamente Impossibile perch&eacute; il cervello seleziona i ricordi pi&ugrave; importanti in base a fatti eventi, situazioni, contesti, persone, odori, suoni, rumori, emozioni&hellip; e rimuove il resto eliminandolo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;accumulo non potrebbe essere infinito. Anche se con Pavel Florenskij possiamo dire : <em>&ldquo; Tutto passa ma tutto rimane. Questa &egrave; la mia sensazione pi&ugrave; profonda: che niente si perde completamente, niente svanisce ma si conserva in qualche modo da qualche parte&rdquo;.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lo stesso concetto di&rsquo; genialit&agrave;&rsquo; &egrave; pi&ugrave; legato alla creativit&agrave; che all&rsquo;intelligenza. L&rsquo;intelligenza, legata alla logica, &egrave; la capacit&agrave; di risolvere problemi nuovi e adattarsi all&rsquo;ambiente, di progettare e realizzare fini complessi. La creativit&agrave;, utilizzando la curiosit&agrave;, l&rsquo;immaginazione, la fantasia e il cosiddetto pensiero divergente, &egrave; la capacit&agrave; di intuire il nuovo, di organizzare conoscenze intorno a una visione inedita, di creare e inventare immagini e realizzarle. Diceva Einstein: &laquo;La logica pu&ograve; portarti dal punto A al punto B, ma l&rsquo;immaginazione pu&ograve; portarti ovunque&raquo; &hellip;. perch&eacute; &hellip;.&ldquo;la fantasia &egrave; pi&ugrave; importante della conoscenza&rdquo;&hellip;. E secondo Rita Levi Montalcini (cito il ricordo personale di un incontro con lei) &hellip;. &ldquo;l&rsquo;immaginazione serve alla scienza pi&ugrave; del pensiero codificato, il pensiero pensante pi&ugrave; del pensiero pensato&rdquo;. Certamente, senza la creativit&agrave;, l&rsquo;intelligenza non sarebbe andata oltre la semplice rappresentazione logica della realt&agrave; e non avrebbe immaginato le opere d&rsquo;arte, di architettura e di fantasia di tutti i tempi, le scoperte scientifiche che hanno fatto progredire la nostra societ&agrave;, non avrebbe esplorato le profondit&agrave; del cosmo e delle infinitamente piccole parti della materia e, infine, non si sarebbe addentrata nei segreti della nostra mente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le neuroscienze affermano che la percezione del tempo &egrave; un evento creato da meccanismi del cervello in cui un ruolo &egrave; svolto dall&rsquo;ippocampo, crocevia della memoria, coadiuvato dall&rsquo;amigdala, dai lobi parietali, l&rsquo;area supplementare motoria, i gangli della base, il cervelletto&hellip;tante aree che ci portano in contatto con il mondo esterno&hellip;. Una considerazione gi&agrave; ascoltata e condivisa dal Prof. Arnaldo Benini che il Prof. Maira cita nel suo saggio e che rafforza il concetto del tempo come di un costrutto della mente. &nbsp;Diceva Sant&rsquo;Agostino &ldquo;E&rsquo; nella mia mente allora che misuro il tempo&rdquo;, intuendo che &egrave; solo nella mente umana che esiste qualcosa che &egrave; passato, presente e anticipazione del futuro. &Egrave; nell&rsquo;essenza dell&rsquo;uomo, quindi che il tempo esiste, dentro i miliardi di connessioni delle sue reti neurali, dentro la nostalgia dei suoi ricordi, senza i quali nessun tempo potrebbe esistere.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Giulio Maira dedica infine una particolare attenzione ai giovani e alle straordinarie potenzialit&agrave; di conoscenze, apprendimenti, adozione di stili di vita che l&rsquo;et&agrave; della loro mente e&nbsp; il cervello incline ad assimilare informazioni nuove consentono loro di utilizzare per crescere in modo armonico, tra ragione e sentimenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;adolescenza &egrave; la fase pi&ugrave; bella della vita, ma allo stesso tempo &egrave; un momento molto critico. In questa et&agrave; della vita le regioni limbiche, deputate alle funzioni pi&ugrave; istintive, prevalgono sulle regioni frontali del raziocinio. Ci&ograve; spiega perch&eacute; gli adolescenti siano sbilanciati verso il piacere e spiega il prevalere di comportamenti a rischio, dovuto allo scarso controllo delle regioni corticali frontali sugli impulsi primari. Hanno pi&ugrave; difficolt&agrave; a prendere decisioni mature e a comprendere le conseguenze delle proprie azioni, e questo li porta a essere fragili, vulnerabili alle situazioni pericolose, ad assumere comportamenti trasgressivi come ubriacarsi o consumare sostanze illegali.&nbsp;&nbsp;Negli ultimi decenni, l&rsquo;abuso di alcol e droghe, anche in et&agrave; precoce, &egrave; diventata una vera e propria malattia sociale. E purtroppo la scienza ci dice che le droghe possono provocare gravi danni al cervello. La prima battaglia contro la droga deve essere combattuta nelle famiglie e nelle scuole.&nbsp;Lo slogan da seguire deve essere: &ldquo;Attenzione e informazione&rdquo;, attenzione ai comportamenti e informazione ai giovani sui danni che le droghe possono provocare.&nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Considerando inoltre che pi&ugrave; si &egrave; piccoli e maggiore &egrave; il numero potenziale di sinapsi che permettono di apprendere: se non viene coltivata la conoscenza milioni di neuroni e sinapsi vanno incontro ad un processo distruttivo che ne limita il numero, esso si chiama apoptosi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Occorre educare al gusto del bello affinch&eacute; lo si possa coltivare e praticare per il resto della vita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Avvicinarsi alla musica, alle arti, alla lettura &egrave; il modo migliore per mettere a frutto tutto il potenziale apprenditivo ma anche etico di cui il cervello &egrave; la sede naturale. La pratica della conoscenza &egrave; il viatico che indirizza correttamente le menti e i cuori. Come ricorda Marguerite Yourcenar, leggere i libri &hellip;&rdquo;<em>&egrave; come costruire granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire"</em>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per millenni l&rsquo;immaginario collettivo ha considerato il cuore la sede dei sentimenti: in realt&agrave; amare, emozionarsi, condividere un affetto, operare delle scelte, gestire il presente e progettare il futuro &hellip; sono regolati dal cervello anche se il cuore conserva una parte di complicit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma questa puntualizzazione nulla toglie alla straordinaria potenzialit&agrave; di avvalersi della mente per far parte e godere delle bellezze della vita e del creato.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><em>* Il professor Giulio Maira &egrave; uno dei massimi chirurghi del cervello a livello internazionale ed &egrave; incluso nell&rsquo;elenco dei Top Italian Scientist in Clinical Science. Ha fatto parte del Consiglio Superiore di Sanit&agrave;, ha insegnato tra l&rsquo;altro all&rsquo;Universit&agrave; Cattolica del Sacro Cuore di Roma, all&rsquo;Universit&agrave; di Perugia, presso il Policlinico Gemelli e operato all&rsquo;Istituto Humanitas di Milano. &Egrave; membro del Comitato Italiano per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita. &Egrave; membro della New York Academy of Sciences e presidente della Fondazione Atena Onlus da lui creata per favorire la ricerca e la divulgazione delle neuroscienze.&nbsp; Numerosi gli articoli e i libri scritti e i premi ricevuti, vanta 18 mila interventi chirurgici per lesioni cerebrali ed &egrave; autore di 380 pubblicazioni scientifiche. E&rsquo; stato insignito dell&rsquo;onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana.</em></span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/dove-danzano-i-pensieri/2705]]></guid>
					<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[L'incognita della nuova legge elettorale]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/lincognita-della-nuova-legge-elettorale/2704]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Mentre i due fronti referendari continuano a scontrarsi per lo pi&ugrave; indifferenti ai richiami di Mattarella alla compostezza (che ciascuno giudica come indirizzati solo all&rsquo;altro), nei meandri del parlamento si continua a lavorare all&rsquo;ipotesi di varare entro fine primavera una nuova legge elettorale. Questa volta il tentativo &egrave; di trovare un accordo sostanziale che attraversi la maggior parte delle forze politiche, anche se poi le esigenze di scena imporranno che le opposizioni si lamentino per un asserito furto di opportunit&agrave; e la maggioranza, in realt&agrave; piuttosto divisa su questo tema, sostenga che invece si &egrave; lavorato d&rsquo;armonia e d&rsquo;accordo per il bene del Paese.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Vediamo di sbrogliare un poco la matassa. Il fulcro &egrave; il superamento del sistema simil-maggioritario attualmente in vigore, sistema che per una serie di problemi (collegi troppo ampi, liste bloccate, discrepanze di equilibri fra le varie zone d&rsquo;Italia) &egrave; diventato sempre pi&ugrave; una lotteria, non solo per determinare i vincitori, ma altrettanto per produrre delle Camere in cui la transumanza da un partito all&rsquo;altro rende poi comunque aleatorie le maggioranze (a meno di non piegarsi ai diktat dei gruppi minori). Di qui una sorta di concordia sottotraccia a tornare ad un impianto di tipo proporzionale che consente a ciascun partito di verificare la sua presa sull&rsquo;elettorato senza dover negoziare con gli altri membri della coalizione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per non ricadere per&ograve; nella trappola di un sistema che frammenta tutto e che non produce maggioranze di governo, si torna all&rsquo;eterno inghippo della cosiddetta &ldquo;legge truffa&rdquo; del 1953. Un premio consistente in un adeguato numero di seggi da assegnare alla coalizione piazzata in modo da risultare la maggioranza relativa. La soglia, seguendo una prescrizione di minima della Corte costituzionale, viene fissata al 40% dei consensi, forse con due o tre punti in pi&ugrave;. Questo presuppone che il 60% di voti che andrebbero agli altri partiti non veda una coalizione almeno di pari peso, ma si distribuisca su un certo numero di partiti non coalizzati in maniera significativa. In quest&rsquo;ottica alla coalizione vincitrice andrebbe un premio in seggi che le consenta di avere una maggioranza certa: si tratterebbe, secondo alcuni calcoli, di circa 130 seggi fra Camera e Senato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gi&agrave; qui sorge, per la gioia degli azzeccagarbugli dei sistemi elettorali, un problemino non secondario: a chi andrebbero questi seggi aggiuntivi? Ovviamente sul punto le divisioni sono molte. Una distribuzione che li attribuisse sulla base dei voti proporzionalmente presi da ciascun partito della coalizione vincente non piace, perch&eacute; tornerebbe a tutto vantaggio dei partiti maggiori riducendo gli altri a innocui portatori d&rsquo;acqua senza ricompensa. Allora la soluzione che sembra emergere, in questa congiuntura in cui la politica &egrave; sempre pi&ugrave; un affare di corporazioni chiuse, &egrave; che tutti i partiti coalizzati abbiano parte nella divisione dei seggi supplementari, ma non sulla base di rapporti proporzionali, bens&igrave; di &ldquo;listini&rdquo; di candidati aggiuntivi che ciascun partito indicherebbe a priori.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tutto questo con sprezzo della necessit&agrave; di incentivare la partecipazione degli elettori, a cui si lascerebbe solo la modesta scelta di indicare un partito ed eventualmente di conseguenza una coalizione: la scelta della classe politica, che in teoria dovrebbe rappresentare i cittadini, verr&agrave; fatta in sede di formazione delle liste dalle forze politiche per rappresentare s&eacute; stesse e i propri equilibri. Di tornare al sistema delle preferenze, che, per quanto non proprio esente da pecche, comunque stimolava i candidati a raccogliersi dei voti in nome proprio, proprio non si vuol tornare a parlare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sembra si sia superato lo scoglio dell&rsquo;indicazione obbligatoria per ciascuna coalizione o partito del nome di chi sarebbe divenuto premier in caso di vittoria. Pur con l&rsquo;argomento che questo avrebbe limitato la prerogativa costituzionale del Capo dello Stato di conferire l&rsquo;incarico (discutibile nel senso che la prassi costituzionale stabilisce che comunque il Quirinale nomina il capo della coalizione che eventualmente vince le elezioni), la sostanza &egrave; che quest&rsquo;obbligo avrebbe creato di fatto coalizioni con un capo e che con questo l&rsquo;elettorato sarebbe stato indirizzato a votare pi&ugrave; per questo e per il suo partito che per gli altri membri della coalizione. Per ragioni opposte non va bene n&eacute; ai componenti dell&rsquo;attuale maggioranza, n&eacute; a quelli dell&rsquo;opposizione. Nel primo caso l&rsquo;indicazione di Giorgia Meloni sarebbe inevitabile e cos&igrave; si sottrarrebbero voti e legittimit&agrave; agli altri partiti e ai loro leader. Nel secondo caso notoriamente &egrave; un&rsquo;impresa trovare un nome che vada bene a tutti, non solo per il duello fra Schlein e Conte, ma per la sensazione abbastanza diffusa che nessuno dei due sia una calamita di consensi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Poi ci sono molti dettagli (si fa per dire) che devono venire sistemati tipo: se nessuna coalizione raggiunge il 40%, si va al ballottaggio fra le due pi&ugrave; votate o si distribuiscono semplicemente i posti in modo proporzionale senza premio di maggioranza? Nel primo caso si pu&ograve; immaginare cosa sarebbero capaci di fare nella battaglia per il ballottaggio i designati nei &ldquo;listini&rdquo; per tentare di difendere il loro posto al sole. In maniera pi&ugrave; tecnica: come si gestisce un sistema proporzionale per il voto al Senato che per legge costituzionale va conteggiato su base regionale? Ma l&rsquo;elenco potrebbe facilmente proseguire.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Senza affrontare le molte tecnicalit&agrave; di una riforma che sembra essere pensata solo con l&rsquo;occhio a quel che potrebbe tornare a beneficio dei partiti, c&rsquo;&egrave; da notare che di fronte all&rsquo;attuale crisi di fiducia nella democrazia e per elezioni che si terranno dopo un referendum come quello sulla riforma Nordio che &egrave; gestito per organizzare il Paese in curve da stadio non sarebbe proprio il caso di fare nuove leggi incomprensibili per i cittadini. Se non si ricostruisce una simbiosi virtuosa fra la gente e la classe politica si costruisce il sistema sulla sabbia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Troppo rischioso, per non dire di peggio, in tempi di sconvolgimenti a tutti i livelli.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/lincognita-della-nuova-legge-elettorale/2704]]></guid>
					<pubDate>Wed, 25 Feb 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Dalla democrazia ideale alla democrazia possibile]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/dalla-democrazia-ideale-alla-democrazia-possibile/2703]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La casa editrice Il Mulino ci fa dono della quinta edizione di un classico della politologia del 900: quel &ldquo;Democrazia e definizioni&rdquo; scritto da un Giovanni Sartori poco pi&ugrave; che trentenne, poi edito per la prima volta nel 1957, diffuso e letto in molte lingue, che ha reso il suo autore uno dei pi&ugrave; affermati studiosi della democrazia a livello mondiale, accademico di lungo corso e ancora oggi punto di riferimento imprescindibile per chi voglia approfondire i grandi temi della politica moderna, partendo da un&rsquo;analisi epistemologicamente rigorosa che spazia da ogni possibile approccio di tipo teoretico e fondativo fino a misurarsi con le accertate declinazioni pratiche storicizzate, non sempre coerenti e conformi ai principi enunciati. Questo saggio argomentato e completo si arricchisce della preziosa e competente introduzione del Prof. Angelo Panebianco, professore emerito all&rsquo;Universit&agrave; di Bologna, gi&agrave; docente all&rsquo;Universit&agrave; San Raffaele ed ora allo IULM di Milano, editorialista del Corriere della Sera: un valore aggiunto per questa quinta riproposizione del libro di Sartori, reso ancor pi&ugrave; attuale alla luce dell&rsquo;evoluzione storica del quadro politico nazionale ed internazionale e del tema specifico della democrazia, comparabile alle dinamiche evolutive (o involutive) del nuovo ordine mondiale che va configurandosi in questo primo quarto di secolo. Insistere sul rigore metodologico assunto da Sartori nell&rsquo;argomentare intorno alla democrazia restituisce valore semantico e simbolico al termine la cui definizione non pu&ograve; essere riduttivamente risolta risalendo alle origini del suo significato: kratos e demos valgono &ndash; &egrave; vero &ndash; come potere al popolo (o esercitato dal popolo), tuttavia non si pu&ograve; prescindere dalla storicizzazione del significante in significato. Esplicitamente l&rsquo;autore non prescinde dalla discrasia tra teoria e pratica: un conto &egrave; disquisire sul dover essere, altro tener conto dell&rsquo;essere, al punto che il problema di definire la democrazia &egrave; dicotomico, perch&eacute; se da un lato la democrazia postula una definizione <em>prescrittiva</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">dall&rsquo;altro non se ne pu&ograve; ignorare una definizione <em>descrittiva. </em>Parafrasando T.S. Eliot che nel 1939 scriveva: &rdquo;Quando un termine ha conseguito una santificazione universale come accade oggi alla democrazia, comincio a chiedermi se, volendo significare troppe cose, non significhi pi&ugrave; nulla&rdquo; (T.S. Eliot- The idea of a Christian society- London, Faber, 1939 e New York, Harcourt, 1940 pp11-12), in ci&ograve; confermato dalla desolata conclusione raggiunta da Maurice Cranston che &ndash; alla banale domanda &lsquo;che cosa &egrave; la democrazia?&rsquo;- rispondeva provvisoriamente che &ldquo;essa &egrave; una dottrina che differisce a seconda della diversa mentalit&agrave; dei popoli&rdquo; (M.Cranston,&nbsp; Freedom. A New Analisysis, London, Longmans, 1953, p.113.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Secondo Sartori importante &egrave; non soffermarsi sul significato etimologico del termine democrazia, quanto piuttosto accertare qual &egrave; la sua &ldquo;verit&agrave; effettuale&rdquo; nel corso della Storia, ci&ograve; che Panebianco definisce &ldquo;sapere applicabile&rdquo;: non si pu&ograve; dunque prescindere da buone teorie che scaturiscono dalla ricerca ma occorre studiarne i cascami pratici nel vasto contenitore delle scienze empiriche. Nella ineccepibile e argomentata descrizione di Panebianco del percorso epistemologico e metodologico con cui Sartori (partendo dalla filosofia) inquadra il vasto tema della democrazia, pare dirimente la speculare definizione della politica intesa come insieme di luoghi istituzionali dove si prendono decisioni collettivizzate: per Sartori dunque la politica (che &egrave; il contesto autoregolativo e applicativo del concetto di democrazia) essa va considerata in termini di verticalit&agrave; del potere, conflittualit&agrave; (o eufemisticamente confronto) e decisioni collettivizzate.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se il concetto di democrazia &egrave; relativamente recente ed esplode nel 900, la storia che spiega i fatti &ndash; anche quelli della nostra contemporaneit&agrave; &ndash; esprime una molteplicit&agrave; di contestualizzazioni della sua applicazione pratica tale da rendere veramente prezioso ed ermeneutico il lungo saggio di Sartori, utile anche per cogliere legami e discrasie nei rapporti tra &eacute;lites dominanti, popoli e persone. In epoca di avvento dirompente delle tecnologie e in previsione di un utilizzo pervasivo dell&rsquo;I.A. non si pu&ograve; non interrogarsi oggi sui comuni denominatori che distinguono le oneste intenzioni dalla retorica, dalle mistificazioni e dalle manipolazioni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il termine democrazia si lega indissolubilmente a quelli di libert&agrave;, uguaglianza, rispetto dei diritti e specularit&agrave; dei doveri: il pericolo che coglie chi legge questo splendido libro &egrave; che se ne faccia un uso di mero approfondimento culturale lasciando liberi gli Stati, i Governi, le istituzioni, le persone di percorrere strade diverse secondo contingenti convenienze.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il rapporto che lega la democrazia all&rsquo;economia e al diritto e spinge &ndash; secondo Sartori - verso il liberalismo, &nbsp;&egrave; imprescindibile e va letto in una dimensione globalizzata poich&eacute; &ndash; i fatti di questo tempo conflittuale che genera mostri di tirannia e violenza come strumenti di esercizio del potere lo dimostrano - la difesa dei valori democratici ereditati dalla Storia e inglobati nel funzionamento delle istituzioni e nei rapporti sociali, passa attraverso una condivisione ubiquitaria delle democrazie del mondo. In questa ottica il lungo saggio di Sartori, splendidamente introdotto da Panebianco, diventa una lettura straordinariamente attuale per una pi&ugrave; diffusa alfabetizzazione semantica del concetto di democrazia, delle sue definizioni e delle sue molteplici declinazioni pratiche.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/dalla-democrazia-ideale-alla-democrazia-possibile/2703]]></guid>
					<pubDate>Sat, 21 Feb 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[La Costituzione non è un testo sacro]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-costituzione-non-un-testo-sacro/2702]]></link>
					<description><![CDATA[<p class="Corpodeltesto31"><span style="color: #000000;">In una campagna elettorale referendaria &egrave;, purtroppo, una pura illusione ritenere che si possa discutere esclusivamente in termini pacati e razionali dei termini del provvedimento che &egrave; oggetto della consultazione, valutandone serenamente i pro e i contro. Occorre, realisticamente, accettare che la comunicazione si semplifichi affidandosi a parole d&rsquo;ordine apodittiche o a slogan riassuntivi. Slogan che pi&ugrave; che alla ragione si appellino alla emotivit&agrave; di ciascuno, sollecitando risposte istintive e non meditate. Tuttavia, pur scontando questo clima agitato come un inevitabile corollario di una contesa democratica libera, c&rsquo;&egrave; uno slogan, ma forse sarebbe pi&ugrave; appropriato definirlo un grido di battaglia, che mi appare decisamente insopportabile e che richiede una messa a punto fattuale, perch&eacute;, anche in campagna elettorale, a tutto c&rsquo;&egrave; un limite.</span></p>
<p class="Corpodeltesto31"><span style="color: #000000;">Lo slogan, o il motivo polemico cui faccio riferimento pu&ograve; essere espresso nei termini seguenti: la costituzione pi&ugrave; bella del mondo, frutto del lavoro dei nobili padri costituenti, non si tocca e non si modifica. Una simile posizione, dal punto di vista assiologico, potrebbe essere intesa come la manifestazione di un malriposto fanatismo costituzionale teso a sacralizzare la nostra legge fondamentale, come tale essa potrebbe essere rubricata quale una opinione e quindi avere diritto di cittadinanza nella discussione pubblica. Tuttavia, si tratta di un&rsquo;affermazione che ha il grave, e ahim&egrave; insormontabile, difetto di essere falsa dal punto di vista fattuale, condizione che ne inficia anche il valore di rispettabile opinione. La costituzione italiana, infatti, dall&rsquo;epoca della sua approvazione &egrave; stata modificata molte volte, se non sbaglio pi&ugrave; di cinquanta, e negli ultimi cinque anni ben cinque volte. Senza alcuna pretesa di esaustivit&agrave; converr&agrave; richiamare brevemente alcune delle modifiche pi&ugrave; significative votate negli ultimi decenni.</span></p>
<p class="Corpodeltesto31"><span style="color: #000000;">Nel 1993, sotto la spinta di &ldquo;tangentopoli&rdquo; venne modificato l&rsquo;art. 68, ridimensionando fortemente la immunit&agrave; parlamentare e alterando, in modo permanente, l&rsquo;equilibrio tra l&rsquo;universo politico e l&rsquo;ordine giudiziario.</span></p>
<p class="Corpodeltesto31"><span style="color: #000000;">Nel 2001 con la modifica del titolo V sono stati aumentati i poteri delle regioni ordinarie senza inserire una clausola di supremazia nazionale e senza prevedere una sede di raccordo e di cooperazione tra stato e regioni. Una riforma che ha aumentato in modo considerevole il contenzioso legale tra stato e regioni indebolendo il sistema paese quando la globalizzazione richiedeva un suo rafforzamento.</span></p>
<p class="Corpodeltesto31"><span style="color: #000000;">Nel 2019 &egrave; stata approvato una diminuzione dei parlamentari delle due camere; un taglio lineare che non ridisegna in alcun modo le funzioni dei due rami del parlamento. Una misura demagogica e punitiva nei confronti della classe politica che non ha migliorato in nulla la funzionalit&agrave; delle nostre istituzioni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non tutte le modifiche, per&ograve;, sono state cos&igrave; negative. Nel 1999 &egrave; stata approvata una significativa riformulazione dell&rsquo;art. 111 relativa ai principi del giusto processo. In particolare, la nuova stesura dell&rsquo;articolo stabilisce che &ldquo;la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge&rdquo;, specificando poi che &ldquo;ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parit&agrave;, davanti a giudice terzo e imparziale&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La riforma attualmente in discussione si riallaccia logicamente all&rsquo;art. 111. Con la separazione delle carriere essa vuole tradurre in pratica il principio del giusto processo garantendo, in questo modo, che esso si svolga, appunto, &ldquo;davanti a giudice terzo e imparziale&rdquo;.</span></p>
<p class="Corpodeltesto31"><span style="color: #000000;">In sostanza la costituzione non &egrave; un testo sacro ed &egrave; stato modificato a volte bene e a volte in modo incongruo; la riforma attualmente in discussione risulta pienamente coerente con i principi enunciati nell&rsquo;art. 111 e va ragionevolmente approvata.</span></p>
<p class="Corpodeltesto31"><span style="color: #000000;"><br /></span></p>
<p class="Corpodeltesto31"><span style="color: #000000;"><br /></span></p>
<p class="Corpodeltesto31"><span style="color: #000000;"><br /></span></p>
<p class="Corpodeltesto31"><span style="color: #000000;"><br /></span></p>
<p class="Corpodeltesto31"><span style="color: #000000;"><span>* Ordinario di storia delle dottrine politiche - Universit&agrave; di Napoli</span></span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-costituzione-non-un-testo-sacro/2702]]></guid>
					<pubDate>Sat, 21 Feb 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Una politica senza punti di riferimento]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/una-politica-senza-punti-di-riferimento/2701]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">&Egrave; complicato fare politica in un contesto in cui si sono persi i punti di riferimento e tutto sembra ridursi ad uno scontro muscolare per la ricerca di qualche successo momentaneo. Cos&igrave; &egrave; in politica internazionale, ma anche a livello europeo e all&rsquo;interno dei singoli Stati. In queste condizioni elaborare qualche strategia non diciamo di lungo periodo, ma almeno con uno sguardo pi&ugrave; lungo di quello sul giorno dopo diventa un&rsquo;impresa titanica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Partiamo pure da un esame senza remore del quadro internazionale. Le due grandi questioni che destabilizzano il sistema delle relazioni, la vicenda Ucraina e quella di Gaza, sono piuttosto lontane dal trovare una soluzione. Per quel che riguarda la prima tutto &egrave; legato all&rsquo;ostinazione di Putin di non recedere nella convinzione che le controparti non sono in grado di imporgli almeno una tregua. Il gioco &egrave; perfido. Per mettere la Russia di fronte all&rsquo;insostenibilit&agrave; della sua posizione sarebbero necessarie due condizioni: 1) che si desse all&rsquo;Ucraina il supporto militare per mettere in crisi con tutta evidenza la debolezza di Mosca; 2) che le controparti che affiancano Kiev fossero in situazioni tali da entrare in campo con la forza di cui dispongono.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nessuna delle due condizioni ha chance di verificarsi. Spingere il supporto militare a Kiev fino al punto di ingaggiare una guerra in profondit&agrave; viene giudicato troppo rischioso perch&eacute; si teme che Putin a quel punto non si tratterr&agrave; dall&rsquo;escalation atomica. &Egrave; quanto minacciano i portavoce russi un giorno s&igrave; e l&rsquo;altro pure, ma nessuno &egrave; disposto a correre il rischio di verificare se sono vanterie da bulli o disponibilit&agrave; a giocare il tutto per tutto. Quanto al problema della reale entrata in campo degli alleati europei dell&rsquo;Ucraina, va tenuto presente che praticamente tutti fanno i conti con opinioni pubbliche assai poco disponibili ad assumersi l&rsquo;onere di andare fino in fondo: un po&rsquo; per paura della possibile catastrofe atomica, ma altrettanto per la scarsa disponibilit&agrave; ad accettare il sistema di austerit&agrave; inevitabile se ci si imbarca in un conflitto di portata internazionale. Anche nel caso che non si arrivasse ai momenti pi&ugrave; drammatici.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quindi la guerra si trascina in modo miserevole, aumentando morti e distruzioni senza che si veda a cosa possa davvero servire. Del resto basta uno sguardo alla seconda crisi, quella innescata dalla vicenda di Hamas a Gaza con tutti gli annessi e connessi, per vedere che anche in questo caso non si &egrave; in grado di stabilizzare la situazione. E questo nonostante siamo di fronte, sulla carta, ad una vittoria che pareva schiacciante su chi aveva innescato la tragedia (Hamas e i suoi sostenitori) e ad un apparentemente ampio consesso internazionale che sembrava avere sposato la causa della stabilizzazione. In realt&agrave; il nodo della questione, che &egrave; il disarmo di Hamas e la presa di governo sulla Striscia, non &egrave; stato affatto sciolto. I miliziani che hanno posto sotto dittatura quel territorio sono ancora al potere, non intendono disarmare, non c&rsquo;&egrave; nessun governo che stia prendendo in mano la ricostruzione (che &egrave; un affare complesso, altro che &ldquo;rendering&rdquo; pieni di grattaceli creati con la IA), i Paesi arabi o assimilati che avevano promesso di affrontare con decisione i problemi se ne stanno tranquillamente in panchina.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&Egrave; chiaro che in questo quadro Trump, che gi&agrave; di suo quanto a genio per le costruzioni strategiche non &egrave; che brilli, corre da un lato all&rsquo;altro del grande palcoscenico con intemerate pi&ugrave; o meno suggestive, certamente sempre sopra le righe: come nei peggiori spettacoli teatrali. Le difficolt&agrave; del tycoon sono molte, ha una tornata elettorale che si avvicina sempre pi&ugrave;, ma non riesce ad uscire dalle sue pulsioni per i colpi di teatro. Poi magari qualcuno del suo staff, come di recente Marco Rubio a Monaco, prova ad esercitarsi nel classico sport del dare un colpo al cerchio e un altro alla botte, ma non riesce a trasmettere l&rsquo;immagine di una amministrazione che sa quel che vuole e che pu&ograve; raggiungerlo in termini realistici.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non ci si pu&ograve; stupire allora se nel quadro internazionale i diversi attori si muovono in un convulso balletto che unisce figure a due (passeggere ed estemporanee), tentativi di scene di gruppo per lo pi&ugrave; mal coordinate, e recitazioni &ldquo;a soggetto&rdquo; da parte di ciascuno dei partecipanti con l&rsquo;occhio ai pi&ugrave; banali interessi di bottega sommati al desiderio di consolidare il ruolo che ciascuno si &egrave; autoassegnato nella confusa commedia in corso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Che questo non si rifletta sugli andamenti di politica interna nei diversi Stati, sarebbe da considerare miracoloso, ma non avviene perch&eacute; i miracoli sono un genere di interventi per cui ben pochi politici sono attrezzati. Se guardiamo in questo momento a quell&rsquo;ambito che potrebbe per tradizione, prestigio e anche competenza giocare un ruolo, cio&egrave; quello dei grandi Stati europei Gran Bretagna inclusa, vediamo solo situazioni di grande conflittualit&agrave; e opinioni pubbliche che si dividono fra fazioni di pasdaran di vario conio e sacche di opinione pubblica che rifiutano di essere coinvolte in una politica che non capiscono e tanto meno apprezzano.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ciascun Paese ha le sue fratture che possiamo comprendere in questo modello generale. In Italia si accentuano per la sfortunatissima coincidenza con un referendum costituzionale su una questione che quasi nessuno accetta di esaminare apertamente (volete o no che la magistratura abbia una organizzazione la cui giusta indipendenza &egrave; scivolata negli ultimi decenni in mano ad una casta di grandi inquisitori convinti di aver titolo per essere essi i moralizzatori del sistema?). Cos&igrave; tutti strumentalizzano l&rsquo;occasione di scontro per vedere se possono piegare quello che sar&agrave; il risultato delle urne all&rsquo;acquisto di un incremento di posizione per s&eacute; stessi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Difficile non vedere che questa guerriglia di tutti contro tutti (con una quota ampia di persone che vogliono semplicemente starne fuori) render&agrave; complicato gestire una presenza del nostro Paese a livello internazionale all&rsquo;altezza di un momento che vede il mondo affrontare un drammatico passaggio storico.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/una-politica-senza-punti-di-riferimento/2701]]></guid>
					<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[I sette sigilli del canone deritiano]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/i-sette-sigilli-del-canone-deritiano/2700]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Per presentare e insieme rivisitare &ndash; a grandi linee &ndash; i suoi settant&rsquo;anni di ricerca sociale, il CENSIS, a cura del Direttore Generale Massimiliano Valerii (che ha lavorato per oltre venticinque anni al suo fianco) ha voluto dedicare al fondatore e presidente Giuseppe De Rita una sorta di ritratto personologico e professionale. Non per farne un &lsquo;santino apologetico&rsquo; o un panegirico (perch&eacute; la contiguit&agrave; e la condivisione susciterebbero il sospetto di un conflitto di interessi) ma per testimoniare e riassumere, possibilmente divulgare, la lunga avventura intellettuale di un uomo straordinario che prima allo Svimez e poi al CENSIS, &egrave; stato il pi&ugrave; fedele lettore e interprete dello sviluppo della societ&agrave; italiana dal secondo dopoguerra ad oggi.&nbsp; Pur non avendo mai ambito ad una cattedra universitaria e pur privilegiando &ndash; <em>pi&ugrave; Socrate che Platone</em> - la narrazione orale su quella scritta (a parte i Rapporti dell&rsquo;Istituto, i saggi e gli editoriali specie sul Corsera, il suo unico libro &egrave; quel &lsquo;Dappertutto e rasoterra. Cinquant&rsquo;anni di storia della societ&agrave; italiana<em>, Mondadori, Milano, 2017&rsquo;, </em>di cui a margine del ritratto rievocativo del Dott. Valerii si riporta l&rsquo;introduzione) la capacit&agrave; di penetrare e far propri i meandri pi&ugrave; reconditi della sua indagine sociale ne hanno fatto il sociologo &lsquo;pi&ugrave; attento e informato sui fatti&rsquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il suo nome e la sua fama sono legati a doppio filo agli annuali Rapporti del CENSIS fino alla presentazione del 50&deg;, giorno in cui decise di essere pi&ugrave; osservatore a latere che redattore, senza mai smettere il ruolo di ispiratore e guida spirituale e intellettuale dell&rsquo;Istituto di Piazza di Novella a Roma. La presentazione, particolarmente brillante e lucidissima che ne fa Massimiliano Valerii, giunge ad evidenziare le peculiarit&agrave; pi&ugrave; significative del suo percorso ininterrotto di settant&rsquo;anni di esplorazione sociale, fino ad elencare i sette sigilli pi&ugrave; caratterizzanti del canone deritiano, nelle sue intuizioni di sistema e nelle scelte metodologiche. A queste doti, a queste peculiarit&agrave; che di seguito brevemente riassumo vorrei tuttavia anteporre un assioma implicito a descrivere il personaggio, che pare doveroso ricordare: non bastano la passione, il tenace continuismo, l&rsquo;impegno, la capacit&agrave; organizzativa nell&rsquo;indagare i tratti denotativi e connotativi della societ&agrave;, se tutto ci&ograve; non &egrave; sorretto e ispirato dal talento, un pregio innato, una vocazione che rendono unico l&rsquo;uomo e il suo destino.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Scrive Valerii&hellip; <em>&lsquo;Con la bacchetta del rabdomante, che registra ogni minima vibrazione sul terreno, Giuseppe De Rita ha scoperto i giacimenti di energia nascosti della societ&agrave; italiana e ne ha saputo cogliere anche i minimi sommovimenti, quelli che preludono ai grandi cambiamenti dei costumi&hellip;.In altre parole, i settant&rsquo;anni di carriera di Giuseppe De Rita sono anche i settant&rsquo;anni di sviluppo della societ&agrave; italiana. &Egrave; questo il bilancio provvisorio di una vita animata da un sentimento d&rsquo;avventura intellettuale, che chiunque pu&ograve; avvertire appena entri in confidenza con lui&rdquo;: </em>anche io- nel mio piccolo- ne sono stato metabolicamente contagiato, cibandomi di &lsquo;pane e De Rita&rsquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sono dunque sette i sigilli, le impronte, i marchi che De Rita ha inciso nella matrice della ricerca sociale. Il primo &egrave; l&rsquo;anti accademismo, l&rsquo;assenza di modelli teorici e astratti in un&rsquo;indagine tipicamente empirica e induttiva. Il secondo &egrave; il prevalere della cultura orale e della narrazione che prelude al terzo: il linguaggio con cui ha saputo descrivere e interpretare i fenomeni sociali con metafore e allegorie che resteranno nella storia del Paese, sovrapponendosi in modo quasi onomatopeico ai processi di sviluppo. Il quarto imprinting &egrave; la fenomenologia, l&rsquo;osservazione diretta, la capacit&agrave; di scoprire il nascosto, annusando dappertutto e rasoterra per immaginare e inventare nuovi paradigmi interpretativi. Il quinto sigillo &egrave; consequenziale al precedente: partire dal basso, non eludere ci&ograve; che appare insignificante, ascoltare tutti e tutto annotare. Il sesto marchio indelebile &egrave; la capacit&agrave; di conferire continuit&agrave; agli eventi, non soffermarsi sul singolo aspetto ma cercare e trovare assi di progressione ermeneutico-interpretativa. L&rsquo;ultimo sigillo &egrave; l&rsquo;attenzione al &lsquo;mercato&rsquo; come stella polare della ricerca sociale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questo omaggio del CENSIS al suo fondatore e presidente &egrave; doveroso e apre la strada alla operosa continuit&agrave;, solca una traccia che resta indelebile e che De Rita osserva con distaccato rispetto, valorizzando le risorse umane che ha saputo crescere.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come ricorda Valerii, chiudendo il suo omaggio rievocativo a Giuseppe De Rita, vale ricordare come una sorta di sentenza un laconico ma efficace pensiero di Hegel: &ldquo;&laquo;Un grand&rsquo;uomo condanna gli altri uomini a essere interpretato&raquo;.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/i-sette-sigilli-del-canone-deritiano/2700]]></guid>
					<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Dappertutto e rasoterra]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/dappertutto-e-rasoterra/2699]]></link>
					<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>Caro Presidente Giuseppe De Rita, vorrei inizialmente riprendere il tema dell&rsquo;autopropulsione sociale e del suo personale, &lsquo;tenace continuismo&rsquo; nell&rsquo;esplorarla. Rileggendo il suo saggio su &lsquo;Sviluppo e divenire&rsquo; si comprende come curiosit&agrave; e meraviglia sono stati due fantastici sentimenti di una sorta di &lsquo;innamoramento&rsquo; che ha accompagnato e assecondato la naturale propensione ad utilizzare lo sviluppo come chiave di lettura &ldquo;dappertutto e rasoterra&rdquo;, entrando nei meandri pi&ugrave; reconditi della dimensione economica, culturale, istituzionale del Paese. La spinta autopropulsiva conserva dunque una forza che spinge verso la conservazione e il progresso, nonostante emergano tendenze negative sottotraccia?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da quando, esattamente 70 anni fa, ho cominciato a lavorare sui temi dello sviluppo, io mi sento emotivamente legato al divenire, spesso spontaneo, delle societ&agrave;. Allora mi occupavo di programmare lo sviluppo, di pianificare i conseguenti interventi, di esaltare lo Stato come &ldquo;soggetto generale dello sviluppo&rdquo;; ed &egrave; stato, lo confesso, un periodo bellissimo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Mi son reso per&ograve; conto anno dopo anno, che lo sviluppo non &egrave; il frutto di processi e soggetti esterni alla societ&agrave; ma nasce dal basso, dall&rsquo;intima vitalit&agrave; di ogni societ&agrave;. Non a caso l&rsquo;unico libro che ho scritto sullo sviluppo italiano ha come titolo &ldquo;Dappertutto e rasoterra&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non &egrave; stato facile far passare nella cultura collettiva questo primato della societ&agrave; che cresce su s&eacute; stessa. Ricordo una dura polemica negli anni &rsquo;70 con Emanuele Severino che sosteneva che lo sviluppo non viene dall&rsquo;interno della societ&agrave;, ma dalla spinta congiunta di tre sottosistemi (quello della ricerca scientifica, quello della dinamica finanziaria, quello delle armi) che con la loro potenza di autogenerazione trainano tutto il resto, pi&ugrave; inerte, della societ&agrave;. Io andavo per altre strade, studiavo allora l&rsquo;economia sommersa, l&rsquo;occupazione occulta, la piccola impresa, il localismo industriale e mi convincevo ogni giorno che &egrave; tutta la societ&agrave; che si sviluppa e si muove in avanti. Mi sono cio&egrave; sempre pi&ugrave; convinto che aveva ragione il mio Padre Lebret nel dire che lo sviluppo &egrave; &ldquo;mont&eacute;e humaine&rdquo;, cio&egrave; fenomeno di massa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Molti mi accusano che sono troppo ottimista e che sottovaluto le &ldquo;tendenze negative che emergono sottotraccia&rdquo;. Conosco questa critica, ma rispondo che professionalmente ho riscontrato in tanti anni che lo sviluppo porta continuato squilibrio, e che questa semplice verit&agrave; dobbiamo accettarla. Solo societ&agrave; statiche non prevedono squilibri. Tale mia convinzione professionale si lega ad una fede religiosa profonda, visto che riconosco la verit&agrave; intima di una frase di Teillard de Chardine &ldquo;Dio non &egrave; ancora stanco di creare&rdquo;, una frase che apre sempre al futuro.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>I Rapporti del CENSIS, sono una chiave di lettura dello stato della societ&agrave; italiana, sotto il profilo culturale, economico, sociologico. Quanto &egrave; complessa la raccolta dei dati, la loro elaborazione e soprattutto il taglio descrittivo e interpretativo con cui ogni volta si fotografa un fermo immagine efficace senza cedere al presentismo asfissiante per guardare invece all&rsquo;evoluzione sociale con gli occhiali della proiezione lungimirante?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sono sessanta anni che vivo ogni anno l&rsquo;appassionante vicenda della redazione del Rapporto Censis, e ricordo perfettamente che l&rsquo;iniziale motivazione di esso era quella di dar conto dell&rsquo;andamento dei grandi settori di intervento sociale (la scuola, la societ&agrave;, la previdenza, l&rsquo;abitazione, ecc.). Ed a quella prioritaria motivazione che ci siamo uniformati negli anni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E&rsquo; vero che nell&rsquo;opinione pubblica siamo conosciuti per il fermo-immagine delle pagine introduttive, ma per noi l&rsquo;impegno vero sta nelle centinaia di pagine di dati e valutazioni sui settori di intervento sociale. E&rsquo; il nostro ruolo strutturale, e continuativo nel tempo, e su tale ruolo sappiamo di esser giudicati dalle centinaia di professionisti del sociale (ricercatori, operatori, docenti, amministratori) che utilizzano la nostra accumulazione e le nostre elaborazioni dei dati.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>Borghesia e ceto medio sono stati per lungo tempo termini sovrapponibili, soprattutto in epoca di crescita di status e di espansione economica. Oggi assumono significati reciprocamente dissimili forse a ragione del rimescolamento sociale in atto. Ci vuole offrire una sua interpretazione?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Devo sempre ricordare, quando si parla di borghesia e ceto medio, che noi Censis negli anni &rsquo;70 abbiamo affrontato il tema, non attraverso una logica di classe, ma attraverso un approccio solo fenomenologico alla dinamica ed alla articolazione sociale. Ci concentrammo cio&egrave; sul processo di cetomedizzazione, quel convulso creare di posizioni di lavoro intermedie ed autonome che ha raggiunto quasi il 75% del nostro mercato del lavoro. Non si tratta di una nuova classe (con cultura ed interessi omogenei) ma di una componente mediana della societ&agrave;, dell&rsquo;occupazione, dei consumi, del risparmio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ed &egrave; la componente che fa coesione sociale e resilenza economica nei periodi di crisi. Non mi interessa il ceto medio come classe sociale, ma quel suo essere un grande fenomeno di &ldquo;ascensore sociale&rdquo;. Se guardiamo alle crisi (anche sociali e politiche) di molti paesi, constatiamo che in essi non opera la componente mediana, il ceto medio per usare parole abituali. Ed in una tale luce vanno viste le difficolt&agrave; degli USA (con Trump che cerca di inventarsi un ceto medio); della Francia (dove c&rsquo;&egrave; la frattura netta fra &eacute;lite e popolo senza molle in mezzo); della Germania, tutta prigioniera di logiche di classe, senza interessi intermedi; e si capir&agrave; che in Italia &egrave; stata una gran fortuna avere una cetomedizzazione (spesso anche di bassa lega) che ha fatto da collante nella resistenza alle pur gravi crisi attraversate negli ultimi decenni.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>I corpi sociali e istituzionali intermedi sono da sempre un riferimento costante nelle sue riflessioni.</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>Perch&eacute; l&rsquo;intermediazione sociale sta scomparendo per dare spazio ad una rappresentazione verticistica tra Stato, enti locali e cittadini? Una politica in crisi di identit&agrave;, come Lei mi ha insegnato, verticalizza sempre: il paese legale si allontana dal paese reale. Ricordo ad esempio almeno due suoi editoriali al riguardo: uno sull&rsquo;opportunit&agrave; di conservare il ruolo di collegamento territoriale e di rapporti pi&ugrave; contigui con la gente da parte delle Province. L&rsquo;altro sulla funzione di rappresentanza dei sindacati rispetto ad interessi di tutela dei diritti individuali e collettivi. Il corpaccione sociale diventa realt&agrave; indistinta e di difficile decifrazione oppure vanno recuperati gli anelli di congiunzione e contiguit&agrave; tra centro e periferia? </strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Mi domando spesso se ho fatto qualche errore nella mia affezione radicale ai corpi intermedi (sociali o istituzionali che siano) visto che su di essi qualche tradimento l&rsquo;ho subito e qualche dubbio strutturale mi &egrave; venuto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se parlo di tradimenti, devo ricordare che buona parte dei nostri corpi intermedi non ha saputo fare rappresentanza di interessi reali preferendo fare rappresentazione ed alta emotivit&agrave; (magari con cortei, marce, rivolte, scioperi, flottiglie, ed altro) senza potenza di dialettica sociale. E questa perdita di funzione esterna si &egrave; purtroppo coniugata ad una crisi di dialettica interna, con classi dirigenti che si chiudono in s&eacute; stesse e si autoalimentano.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questa doppia crisi, esterna ed interna, ha fatto s&igrave; che nella dinamica dello sviluppo italiano i corpi intermedi abbiamo perso la centralit&agrave; che avevano nei decenni precedenti, con l&rsquo;effetto di rafforzare il potere dei vertici, solo che si pensi al peso crescente dello Stato nell&rsquo;economia (addirittura, con la moltiplicazione di bonus, nella definizione dei bisogni sociali); e lasciare a se stessi il carattere molecolare, e dispersivo della realt&agrave; economica. Siamo di fronte ad una verticalizzazione congiunta al &ldquo;dappertutto e rasoterra&rdquo;; se posso, confesso che la cosa non mi piace.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>Si assiste attoniti ad una crescita esponenziale dei fenomeni di violenza giovanile, specie tra i minorenni. Quanta parte di ci&ograve; &egrave; riconducibile al venir meno del libero arbitrio e del discrimine tra bene e male &ndash; cio&egrave; a carenze di tipo individuale e generazionale &ndash; e quanto invece pu&ograve; essere addebitato, senza indulgere a facile retorica, ad un vulnus di educazione e di guida da parte della famiglia e della scuola</strong>?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le faccio una confidenza: quando undici anni fa mor&igrave; mia moglie, nel ricordo scritto che ne facemmo con i figli si stagliava una bella frase di Teilhard de Chardin che accompagnava la nostra prima fotografia di coppia: &ldquo;Credete innanzitutto allo spirito prima di voi, nell&rsquo;accumulazione tramandata dai vostri nonni e dei vostri genitori; credete in secondo luogo nello spirito dopo di voi, nella capacit&agrave; dei figli e nipoti di tramandare benedizione; ma credete soprattutto nello spirito fra voi&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Teilhard la rivolgeva a due nuovi sposi e noi osiamo sperare di essere stati fedeli alla sua esortazione. In coppia esaltando lo &ldquo;spirito fra noi&rdquo;, ma anche nella vita sociale e nel lavoro, solo se penso a come nel Censis ho cercato tutto lo spirito prima di me (da Sebregondi a Balbo, e Lebret) ma anche tanto spirito dopo di me (nei tanti giovani che hanno lavorato con me come nei tanti nostri lettori Lei fra questi).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La crisi oggi credo venga dalla trascuratezza di tutti (famiglia, scuola, istituzioni) nel tenere insieme lo spirito prima di noi e lo spirito dopo di noi. Il resto &egrave; &ldquo;fuffa&rdquo;, se penso alle idee di guidare i comportamenti dei giovani con il ricorso al sostegno psicoanalitico o all&rsquo;idea di cambiare la scuola con nuove &ldquo;materie&rdquo; molto artificiali, dall&rsquo;educazione civica all&rsquo;educazione sessuale. Ci vogliono messaggi di lungo andare, semplici e forti, non girare a vuoto nelle mode del presente.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>Da tempo leggiamo e osserviamo segnali di latenza e involuzione sociale. Povert&agrave; assoluta e marginalizzazione spingono verso derive di solitudine e abbandono. Siamo bombardati dalla comunicazione dei social, afflitti dalla omologazione culturale di basso profilo, dalla retorica dei luoghi comuni e spinti verso una condizione borderline tra pulsioni negazioniste e speranze utopistiche.</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>Il pluricitato ascensore sociale &egrave; fermo da tempo al piano terra senza che qualcuno lo faccia ripartire.</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>Il recupero di una dimensione etica del vivere e l&rsquo;afflato religioso sono vie possibili di uscita e inversione di tendenza verso la ripresa di un &lsquo;lavoro dello spirito&rsquo; e di promozione sociale?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Io ho sempre visto con sospetto le tante ricerche ed i tanti incontri sulla povert&agrave; assoluta e poi sulle povert&agrave; settoriali (educative, sanitarie, reddituali, abitative, ecc.); perch&eacute; sono fatte di approcci pi&ugrave; emotivi che strutturali. Fanno titolo, ma non fanno capacit&agrave; di intervento. Penso solo a quanto sia distorcente la attuale moda di segnalare &ldquo;l&rsquo;impoverimento del ceto medio&rdquo; e la sua &ldquo;triste proletarizzazione&rdquo;; io preferisco constatare che il processo di cetomedizzazione, di cui abbiamo parlato in una risposta precedente, abbia cambiato totalmente la societ&agrave; italiana d&rsquo;oggi, irriconoscibile rispetto alla miseria, alle miserie, dei secoli passati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Mi piace quindi pensare che le marginalit&agrave; che pure oggi esistono non modificano quel processo. Certo non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; l&rsquo;ascensore sociale degli anni &rsquo;70 ed &rsquo;80, ma c&rsquo;&egrave; in giro la collettiva sensazione che siamo un sistema economico saldo. Mi sento propenso a restringere l&rsquo;area della povert&agrave; alla povert&agrave; della solitudine, &egrave; una dimensione per&ograve; che viene da tanti aspetti, non tutti economici, e pi&ugrave; frequentemente di crisi sociale, di rottura delle relazioni umane. Chi rompe la relazione con gli altri rischia la solitudine, magari esaltandosi con quella ideologia del &ldquo;vaffa&rdquo; che tanto ha avuto successo negli ultimi venti anni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Pu&ograve; darsi che io dia una lettura minimalista del termine &ldquo;povert&agrave;&rdquo;, magari scelta perch&eacute; non la soffro in prima persona, anzi non la conosco visto che pur avendo 93 anni vivo con otto figli, quindici nipoti e due bisnipoti. Ma non &egrave; la realt&agrave; personale che mi spinge a certe affermazioni, ci sento solo la convinzione che chi crede nello spirito (anche quello &ldquo;dopo di noi&rdquo;) non &egrave; mai solo.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>Ricordo alcune sue puntualizzazioni in tema di educazione, istruzione e formazione, in pratica sull&rsquo;idea di scuola vista soprattutto in relazione al mercato del lavoro, non generica e massimalista ma sorretta da solidi apprendimenti. Che cosa pensa delle Indicazioni nazionali del Ministro Valditara (rivalutazione del latino, recupero di storia e geografia contro la destrutturazione delle materie, studio delle poesie e delle tabelline, importanza della letto-scrittura e dei libri, in poche parole ancoraggio alla cultura tramandata e tradizionale arrestando una deriva modernista che usa anglicismi, neologismi e acronimi)?&nbsp; Si pone anche il tema del rapporto tra indirizzi didattici nazionali e scelte assunte in sede di autonomia scolastica? Ancora una volta emerge il focus sul rapporto centro-periferia. Qual &egrave; la sua opinione al riguardo?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sono stato fra il 1955 ed il 1980 uno dei pi&ugrave; attenti e costanti studiosi dei problemi della scuola italiana, anzi &egrave; proprio su tali problemi che nacque il mio impegno prima culturale e poi imprenditoriale. Oggi li vedo con occhio pi&ugrave; freddo e meno partecipe; e sono arrivato a ritenere che la scuola &egrave; in crisi di identit&agrave;, una crisi dovuta non alla pi&ugrave; o meno lunga deriva di temi, di materie, di indirizzi didattici, ma ad un pi&ugrave; profondo &ldquo;buco sistemico&rdquo;, essa non avendo pi&ugrave; giunture con la realt&agrave; economica e sociale si &egrave; pensata sufficiente a se stessa; governata da logiche tutte interne, spesso corporative.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E&rsquo; l&rsquo;autoreferenza la malattia del sistema scolastico italiano; e non la si cura dettando dall&rsquo;alto nuovi indirizzi didattici e nuove materie; oppure fidando nella vitalit&agrave; delle sedi di autonomia scolastica che possono garantire varie giunture con le realt&agrave; locali, ma non possono coprire il vuoto culturale di un sistema che, per orgoglio ed ambizione di autoconsistenza, si &egrave; andato pericolosamente slabbrando. Forse occorre uno sforzo di &ldquo;aristocrazia culturale&rdquo;, di pensiero alto: occorre fare un sistema scolastico di tipo complesso e forte, fuori dalle slabbrature esistenti.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>Tecnologie e digitalizzazione sono correlati speculari ai processi di informatizzazione e riconversione ecologica. Paradossalmente si riduce il numero delle parole di cui conosciamo il significato e si approccia una visione tecnocratica, deterministica, omologata delle relazioni interpersonali.</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>Si pone anche una questione identitaria tra uso dell&rsquo;I.A. e declino del pensiero pensante: ci sono alunni che svolgono temi e risolvono problemi con ChatGPT, smartphone e tablet sono prolungamenti della mente. Il premio Nobel Geoffrey Hinton, pioniere della ricerca sulle reti neurali e il &lsquo;deep learning&rsquo; ha lasciato Google con questa motivazione &ldquo;I programmi di I.A. hanno fatto passi da gigante e ora sono piuttosto spaventosi. Al momento i robot non sono pi&ugrave; intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo&rdquo;.</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><strong>Contro una visione efficientista e trionfalistica della vita come potremo conservare le dimensioni umane nascoste? Quale direzione di marcia sta imprimendo l&rsquo;I.A. alla nostra vita e &ndash; soprattutto &ndash; fin dove potr&agrave; arrivare?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Confesso che mi occupo molto malvolentieri di intelligenza artificiale. Ricordo sempre che il mio amico Luigi Granelli, nella funzione di Ministro delle Partecipazioni Statali, costitu&igrave; negli anni &rsquo;80 una commissione per lo studio dei risvolti dell&rsquo;annunciata ricchezza dell&rsquo;intelligenza artificiale sul sistema formativo e scolastico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ne affid&ograve; la presidenza ad Achille Ardig&ograve;, grande mente sociologica e politica, e me ne nomin&ograve; componente. Dopo qualche riunione detti le dimissioni, con la motivazione forse un po&rsquo; altezzosa che essendo una intelligenza naturale non riuscivo a mettermi sull&rsquo;onda lunga dell&rsquo;artificialit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nei tanti anni seguenti non ho cambiato le convinzioni, anzi quel che &egrave; avvenuto specie negli USA mi rendono sospettoso sulla &ldquo;bolla finanziaria&rdquo; che si &egrave; venuta a creare sul tema. Qualcosa di nuovo certo arriver&agrave;, ma non sono convinto che sar&agrave; una rivoluzione epocale. Da buon cultore del &ldquo;dappertutto e rasoterra&rdquo; aspetto di vedere e di capire; da animale prudente e molto adattivo.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/dappertutto-e-rasoterra/2699]]></guid>
					<pubDate>Sat, 14 Feb 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Una radicalizzazione pericolosa]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/una-radicalizzazione-pericolosa/2698]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Non &egrave; un bel clima quello che incombe sul nostro Paese. Sar&agrave; per la campagna elettorale in vista della consultazione referendaria del 22-23 marzo, ma non ci pare riducibile a quello. Piuttosto &egrave; la situazione di incertezza generale che, come sempre, si riflette sulle trame della tela che rappresenta la attesa angosciosa per un futuro che rimane piuttosto oscuro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non tutto si collega per via razionale, ma le connessioni si intuiscono. &Egrave; vero che si potrebbe dubitare che la gente percepisca con chiarezza una tendenziale mutazione nelle relazioni internazionali. Dopo una fase in cui sembrava che, con tutti i pasticci che sappiamo, una relativa stabilizzazione potesse essere in vista, improvvisamente ecco due segnali che non sottovaluteremmo: nei negoziati fra USA e Iran, il regime di Teheran ha indurito le posizioni riproponendo il suo ruolo di forza antagonista nell&rsquo;area; a Gaza, Hamas ha dichiarato di non accettare il disarmo e l&rsquo;avvio di una amministrazione esterna. Pu&ograve; darsi che siano mosse solo scenografiche, ma vengono in un momento in cui Trump appare in difficolt&agrave;, vittima dei suoi infantilismi polemici e alle prese con un dissenso interno che si rafforza. Per contorno l&rsquo;asse europeo, che nel condizionare relativamente il quadro dei conflitti ha un ruolo pi&ugrave; importante di quel che ritengono osservatori prevenuti, subisce colpi non piccoli. La leadership britannica di Starmer &egrave; in serie difficolt&agrave;, anche qui per le ricadute del caso Epstein che mette nei pasticci Trump. Macron non se la passa esattamente bene. Sembra tenere per ora il cancelliere Merz, ma senza quelle sponde &egrave; dimezzato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per di pi&ugrave; in Italia la stabilit&agrave; del governo Meloni, anch&rsquo;esso parte di quel gruppo, accusa dei colpi. Difficile non pensare che ci sia chi lavora per trarne profitto, visto che, nonostante tutto, la posizione della nostra premier sull&rsquo;Ucraina &egrave; stata ferma, che sull&rsquo;Iran siamo stati partner del sostegno diplomatico alla rivolta contro gli ayatollah, che la vicinanza ad alcuni disegni di Trump non pu&ograve; che risentire della crisi del suo mentore.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lungi da noi l&rsquo;idea di vedere un fantasioso e banale complottismo internazionale dietro le agitazioni para-insurrezionalistiche di Torino (con code a Milano), gli attentati ai treni, la stessa vicenda del generale Vannacci che crea una spina nel fianco della destra in una direzione destabilizzante (e piuttosto filo-russa). Il governo reagisce in maniera scomposta, vorrebbe trovare uno spazio di confronto con le opposizioni, ma lo fa in maniera maldestra, legata ai suoi mantra, e le opposizioni, anch&rsquo;esse preda di un gioco delle parti, sono troppo attratte dalla convinzione che ci&ograve; mostri una debolezza dell&rsquo;attuale governo e dal sognare, al solito, la spallata.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&Egrave; per questo che la campagna per il referendum sta assumendo caratteristiche di radicalizzazione spinta che dovrebbero preoccupare chiunque non si fermi a considerare tutto come una partita che potr&agrave; chiudersi il 24 marzo con la vittoria dell&rsquo;uno o dell&rsquo;altro concludendo semplicemente un ciclo politico. Non sar&agrave; cos&igrave; e non solo perch&eacute; subito dopo inizier&agrave; la campagna per le elezioni politiche del 2027 (ammesso che non venga la tentazione di anticipare la fine della legislatura, anche se ci tutela il fatto che gli attuali parlamentari ci rimetterebbero in termini di benefici e pensione).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Che chi vince vorr&agrave; provare a massimizzare il suo risultato e chi perde penser&agrave; che con le urne politiche la rivincita sia possibile, lo diamo per scontato. Ma il fatto &egrave; che quale che sia il risultato aprir&agrave; dei problemi molto pi&ugrave; che risolverli, e quei problemi peseranno sugli equilibri del Paese pi&ugrave; di quanto gli scatenati pasdaran dell&rsquo;una e dell&rsquo;altra parte immaginino.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Proviamo a chiarirci. Se vince il NO, oltre ai contraccolpi interni ai partiti (si pensi al PD il cui gruppo dirigente vorr&agrave; fare i conti coi riformisti; alla Lega dove si metter&agrave; in discussione la leadership di Salvini; ecc. ecc.) avremo una situazione in cui le componenti della magistratura che si vogliono costituire in corporazione preminente negli equilibri costituzionali proveranno a consolidare il loro potere (c&rsquo;&egrave; in vista un rinnovo del CSM a questo punto con le regole attuali). Ci&ograve; significher&agrave; avere delle mosse di risposta da parte delle forze sconfitte che non potranno consegnarsi ai vincitori senza resistere. Un quadro non certo tranquillizzante.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se vince il SI&rsquo; la situazione non sar&agrave; semplicemente ribaltata rispetto a quella che abbiamo descritto, perch&eacute; si aggiunger&agrave; il problema di come modulare le leggi attuative della riforma. Il nodo non &egrave; n&eacute; piccolo, n&eacute; banale. Per esempio la modulazione del sistema di sorteggio per i nuovi CSM. Per dire: proprio fra tutti i magistrati dall&rsquo;uditore appena assunto a quello alle soglie della pensione, o con un minimo di parametrazione della cerchia in cui sorteggiare? Poi ci sar&agrave; il tema di come strutturare l&rsquo;Alta Corte disciplinare prevista, nonch&eacute; trovare il personale, le sedi, le coperture finanziarie, e via elencando. Si dovranno fare o rifare regolamenti per farli funzionare. Il tutto con l&rsquo;attuale CSM che rimane in carica? E per quanto?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ce n&rsquo;&egrave; abbastanza per immaginare una transizione che tutto sar&agrave; meno che dolce. E che avverr&agrave; non in un mondo che si ferma ad aspettare che mettiamo ordine nel nostro sistema di equilibrio dei poteri (perch&eacute; il tema vero &egrave; che oggi &egrave; quello ad essere in una crisi preoccupante e non pu&ograve; n&eacute; continuare com&rsquo;&egrave;, n&eacute; essere riformato alla bersagliera).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come si potr&agrave; gestire il risultato del referendum quale che sia senza gettare il paese nella confusione crescente di questa guerriglia delle radicalizzazioni &egrave; il tema che dovrebbe interessare tutta la classe politica responsabile. Si dovrebbe avere visto, anche alla luce di qualche reminiscenza storica, che le fasi di guerriglia politica generalizzata non portano bene, anzi in fasi di turbolenze internazionali sono piuttosto pericolose.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/una-radicalizzazione-pericolosa/2698]]></guid>
					<pubDate>Wed, 11 Feb 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Occidente contro Occidente]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/occidente-contro-occidente/2696]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Disincanto e nostalgia: questi sentimenti leggo nell&rsquo;incipit di questo splendido libro di Luigi Marco Bassani, edito da Liberilibri, uno dei pi&ugrave; intriganti e &lsquo;vissuti&rsquo;, intimistici saggi di ispirazione politica che abbia letto negli ultimi anni. Un libro scritto ripercorrendo un cammino personale, nella convinzione che la libert&agrave; debba essere il tabernacolo laico della dignit&agrave; umana: principio che per l&rsquo;autore, nato a Chicago e vissuto a lungo in Italia significa potersi esprimere con cognizione ed esperienza su temi di cogente attualit&agrave; (essendo cresciuto e formatosi tra le due sponde dell&rsquo;Atlantico), distinguendosi in un caravanserraglio di opinionisti che discettano del tutto non avendo conoscenza se non del nulla. Quasi come &lsquo;avvertenza&rsquo; (cos&igrave; denomina la prefazione) si professa &ldquo;conservatore&rdquo;, un termine che oggi suona spesso come bieco e reazionario in un mondo che si spende e si consuma nell&rsquo;oblio ma che in realt&agrave; &ndash; considerata la mission della narrazione &ndash; vuole salvare l&rsquo;Occidente e i suoi valori, radicati nella storia, che l&rsquo;Europa non ha saputo preservare mentre l&rsquo;America- con tutte le sue ibridazioni e contraddizioni anche attuali &ndash; rielabora come il pi&ugrave; grande esperimento storico nel campo della libert&agrave;. <em>&ldquo;L&rsquo;Occidente, se inteso nella sua verit&agrave; pi&ugrave; profonda non &egrave; una realt&agrave; geografica n&eacute; una somma di civilt&agrave;, ma un rapporto temporale: l&rsquo;incontro, sempre precario, tra il passato europeo e il presente americano.</em> <em>La dissociazione euroamericana conduce alla condizione tragica dell&rsquo;Occidente contemporaneo: un&rsquo;identit&agrave; spezzata, priva di un principio unificatore. Il presente europeo, ridotto a pallido simulacro della sua antica gloria, non pu&ograve; generare una nuova forma, ma solo contemplare nostalgicamente la propria ombra. Eppure, proprio in questa frattura &ndash; in questa impossibilit&agrave; di coincidere con s&eacute; stesso &ndash; l&rsquo;Occidente continua a esistere e a decidere i destini del mondo. L &rsquo;America lo vive come volont&agrave; (e rappresentazione), l&rsquo;Europa come memoria&rdquo;. </em>In questa simbolica rappresentazione si riassume il contenuto e il senso del saggio: denso, informato, documentato, scaltrito, un libro da leggere, inforcando occhiali nuovi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In realt&agrave; il tema del declino dell&rsquo;Occidente tiene banco da oltre un secolo ma &ndash; oltre il melting pot demografico e un&rsquo;inclinazione critica, cogitativa e revisionista che nasce dalla messa in discussione dei suoi valori fondanti- esprime una vocazione universalistica che non rinveniamo altrove: l&rsquo;universalismo inteso come apertura ed esercizio di democrazia che nulla ha a che vedere con l&rsquo;universalismo islamico che diventa strumento di estensione del possesso del mondo e imposizione del proprio credo ideologico. Anche questo &egrave; uno scontro in atto e riguarda due mondi diversi, due civilt&agrave; antitetiche e radicate dalle origini. Ma l&rsquo;autore si sofferma sulla discrasia che si &egrave; aperta e si divarica tra due concezioni e modi di essere &ldquo;Occidente&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La civilt&agrave; occidentale &egrave; fondamentalmente dialogica nella sua struttura ontologica fino a comprendere la diversit&agrave; e l&rsquo;alterit&agrave; come valori di apertura, ascolto, possibile confronto e condivisione. La considerazione della vita degli altri &egrave; un principio etico che si riflette in una concezione antropologica secondo cui ogni essere umano &egrave; portatore di una dignit&agrave; infinita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lo era nell&rsquo;Ellade, lo &egrave; stato nel Cristianesimo (che proprio nella misericordia e nell&rsquo;amare &lsquo;il prossimo tuo come te stesso&rsquo; celebra una forma di universalismo religioso), lo &egrave; stato nell&rsquo;Umanesimo e nel Rinascimento, nell&rsquo;Illuminismo, nell&rsquo;etica kantiana e nella dialettica hegeliana, nell&rsquo;interiorit&agrave; oggettiva e nella legge morale, lo &egrave; stato con Max Weber in quel <em>beruf &nbsp;&lsquo; che &egrave; &nbsp;vocazione personale e tensione verso la responsabilit&agrave; del singolo davanti a Dio: l&rsquo;identit&agrave; di un uomo razionale, laborioso e pronto a un comportamento universalizzabile, che poi diventa la base del capitalismo e della civilt&agrave; moderna&rsquo;.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Acutamente Bassani rileva come l&rsquo;universalismo che diventa apertura di credito antropologico e fideistico rischia di trasformarsi in una sorta di disarmo spirituale. L&rsquo;amore per il prossimo, reso assoluto, si fa incapacit&agrave; di giudicare, e l&rsquo;universalismo, privato del suo centro, diventa relativismo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La disponibilit&agrave; scivola nella debolezza, l&rsquo;accondiscendenza alla comprensione pu&ograve; declinare in arrendevolezza: in questo sta a un tempo la grandezza e il cot&egrave; vulnerabile dell&rsquo;universalismo del pensiero occidentale. Ma mentre dal secondo dopoguerra (nonostante la CEE, il MEC, la CE e infine l&rsquo;U.E ) la crescita europea languiva tra stagnazione, lenta ripresa, incertezze nello sviluppo e nel consolidamento istituzionale fino al crepuscolo, l&rsquo;America conosceva la pi&ugrave; grande espansione economica, industriale, militare della Storia, resistendo in sequenza a quattro tentativi di assalto alla sua leadership mondiale: quello precedente della Germania di Hitler, quello sovietico dell&rsquo;URSS, quello giapponese e quello pi&ugrave; attuale della Cina (alla quale incautamente proprio l&rsquo;Italia nel marzo 2019 tendeva la mano con la firma del Memorandum della Via della Seta). Ci&ograve; che sorprende del mondo americano &egrave; la rapidit&agrave; di adeguare la propria leadership cavalcando l&rsquo;onda lunga dell&rsquo;innovazione tecnologica ma non &egrave; solo prerogativa della Silicon Valley, &egrave; una mentalit&agrave;, un modo di essere e di fare: paradossalmente l&rsquo;Europa che vanta una storia di pi&ugrave; antica deriva non ha mai vestito i panni del competitor ma (fino a quando durer&agrave;)quelli dell&rsquo;alleato beneficato dallo strapotere americano, nonostante la parentesi della crisi finanziaria dei<strong> </strong>subprime scoppiata alla fine del 2008 negli Stati Uniti che ha avuto gravi conseguenze sull'economia, aprendo una fase di recessione a livello mondiale. Secondo Eugenio Capozzi, in <em>Storia del mondo post-occidentale (</em>2023), &laquo;l&rsquo;et&agrave; della<em> </em>globalizzazione ha avuto come esito un rapido slittamento<em> </em>dall&rsquo;idea dell&rsquo;occidentalizzazione del mondo alla<em> </em>realt&agrave; di un mondo definibile ormai per molti versi come<em> </em>post-occidentale: tuttavia gli USA hanno conservato una primazia mondialistica ineguagliata dagli altri competitor. L&rsquo;idea di un Occidente binario descritta nel saggio di Bassani nasce dall&rsquo;evidenza delle cose: questo ha spinto e sta muovendo Trump ad una critica feroce verso l&rsquo;Europa accusata di vivere di rendita sulla protezione occulta o palese del gigante americano. L&rsquo; America MAGA &egrave; la rivendicazione di una supremazia planetaria fondata sulla ricchezza interna, l&rsquo;imposizione dei dazi e il consolidamento di una tripartizione colonialistica del potere, che pur di ottenere la Groenlandia, il Canada e quel che verr&agrave; &egrave; disposta a concedere l&rsquo;annessione di Taiwan alla Cina e l&rsquo;espansione russa a cominciare dal ghiotto boccone ucraino per proseguire con gli stati limitrofi ai margini dell&rsquo;Europa. <em></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Oggi la realt&agrave; geopolitica a livello planetario vive una stagione di tensione e rinnovata conflittualit&agrave;, tra multilateralismo e concentrazione del potere: in realt&agrave; le vere forze in competizione sono gli USA, la Russia e la Cina e proprio in questo lasso temporale stiamo assistendo ad una fase di alta criticit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Bassani prende in considerazione uno dei fenomeni epocali pi&ugrave; attuali e pervasivi, quello dell&rsquo;immigrazione. Le frontiere &lsquo;colabrodo&rsquo; sono l&rsquo;incipit della perdita di identit&agrave; delle Nazioni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le frontiere, quindi, non solo vanno mantenute, ma estremamente rafforzate. Esse rappresentano l&rsquo;ultima barriera di autodifesa per le comunit&agrave; che desiderano preservare la propria identit&agrave; culturale, la coesione sociale e un minimo di equilibrio economico. Dove la frontiera cede, si dissolve il principio stesso di responsabilit&agrave; collettiva: chiunque pu&ograve; accedere ai benefici dello Stato sociale senza averne sostenuto i costi. In questo modo, l&rsquo;immigrazione di massa diventa una delle pi&ugrave; subdole forme di parassitismo politico, alimentata da governi che comprano consenso elettorale e manodopera a basso costo sacrificando il capitale umano e morale dei propri cittadini.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anche su questo versante si stanno caratterizzando due tipologie di Occidente tra societ&agrave; americana e societ&agrave; europea. Il tema pu&ograve; suscitare scandalo e allergie morali ma si pone pragmaticamente come crocevia tra conservazione delle radici storiche ereditate e Torre di Babele. Forse ci&ograve; che manca all&rsquo;Occidente oggi, in una malintesa idea di democrazia, fatta di sovrabbondanza di regole, che qualcuno prima o poi render&agrave; soccombente, &egrave; l&rsquo;assenza di leader politici con una visione lungimirante. L&rsquo;Europa si fa vittima della ridondanza di norme, codici e codicilli, convenzioni e proclami, bilateralismi e primazie ma non ha messo ancora insieme un panel di progetti condivisi: allora forse &egrave; meglio preservare l&rsquo;identit&agrave; degli Stati ereditati dal 900, piuttosto che far sopravvivere un&rsquo;unit&agrave; fittizia che si frantuma ad ogni prova dei fatti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Oggi non ci sono pi&ugrave; Churchill, Schuman, De Gasperi, Adenauer, Spinelli.&nbsp; L&rsquo;Europa, la sua Storia, la sua civilt&agrave;, il pensiero ereditato, le cime ineguagliabili dei suoi geni nei vari campi della cultura sono un archivio di inestimabile valore e il volano di una ripresa possibile ma sempre rinviata.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il pragmatismo americano &egrave; l&rsquo;altra faccia della medaglia: si spoglia delle remore e dei distinguo che affliggono l&rsquo;altra sponda dell&rsquo;Atlantico e persegue identit&agrave; e rafforzamento come strumenti per consolidare una supremazia che diventa garanzia delle libert&agrave; individuali e collettive della Nazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autore &ndash; che conosce bene i due mondi- non si avventura in congetture moralistiche e non sceglie: prende atto delle diversit&agrave; ma paventa il pericolo sotteso che, mentre nel resto del mondo le dittature e le tirannie osservano il declino delle democrazie, lo scontro pi&ugrave; acceso e dirompente sia quello tra due Occidenti in conflitto tra loro. Un paradosso della Storia, un&rsquo;evidenza eclatante del presente (che pu&ograve; mandare gambe all&rsquo;aria ci&ograve; che si &egrave; costruito per la stabilit&agrave;, la conservazione della democrazia e la difesa della libert&agrave;, a cominciare dall&rsquo;ONU e dalla NATO) e una incognita imperscrutabile e nebulosa per il futuro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Alla prova dei fatti il rischio di un autolesionismo incombente che viva come una minaccia l&rsquo;ipotesi di un nuovo ordine mondiale.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/occidente-contro-occidente/2696]]></guid>
					<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Sorteggio e democrazia, a proposito del referendum confermativo]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/sorteggio-e-democrazia-a-proposito-del-referendum-confermativo/2697]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Nella campagna elettorale in corso relativa al referendum confermativo della modifica costituzionale sulla separazione delle carriere in magistratura, uno degli argomenti di chi &egrave; contrario alla riforma riguarda il sorteggio. Come &egrave; noto, secondo la nuova legge costituzionale i membri togati e anche i membri laici dei due Consigli superiori della magistratura, che sostituiranno l&rsquo;unico CSM odierno, verranno scelti per sorteggio. I fautori dell&rsquo;abrogazione ritengono che questo metodo di selezione dei componenti degli organi sarebbe antidemocratico perch&eacute; non rispetterebbe il criterio dell&rsquo;autogoverno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A questa opinione si risponde abitualmente con due argomenti, ispirati al buon senso e all&rsquo;esperienza pratica. Occorre ricordare, anzitutto, che i due CSM non sono organismi di carattere politico, per i quali occorre assicurare che siano rappresentativi di diverse opinioni, si tratta invece di organi di alta amministrazione per i quali il sorteggio, i cui criteri regolativi saranno fissati da una legge ordinaria, assicura una piena imparzialit&agrave; nella scelta dei loro componenti. Da un altro versante occorre considerare che il sorteggio non &egrave; un criterio sconosciuto nel nostro ordinamento giudiziario, tutt&rsquo;altro. Il sorteggio si adopera da lungo tempo in diversi casi: nella formazione dei collegi giudicanti, nell&rsquo;assegnazione dei procedimenti, nei consigli giudiziari, nei collegi di disciplina del CSM, nel TAR, nel Consiglio di Stato, nella Corte dei conti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questi argomenti empirici e di buon senso a mio modesto avviso, potrebbero essere sufficienti per esprimere una opinione favorevole nel referendum del prossimo marzo, tuttavia, &egrave; possibile rispondere agli avversari della riforma anche sotto il profilo della democraticit&agrave; della procedura di sorteggio. In questo caso appellandoci al principio di autorit&agrave;, cio&egrave; richiamando un autore che &egrave; unanimemente considerato uno dei classici del pensiero politico e giuridico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel capitolo secondo del secondo libro dello <em>Spirito delle Leg</em>gi Montesquieu rileva che &ldquo;il suffragio per via della sorte &egrave; proprio della natura della democrazia, quello per via di scelta dell&rsquo;aristocrazia. Il primo non affligge nessuno, lascia a ciascun cittadino una ragionevole speranza di servire la patria&rdquo;. Lo scrittore francese successivamente specifica che &ldquo;Solone in Atene stabil&igrave; che tutte le cariche militari venissero distribuite in seguito a scelta, ma che senatori e giudici fossero eletti a sorte&rdquo;.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Senza dubbio, l&rsquo;esempio citato da Montesquieu si riferisce alla situazione della democrazia ateniese e, a prima vista, quella vicenda appare molto lontana dalla nostra condizione attuale. Pure, il suo ragionamento centra un punto importante che resta valido anche oggi. Nella democrazia ateniese le cariche che richiedevano una competenza tecnica, come quelle militari, erano assegnate tramite elezione, mentre le altre incombenze pubbliche, comprese quelle giudiziarie, potevano essere assegnate per sorteggio perch&eacute; tutti i cittadini della polis si trovavano in una condizione di isonomia, cio&egrave; di perfetta parit&agrave; fra di loro.&nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gli appartenenti alla magistratura, sia essa requirente o giudicante, hanno rispettato tutti la stessa condizione di accesso al servizio (sono stati reclutati attraverso un concorso selettivo), pertanto si trovano fra di loro in una condizione di perfetta parit&agrave;, proprio come lo erano i cittadini ateniesi. Al massimo possiamo immaginare che la prevista legge di attuazione detter&agrave; alcune condizioni ulteriori (anzianit&agrave;, stato di servizio etc.) per venire sorteggiati. In sostanza, per la nomina dei due CSM il sorteggio, che &ldquo;non affligge nessuno&rdquo;, rimane il criterio pi&ugrave; egualitario, e democratico, che sia immaginabile per la loro composizione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><br /></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><br /></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><br /></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><br /></span></p>
<p><span style="color: #000000;">* Ordinario di storia delle dottrine politiche - Universit&agrave; di Napoli</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/sorteggio-e-democrazia-a-proposito-del-referendum-confermativo/2697]]></guid>
					<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[I dilemmi europei e una politica italiana prigioniera del radicalismo]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/i-dilemmi-europei-e-una-politica-italiana-prigioniera-del-radicalismo/2694]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Non era facile immaginare due eventi pi&ugrave; drammaticamente agli antipodi come la fiammata insurrezionistica a Torino e il discorso di Draghi in Belgio in occasione del conferimento di una laurea honoris causa. Da un lato il fenomeno di una esplosione di violenza anarcoide senza radici razionali al di l&agrave; di una confusa (ed eterna) aspettativa da parte di minoranze emarginate della rivoluzione alle porte. Dall&rsquo;altro lato una personalit&agrave; che sempre pi&ugrave; si fa apprezzare come la voce della coscienza dei tempi nuovi, voce che proclama la fine dell&rsquo;ordine globale. Eppure entrambi gli eventi, l&rsquo;uno confusamente, l&rsquo;altro lucidamente, segnano la presenza di un epocale tornante storico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ad esso non si pu&ograve; rispondere predicando la violenza levatrice della storia: quello era uno slogan che funzionava quando c&rsquo;era ancora un po&rsquo; di &ldquo;filosofia&rdquo; nelle rivolte di piazza, oggi siamo al distruggere per il gusto di mostrare, facendolo a pezzi, una ipotetica superiorit&agrave; rispetto al mondo cos&igrave; com&rsquo;&egrave;. Altrettanto &egrave; illusorio pensare che ai conati violenti si possa contrapporre semplicemente la repressione: per renderla almeno ipoteticamente efficace si dovrebbe arrivare alla soppressione di tutte le libert&agrave;, il che, anche a lasciar da parte considerazioni morali, sarebbe nocivo, probabilmente mortifero per il nostro sistema socio-politico occidentale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dunque vanno trovate altre risposte. Mario Draghi ha scelto da qualche tempo il ruolo di &ldquo;risvegliatore&rdquo; dell&rsquo;Europa, che pu&ograve; essere e deve essere qualcosa di pi&ugrave; di un mercato comune o di un sistema di regole funzionali ad un certo sviluppo economico: pu&ograve; tornare ad essere una potenza capace di dialettica con altre potenze, antiche o recenti che siano. Dialettica di civilt&agrave;, con tutto quello che questa parola contiene in termini culturali, economici e sociali. Essa pu&ograve; predicare, conformemente alle correnti profonde della sua storia, uno sviluppo che si fondi sull&rsquo;assioma del &ldquo;beneficio condiviso&rdquo; a partire dall&rsquo;avvio di un passaggio dalla attuale struttura confederale (lasca) ad una federale originale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&Egrave; una sfida e non &egrave; la prima volta che viene lanciata dall&rsquo;ex vertice della BCE ed ex premier italiano. Se questa volta sar&agrave; accolta con qualcosa di pi&ugrave; di un consenso/apprezzamento di maniera, lo vedremo nel summit dei vertici UE del prossimo 12 febbraio. Draghi &egrave; stato invitato a prendervi parte assieme ad Enrico Letta (ma sar&agrave; assente la Gran Bretagna, il che qualche problema lo pone). Per intanto le reazioni sono pi&ugrave; a livello di media e commentatori che non di capi di stato o di personalit&agrave; politiche con posizioni chiave.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se dovessimo giudicare da quel che avviene a casa nostra, non ne ricaveremmo auspici per il germogliare di quei semi. Il radicalismo crescente che si sta impadronendo della nostra comunicazione politica &egrave; sostanzialmente distante dal farsi carico della drammaticit&agrave; del momento storico. Lo si &egrave; visto nella reazione ai gravissimi fatti di Torino.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Qui ovviamente non conta che tutti non abbiano potuto far altro che condannare fermamente le violenze: sarebbe stato impossibile dire diversamente, a meno di dichiarare aperta la stagione della rivoluzione e della contro-rivoluzione. I rischi connessi ad un contesto di quel genere sono per fortuna largamente presenti a tutte le forze politiche (magari con intensit&agrave; diverse), ma non basta per spingerle a prendere il toro per le corna. Perci&ograve; ciascuna cerca di strumentalizzare le interpretazioni,&nbsp; illudendosi che cos&igrave; si tiri molta acqua al proprio mulino.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In realt&agrave; quel che a nostro modesto avviso non si vuol vedere &egrave; che siamo di fronte ad una messa in discussione dell&rsquo;&laquo;ordine&raquo;, tanto di quello globale quanto di quello domestico. Non ci riferiamo ovviamente al banale ordine pubblico, all&rsquo;assenza di conflitti evidenti, ma alla percezione condivisa di un equilibrio di sistema tale da consentire a tutti una, magari modesta, ricerca della felicit&agrave;. Si dovrebbe prendere atto che il venir meno di questo equilibrio fondato su una condivisione di valori di fondo richiede non solo che se ne costruisca uno nuovo (e magari in astratto tutti sarebbero d&rsquo;&rsquo;accordo, ovviamente ciascuno con qualche sua peculiarit&agrave;), ma che ci&ograve; implichi un percorso in cui tutti sono disponibili a rinunciare alle rispettive bandierine e ai mantra pregiudiziali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tornando ai fatti di Torino, il meccanismo si vede benissimo. Tutti cercano di strumentalizzare l&rsquo;accaduto per usarlo come prova delle proprie ragioni: chi predica la dissoluzione dei valori, chi il lassismo della magistratura, chi il fallimento delle politiche governative, chi l&rsquo;incapacit&agrave; di rispondere alla crisi sociale ed economica, ed avanti di questo passo. L&rsquo;appello ad unirsi in un fronte comune di fronte alle crescenti esplosioni di anarchia (per la verit&agrave; non solo macroscopiche come quelle insurrezionistiche, ma anche nelle microstorie di disagio, piccola criminalit&agrave;, irresponsabilit&agrave; dei comportamenti) non riesce ad avere la carica necessaria per accendere non solo il consenso, ma la volont&agrave; di reazione. Ogni parte &egrave; disposta ad accettare l&rsquo;alleanza e la solidariet&agrave; con le altre a patto che queste le riconoscano un primato di buone ragioni e faccia ammenda di quello che lei giudica errato. Un modo per non raggiungere una vera convergenza (anche qui il fenomeno &egrave; evidente anche nelle relazioni internazionali: vedere come si comporta Putin nei colloqui sull&rsquo;Ucraina).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Eppure la fine dell&rsquo;ordine globale, come ha profeticamente proclamato Draghi, dovrebbe spingere tutti ad un cambio radicale di mentalit&agrave; e di atteggiamenti. Vale a livello europeo, a livello dei singoli stati in cui si articola il continente, a livello del nostro contesto politico nazionale, dove c&rsquo;&egrave; chi continua a credere che il futuro del mondo si decida nelle baruffe che fanno audience nei talk show.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/i-dilemmi-europei-e-una-politica-italiana-prigioniera-del-radicalismo/2694]]></guid>
					<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Addio a Maria Rita Parsi, la psicologa della delicatezza]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/addio-a-maria-rita-parsi-la-psicologa-della-delicatezza/2695]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Sono rimasto colpito e profondamente addolorato dalla notizia della scomparsa di Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta di grande esperienza professionale e di fama internazionale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci legava un sentimento di amicizia del quale ero molto onorato, considerando la sua competenza e la sua autorevolezza: nella sua casa di Milano a due passi dal Tribunale per i minorenni mi aveva ricevuto con grande cordialit&agrave; e senso di ospitalit&agrave;, sapeva mettermi a mio agio soprattutto nei primi anni della nostra conoscenza quando mi facevo prendere da un onesto sentimento di timore reverenziale. Di questa Milano da bere e per taluni da ostentare porter&ograve; con me il ricordo di tre donne eccezionali, riservate, miti ma forti e ricche di grande umanit&agrave;: Alda Merini, Milva Biolcati e Maria Rita, appunto. Oltre il lavoro queste conoscenze mi avevano arricchito spiritualmente e ne serbo un grato, memore ricordo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Maria Rita Parsi ha vissuto la sua intera esistenza nel segno dei bambini e degli adolescenti, si &egrave; sempre messa in prima linea per la tutela dei loro diritti. Di lei posso dire che sapeva unire una naturale disponibilit&agrave; all&rsquo;ascolto delle mille e mille vicende umane di cui si era occupata, una dote naturale, una passione ed un talento e insieme la seriet&agrave; dell&rsquo;approfondimento, la discrezione della considerazione dei vissuti (non generalizzava mai, desiderava cogliere i bisogni e le peculiarit&agrave; di ciascuno, perch&eacute; non ci sono diritti che non siano incardinati in una irripetibile identit&agrave;).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non ha mai usato la sua professionalit&agrave; per esercitare altezzosit&agrave;, per sentenziare, per giudicare: vorrei definirla la psicologa della delicatezza, mai in lei i test e le alchimie terapeutiche formali si sono tramutate in una sorta di clava per reprimere la spontaneit&agrave;. Era un aspetto della sua vocazione creativa, per questo, per farne una ragione di vita personale, intimista e professionale aveva fondato Movimento bambino: sempre dalla parte dei minori anche se questo termine le sembrava troppo giuridico, preferendo parlare e scrivere di bambine e bambini, di ragazze e ragazzi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non potr&ograve; mai dimenticare la disponibilit&agrave; con cui scrisse la prefazione del mio libro &ldquo;Figli smarriti&rdquo; edito dalla San Paolo. Del titolo aveva colto il senso del doppio smarrimento: quello fisico e quello spirituale, sapeva esplorare le ferite nascoste e usava sempre la grammatica del cuore, un approccio di cui le sono debitore perch&eacute; nelle alterne vicende della vita i sentimenti e l&rsquo;attitudine a farne uso si sono rivelati &ndash; e lo saranno sempre &ndash; la scelta e la soluzione pi&ugrave; efficaci.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Scriveva dunque nella prefazione: <em>&ldquo;Quelle narrate da Francesco Provinciali sono storie sospese, in itinere, aperte, dove il lieto fine &egrave; tutt&rsquo;al pi&ugrave; auspicabile, &lsquo;situazioni dove le risposte te le d&agrave; pi&ugrave; il cuore che la ragione&rsquo;. Di ognuna &egrave; possibile scrivere: &lsquo;non importa sapere come era poi andata a finire, di storie come questa ce ne sono tante e a sentirle sembrano tutte uguali&rsquo;. Tale incompiutezza ci muove eticamente: sono le storie di tutti noi, ovvero storie, distinte da un nome proprio, di cui ciascuno &egrave; chiamato, con il proprio nome, ad assumersi la responsabilit&agrave;&hellip;.. A differenza delle fiabe, il lieto fine, se c&rsquo;&egrave;, &egrave; fuori dal libro ed &egrave; nel percorso. E il percorso ci passa vicino&rdquo;.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Chi scrive oggi il rimpianto per la sua scomparsa che ci lascia orfani di questa pedagogia del cuore, di questo alfabeto dei sentimenti, ricorder&agrave; i riconoscimenti inanellati da Maria Rita a livello internazionale, fino al titolo di Cavaliere del lavoro, fino alle attivit&agrave; di consulenza per l&rsquo;ONU.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per me, se posso esprimere questo ricordo molto personale unito ad una sorta di debito morale per ogni insegnamento da lei ricevuto, prevale la relazione umana fatta di scambi epistolari, di suggerimenti, di correzioni benevole: quando le scrivevo che essere bambini oggi, tra tecnologie e social, pu&ograve; procurare pi&ugrave; insidie che certezze sapeva sempre convincermi del contrario.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Perch&eacute; era capace di aprire uno spazio di dialogo, di benevolenza, di intima disponibilit&agrave; all&rsquo;ascolto che pensava risolutivi. Credeva &ndash; e questo non potr&ograve; mai dimenticarlo &ndash; che il bene pu&ograve; prevalere sul male se il mondo degli adulti sa inchinarsi di fronte alla riverenza che i fanciulli meritano, senza riserve, sempre. &lsquo;<em>Maxima debetur puero reverentia&rsquo;</em>: grazie di vero cuore, Maria Rita, per avercelo ricordato.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/addio-a-maria-rita-parsi-la-psicologa-della-delicatezza/2695]]></guid>
					<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Il crepuscolo dell'umano]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-crepuscolo-dellumano/2693]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Il fluire degli eventi della Storia, nella sua ininterrotta continuit&agrave;, finisce per caratterizzare l&rsquo;evoluzione del pensiero e le sue declinazioni esistenziali. Da tempo questa epoca pare dominata dal tema dei rapporti tra uomo e tecnica, fino ai pi&ugrave; recenti sviluppi dell&rsquo;I.A., della digitalizzazione (che secondo Gordon E. Moore, fondatore di INTEL&rdquo; &egrave; il motore del mondo&rdquo;) come processo irreversibile e del metaverso, rappresentazione simbolica della declinazione del reale nel virtuale. Si tratta di una deriva del 900 che gi&agrave; Martin Heidegger aveva anticipato intuendone sviluppi e conseguenze, seguito da Walter Benjamin, Ernst Cassirer e che molti illustri filosofi hanno poi ripreso, basti considerare i saggi di Emanuele Severino, Giulio Giorello, Umberto Galimberti, per rimanere dalle nostre parti. Capitalismo dominante e globalizzazione dilagante hanno favorito questa emergenza tematica che non riguarda solo la dimensione antropologica in senso stretto ma suscita e richiama riflessioni ontologiche e assiologiche, fino ad interrogarsi sui destini dell&rsquo;umanit&agrave;, in un contesto caratterizzato dall&rsquo;accelerazione vorticosa impressa dall&rsquo;innovazione e dal conseguente spaesamento di senso e di orientamento. Quel rifugiarsi nel presente per viverlo e dominarlo segnala una carenza di memoria del passato, travolto dai cascami che la tecnica produce attraverso la tecnologia e un&rsquo;incapacit&agrave; di progettare modelli di vita pur circoscritti ad un futuro di medio o breve termine: non sembra una scelta ma una sorta di soccombenza individuale e sociale messa in risalto dallo stesso 59&deg; Rapporto Censis.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Vittorio Emanuele Falsitta &ndash; autore de &ldquo;Il crepuscolo dell&rsquo;umano&rdquo; edito da Cantagalli, dimostra di avere profonda consapevolezza della posta in gioco, senza tuttavia cadere nell&rsquo;errore di una retorica pedagogia della moralizzazione dei processi tecnologici. L&rsquo;etica sta al centro ma il pragmatismo non &egrave; espunto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il suo saggio si apre con un&rsquo;immagine inquietante, quella dell&rsquo;<em>uomo calcolato</em>: un uomo, cio&egrave;, che crede di pensare e agire liberamente, ma in realt&agrave; &egrave; determinato da algoritmi e piattaforme che plasmano non solo <em>il pensato</em>, ma anche <em>il pensabile</em>. Aggiungerei anche i condizionamenti sub&igrave;ti dallo stesso pensiero pensante: nell&rsquo;immediatezza di ogni scelta necessitata &lsquo;hic et nunc&rsquo;, viene infatti da chiedersi quanto l&rsquo;atto del pensiero sia ingabbiato da schemi predeterminati, dall&rsquo;omologazione culturale e dalle soluzioni preconfezionate che circolano alla stregua di prodotti commerciali, in una sorta di compra-vendita nel surrettizio libero mercato delle idee. Si tratta di una sorta di congiunzione astrale tra tecnica e capitalismo che domina uomo e pensiero.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La logica dell&rsquo;efficienza e del calcolo alla base del pensiero tecnico arriva a modificare anche la percezione del male, che viene razionalizzato e quindi neutralizzato in nome dell&rsquo;utile e del bene, svuotato della dimensione della gratuit&agrave; in nome dell&rsquo;efficienza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&nbsp;&ldquo;<em>La tecnica, intesa come pensiero, e il capitalismo (ormai ridotto all&rsquo;ideologia del profitto e dell&rsquo;accumulazione), tendono infatti a costituire un unico pensiero che condiziona l&rsquo;agire dell&rsquo;uomo. Il pensiero umano rischia di essere sostituito da un nuovo pensiero frutto della fusione del capitalismo e del pensiero tecnico. Il nuovo pensiero interviene sulla volont&agrave; umana, o per meglio dire sui processi che la formano, introducendo in via esclusiva i parametri della razionalit&agrave;, efficienza, calcolo, tipiche della tecnica</em>&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Di questa stretta interrelazione che lega tecnica e capitalismo l&rsquo;immaginario collettivo tende ad enfatizzare aspetti positivi o negativi, con i relativi condizionamenti, della prima: in realt&agrave; si comprende come Falsitta imputi al secondo una sorta di regia occulta che si avvale della tecnica e dei suoi prodotti tecnologici per snaturare umanit&agrave; e pensiero critico come mezzi di espressione liberi e razionali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>&ldquo;Non la tecnologia, ma il capitalismo &egrave; ci&ograve; che va colpito. (&hellip;).</em><strong> : </strong>Falsitta<a title="" href="file:///D:/Mente%20Politica/31%20gennaio%2026/IL%20CREPUSCOLO%20DELL%E2%80%99UMANO%20-%20L'uomo,%20la%20tecnica,%20il%20capitale.docx#_ftn1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a>propone l&rsquo;introduzione di Distretti Economici Digitali fondati su <em>White Paper, </em>micro-costituzioni che ne definiscono le regole e i principi, il cui rispetto &egrave; garantito dalla tecnologia Blockchain. In questo scenario, l&rsquo;IA svolgerebbe un ruolo di vigilanza imparziale. L&rsquo;obiettivo dei Distretti &egrave; la costruzione di un&rsquo;economia civile digitale: mercati che non servano il profitto fine a s&eacute; stesso ma la dignit&agrave; del lavoro e la redistribuzione della ricchezza. &ldquo;Vaste programme&rdquo;, direbbe De Gaulle ma certamente nobilitato nelle intenzioni. Leggendo queste interessanti deduzioni viene da pensare che occorra cominciare dalla scuola: educare al rispetto della dignit&agrave; umana e formare il pensiero critico come finalit&agrave; di ogni seria formazione. Ma si tratta di una personale opinione che non inficia il valore delle argomentazioni dell&rsquo;autore del saggio. Sarebbe forse utile ottimizzare i compiti delle istituzioni esistenti, responsabilizzando politica e singoli cittadini, piuttosto che creare organismi suppletivi di controllo,&nbsp; che finirebbero per implementare l&rsquo;esistente con nuove sovrastrutture di vigilanza i cui compiti sarebbero da definire e spiegare in modo comprensibile ai cittadini senza produrre nuova burocrazia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Purtroppo si osserva come proprio nella scuola tecnica, algoritmi e produzione tecnologica degenerino spesso da mezzi a fini rendendo pi&ugrave; complicata la comunicazione didattica che sta alla base di ogni utile apprendimento. L&rsquo;educazione sentimentale dovrebbe essere invece valorizzata come mezzo efficace di discernimento e stimolo alla creativit&agrave;: ChatGPT ad esempio pu&ograve; tornare utile se non sostituisce il ragionamento, formule e acronimi servono se non offuscano il significato delle parole.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;addestramento serve fino a quando riesce a dominare il pensiero tecnico anzich&eacute; esserne soggiogato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Esiste una dimensione spirituale, contemplativa, meditativa alla quale non si pu&ograve; rinunciare, a scuola e nella vita.</span></p>
<div><br clear="all" /><hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="file:///D:/Mente%20Politica/31%20gennaio%2026/IL%20CREPUSCOLO%20DELL%E2%80%99UMANO%20-%20L'uomo,%20la%20tecnica,%20il%20capitale.docx#_ftnref1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a> <em>Vittorio Emanuele Falsitta (Milano, 1966), giurista e filosofo, &egrave; una voce originale nel dibattito contemporaneo su diritto, economia, tecnologia e difesa delle libert&agrave; dell&rsquo;uomo. Direttore scientifico del Centro di Ricerca sulla Fiscalit&agrave; Etica nell&rsquo;Universit&agrave; Europea di Roma ove gi&agrave; Professore Straordinario di Diritto Tributario, &egrave; stato deputato alla Camera e relatore della riforma fiscale durante il secondo Governo Berlusconi.</em></span></p>
</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-crepuscolo-dellumano/2693]]></guid>
					<pubDate>Sat, 31 Jan 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[L'Europa e Trump]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/leuropa-e-trump/2692]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">I fuochi pirotecnici di Trump continuano a costituire una grossa incognita per il futuro degli stati europei, sia come singoli, sia come associati nella UE. Interpretare le uscite del presidente americano &egrave; un&rsquo;impresa pressoch&eacute; impossibile, tanto sono in continuo cambiamento e contraddittorie fra loro (fino al punto da far sospettare sulla sua salute mentale&hellip;). Tuttavia i leader europei devono di necessit&agrave; fare i conti con questo inaspettato politico a cui si potrebbe applicare il ritratto feroce che venne fatto per Bismarck: un giocoliere con tre palle di cui una sempre in aria.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per chi governa il problema &egrave; come affrontare il rapporto con un personaggio che sta distruggendo i rapporti con l&rsquo;Europa e non si capisce bene a qual fine. Indubbiamente interpreta un sentimento isolazionista che in America &egrave; sempre esistito e che oggi, anche per i tempi di crisi globale che stiamo affrontando, guadagna un maggiore consenso fra quella parte di popolazione che &egrave; incerta sul proprio futuro. Tuttavia per lisciare il pelo a questi sentimenti non ci sarebbe bisogno di spingersi in scontri che non hanno un senso compiuto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Prima la politica folle sui dazi (rientrata abbastanza rapidamente, ma la cui ripresa &egrave; continuamente minacciata), poi la pretesa di annettersi la Groenlandia dove in termini di presenza militare gli USA hanno fatto e possono fare ci&ograve; che vogliono, infine l&rsquo;attacco a freddo alla presenza di militari europei in Afghanistan accusati di non avere mai voluto impegnarsi in prima linea, tutto ha suscitato reazioni anche in ambienti che si potevano presumere simpatetici col trumpismo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le esternazioni sui militari europei hanno indignato tutti, anche perch&eacute; quei soldati hanno pagato in termini di vite umane (53 i caduti italiani, pi&ugrave; di 400 quelli inglesi) e sono intervenuti in sostegno degli USA attaccati da Bin Laden e alleati annidati in Afghanistan (un caso di applicazione del famoso articolo 5 del trattato Nato a sostegno di Washington). Altrettanto impopolare il neo imperialismo contro la Danimarca: non si sono pronunciati solo leader delle sinistre, ma anche quelli delle destre. Bardella e Le Pen in Francia hanno avuto parole durissime, non meno di quelle di Macron; cos&igrave; anche la AfD tedesca che Trump e Vance avevano blandito pi&ugrave; volte; lo stesso ha fatto Farage in Gran Bretagna.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In Italia la premier Meloni, che pure si &egrave; sempre vantata di un rapporto amichevole con Trump tanto da essere accusata dall&rsquo;opposizione di essere al suo servizio, ha criticato il tycoon sostenuta da Crosetto e Tajani. Era poi scivolata su una battuta maldestra che avrebbe voluto essere spiritosa (ma diamogli il Nobel per la Pace se riesce a far cessare la guerra in Ucraina -sottinteso &egrave; quasi impossibile), ma che &egrave; stata subito strumentalizzata dalle opposizioni per mostrare che il suo servilismo non ha confini. Se i politici pensassero un attimo prima di parlare non sarebbe male, ma non si usa pi&ugrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Detto tutto questo, aggiungendoci che l&rsquo;invenzione del Board of Peace &egrave; una sceneggiata poco credibile, che Putin continua a prendere per il naso negoziando mentre sgancia tonnellate di bombe, rimane che i leader europei sono in una posizione difficilissima. Va bene sostenere che si deve attrezzarsi per fare a meno dello scudo militare americano, ma ci vorranno anni e intanto come si fa a difendersi dai non pochi neo imperialismi che ci assediano? I legami economici non si recidono in una notte: sostituire quelli con Washington con accordi con Pechino &egrave; rischioso non poco, visto che al momento i cinesi, ridimensionati molto sul mercato americano, stanno espandendo moltissimo la loro presenza in quelli europei.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">C&rsquo;&egrave; il problema non indifferente di capire quanto Trump potr&agrave; reggere con la politica dissennata che sta applicando. Indubbiamente sembrano esserci i prodromi per un cambiamento notevole del sistema politico statunitense, ma non si riesce a comprendere per quanto potr&agrave; durare e se il tycoon porter&agrave; fino in fondo i suoi piani. Per ora i famosi &ldquo;contrappesi&rdquo; (checks and balances) del costituzionalismo americano non sembrano in grado di fare da argine, ma bisognerebbe capire quanto le classi dirigenti di quel Paese sono disposte a non contrapporsi ad una svolta che non &egrave; affatto in grado di fare i loro interessi profondi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gli oroscopi sul futuro a questo punto si accavallano. Si va da chi vede una discesa verso una sostanziale dittatura trumpiana (si parla addirittura di abolizione delle elezioni di midterm e di ricandidatura, costituzionalmente vietata, per un terzo mandato) a chi immagina lo scoppio di una guerra civile per fermare l&rsquo;estremismo del presidente e della sua corte. In mezzo metteteci tutte le variazioni possibili. Quel che &egrave; certo &egrave; che siamo di fronte ad una crisi di sistema che investe quella che al momento &egrave; ancora la potenza pi&ugrave; forte del mondo: una sua entrata in una spirale di lotte intestine che ne bloccherebbero la capacit&agrave; di presenza esterna significherebbe lo scatenarsi di tutte le avventure imperialistiche che potete facilmente immaginare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come si troverebbe a muoversi l&rsquo;Europa in uno scenario del genere? Crediamo che siano gli incubi generati da riflessioni sul contesto che abbiamo rozzamente schizzato ci&ograve; che assilla le leadership europee dotate di senso della storia e della realt&agrave;. Non se ne parla, perch&eacute; sarebbe destabilizzante sull&rsquo;opinione pubblica e incentiverebbe le lotte fra le fazioni nei diversi stati del nostro continente e anche fuori (pensate al Canada), ma forse sarebbe pi&ugrave; saggio cominciare a far presenti le asperit&agrave; di questo passaggio, sia pure evitando inutili allarmismi e intemerate populiste di qualsiasi genere.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/leuropa-e-trump/2692]]></guid>
					<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[La legge che muove il mondo è la digitalizzazione]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-legge-che-muove-il-mondo-la-digitalizzazione/2691]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Preceduto da una minuziosa e argomentata presentazione di Alessandro Aresu (gi&agrave; consulente scientifico del Governo Draghi) , l&rsquo;agile volumetto di Liberilibri riporta una serie di saggi di Gordon E. Moore (<em>Cramming More Components onto Integrated Circuits </em>(1965) - <em>Progress In Digital Integrated Electronics </em>(1975) - <em>Lithography and the Future of Moore's Law </em>(1995) - <em>Intel: Memories and the Microprocessor </em>(1996) - <em>Speech at the International Solid-State Circuits Conference </em>(2003)), tradotti per la prima volta in italiano a cura del prefatore.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Riletti tenendo presenti le date di redazione e rivisitati alla luce dell&rsquo;illuminante introduzione di Aresu, questi scritti-conferenze, esprimono una lungimirante e profetica predizione di ricerca pura ed applicata in materia di elettronica e digitalizzazione nei processi di conoscenza, archiviazione e utilizzo dei dati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da un genio della chimica, dell&rsquo;informatica e dell&rsquo;imprenditoria come Gordon Moore, fondatore di INTEL e ideatore della cd. &ldquo;Legge di Moore&rdquo;, non ci si poteva attendere qualcosa di diverso, una spiegazione semplicistica, una riduzione ai minimi termini della straordinaria evoluzione scientifica che ha caratterizzato la storia dei transistor, dei diodi e dei semiconduttori.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non si tratta di pedanti nozioni teoretiche ma di un percorso di innovazione che ha cambiato il concetto di elaborazione, conservazione, utilizzazione dei dati e dei processi, raccontato attraverso la descrizione di evidenze pratiche.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Usando le parole di Aresu <em>"La "Legge di Moore" tecnicamente non &egrave; una Legge ma, come cerco di spiegare in un saggio di 70 pagine che accompagna questo volume di Liberilibri, la "Legge" diviene nel corso del tempo il metronomo dell'imprenditorialit&agrave; e dell'innovazione dell'industria pi&ugrave; importante del pianeta e al centro delle principali contese politiche. Perci&ograve;, la Legge che non &egrave; una Legge &egrave; anche la Legge che muove il mondo.&rdquo;</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Reduce dalla lettura e recensione del saggio di Carlo Rovelli &ldquo;Sull&rsquo;eguaglianza di tutte le cose&rdquo; che prende per mano il lettore e lo porta al cospetto dell&rsquo;universo, della fisica che studia i fenomeni quantistici, dell&rsquo;idea di Einstein sui campi gravitazionali, dei buchi neri e dei buchi bianchi, reduce dunque da una dimensione di conoscenza dilatata oltre le rigidit&agrave; delle coordinate spazio-temporali, chi si accinge a commentare il libro che spiega la legge di Moore resta inevitabilmente colpito da eguale, speculare stupore: dall&rsquo;immensit&agrave; incommensurabile allo straordinariamente piccolo e miniaturizzato che contiene milioni di dati utili alla scienza ma anche al funzionamento di tutto ci&ograve; a cui affidiamo gran parte della nostra vita e che ci circonda in un abbraccio tecnologico, a partire dal primo transistor del 1947 - inventato presso il Bell Telephone Laboratory - passando poi a quello planare, che era stato introdotto nel 1959, fino ai semiconduttori e alla stessa I.A. come campo di potenzialit&agrave; infinite di applicazione, tenendo conto che oggi un circuito completo contenente diversi milioni di transistor costa meno all&rsquo;utente rispetto a un singolo transistor di trentacinque anni fa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La corsa alla miniaturizzazione non &egrave; meno intrigante e affascinante dell&rsquo;esplorazione dell&rsquo;immensit&agrave; dello spazio, lo ricordava e raccomandava nel 1995 lo stesso Gordon Moore: &ldquo;<em>Voglio incoraggiare ciascuno di voi a pensare sempre pi&ugrave; in piccolo&rdquo;. </em>L&rsquo;introduzione di Aresu e i saggi di Moore rafforzano una deriva storicamente consolidata che possiamo riscontrare pensando semplicemente alle dimensioni di oggetti in uso trenta, quarant&rsquo;anni fa e pi&ugrave; e comparandole con quelle degli stessi oggetti, pi&ugrave; evoluti funzionalmente e pi&ugrave; efficaci, della odierna quotidianit&agrave;: ho sempre pensato alla miniaturizzazione come ad una sorta di esigenza necessitata, un processo irreversibile, per ragioni di praticit&agrave;, economia, costi, durata. &nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La Legge di Moore rappresenta un elemento ormai integrato e consustanziale&nbsp;dell&rsquo;economia mondiale&nbsp;ed ha affiancato in modo decisivo lo sviluppo&nbsp;dell&rsquo;industria dei semiconduttori&nbsp;che, oggi, &egrave; la base di ogni aspetto della&nbsp;vita digitale: &ldquo;La digitalizzazione del mondo &egrave; la &lsquo;<em>semiconduttorizzazione</em>&rsquo; del mondo&rdquo; ricorda Aresu.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E come afferma lo stesso Moore: &ldquo;<em>L&rsquo;industria dei semiconduttori &egrave; diventata la pi&ugrave; grande industria manifatturiera degli Stati Uniti, misurata in termini di valore aggiunto&rdquo; e &ldquo;l&rsquo;industria elettronica, considerata a livello mondiale, &egrave; la pi&ugrave; grande industria manifatturiera che esista</em>&rdquo;. L&rsquo;ordine di grandezza di questa primazia nell&rsquo;industria manifatturiera vede gli Usa detentori del 50% del mercato, seguiti da Corea del Sud, Taiwan, Giappone, Europa, Repubblica Popolare Cinese.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Alla base di tutto il processo evolutivo verso strumenti sempre pi&ugrave; miniaturizzati e specularmente in grado di svolgere funzioni se mai pi&ugrave; complesse c&rsquo;&egrave; il silicio: da qui si pu&ograve; dedurre quanto questo minerale conti negli eventi bellici in atto e nei prossimi, possibili conflitti e con esso la gestione delle cd. &ldquo;terre rare&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gli USA detengono il primato dell&rsquo;industria manifatturiera, come detto, mentre Cina e Taiwan competono quanto a sofisticata evoluzione tecnologica ma sono carenti di materia prima poich&eacute; silicio e terre rare sono altrove. In primis proprio in Ucraina, ghiotto boccone per spartizioni militari e geografiche.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Scriveva ancora Moore trent&rsquo;anni fa: <em>nel 1986 l&rsquo;industria dei semiconduttori rappresentava circa lo 0,1% del PIL globale. Tra soli dieci anni, attorno al 2005, se rimarremo sulla stessa traiettoria di crescita, saremo all&rsquo;1%; ed entro il 2025 circa il 10%.&nbsp; </em>(Ma a conti fatti nel 2025 siamo arrivati al 15% del PIL e verosimilmente entro la met&agrave; del secolo, questo asset tecnologico costituir&agrave; quasi l&rsquo;intero PIL globale).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Rendendo le cose pi&ugrave; piccole, tutto migliora riducendo persino i tempi tecnici di fabbricazione ed utilizzo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; bisogno di rinunciare a qualcosa. La velocit&agrave; dei nostri prodotti aumenta, il consumo energetico diminuisce, l&rsquo;affidabilit&agrave; del sistema, man mano che mettiamo una parte maggiore del sistema su un chip, migliora a passi da gigante, ma soprattutto il costo di fare qualcosa elettronicamente diminuisce come risultato della tecnologia. Si pensi alla riduzione degli agenti inquinanti in rapporto all&rsquo;utilizzo di nuove fonti di energia: auto elettriche o ibride in primis. L&rsquo;industria automobilista &egrave; il primo vettore nell&rsquo;utilizzo dei semiconduttori (&ldquo;l&rsquo;industria delle industrie&rdquo;). Si pensi alle tecnologie informatiche, ai processi produttivi, alla rete delle comunicazioni, alla gestione dei servizi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si &egrave; realizzata una diminuzione nell&rsquo;ordine di dieci milioni di volte del costo di un transistor e si sono inserite gratis tutte le interconnessioni, usando la DRAM come esempio. &Egrave; difficile trovare un settore in cui il costo del prodotto di base sia diminuito di dieci milioni di volte, anche considerando periodi di tempo molto pi&ugrave; lunghi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questi risultati si ottengono dunque con una significativa riduzione dei costi e con una implementazione dei benefici combinata ai processi di automatizzazione e di diversificazione delle risorse e delle competenze umane che richiedono profili professionali sempre pi&ugrave; sofisticati. L&rsquo;industria dei semiconduttori &egrave; al momento l&rsquo;asset strategico indispensabile a governare ogni aspetto della vita digitale, ma &egrave; anche un elemento di cruciale competizione politica, un tassello imprescindibile nella configurazione in fieri di un nuovo ordine mondiale.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-legge-che-muove-il-mondo-la-digitalizzazione/2691]]></guid>
					<pubDate>Sat, 24 Jan 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Oltre la piccola tattica pre-elettorale]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/oltre-la-piccola-tattica-pre-elettorale/2690]]></link>
					<description><![CDATA[<p>Con un mondo impazzito che rischia di deragliare non si sa bene in quale direzione, dalla politica italiana ci sarebbe da aspettarsi qualcosa di meglio di una trita rincorsa alla demagogia pre-elettorale. D&rsquo;accordo, alle elezioni politiche manca circa un anno e qualche mese, potrebbe anche darsi che venissero anticipate un poco anche se a stare alle previsioni di chi frequenta i gangli della vita politica l&rsquo;ipotesi non trova grande credito (a meno, ovviamente, di sussulti oggi imprevedibili). Si capisce che alle forze politiche sembri un tempo non cos&igrave; ampio se si vogliono spostare in modo significativo dei consensi da un campo all&rsquo;altro, magari riuscendo a recuperare un poco di astensione.</p>
<p>L&rsquo;idea largamente condivisa nei loro vertici &egrave; che, se la distribuzione del voto rimane pi&ugrave; o meno quella che si pu&ograve; ricavare dai sondaggi, la partita sia assolutamente in bilico, con un&rsquo;alta probabilit&agrave; di avere un parlamento senza una solida maggioranza, dunque soggetto a tutte le possibili fluttuazioni con una classe politica in cui se non tutti, una buona parte alla fine in circostanze del genere si comporta senza seguire le indicazioni dei partiti. Gli inglesi chiamano questa situazione &ldquo;il parlamento appeso&rdquo;, ma tant&rsquo;&egrave;: il nocciolo duro &egrave; che in condizioni del genere non solo si fatica a mettere in piedi un governo stabile, ma si dovr&agrave; affrontare nel 2029 una elezione del successore di Mattarella con tutti i giochetti, trasformistici e non, immaginabili (ci siamo andati vicini anche l&rsquo;altra volta, quando quasi per miracolo si &egrave; riusciti a far prevalere la conferma dell&rsquo;inquilino del Quirinale).</p>
<p>Come si &egrave; gi&agrave; avuto modo di scrivere, &egrave; per queste ragioni che la maggioranza, ma in specie Giorgia Meloni, tenta di varare una legge elettorale che col meccanismo del premio di maggioranza al vincitore relativo eviti questo rischio. Naturalmente lei &egrave; convinta di avere le carte migliori per riuscire nell&rsquo;impresa nonostante un pi&ugrave; che scarso entusiasmo da parte dei suoi alleati, a meno che il premio di maggioranza non venga predeterminato in modo da essere distribuito in modo paritario fra tutti loro: &egrave; complicato da normare in modo diverso (e non assurdamente cervellotico) dovendo tener conto per una distribuzione bilanciata dei risultati elettorali dei singoli partiti che formano la coalizione, risultati che, ovviamente, si conoscono solo ad urne scrutinate (e dunque ogni partito non sa bene come gli potr&agrave; andare&hellip;).</p>
<p>Comprensibilmente le opposizioni sono combattute non tanto perch&eacute; contrarie al premio di maggioranza, ma perch&eacute; non sono certe di riuscire a coalizzarsi e, in caso di vittoria, a trovare poi un equilibrio gestibile fra di loro. Per questo al momento fanno muro, crediamo nella speranza che alla fine sia la maggioranza attuale a varare quel tipo di legge, costringendole cos&igrave; alla coalizione obbligata per provare a conseguire la vittoria.</p>
<p>Il dibattito, che &egrave; pi&ugrave; sviluppato di quanto non si voglia far credere, anche se al momento &egrave; nelle mani dei &ldquo;tecnici&rdquo; dei vari schieramenti, incide in maniera relativa sull&rsquo;andamento della vita politico-parlamentare. Tutti gli sforzi sono concentrati sulla mobilitazione degli elettorati gi&agrave; fidelizzati ai vari partiti (o che sono ritenuti tali) a cui si somministrano le rispettive demagogie. &Egrave; interessante notare che comportamenti di questo tipo non facilitano certo l&rsquo;allargamento dei bacini di consenso che ciascuna parte politica bene o male rappresenta: la domanda di questi segmenti, che sono i pasdaran della politica italiana, &egrave; la radicalizzazione delle posizioni, anche perch&eacute; &egrave; questo che favorisce i parlamentari gi&agrave; in servizio e i quadri dei partiti nella competizione per le candidature. Con la radicalizzazione per&ograve; non si conquista n&eacute; la componente riflessiva dei votanti, che sono perplessi di fronte alle spacconate dominanti, n&eacute; quella parte di elettorato che si &egrave; rifugiata nell&rsquo;astensione per rigetto di una politica senza spessore.</p>
<p>Per superare questa impasse senza manipolazioni eccessive del sistema di voto (manipolazioni di quel tipo danno sempre cattivi risultati), sarebbe necessario compattare il Paese su alcuni grandi temi, dove la contrapposizione non fosse quella artificiosa delle fazioni radicali, ma quella razionale fra soluzioni diverse, ma tutte possibili, su questioni che realmente toccano le preoccupazioni pi&ugrave; forti della pubblica opinione.</p>
<p>&Egrave; abbastanza singolare che non si comprenda come nel momento attuale la politica internazionale possa essere una di queste. &Egrave; molto sentito il timore che una situazione confusa e conflittuale nelle relazioni internazionali, dove stanno venendo meno tutte le regolamentazioni e le strutturazioni che si erano tentate dopo la Seconda Guerra Mondiale, possa avere esiti pi&ugrave; che preoccupanti, ma &egrave; difficile che questo possa essere sanato con fughe mirabolanti nell&rsquo;utopia o con beceri sfruttamenti delle diatribe alimentate dagli scontri fra potenze neo imperiali.</p>
<p>La gente &egrave; ancora abbastanza vaccinata dalle vicende passate sia per resistere ai mirabolanti sogni di gloria e grandezza, sia per non farsi irretire dalle utopie sull&rsquo;avvento di chi sa quale sole dell&rsquo;avvenire, perci&ograve; si aspetterebbe una classe politica capace di trovare convergenze per far fronte comune di fronte agli sbandamenti che vediamo in corso su pi&ugrave; fronti. Certo questo andrebbe fatto partecipando al tentativo di rivitalizzare al massimo l&rsquo;Europa, visto che solo in quest&rsquo;ottica si pu&ograve; sperare di resistere al montare dei nuovi imperialismi. Occorrerebbe partire dal varare politiche che affrontino i non pochi ritardi della UE, considerando anche i molti nemici che vogliono impedirglielo: come ha detto Draghi, a cui opportunamente &egrave; stato conferito il premio Carlo Magno. Ma vorremmo che gli fosse dato come profeta di una rinascita che si pu&ograve; avviare e non come ultima Cassandra che, inascoltata, ha ammonito sull&rsquo;avvio della caduta del sistema.</p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/oltre-la-piccola-tattica-pre-elettorale/2690]]></guid>
					<pubDate>Wed, 21 Jan 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[La Mission della nuova Silicon Valley]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-mission-della-nuova-silicon-valley/2689]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Preceduto da un&rsquo;ampia e approfondita, erudita prefazione di Andrea Venanzoni che introduce il saggio di Peter Thiel come esempio di <em>tecnoteologia politica</em>, il libro che ora la casa editrice Liberilibri diffonde anche in versione cartacea &egrave; &ndash; come presentato dall&rsquo;editore &ndash; <em>&lsquo;una cavalcata nella&nbsp;mission&nbsp;della nuova Silicon Valley, concepita sempre meno quale spazio esclusivamente economico-finanziario e sempre pi&ugrave; come argine contro la stagnazione e la decadenza della civilt&agrave; occidentale&rsquo;</em>. L&rsquo;autore &egrave; decisamente accreditato per proporre una linea ermeneutico-interpretativa delle derive attualizzate negli indirizzi politici di governo e di gran parte dell&rsquo;immaginario collettivo a stelle e strisce: Peter Thiel &egrave; infatti uno dei pi&ugrave; influenti&nbsp;<em>venture capitalist</em>&nbsp;della Silicon Valley, gi&agrave; allievo di Ren&eacute; Girard e tra i primi giganti del Tech ad aver sostenuto Donald Trump. In questa argomentata narrazione egli traccia le ragioni filosofiche della piena convergenza tra innovazione tecnologica e sicurezza, con ampi riferimenti culturali a Leo Strauss e al tema dell&rsquo;intelligenza artificiale, a Carl Schmitt e agli algoritmi, alla Palantir Technologies (azienda statunitense specializzata nell'analisi dei big data, fondata nel 2003 dallo stesso Thiel e di sua propriet&agrave;) e alla teoria mimetica. Tutto ci&ograve; partendo retrospettivamente da John Locke, padre del liberalismo moderno e ampiamente rivisitando la palingenesi ottimista e razionalista dell&rsquo;Illuminismo che hanno per secoli ispirato il pensiero prevalente americano, una sorta di deriva positiva illimitata che si &egrave; fermata bruscamente al Ground Zero.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci pensa un doppio incipit dirompente &ndash; sia nella presentazione di Venanzoni che nel saggio di Thiel &ndash; a ricondurre l&rsquo;attualit&agrave; di un ripensamento di strategia di approccio &ldquo;assiologico e ontologico&rdquo;: il riferimento diretto al catastrofico attacco alle Twin Towers dell&lsquo;11 settembre 2001 segna una frattura, una cesura netta,</span></p>
<p><span style="color: #000000;">ma soprattutto &ldquo;<em>una epifania dolorosa che si avvita nella grande questione antropologica della natura</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>umana e del peso della violenza nel cuore della civilt&agrave; occidentale&rdquo;</em>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;esempio personale di Locke &egrave; istruttivo di quanto sottile sia stato il percorso verso il liberalismo della</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Rivoluzione americana. Il modo di argomentare di Locke procede in modo sobrio; non vuole infiammare</span></p>
<p><span style="color: #000000;">le passioni schierandosi nei dibattiti controversi del XVI e XVII secolo. Ma all&rsquo;esordio del XXI secolo qualcosa di inimmaginabile scalfisce duramente ogni ottimismo e la violenza stravolge ogni deriva di pensiero.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per Bin Laden, a differenza di Locke, le ardue questioni di moralit&agrave; e condotta non avevano bisogno di essere rimandate; le risposte sono state chiare e la risoluzione non poteva essere lasciata in sospeso. Bin Laden era un uomo appassionato di ricchezza e potere, tanto che il suo esempio personale ci ricorda i casi limite che Locke ha cos&igrave; facilmente liquidato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Al contrario &hellip;&rdquo;la politica &egrave; il campo di battaglia in cui avviene questa divisione, in cui gli uomini sono costretti a scegliere tra amici e nemici. &laquo;I punti pi&ugrave; alti della grande politica&raquo;, dichiara Carl Schmitt, &laquo;sono anche i momenti in cui il nemico viene visto, con concreta chiarezza, come nemico&raquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quando Bin Laden dichiara guerra agli &laquo;infedeli, ai sionisti e ai crociati&raquo;, Schmitt non consiglierebbe mezze misure ragionate. Egli esorterebbe a una nuova crociata come modo per riscoprire il senso e lo scopo</span></p>
<p><span style="color: #000000;">della nostra vita: prenderebbe a prestito le parole di da Papa Urbano II al Concilio di Clermont, che nel 1096 esort&ograve; i suoi impazienti ascoltatori alla Prima crociata: &laquo;L&rsquo;esercito del Signore, quando si precipita sui suoi nemici, non abbia che un unico grido: <em>Dieu le veult! Dieu le veult!&raquo;</em>. (Dio lo vuole! Dio lo vuole!).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In Strauss invece non ci sono scorciatoie. Il filosofo pratica ci&ograve; che predica, i suoi scritti sono palesemente esoterici e difficili da capire, in contraddizione con gli autori del passato che scrivevano libri apparentemente semplici la cui natura esoterica era quindi ancora pi&ugrave; oscurata al lettore.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per questo secondo Thiel occorre ripartire dal binomio dicotomico amico/nemico se si vuole chiarire il rapporto di sostenibilit&agrave; e compresenza storicizzata tra sicurezza e libert&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Scaltrito e moderno, il saggio di Thiel spazza via senza mezze misure tutto il ciarpame della dialettica inutile, delle frasi fatte, dell&rsquo;empatia come atteggiamento risolutivo dei conflitti latenti, in una parola della demagogia chiacchierona e inconcludente che pervade le moderne democrazie che si appoggiano su rituali desueti e inconcludenti, persino tautologici: di fronte ad un messaggio eloquente come quello pervenuto l&rsquo;11 settembre 2001 bisogna attrezzarsi per fronteggiare la sfida. Un evento inatteso pu&ograve; anche ripetersi, occorre proteggere la libert&agrave; di cui si vuol godere con apparati di sicurezza sempre pi&ugrave; aggiornati e sofisticati. In ci&ograve; consiste dunque la mission della nuova Silicon Valley: in un affinamento delle potenzialit&agrave; di &lsquo;intelligence&rsquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questa chiave di lettura ci fa meglio capire i modi spicci e ultimativi dell&rsquo;imprinting politico trumpiano: affrontare la realt&agrave;, saperla gestire, non restare esclusi dai livelli decisionali in ogni angolo del pianeta, accettare come fatto imposto dalle evidenze contingenti il confronto oppositivo in atto tra islamismo e Occidente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;incedere della narrazione espositiva e propositiva di Thiel oscilla tra richiami filosofici retrospettivi (per criticarli ma per coglierne anche spunti di proposta e ripensamento) , consapevolezza di un aut -aut che non ammette digressioni (il pensiero occidentale deve interiorizzare e metabolizzare i pericoli insiti nell&rsquo;islamismo che non conoscer&agrave; mai redenzione conciliativa) , fragilit&agrave; del costrutto ideologico delle democrazie moderne dove i concetti di apertura, tolleranza, dialogo, confronto possono diventare un vulnus che facilita la messa in discussione delle radici storiche del pensiero occidentale, fino a legittimare incautamente un ribaltamento assiologico e di prospettiva.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel fare ci&ograve; Thiel non sempre &egrave; cos&igrave; esplicito, forse egli stesso condizionato dai cascami ideologici del pensiero debole declinante di fronte all&rsquo;invadenza culturale dell&rsquo;Islam. Ci sono alcuni passaggi criptici che occorre decifrare per coglierne il significato pi&ugrave; autentico ed ultimativo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;Occidente ha perso fiducia ed ora appare incerto e vulnerabile, il mondo stesso non &egrave; certo finito e non &egrave; facile dire quanto durer&agrave; il crepuscolo dell&rsquo;et&agrave; post-moderna.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il terrorismo non &egrave; stato ancora sconfitto (e forse non lo sar&agrave; mai) perch&eacute; risorge dalle ceneri della sua apparente distruzione: &egrave; ancora tra noi e lo riscontriamo nei fatti che accadono in ogni parte del mondo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Peter Thiel evoca frequenti rivisitazioni storiche e filosofiche, ritiene fondative e dirimenti le analisi di Leo Strauss e Carl Schmitt, tuttavia alla fine sembra prevalere nella parte conclusiva del suo saggio una visione meno ideologica e pi&ugrave; pragmatica delle cose, tra violenza incontrollabile, radicalismi, fanatismo religioso, conversione fattuale delle prediche ideologiche declinate in interessi economici, la pace terrena e quella del regno di Dio restano pur sempre obiettivi anteposti ad ogni altra scelta. Il problema consiste nel fare i conti con s&eacute; stessi ma nel doverli fare continuamente anche con gli altri.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-mission-della-nuova-silicon-valley/2689]]></guid>
					<pubDate>Sat, 17 Jan 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[L’Italia e il difficile tornante internazionale]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-italia-e-il-difficile-tornante-internazionale/2688]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La situazione internazionale va sempre pi&ugrave; complicandosi e per il nostro Paese fronteggiarla non &egrave; cosa semplice. In termini generali siamo una nazione che fa contemporaneamente riferimento alla Unione Europea e all&rsquo;Alleanza Atlantica: non semplicemente due &ldquo;collocazioni&rdquo;, ma per un rilevante fattore storico due scelte di campo. Su questo convergono il presidente Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, come ha avuto modo di ribadire nella conferenza stampa di inizio anno. Certamente una affermazione non banale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Passare per&ograve; dalle prese di posizione ad una politica attiva &egrave; meno semplice di quanto sembri, a meno di non credere a quell&rsquo;approccio ingenuo alle relazioni internazionali che pensa che tutto funzioni pi&ugrave; o meno come nei rapporti fra privati liberi di ispirarsi, si spera, a valutazioni di ordine generale. Cos&igrave; non &egrave; mai stato, ma non lo &egrave; in particolare nel momento in cui il quadro della geopolitica &egrave;, a dir poco, in subbuglio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le pulsioni neo imperiali che sono diventate dominanti condizionano le azioni di tutti gli stati, perch&eacute; nessuno pu&ograve; prescindere dal venir meno del quadro di relativo equilibrio di cui abbiamo goduto sino ad alcuni anni fa. Oggi si muovono tre attori che sconvolgono tutto e grazie a questo acquistano spazi di azione alcuni altri interessati a &ldquo;sistemarsi&rdquo; profittando dei movimenti in corso. Il fenomeno pi&ugrave; rilevante, anche se &egrave; quello da un certo punto di vista meno &ldquo;guerreggiante&rdquo; &egrave; la nuova politica estera cinese. Il paese del dragone da decenni aveva intrapreso una politica di penetrazione in varie aree: non pi&ugrave; solo quelle asiatiche, ma anche quelle africane e dell&rsquo;America Latina. Non si tratta pi&ugrave; di un paese in via di sviluppo che inonda i concorrenti di merci di consumo a basso prezzo e di contenuto tecnologico pi&ugrave; che modesto: magliette e piastrelle erano la vecchia immagine.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ora la Cina &egrave; un paese evoluto, presente in settori tecnologici d&rsquo;avanguardia, investe comprando nel mondo porti, miniere e industrie, punta ad essere un riferimento per molti governi (c&rsquo;ha provato anche con l&rsquo;Italia ai tempi del Conte I, ma la cosa non ha funzionato). Gli USA ne vedono la concorrenza imperiale che sfida il loro predominio tecnico-economico e reagiscono. Con Trump lo fanno in forma ossessiva.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questo contesto si inserisce la Russia di Putin che pensa di profittare dell&rsquo;indebolimento americano, tale anche a causa dei molti fronti su cui deve impegnarsi, e di conseguenza riprende una politica di espansione e ricostruzione del vecchio impero: l&rsquo;Ucraina &egrave; il momento pi&ugrave; evidente di questo disegno, anche se non le sta andando bene. Ma con queste turbolenze si aprono spazi per chi cerca di sovvertire l&rsquo;ordine esistente, specie l&agrave; dove &egrave; sempre stato precario. Ed ecco il teatro del Medio Oriente dove la questione palestinese offre una ottima occasione per tentare una avventura bellica che ridefinisca la carta geografica. Prima ci prova l&rsquo;Iran degli ayatollah armando e scatenando una coalizione terroristica anti israeliana (Hamas, Hezbollah, Houti e altri minori), ma guadagna solo una reazione che il governo Netanyahu spinge verso la distruzione selvaggia di tutti i nemici storici nel sogno pericoloso di ergersi a piccolo impero nell&rsquo;area.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tutto precipita ulteriormente con varie vicende che sono sotto gli occhi di tutti: l&rsquo;intervento americano contro il governo del dittatore Maduro in Venezuela, il precipitare della crisi ucraina con la Russia che accentua sempre pi&ugrave; la sua guerra barbarica, la rivolta popolare in Iran che mette in crisi quella &ldquo;repubblica islamica&rdquo; che ha affamato il suo popolo per l&rsquo;ideologia interventista pseudo-religiosa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;Italia si trova a dover fronteggiare questo quadro difficilissimo in condizioni tutt&rsquo;altro che ideali. &Egrave; storicamente parte della Nato e alleata degli Stati Uniti e come altri in Europa ha con essi rapporti che non pu&ograve; certo recidere, ma neppure ridurre in maniera rilevante. Altrettanto storicamente &egrave; parte, anzi socio fondatore della UE, che, per ragioni diverse, tanto Trump, quanto Putin, e, sia pure in maniera meno evidente, Xi Jinping vogliono disgregare. Per di pi&ugrave; deve misurarsi con una opinione pubblica, ma in particolare con una classe politica, che nella sua grande maggioranza &egrave; restia a ragionare in termini di politica internazionale: in quel campo si pensa bastino un po&rsquo; di slogan e moralismi di vario conio. Vale per l&rsquo;attuale maggioranza e altrettanto per l&rsquo;attuale opposizione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La premier Meloni naviga dunque a vista, supportata da un po&rsquo; di apparato diplomatico e da qualche personalit&agrave; consapevole dei rischi che si stanno correndo, ma non &egrave; abbastanza per gestire una presenza che deve tenere insieme sia il versante europeo (ora allargato alla Gran Bretagna: soprattutto i cosiddetti &ldquo;volonterosi&rdquo;) sia il versante atlantico, che per lei significa in questo momento tenersi buono Trump, soggetto poco tenero con alleati di cui pu&ograve; intravvedere le difficolt&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La presidente del Consiglio deve cos&igrave; esercitarsi in un esercizio funambolico: restare in gioco coi grandi paesi europei impegnati per il sostegno a Kiev, perch&eacute; si &egrave; consapevoli della posta in campo su quel fronte; difendere la sua immagine di referente di Trump in Europa, sia perch&eacute; pensa che questo le dia delle carte da spendere, sia perch&eacute; sa che ci&ograve; &egrave; gradito alla destra che la supporta; evitare azioni che possano mettere in difficolt&agrave; la sua maggioranza e che magari diano spazi all&rsquo;opposizione come &egrave; per i temi della difesa e degli impegni militari negli scenari di conflitto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il tutto in un quadro di costante radicalizzazione delle diatribe interne a cui peraltro essa, per antichi richiami della foresta, non riesce a non partecipare. Se pensiamo che la situazione internazionale a dir poco incandescente si sommer&agrave; alla forsennata campagna referendaria sulla riforma Nordio e che poi si andr&agrave; avanti con la questione di una nuova legge elettorale, nel contesto di un anno che ha in mente solo lo scontro all&rsquo;ultimo sangue per le elezioni politiche del 2027, non &egrave; che ci sia da stare allegri.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-italia-e-il-difficile-tornante-internazionale/2688]]></guid>
					<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[La vera storia di Bettino Craxi]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-vera-storia-di-bettino-craxi/2687]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;incipit di questa seconda edizione del libro di Fabio Martini &ldquo;Controvento. La vera storia di Bettino Craxi&rdquo;, pubblicato da Rubbettino, contiene un&rsquo;affermazione che dovremmo mandare a mente, ogni volta che ci si esprime &ndash; nell&rsquo;immediatezza degli eventi &ndash; sul presente che sta diventando passato prossimo: da sempre la Storia (con la S maiuscola) si ripensa e si riscrive pi&ugrave; volte in modo direttamente proporzionale al trascorrere del tempo. Pi&ugrave; ci si allontana dai fatti e pi&ugrave; la loro narrazione viene rivisitata, pi&ugrave; i contorni delle vicende e dei loro personaggi vengono focalizzati con meno enfatizzazione emotiva e pi&ugrave; discernimento critico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E&rsquo; una regola non scritta che trova conferma &lsquo;molti anni dopo&rsquo; per usare una celebre espressione di Gabriel Garcia Marquez,&nbsp; senza che si debba cadere forzatamente in una sorta di revisionismo di maniera, addirittura la narrazione acquisisce dettagli &ndash; persino inediti &ndash; che emergono a poco a poco e inducono a ripensamenti perch&eacute; nei corsi e ricorsi storici di vichiana memoria il passato si compara con il presente e quella che un tempo appariva come verit&agrave; scontata e assoluta viene invece contestualizzata per essere meglio interpretata, con maggior discernimento critico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anche la biografia personale e politica di Bettino Craxi, politico controverso e carico di vitalismo dirompente e persino intemperante, non sfugge a questa rilettura e va inquadrata con pi&ugrave; approfondite conoscenze e maggiore rigore epistemologico nell&rsquo;analisi retrospettiva e nella sua valutazione aggiornata.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dobbiamo essere grati all&rsquo;autore di questo saggio perch&eacute; non tutti coloro che si cimentano nella rivisitazione storiografica conservano una certa, necessaria terziet&agrave; della narrazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La cultura contemporanea appare sempre pi&ugrave; caratterizzata da effetti speciali e caricature gi&agrave; scontate, sia che riguardino lo svolgersi degli eventi o che pi&ugrave; direttamente si riferiscano ai loro protagonisti mentre il tutto viene archiviato in modo tipizzato per voltare pagina troppo frettolosamente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Colpisce nella lettura del libro di Martini l&rsquo;intreccio sistematico e cercato tra dimensione personologica, persino caratteriologica e racconto degli eventi &ndash; anche nei minimi dettagli &ndash; fino a diventare un tutt&rsquo;uno, come di solito accade ai leader politici che lasciano una traccia importante del loro passaggio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Senza considerare che &ndash; inquadrando un&rsquo;esperienza politica e istituzionale &ndash; le riserve, le critiche e i giudizi sommari sono dettati da divergenze di vedute che non integrano per s&eacute; stesse il concetto di verit&agrave;: che vengano da destra o da sinistra o finanche dal centro esse sono un mix tra considerazioni oggettive motivate da visioni e prospettive diverse ma anche da fattori soggettivi che non sempre vengono considerati per tali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se c&rsquo;&egrave; stato un leader politico che pi&ugrave; di altri ha sub&igrave;to sommari processi di piazza &ndash; dalle monetine lanciate all&rsquo;uscita dell&rsquo;Hotel Raphael alla lunga vicenda di Mani Pulite &ndash; questi &egrave; stato senz&rsquo;altro Bettino Craxi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Forse per un altro politico di rango come Giulio Andreotti si potrebbe esprimere questa considerazione, anche se per motivazioni diverse, laddove la caratura personale dell&rsquo;uomo finisce per diventare un vulnus alla sua militanza politica e ai risultati che ne sono derivati. La Storia va riletta, ripensata e a volte riscritta, specie se origina da contesti epocali complessi e di affrettata, superficiale lettura, mixati al furor di popolo o al giustizialismo come deriva dell&rsquo;immaginario collettivo che sostituisce la Giustizia attraverso un sistema mediatico che sempre meno fa differenza tra sospetti e prove o cerca un colpevole a tutti i costi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Guardando lo spettacolo desolante di una politica sparigliata e litigiosa, personalizzata e priva di un retroterra di formazione culturale e di orientamento ideologico, come quella odierna e volgendo lo sguardo al passato non possiamo non cogliere un ordine di grandezza inversamente proporzionale, ai temi e ai loro protagonisti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci&ograve; sia con riferimento alle questioni di politica interna e agli indirizzi di governo del Paese, sia in un&rsquo;ottica pi&ugrave; ampia e globale, che riguarda la rilevanza internazionale delle emergenze in fieri a cominciare dalle guerre e dal nuovo ordine mondiale per come va configurandosi, con specifico riferimento alla dimensione europea: sempre pi&ugrave; enfatizzata come fattore dirimente nello scacchiere delle relazioni diplomatiche e politiche e delle loro ricadute ma sempre incerta, enfatica ma meno carica di convincimenti forti e di motivazioni, soprattutto di visioni lungimiranti in ordine alle vie di uscita praticabili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La vicenda di Sigonella &ndash; che l&rsquo;autore giustamente ricorda come momento cruciale di crisi nei rapporti tra Italia e USA (Reagan Presidente) &ndash; dimostr&ograve; come il piglio decisionista con cui Craxi &egrave; passato alla Storia &ndash; risolse (anche con un atto di forza) ci&ograve; che nel Medioriente e in Ucraina oggi non si riesce a districare perch&eacute; la polarizzazione USA- RUSSIA-CINA rende l&rsquo;Europa un soggetto debole ed emarginato, che ha perduto strada facendo antiche e pi&ugrave; nobili velleit&agrave;, incapace di imboccare con decisione un percorso condiviso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autore del libro si sofferma sull&rsquo;ascesa politica di Craxi prima nel partito e poi nel concerto dei rapporti politici e istituzionali in particolare con la DC e il PCI e &ndash; segnatamente &ndash; con i loro leader.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Certamente lo scopo palese di Craxi era quello di rivendicare una considerazione paritetica per il PSI: operazione riuscita vista l&rsquo;ascesa a Palazzo Chigi e l&rsquo;elezione di Pertini alla Presidenza della Repubblica. Non era solo una questione di potere: Craxi intuiva l&rsquo;emergenza dei valori della laicit&agrave; dello Stato e la crescita nel Paese di questioni critiche per un partito a ispirazione confessionale come la Dc, il declino ideologico del PCI e persino la necessit&agrave; di ridiscutere con lo stesso Berlinguer i rapporti di forza nella sinistra, di cui il PSI faceva parte a pieno titolo, mirando peraltro ad una differenziazione di visione e prospettive a livello di politica interna e internazionale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La critica dell&rsquo;epoca la definiva &lsquo;politica dei due forni&rsquo;: al governo nazionale la stretta alleanza con la DC e i satelliti del pentapartito, negli enti locali l&rsquo;alternativa degli accordi con il partito comunista, laddove possibile.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si pu&ograve; rileggere oggi, in epoca di bipolarismo e di polarizzazione post-ideologica quella stagione come espressione del principio della governabilit&agrave; come valore? Da un punto di vista di coerenza etica e politica c&rsquo;erano e residuano dubbi ma il pragmatismo delle scelte necessitate a conferire priorit&agrave; all&rsquo;essere dentro piuttosto che al restare fuori tuttavia li dissolveva in nome della rivendicazione della centralit&agrave; del partito che non accettava pi&ugrave; una logica di subordinazione da una parte o dall&rsquo;altra. D&rsquo;altronde quella rivendicazione craxiana dell&rsquo;Italia come &ldquo;grande Paese&rdquo; entrer&agrave; nella narrazione di molti leader politici e di quasi tutti i Presidenti del Consiglio, con accenti via via sinceri o retorici. Ma l&rsquo;autore pone l&rsquo;accento su eventi inconfutabili: l&rsquo;iniziativa umanitaria per salvare Aldo Moro, la citata elezione a capo dello Stato di Sandro Pertini, il sorpasso del 1987 , che si riferisce al momento in cui il PIL italiano super&ograve; quello del Regno Unito, facendo dell'Italia la sesta potenza economica mondiale, (un risultato legato sia a ricalcoli statistici sia al boom economico degli anni '80 sotto i governi di&nbsp;Bettino Craxi e i suoi alleati democristiani, nonostante la crescita esponenziale del debito pubblico) la &ldquo;forzatura&rdquo; dell&rsquo;Atto unico europeo del 1985 come preliminare per il Trattato di Maastricht, restano pietre miliari nella storia politica di Craxi presidente del Consiglio italiano. La vicenda di Tangentopoli spazz&ograve; via i partiti della cd. &ldquo;Prima Repubblica&rdquo;: &egrave; storia nota che ha cambiato radicalmente l&rsquo;ordine delle cose e i rapporti tra politica e magistratura. Ma gi&agrave; poco tempo dopo tutto sembrava essere tornato come prima, come ricordava in un memorabile editoriale sul Corsera del 15/2/2013 Antonio Polito (&ldquo;<em>Il marcio e il caos</em>&rdquo;), descrivendo tre mali rimasti irrisolti: la politica declinante, la giustizia debordante e la corruzione dilagante. Craxi fu forse lo statista che pag&ograve; pi&ugrave; di tutti la stagione di Mani Pulite, fino all&rsquo;esilio e alla morte.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma di quella campagna mediatica restano ombre e opacit&agrave; non risolte. Ho in mente il titolo del libro (uscito nel 2016) di due autorevoli esponenti del pool del Tribunale di Milano (che avevo intervistato a margine della vicenda giudiziaria ormai chiusa): &ldquo;<em>La tua giustizia non &egrave; la mia. Dialogo fra due magistrati in perenne disaccordo&rdquo;. </em>&nbsp;Oltre la dimensione prosaica e narrativa resta l&rsquo;impressione di un largo margine di umanissimo, comprensibile ripensamento. La legge &egrave; uguale per tutti ma il concetto (e la pratica) di giustizia pu&ograve; essere diverso: un assioma di fronte a cui impallidisce persino il dilemma sulla separazione delle carriere. Oltre i fatti, oltre il giudicato, oltre le derive connotative successive resta nella memoria condivisa lo storico discorso di Craxi (tenuto alla Camera dei Deputati il 3 luglio 1992) nel pieno della vicenda di tangentopoli, sul tema del&nbsp;finanziamento politico: <em>&ldquo;E tuttavia, d&rsquo;altra parte, ci&ograve; che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, &egrave; che buona parte del finanziamento politico &egrave; irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su appartati grandi, medi o piccoli, giornali, attivit&agrave; propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all&rsquo;uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest&rsquo;Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro.</em>&rdquo;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nessuno si alz&ograve; allora n&eacute; mai si &egrave; alzato dopo, come a dimostrare che tutto sarebbe proseguito pi&ugrave; o meno come prima. Nessuno ha giurato, nessuno &egrave; stato dichiarato spergiuro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quel discorso e le sue ricadute nelle coscienze individuali e collettive segnano il confine tra un grande statista capace di pronunciarlo mettendosi in gioco e la pletora di ominicchi che hanno sempre preferito simulare e farsi da parte, &ldquo;come se l&rsquo;alito di Dio non vi avesse soffiato dentro &ndash; per usare l&rsquo;espressione di un filosofo dell&rsquo;800 - n&eacute; il diavolo vi avesse pur qualcosa suggerito&rdquo;.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-vera-storia-di-bettino-craxi/2687]]></guid>
					<pubDate>Sat, 10 Jan 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Un mondo sempre più in tensione]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-mondo-sempre-pi-in-tensione/2686]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;aveva detto Mattarella nel suo messaggio di fine anno: &ldquo;il desiderio di pace &egrave; sempre pi&ugrave; alto e diviene sempre pi&ugrave; incomprensibile e <em>ripugnante</em> [sottolineiamo il termine] il rifiuto di chi la nega perch&eacute; si sente il pi&ugrave; forte&rdquo;. Ci&ograve; senza sorvolare sul fatto che &ldquo;abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi accresciuti dall&rsquo;incertezza del contesto internazionale&rdquo; e che &ldquo;siamo in tempo in cui tutto diventa globale e interdipendente&rdquo;. Nel precedente discorso agli ambasciatori aveva anche sottolineato come &ldquo;l&rsquo;epoca di transizione in cui ci troviamo presenta pericoli che dobbiamo saper tempestivamente riconoscere&rdquo; e &ldquo;a stagliarsi all&rsquo;orizzonte c&rsquo;&egrave; il rischio di un generale arretramento della civilt&agrave;&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quel che &egrave; successo in Venezuela il 3 gennaio colora drammaticamente le considerazioni del nostro Presidente. Siamo infatti di fronte ad un nuovo capitolo di quel ritorno all&rsquo;imperialismo come cultura dominante nelle relazioni internazionali che &egrave; stato il cruccio di tutti gli osservatori nell&rsquo;anno appena concluso. Si tratta, dobbiamo dirlo, di una tematica estremamente difficile da dominare che la rincorsa agli slogan ad effetto che dominano nella comunicazione dei politici e nelle analisi dei talk show non aiuta certo a capire.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">C&rsquo;erano gi&agrave; due scenari molto complicati. Il primo era la questione ucraina dove il mese scorso si &egrave; continuato a dire che si era vicini alla sistemazione, se non alla pace, per constatare poi che la Russia di Putin non ha alcuna disponibilit&agrave; a cooperare per quel risultato. Il secondo &egrave; quel che avviene a Gaza e in Medio Oriente. Nella Striscia il processo di stabilizzazione si &egrave; arenato: Hamas non viene disarmata, i paesi che hanno sottoscritto gli accordi di Trump non si impegnano a farlo, Netanyahu &egrave; ben contento e opera per radicalizzare la situazione (si veda la sua politica in Cisgiordania). Per il presidente americano si tratta di due sostanziali sconfitte di immagine.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci si chieder&agrave; cosa c&rsquo;entri questo con il Venezuela. Per capirlo bisogna tenere presenti alcuni elementi. Innanzitutto nell&rsquo;area la penetrazione russa, anche via Cuba, e poi quella cinese. Una strategia di presenza in America Latina che &egrave; chiaramente orientata a far pressione su Washington, per spingerla a distrarsi dal contrasto ai piani espansivi di Mosca e Pechino: se venite a sfidarci nel nostro territorio imperiale, dicono Putin e Xi Jinping, noi possiamo provare a farlo nel vostro. In secondo luogo c&rsquo;&egrave; l&rsquo;appoggio che il Venezuela di Maduro fornisce all&rsquo;Iran garantendogli i rifornimenti di petrolio: un sostegno indispensabile per gli ayatollah nel fronteggiare una crisi economica (inflazione al 40%) che porta la popolazione alla rivolta come si sta vedendo. E a Teheran sta riprendendo una politica di sostegno all&rsquo;islamismo radicale tanto contro Israele quanto contro i governi arabi moderati, politica che sarebbe bloccata se la rivolta avesse successo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&Egrave; probabile che il gruppo dirigente intorno a Trump (molti commentatori ne individuano il capo nel segretario di Stato Marco Rubio) abbia ritenuto utile battere il classico pugno sul tavolo, chiarendo a Mosca e a Pechino che, s&igrave; gli USA non vogliono pi&ugrave; fare i poliziotti del mondo (il conservatorismo MAGA non lo vuole), ma sono sempre militarmente molto efficienti e in grado di intervenire con una forza impressionante per i loro nemici.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Poi certo c&rsquo;&egrave; la questione della droga, che viene ritenuta una scusa da osservatori in cui prevale la pregiudiziale anti-americana, mentre &egrave; una faccenda molto seria. I cartelli latino-americani sono potenze economiche notevoli e dispongono sempre pi&ugrave; dei mezzi per contrapporsi ai governi dei loro paesi, a volte anche con vere e proprie battaglie aperte come si &egrave; visto in Messico, ma non solo. La crescita del potere di questo crimine organizzato e il disastro che portano nella salute pubblica e nell&rsquo;equilibrio sociale degli USA &egrave; abbastanza preoccupante. Non si capisce perch&eacute; non ce ne rendiamo conto in Italia, dove abbiamo sperimentato quanto siano invasivi i poteri di criminalit&agrave; organizzata come la Mafia e la Ndrangheta.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Naturalmente la scelta di Trump e dei suoi di esibire il colpo di forza per scombinare una costellazione di sfide &egrave; pi&ugrave; che discutibile: se mandi al diavolo gli equilibri del diritto internazionale, poi non potrai lamentarti se lo stesso fanno i tuoi competitori. Per dirla brutalmente, questa rincorsa alle prove di forza se non verr&agrave; ridimensionata sfocer&agrave; nello scoppiare di conflitti la cui estensione e portata va da preoccupante a disastrosa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questo contesto si pone il tema di cosa possono fare l&rsquo;Europa e l&rsquo;Italia. Faccenda pi&ugrave; che spinosa, perch&eacute; per entrambe realisticamente &egrave; impossibile rompere con gli USA al prezzo di diventare una preda alla merc&eacute; di tutti gli imperialismi, visto che le sue capacit&agrave; di difesa militare non sono ottimali e che di questi tempi contare sullo scudo del diritto internazionale non offre certezze. D&rsquo;altra parte non possono neppure sdraiarsi sulla politica di un personaggio come Trump del tutto imprevedibile e poco disponibile a mettersi a ragionare del futuro in un&rsquo;ottica di realismo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci&ograve; significa purtroppo navigare a vista. Tornando ai discorsi di fine anno del presidente Mattarella, vorremmo richiamare due punti. Il primo &egrave; l&rsquo;invito a prendere coscienza che &ldquo;la situazione internazionale imprevedibile &ndash; e, per qualche aspetto, sorprendente &ndash; provoca disorientamento. L&rsquo;inquietudine del pessimismo che ne deriva non deve indurre a ritenere ineluttabile il processo che vede l&rsquo;ordine geopolitico che avevamo contribuito a costruire mostrare crepe&rdquo;. Il secondo &egrave; l&rsquo;esortazione ad essere fedeli alle scelte sul piano internazionale che &ldquo;hanno coerentemente rappresentato - <em>e costituiscono</em> [sottolineatura nostra: &egrave; importante] &ndash; le coordinate della nostra azione internazionale: l&rsquo;Unione Europea e l&rsquo;Alleanza Atlantica&rdquo;. E, niente affatto di passaggio, ha sottolineato l&rsquo;importanza di investire nella difesa, per quanto non sia un tema popolare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Una classe politica ed una classe dirigente all&rsquo;altezza del tornante storico in cui viviamo dovrebbe ascoltare questa voce anzich&eacute; rincorrere le sceneggiate che procurano facili like.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-mondo-sempre-pi-in-tensione/2686]]></guid>
					<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Un'Italia che resiste al presente e vive il quotidiano]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/unitalia-che-resiste-al-presente-e-vive-il-quotidiano/2685]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">In una intervista che ho realizzato con lui qualche giorno prima della presentazione del 59&deg; Rapporto CENSIS, il Presidente Giuseppe De Rita evidenziava come fosse vero che nell&rsquo;opinione pubblica tutti i Rapporti precedenti erano conosciuti e commentati pi&ugrave; per il fermo-immagine delle pagine introduttive che per le centinaia di quelle dedicate ai dati e alle valutazioni sui settori di intervento sociale. &ldquo;<em>E&rsquo; il nostro ruolo strutturale, e continuativo nel tempo, e su tale ruolo sappiamo di esser giudicati dalle centinaia di professionisti del sociale (ricercatori, operatori, docenti, amministratori) che utilizzano la nostra accumulazione e le nostre elaborazioni dei dati&rdquo;</em>. Dopo circa sessant&rsquo;anni di osservazione del Paese e del suo sviluppo socio-economico e culturale al Presidente questa sottolineatura &egrave; parsa importante, per evidenziare da un lato l&rsquo;evoluzione storica e documentata del Paese &ndash; la chiamiamo &ldquo;continuit&agrave;&rdquo; &ndash; dall&rsquo;altro quel &ldquo;tenace continuismo&rdquo; che ha sempre caratterizzato il suo stile personale e la mission dell&rsquo;Istituto da lui guidato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anche questo 59&deg; Rapporto non si sottrae a questa duplice connotazione: da un lato la rappresentazione suggestiva, persino iconografica, delle molte fotografie dell&rsquo;Italia contemporanea, ricca di narrazioni evocative e di metafore avvincenti, dall&rsquo;altra la ricchezza dei dati raccolti che le integrano e le esplicitano nei dettagli, giustificando gli aggiornamenti affascinanti della semantica descrittiva. Resta implicita una considerazione non detta: una storia cos&igrave; lunga come quella dell&rsquo;Italia del secondo dopoguerra non procede per strappi e fratture cronologiche o esplicative di repentini cambiamenti poich&eacute; la cadenza annuale dei Rapporti non interrompe ma descrive un processo fatto di flussi lenti e partecipati, &ldquo;dappertutto e rasoterra&rdquo; come nel titolo del libro rievocativo di De Rita che ho utilizzato proprio nell&rsquo;intervista che seguir&agrave; a breve.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Siamo dunque un Paese che &ndash; superato in parte lo spaesamento di una deriva critica ultradecennale &ndash; sembra svincolarsi dalla morsa del presentismo asfissiante che l&rsquo;attanagliava: siamo sempre legati al presente e al quotidiano ma pi&ugrave; come scelta che come inerme soccombenza. L&rsquo;Italia del 2025 &ndash; pur nello sconquasso internazionale delle guerre, gravata dal fardello del debito pubblico, rassegnata ad un ascensore sociale ormai inchiodato al piano terra e arrugginito nei meccanismi di risalita &ndash; sta assumendo un comportamento collettivo di resistenza e finisce per valorizzare la quotidianit&agrave; delle piccole cose di cui ognuno &ndash; singolarmente o per gruppo sociale, a cominciare dalla famiglia &ndash; va cercando di circondarsi e di riscoprire.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per la prima volta da molti anni &ndash; ad esempio &ndash; il Rapporto si sofferma a commentare gli stili di vita sessuali degli italiani, riferendo di un Paese dove la gente e i giovani cercano il sesso come fonte di appagamento e soddisfazione e descrivendo, come volta, una deriva di &ldquo;edonismo liberato dalle antiche censure&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Convinti che il piacere sia irrinunciabile e che non possa essere subordinato all&rsquo;attesa di un domani migliore, gli italiani sperimentano l&rsquo;alchimia dei godimenti semplici, un concerto di piaceri ricercati nella ordinaria quotidianit&agrave;: un modo vitale, in definitiva, di stare al mondo. Una valutazione peraltro che torna utile considerare in concomitanza del dibattito parlamentare sul cd. &ldquo;consenso libero e attuale&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I processi di verticalizzazione e personalizzazione della politica hanno divaricato il gap tra paese legale paese reale (Il 72,1% degli italiani non crede pi&ugrave; ai partiti, ai leader politici, al Parlamento, Il 53,5% dichiara di non sentirsi rappresentato da loro, &nbsp;Il 62,9% &egrave; convinto che nella nostra societ&agrave; si sia spento ogni sogno collettivo e condivisibile, l&rsquo;unico leader che conquista la fiducia della maggioranza assoluta degli italiani (il 60,7%) &egrave; Papa Leone XIV), basti osservare il fenomeno dell&rsquo;astensionismo elettorale delle recenti regionali (ma eclatante resta quel 51,7% di non votanti alle ultime europee, in un contesto storico in cui l&rsquo;Europa potrebbe essere il salvagente di una ultramillenaria civilt&agrave; nel nuovo ordine mondiale che va configurandosi).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il divario dei salari dalla media europea che resta un freno per la ripresa dei consumi, pur a fronte di un + 833 mila occupati (in prevalenza, tuttavia, sopra i 50 anni) dopo un indice industriale negativo per 32 mesi, la crescita degli inattivi (pi&ugrave; che dei disoccupati) specie tra i giovani (la cd. generazione NEET), il saldo negativo tra il brain gain e il brain drain, la presenza di 5,4 milioni di stranieri nella popolazione nazionale ai quali non sempre si riesce a dare una prospettiva di vera integrazione lavorativa e sociale (il 35,6% di essi &egrave; in condizione di marginalizzazione o sotto la soglia di povert&agrave; ma il Rapporto considera anche &nbsp;il dato della presenza di irregolari e clandestini, un fenomeno percepito tangibilmente con disagio dalla gente): sono solo alcuni degli aspetti di negativit&agrave; che emergono dal Rapporto. Il ceto medio &egrave; febbricitante: si consideri che negli ultimi 20 anni il numero dei titolari d&rsquo;impresa in Italia si &egrave; assottigliato da oltre 3,4 milioni a poco pi&ugrave; di 2,8 milioni, con una riduzione del 17,0% (quasi 585.000 imprenditori in meno). In particolare, i giovani imprenditori con meno di 30 anni sono diminuiti nello stesso periodo del 46,2% Ma il Segretario Generale Giorgio De Rita e il Direttore Generale Massimiliano Valerii nella loro presentazione del 5/12 nella sede del CNEL ricordano che &ldquo;la spinta della cetomedizzazione dal basso per&ograve; non &egrave; finita; al contrario, per molti versi vince ancora. C&rsquo;&egrave; stata e c&rsquo;&egrave;, sa stare nel presente, sa sgarbugliare gli intrecci di uno sviluppo squilibrato, nei territori intermedi come nelle grandi citt&agrave;. &Egrave; stata e resta un processo che offre al telaio socio-economico italiano un tessuto stabilizzatore nelle grandi e piccole crisi, interne e internazionali. Un tessuto infragilito, dagli orli sfrangiati e dai rammendi vistosi, dagli investimenti prudenti, segnato dal mancato compimento di molte delle attese di progressiva accumulazione individuale di ricchezza e troppe volte ripiegato nell&rsquo;attesa di benefici ereditari, ma pur sempre una base preziosa di stabilit&agrave;.&nbsp; Una &lsquo;laguna&rsquo;, la cetomedizzazione, che ora ha prodotto un nuovo ceto che non rinuncia a viaggiare e a consumare, ma lo fa con un biglietto Economy e di quando in quando si concede l&rsquo;<em>upgrade </em>di un biglietto Premium: in sostanza -gli italiani tenacemente resistono, abbandonando i rimpianti o le narrazioni nostalgiche dei tempi migliori della crescita e del boom economico e senza destinare soverchio impegno a progettare un futuro nel breve-medio periodo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anzich&eacute; sentirsi soffocati dal presente come condanna cercano di viverlo in tutti gli aspetti che consentano una positiva, quotidiana godibilit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In epoca &lsquo;selvaggia&rsquo; (questo &egrave; l&rsquo;aggettivo nel titolo del 59&deg; Rapporto), di grandi conflitti ai limiti dell&rsquo;apocalisse, in crisi di sostenibilit&agrave; ambientale nell&rsquo;ecosistema dove l&rsquo;antropizzazione distrugge invece che costruire, afflitti da un grande debito pubblico (a luglio 2025 in Italia ha toccato la cifra record di 3.057 miliardi di euro: +35,7% rispetto al valore del luglio 2001, nell&rsquo;ultimo anno l&rsquo;Italia ha pagato interessi per 85,6 miliardi di euro, corrispondenti al 3,9% del Pil: il valore pi&ugrave; elevato tra tutti i Paesi europei), con i barbari alle porte, le citt&agrave; infiammate dalla criminalit&agrave; dilagante gli italiani non prendono tuttavia alloggio nel &ldquo;Grand Hotel Abisso&rdquo;. Non stupisce, tuttavia, che quasi la met&agrave; degli italiani (il 46,8%, ma la percentuale sale al 55,8% tra i pi&ugrave; giovani) sia convinta che l&rsquo;Italia non abbia davanti a s&eacute; un futuro all&rsquo;insegna del progresso, per il 73,7% gli USA non rappresentino pi&ugrave; un riferimento di garanzia e un esempio di stili di vita, per il 61,9% l&rsquo;Europa sia ininfluente nelle sfide mondiali, per il 55,2% addirittura stia esaurendosi la spinta propulsiva dell&rsquo;Occidente a favore di India e Cina. &lsquo;<em>Siamo entrati in un&rsquo;et&agrave; selvaggia, un&rsquo;et&agrave; del ferro e del fuoco, di predatori e di prede, in cui la violenza prende il sopravvento sul diritto internazionale e il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata</em>&rsquo;. Questi dati emergono peraltro in un momento cruciale per l&rsquo;Europa che Trump considera un &lsquo;tertium genus&rsquo; pi&ugrave; che un alleato e Musk vorrebbe abolire: c&rsquo;&egrave; nella gente una confusa e annebbiata consapevolezza degli sviluppi sui destini europei (anche come ricaduta della vicenda ucraina) ma ci&ograve; &egrave; dovuto anche alla frammentazione e alla debolezza delle risposte che l&rsquo;U.E. ha finora saputo dare, nonostante summit e conciliaboli infiniti. A fronte di problemi che potrebbero essere epocali e dirimenti sui nostri destini, si registra una sorta di anestetizzazione del pensiero collettivo senza approfondimenti, che fa il pari con una sensibile caduta dei consumi culturali. Tra il 2004 e il 2024, la spesa per la cultura delle famiglie italiane si &egrave; ridotta e non di poco (-34,6%), attestandosi appena sopra i 12 miliardi di euro: una cifra che corrisponde solo a poco pi&ugrave; di un terzo di quanto spendiamo nell&rsquo;insieme per smartphone e computer (quasi 14,5 miliardi nel 2024: +723,3% negli ultimi vent&rsquo;anni) e per i servizi di telefonia e traffico dati (17,5 miliardi).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si riscontra una forte contrazione della spesa per giornali (-48,3%) e libri (-24,6%). La TV di intrattenimento e generalista sta sostituendo quella dell&rsquo;informazione, peraltro basata in prevalenza solo su brutte notizie: i social &ndash; da parte loro &ndash; sono ormai ridotti ad una sorta di cloaca maxima dove circola e transita vorticosamente il peggio del peggio. Forse dovremmo ripensare al rapporto tra mente, cuore, sentimenti e tecnologie dirompenti ma il fatto che questa necessaria riflessione potrebbe accadere in epoca di espansione dell&rsquo;I.A. (un valore in s&eacute; potenzialmente positivo, una bomba nucleare se messa in mano a incompetenti o malintenzionati) induce a preoccupazioni circa la capacit&agrave; di discernere la realt&agrave;, la verit&agrave; e il perseguimento del bene comune in uno tsunami di input di cui i media non sembrano assumersi alcuna responsabilit&agrave; etica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se dunque vivere il presente &ldquo;resistendogli&rdquo; &egrave; un mix di responsabilit&agrave; e rassegnazione, dobbiamo evitare di cadere nella sindrome di Lucignolo: la vita non &egrave; un paese dei balocchi dove tra perenne sindrome da risarcimento (le colpe sono sempre degli altri) e godimento estetico, si possano perdere senso di responsabilit&agrave; e coscienza individuale e collettiva.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/unitalia-che-resiste-al-presente-e-vive-il-quotidiano/2685]]></guid>
					<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[«Il Mondo» contro i finali prevedibili]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-mondo-contro-i-finali-prevedibili/2684]]></link>
					<description><![CDATA[<p>Nel dicembre 2023, a Lucca, si &egrave; tenuto un convegno dedicato al giornalismo, alla letteratura e all'impegno civile nei primi vent&rsquo;anni dell&rsquo;Italia repubblicana. L&rsquo;ha promosso il Centro Pannunzio di Torino. Chi se lo fosse perso pu&ograve; riascoltare gli interventi su Radio Radicale, oppure &ndash; meglio ancora &ndash; leggerli nel volume che li raccoglie, (<em>Giornalismo, letteratura e impegno civile nel primo ventennio dell&rsquo;Italia repubblicana</em>, a cura di Gerardo Nicolosi e Carla Sodini, tab edizioni (&laquo;Le ragioni del tempo &ndash; collana di storia e politica&raquo;), Roma, 2025, 342 pp.).</p>
<p>Gli atti di convegno, si sa, spesso invecchiano in fretta. Questo libro, invece, compatto e polifonico, promette di tenere a lungo compagnia al lettore. Al centro, c&rsquo;&egrave; il <em>milieu</em> liberal-radicale de &laquo;Il Mondo&raquo; (1949-1966) di Mario Pannunzio, il pi&ugrave; bel settimanale del dopoguerra: una terza via (una via di fuga) rispetto ai dogmatismi uguali e contrari di comunisti e democristiani. Una buona occasione, questa, per scoprire zone in ombra di Flaiano, Brancati, Benedetti o Silone: scrittori amanti della libert&agrave; e allergici agli arruolamenti definitivi. Figurarsi. Flaiano una volta, sparigliatore di s&eacute; stesso, abbandon&ograve; un ottimo lavoro e a un&rsquo;amica confid&ograve;: &laquo;Io odio i finali che si possono indovinare&raquo;.</p>
<p>Gli autori non vogliono andare per l&rsquo;ennesima volta la sera in Via Veneto. Lo scopo &egrave; semmai di perfezionare, senza sconti e nostalgie, la storiografia dedicata a quest&rsquo;irripetibile avventura editoriale. &Egrave; perci&ograve; necessario il <em>prequel</em> riservato al quotidiano pannunziano &laquo;Risorgimento liberale&raquo;, di cui il giovane Pannella portava in classe due copie: una per s&eacute; e una per i possibili interessati &ndash; erano le prove generali dei convegni degli &laquo;Amici del Mondo&raquo;. Ma prezioso &egrave; anche il ritratto di un fratello maggiore di Pannunzio, quel Longanesi, geniale inventore del rotocalco, che inventava pure gli scrittori e accorciava loro &ndash; parola di Montanelli &ndash; la ricerca di s&eacute; stessi. Di Brancati, per esempio, cap&igrave; quasi tutto l&rsquo;essenziale quando lo defin&igrave; un Gogol&rsquo; siciliano in miniatura.</p>
<p>Molte pagine sarebbe bello richiamare: quelle dedicate alle personali crociate di Brancati e Silone contro la censura e l&rsquo;ortodossia (inclusa quella antifascista); oppure quelle, caustiche, dedicate a Ernesto Rossi, a una fabbrica decotta e al vizio impunito, molto italiano, dell&rsquo;assistenzialismo.</p>
<p>In queste pagine, si &egrave; capito, s&rsquo;incontrano laici veri, laici tignosi. Tra questi, il filosofo Guido Calogero, che diffidava persino della benintenzionata ora di educazione civica e riteneva che davvero morale &egrave; solo chi aiuta il prossimo a essere un po&rsquo; meno peggio di quel che &egrave;.</p>
<p>Di santini, allora, non c&rsquo;&egrave; traccia. Lo stesso Pannunzio non &egrave; solo il lettore inquieto di Tocqueville o il <em>talent scout</em> che stan&ograve; tra gli altri Angiolo Bandinelli, poi elegante firma del &laquo;Foglio&raquo;. &Egrave; il giovanotto insospettabile che lanci&ograve; una sedia del Caff&egrave; Aragno contro un gerarca il quale rimprover&ograve; qualcuno di aver usato il &lsquo;lei&rsquo; anzich&eacute; il fascistissimo &lsquo;voi&rsquo;. Ed &egrave;, naturalmente, il paziente artigiano che, un metro da sarto sulle spalle, tagliava le fotografie da inserire ne &laquo;Il Mondo&raquo; &ndash; immagini che entravano in cortocircuito spiazzante con gli articoli, e che meriterebbero un libro a parte.</p>
<p>Il volume curato da Nicolosi e Sodini &egrave; dunque una galleria degli irriducibili minoritari che in Via della Colonna Antonina sognavano un Paese diverso, pi&ugrave; moderno, civile e spregiudicato: intellettuali a prima vista compassati, ma nel foro interiore eccentrici e inclini alla provocazione. Gli studi qui raccolti, allora, tutti insieme, sono anche un tonificante prontuario di storie di un&rsquo;altra Italia, per dirla col titolo di un libro di Alberto Saibene.</p>
<p>Certo, quello de &laquo;Il Mondo&raquo; &egrave; per molti aspetti un mondo di ieri. Da questa fotografia di gruppo non trapela per&ograve; soltanto la solitudine, un po&rsquo; malinconica, di essere laico. Emerge anche il disdegnoso gusto di esserlo. E la passione mai spenta per i finali che non si possono indovinare.</p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-mondo-contro-i-finali-prevedibili/2684]]></guid>
					<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[L’Italia e la questione ucraina]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-italia-e-la-questione-ucraina/2683]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Siamo in una settimana molto importante, se non decisiva, per quanto riguarda il ruolo dell&rsquo;Europa (e dunque anche dell&rsquo;Italia) nella questione ucraina. Si sa che Trump vorrebbe, per ragioni di immagine, poter festeggiare il Natale con un accordo che metta fine alla guerra guerreggiata, ma constatiamo che non sembra facile dal momento che Peskov, il portavoce di Putin, ha affermato una volta di pi&ugrave; che la Russia vuole la pace e non si accontenta di una tregua, cio&egrave; di un cessate il fuoco. Se questo continuasse a significare che lo zar vuole la vittoria alle sue condizioni, non ci sarebbe molto da sperare, ma siccome si fanno filtrare speranze per dei passi avanti nei negoziati e lo dice anche Trump pu&ograve; anche darsi che qualcosa si stia muovendo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Certamente c&rsquo;&egrave; una atmosfera da fiato sospeso in vista del Consiglio europeo del 18-19 dicembre. A Berlino sono in corso negoziati che coinvolgono sia gli americani che gli ucraini sotto l&rsquo;egida dei volonterosi che questa volta vedono presente anche la nostra Presidente del Consiglio. I messaggi di speranza lanciati dai vari interlocutori prima e durante l&rsquo;incontro serale del 15 dicembre possono far parte della liturgia diplomatica, che non vuole diffondere pessimismo specie in un momento cos&igrave; delicato. Un indizio un po&rsquo; pi&ugrave; preciso, per quanto non poco ambiguo &egrave; il documento predisposto da Giorgia Meloni in vista del dovuto intervento parlamentare prima della sua partecipazione al Consiglio europeo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Qui ci sono due aspetti da mettere in luce. Il primo &egrave; la riaffermazione dell&rsquo;impegno italiano nel sostegno all&rsquo;Ucraina. Difficilmente la premier poteva desistere da questo, visto che non solo &egrave; il suo impegno ormai di lungo corso, ma che quasi in contemporanea il presidente Mattarella, parlando al nostro corpo diplomatico, ha ribadito la condanna netta del neo imperialismo russo. Il secondo &egrave; per&ograve; l&rsquo;ambiguit&agrave; con cui viene ora declinato quell&rsquo;impegno. Ci sono due interpretazioni, complementari fra loro. La prima &egrave; che non si &egrave; voluto rompere con Salvini 8ma neppure con Conte), che a sua volta non pu&ograve; e non vuole rompere, ma deve salvare la faccia: si glissa sulla questione della prosecuzione del sostegno militare con l&rsquo;invio di armamenti, parlando genericamente di &ldquo;sostegno multidimensionale&rdquo; che non si sa esattamente cosa possa significare. La seconda &egrave; che si vuole evitare di apparire come istigatori degli ucraini alla prosecuzione della guerra nel momento in cui si pensa convenga spingerli all&rsquo;accettazione di compromessi poco piacevoli (come vorrebbe Trump, ma come sembrano suggerire anche i partner europei che intravvedono possibilit&agrave; di tregua). Ovviamente Meloni non vuole l&rsquo;accusa di essere &ldquo;guerrafondaia&rdquo; nel momento in cui si arrivasse a breve alla tregua/pace di compromesso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma la questione non si ferma qui, perch&eacute; anche se i negoziati si concludessero in quel modo positivo (ce lo auguriamo per il martoriato popolo ucraino), rimarrebbe comunque sul tappeto il tema di come l&rsquo;Europa (UE + Gran Bretagna) dovrebbe aiutare Kiev su due fronti: innanzitutto la ricostruzione, in secondo luogo la sua sicurezza e sono due aspetti trattati nelle proposte di soluzione europee. Sono due aspetti che richiedono risorse economiche di cui l&rsquo;Europa non dispone facilmente, perch&eacute; la ricostruzione costa una fortuna (e non si pu&ograve; lasciare che se ne approprino con vari escamotage USA e Russia) e perch&eacute; anche il sostegno alla sicurezza militare dell&rsquo;Ucraina implica esborsi, in quanto un adeguato sistema di difesa ha costi notevoli e garantire tutto solo con la promessa di un intervento europeo a sostegno in caso di attacco serve relativamente: se le forze armate di Kiev non fossero in grado di fermare una invasione al suo inizio, come &egrave; avvenuto nel 2022, un intervento degli alleati una volta che i russi avessero occupato gran parte del territorio ucraino significherebbe dover dichiarare guerra a Mosca e sappiamo cosa significa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Di questo contesto si discuter&agrave; al Consiglio Europeo, probabilmente cercando di tenere i termini reali del dibattito non troppo evidenti per evitare allarmismi nelle opinioni pubbliche del nostro continente. Qui la posizione di Meloni si fa complicata. L&rsquo;Italia non &egrave; in condizione di impegnarsi a spendere molte risorse, sia per questioni di equilibrio di bilancio (non possiamo permetterci di tornare a fare deficit, tanto pi&ugrave; con in vista le rate di pagamento per il prestito del PNRR), sia per questioni di mancanza di solidariet&agrave; fra le forze politiche: dalla Lega, a M5S, ad AVS, e anche parte del PD c&rsquo;&egrave; un ampio fronte populista che rifiuta un coinvolgimento in un piano di pace per la frontiera europea se comporta sacrifici finanziari.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Fra questi rientra senz&rsquo;altro la scelta eventuale di usare gli asset russi congelati, perch&eacute; significa dare garanzie a fronte di una eventuale azione legale russa contraria (si dice che la quota di penale richiesta al nostro paese potrebbe essere di 25 miliardi) e perch&eacute; comunque ci sarebbe da far fronte alle annunciate ritorsioni russe. Potrebbe essere molto meno rischioso per l&rsquo;Italia se si scegliesse di finanziare il sostegno a Kiev con l&rsquo;emissione di euro bond, ma anche questo presenta diverse incognite: non si sa se sarebbe possibile farlo con una decisione non all&rsquo;unanimit&agrave; (che &egrave; certa), non si sa che ricadute avrebbe una decisione del genere sulle economie europee sotto attacco da tanti che, per usare un eufemismo, non ci amano. Di nuovo, Mattarella ha appena alzato la voce per denunciare quanti vorrebbero la disgregazione della UE, e l&rsquo;attacco alle basi economiche dell&rsquo;unione fra gli europei &egrave; un&rsquo;arma potente in questa direzione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Siamo di fronte ad un passaggio molto importante nell&rsquo;opera di ridisegno degli equilibri internazionali, e la tenuta o la crisi dell&rsquo;Unione Europea &egrave; un punto nodale. L&rsquo;Italia, piaccia o meno, non pu&ograve; tirarsi fuori da questa contingenza e dunque sarebbe opportuno che trovasse gli strumenti per costruire, in rapporto a questo, la necessaria solidariet&agrave; nazionale.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-italia-e-la-questione-ucraina/2683]]></guid>
					<pubDate>Wed, 17 Dec 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[L'Habeas Corpus e il consenso libero e attuale]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/lhabeas-corpus-e-il-consenso-libero-e-attuale/2682]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La Legge 2 dicembre 2025, n. 181 &ndash; approvata all&rsquo;unanimit&agrave; &ndash; ha finalmente normato misure serie per fronteggiare la dolorosa piaga del femminicidio, un delitto vergognoso e per troppo tempo sottostimato, al fine di contrastare la dilagante violenza di genere. Ci si chiede come tolleranza, ricerca di attenuanti, omissioni, denunce inascoltate, silenzi complici e impunit&agrave; abbiano cos&igrave; a lungo ritardato questo provvedimento che non risolver&agrave; il problema perch&eacute; (come dice Vittorino Andreoli) la volont&agrave; di distruzione aggrava odio e senso di possesso fino a connotare il gesto omicida, ma potr&agrave; costituire un deterrente se ci sar&agrave; certezza e severit&agrave; della pena. A condizione che non si ripetano atteggiamenti di indulgenza, procrastinamento e rinvio dei casi o cervellotici provvedimenti giudiziari di clemenza che hanno finito spesso per uccidere due volte le donne vittime. &nbsp;La prevenzione &egrave; sempre la strategia efficace ma in caso di reato la punizione dovr&agrave; essere inflessibile e senza sconti. Troppe vittime hanno gi&agrave; pagato con la vita, troppe famiglie sono state lacerate da un dolore insostenibile, sovente senza ottenere piena giustizia. Il passo in avanti &egrave; significativo e postula una precoce e diffusa pedagogia del rispetto verso le donne, a cominciare dall&rsquo;educazione scolastica e dalla sensibilizzazione dell&rsquo;opinione pubblica, espungendo senza remore coperture e connivenze. La partita quindi non &egrave; chiusa, i sentimenti negativi e distruttivi albergano sempre nell&rsquo;animo umano e ci sar&agrave; ancora chi sfider&agrave; il <em>cupio dissolvi</em> pur di ottenere vendetta, ostentazione di possesso, scarico di pulsioni efferate e criminali: ma se ne apre un&rsquo;altra, nelle famiglie, nelle scuole, nella societ&agrave; per fare appello alla coscienza e alla scelta del bene e della vita, unico argine alla violenza di genere.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Contemporaneamente &ndash; come in una sorta di furore legislativo che voglia emendare errori e colpevoli trascuratezze &ndash; il parlamento sta esaminando un progetto di legge volto a tutelare il consenso in entrambi i partner nel compimento di un rapporto sessuale. &nbsp;(art 609/bis C.P.&nbsp; approvato alla Camera e fermo al Senato). Anche questo problema esiste da sempre e dipende in larga parte dalla cultura tramandata e praticata nei contesti sociali, dai condizionamenti religiosi e &ndash; ancora una volta &ndash; dal rispetto altrui che passa anch&rsquo;esso dalla coscienza di ogni singola persona. Riguarda l&rsquo;intimit&agrave; matrimoniale e di coppie di fatto, eterosessuali o omosessuali: l&rsquo;intendimento &egrave; quello di prevenire abusi e sottomissioni, atti di violenza, rapporti carpiti contro l&rsquo;altrui volont&agrave;, coercizioni estorte in stato di minorata difesa o di incapacit&agrave; di intendere e volere, o peggio in danno criminale di minori. La prima stesura del testo di legge prevedeva che il consenso fosse reciproco, libero e attuale e questi postulati appaiono decisamente incontestabili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tuttavia &ndash; approfondendo &ndash; ci si accorge che eventuali comportamenti scorretti (rapporti non consenzienti, imposti con la forza o negati) devono essere dimostrati come fraudolenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In assenza di testimoni (la giurista A.M. Bernardini De Pace suggerisce ironicamente la presenza di una terza persona che osservi la liceit&agrave; dei comportamenti di coppia) occorre dimostrare il vero. Ma i requisiti di libera adesione, consenso e attualit&agrave; appaiono fragili, poich&eacute; in punto di diritto ci si ispira al principio della preventiva innocenza mentre accogliere per vera un&rsquo;accusa (magari infondata e da dimostrare) comporta l&rsquo;inversione dell&rsquo;onere della prova. &lsquo;Non sono io che devo dimostrare la mia innocenza ma tu che devi portare prove della mia colpevolezza&rsquo;. Un principio che risale alla Magna Carta del 1215, art.39 e che si ritrova in tutte le Costituzioni dei Paesi liberi e civili: &ldquo;<em>Nessun uomo libero sar&agrave; arrestato, imprigionato, spossessato della sua dipendenza, della sua libert&agrave; o libere usanze, messo fuori dalla legge, esiliato, molestato in nessuna maniera, o mai si proceder&agrave; contro di lui o si mander&agrave; qualcuno a farlo se non in virt&ugrave; di un giudizio legittimo dei suoi pari e secondo la legge del paese&rdquo;. </em>Ci&ograve; richiama il principio di origine anglosassone del cd. &ldquo;habeas corpus&rdquo;: originariamente consisteva nel condurre una persona davanti a un giudice, per dimostrare la fondatezza o meno delle accuse. Il suo scopo principale era di proteggere i cittadini da accuse inventate o peggio arresti arbitrari e illegittimi, fornendo uno strumento per difendersi e garantendo che la privazione della libert&agrave; personale avvenisse solo nei casi e modi previsti dalla legge. Principio poi inglobato nei codici penali dei Paesi civili del mondo.&nbsp;Sulla libert&agrave; di adesione ad un atto consenziente non ci sono dubbi, se non &egrave; un sopruso estorto si immagina un rapporto spontaneo (addirittura nel matrimonio un dovere coniugale), persino istintivo, voluto, cercato, condiviso appunto. Sul concetto di attualit&agrave; il ripensamento riguarda il venir meno del consenso, l&rsquo;interruzione di un atto iniziato: perch&eacute; sia &lsquo;attuale&rsquo; deve rispettare la volont&agrave; di entrambi in tutta la sua durata. Ma &egrave; possibile immaginare la parcellizzazione temporale e cronologica di un rapporto fisico di intimit&agrave; solo se viene a mancare il consenso iniziale a fronte di degenerazioni comportamentali riprovevoli o al venir meno di condizioni emotive favorevoli: difficile dimostrarlo se non a fronte di evidenze palesi. Si pensa che questi requisiti di libert&agrave; e attualit&agrave; siano puntualizzati a tutela della donna e a vincolo e controllo per l&rsquo;uomo: anche qui siamo di fronte ad un ribaltamento concettuale e fisico della prova, spesso sono le donne che prendono l&rsquo;iniziativa e non si pu&ograve; &ldquo;pregiudizialmente&rdquo; pensare al maschio come attaccante-persecutore, attizzatore di incendi passionali che si trasformano in atti di coercizione nel &ldquo;fare&rdquo; e nell&rsquo;insistere.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nelle separazioni di coppia si evidenziano tradimenti, doppiezze, inganni ed erotismo estremizzato tanto in capo agli uomini quanto alle donne. Dobbiamo sgombrare il campo da &lsquo;pregiudizi di genere&rsquo; se si vuole ottenere il &lsquo;rispetto di genere&rsquo;. Bisogna peraltro evitare che una relazione amorosa &ndash; in tutti i suoi impliciti anche fisici &ndash; diventi motivo di rivalse, ripicche, speculazioni da ambo le parti. Colpevolizzare in modo preconcetto il genere maschile addebitandogli senza prova comportamenti non conformi a questo nuovo &ldquo;codice etico dei rapporti sessuali&rdquo; significa condizionarlo a priori, privarlo di motivazione dove anche il desiderio gioca la sua parte, renderlo un soggetto paradossalmente debole, defedato, incline ad una sorta di &lsquo;impotentia coeundi&rsquo;. Dovremmo perlustrare sotto le lenzuola per avere conferma che il consenso libero e attuale sia rispettato? Se ci sono abusi vanno denunciati: sar&agrave; il giudice di fronte a cui l&rsquo;imputato o l&rsquo;imputata si presenteranno a decidere, all&rsquo;evidenza delle prove. Ci sono casi di macroscopica violenza e coercizione ma ci sono anche situazioni di intimit&agrave; che vanno rispettate e liberate da fobie e censure di colpe inesistenti. Culle vuote e calo demografico non vanno imputati solo al debito pubblico che frena i concepimenti e le nascite: la criminalizzazione preconcetta dell&rsquo;atto sessuale &egrave; un deterrente che inibisce persino un contatto fisico, come una carezza o un bacio. Ricevendolo a colloquio anni fa, un illustre accademico del Cairo mi espose una teoria che riferisco nella sua neutrale e asettica narrazione. &ldquo;L&rsquo;Islam si espander&agrave; nel mondo perch&eacute; genera figli, voi occidentali praticate una concezione peccaminosa e morbosa del sesso, siete pieni di remore, sensi di colpe, paure. A lungo andare il genotipo occidentale ne sar&agrave; indebolito per le troppe precauzioni e i timori di procreare&rdquo;. Mi venne subito in mente quel film di Marco Ferreri dove un uomo correva sulla spiaggia gridando &ldquo;<em>Ho generato, ho generato! Il seme dell&rsquo;uomo ha germogliato</em>&rdquo;. Come si fosse trattato di un miracolo biologico. Il 59&deg; Rapporto CENSIS appena presentato riferisce al contrario di un Paese dove la gente e i giovani cercano il sesso come fonte di appagamento e soddisfazione, riferendo una deriva di &ldquo;edonismo liberato dalle antiche censure&rdquo;. Nello scandaglio dei dati e delle percezioni raccolte forse questa rappresentazione emerge pi&ugrave; come desiderio che come fattualit&agrave;. Credo che vada restituita alla coppia la sua intimit&agrave; senza che il legislatore susciti pruriti morbosi di analisi logiche e illogiche di pertinenza e liceit&agrave;. E all&rsquo;avvocatessa Bernardini de Pace che &ndash; con ragione - in una trasmissione TV paventava il de profundis del testosterone potremmo rispondere con la battuta di un film. Nella scena di un probabile rapporto consumato, al compiacimento della compagna - &ldquo;Sei il pi&ugrave; grande amatore che abbia avuto&rdquo; - Woody Allen rispondeva: &ldquo;forse dipende dal fatto che mi alleno molto da solo&rdquo;. Trovo pi&ugrave; aderente all&rsquo;ordine delle cose, se il consenso esiste per entrambi e passa dalla mente e dal cuore, dalla passione e dal sentimento, il dialogo finale del capolavoro di Stanley Kubrick, <em>Eyes Wide Shut</em>. In un mondo dove tutto diventa patologico e oggetto di screening non sempre pertinenti, dove i social sono i pedagogisti del bon ton cerchiamo invece di educare ad un concetto basilare: l&rsquo;atto sessuale deve esser parte, componente di una relazione amorosa, espressione fisica di un sentimento. Sesso e amore vanno riscoperti come &ldquo;dono&rdquo; reciproco, consensuale e libero, come aspetto di una relazione umana. Lasciando fuori dalla stanza pregiudizi e colpe che nella maggior parte dei casi non ci sono. Per sopportare la fatica di vivere dobbiamo liberarci della paura di amare.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/lhabeas-corpus-e-il-consenso-libero-e-attuale/2682]]></guid>
					<pubDate>Sat, 13 Dec 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[USA, Europa, Italia]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/usa-europa-italia/2681]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">In quel gioco di specchi che &egrave; diventata al momento la politica internazionale ci si interroga sul peso da dare al documento programmatico dell&rsquo;amministrazione americana che prova a disegnare il futuro della sua politica estera scagliandosi con violenza con l&rsquo;Europa. Come era da aspettarsi questo accende un dibattito anche nella nostra vita politica, considerando le sue incertezze e le scelte pro Trump della presidente Meloni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma andiamo con ordine. Quanto al significato del documento americano ci sono fra gli osservatori pareri contrastanti. Se tutti sottolineano il tributo che esso paga alle mode della destra statunitense, il mondo sbrigativamente etichettato MAGA, per cui vanno messi nel conto eccessi retorici, ci si divide se considerarlo un piano che riflette andamenti reali o un manifesto retorico che &egrave; pi&ugrave; che altro destinato a mandare messaggi provocatori a vari interlocutori. A nostro modesto avviso le due interpretazioni non si eludono a vicenda, ma sono integrate.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La storia delle relazioni internazionali contiene non pochi esempi di documenti di quel tipo che hanno sbandierato una linea abbandonata in seguito per adeguarsi al contesto delle forze e delle tensioni in campo. Avverr&agrave; cos&igrave; anche questa volta, soprattutto se i messaggi subliminali mandati a vari interlocutori andranno o non andranno a buon fine. Il primo di questi &egrave; una premessa banale, si dovrebbe dire lapalissiana: gli USA sono interessati solo a fare il loro interesse e rinunciano al ruolo (oneroso) di regolatori e guardiani degli equilibri internazionali. Non &egrave; n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno quello che ogni sistema politico ha sempre fatto, per lo pi&ugrave; evitando di teorizzarlo cinicamente. Anche quando un paese si &egrave; assunto il ruolo di agente decisivo nel mantenimento degli equilibri, lo ha fatto nella convinzione che solo cos&igrave; si garantisse il proprio specifico interesse. &Egrave; banalmente la teoria per cui se vuoi vivere sicuro devi farti carico di avere intorno a te un contesto sicuro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Detto questo, ci sono i messaggi subliminali, che sono sostanzialmente due e mezzo. Il primo &egrave; diretto a Putin e alla sua cerchia: non saremo noi americani a regolare la vostra capacit&agrave; di espansione se state attenti a non portarla in collisione con la nostra. A Mosca hanno capito al volo e subito sono scattati gli applausi: di comodo, come si usa da parte di quella diplomazia. L&rsquo;obiettivo di Trump &egrave; appuntarsi la medaglia per la chiusura della guerra in Ucraina.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il secondo &egrave; diretto all&rsquo;Europa ed &egrave; l&rsquo;annuncio dello scioglimento del mondo euro-atlantico: Trump e i suoi non vogliono considerare un dovere di solidariet&agrave; storica agire come vertice della cosiddetta comunit&agrave; atlantica e facendosi carico del suo sviluppo. Quella era roba da guerra fredda e conseguenze, adesso ciascuno per s&eacute; e per tutti il dio degli interessi nazionali diversi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non significa necessariamente dismettere una &ldquo;alleanza&rdquo;, ma ridimensionarla brutalmente ad accordi di convenienza: niente basi ideologiche, solo rapporti per reciproci interessi. La svalutazione selvaggia della &ldquo;civilt&agrave; europea&rdquo;, che &egrave; dipinta come in fase di progressiva dissoluzione, risponde esattamente al ripudio della ideologia, considerata dalla destra americana non solo superata, ma falsa, di una comune natura ed origine del sistema socio-politico europeo e di quello americano (la tesi, per dirla con un famoso storico, che l&rsquo;America fosse una nuova Europa emigrata oltre atlantico). Gli USA, si sostiene dai Maga, non hanno nulla da imparare dalla decadente Europa, che &egrave; un coacervo di stati in crisi, dentro ciascuno dei quali essi vedono componenti consapevoli di questa realt&agrave; e pronte a mettersi al servizio della nuova cultura post-occidentale (e su di esse puntano Trump e soci).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il mezzo messaggio &egrave; destinato alla Cina: voi siete il nostro concorrente storico, perch&eacute; avete capacit&agrave; espansive e risorse che a noi scarseggiano (anche se un tempo hanno fatto la nostra fortuna) e le state impiegando al massimo. Di conseguenza non possiamo essere &ldquo;amici&rdquo;, ma solo eventualmente consensualmente separati in casa, nella casa comune del mondo, se accettate di spartirla molto chiaramente con noi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come devono reagire a questa relativa novit&agrave; (relativa, perch&eacute; andava preparandosi da tempo) l&rsquo;Europa e in questo contesto l&rsquo;Italia? &Egrave; ragionevole che per ora sia stata per lo pi&ugrave; scelta la strada del troncare e sopire (con qualche eccezione, giusto per battere un colpo di presenza): bisogna capire in questo gioco di specchi quanta realt&agrave; hanno le ombre e le sagome che in essi si riflettono. Il tema chiave non pu&ograve; per&ograve; essere quello di ricostruire un euro-atlantismo che &egrave; finito con il venir meno del grande scontro ideologico che per semplicit&agrave; si definiva liberal-capitalismo vs. comunismo. L&rsquo;Europa deve mettersi nelle condizioni di ricostruire il suo &ldquo;spessore&rdquo;, se ci concedete il termine.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Significa non solo investire in capacit&agrave; di difesa (l&rsquo;erbivoro non sopravviver&agrave; tra i carnivori, tanto pi&ugrave; se nessuno di questi lo tuteler&agrave;), ma soprattutto affrontare i ritardi e le storture, per altro ben note: basta rileggersi i rapporti Draghi e Letta. Non si tratta di dissolvere la UE, ma di portarla a compimento, sia abolendo tutto ci&ograve; che tutela i particolarismi nazionali (a iniziare dalle decisioni all&rsquo;unanimit&agrave;), sia rivedendo le varie fughe in avanti fatte nella convinzione di regolamentare tutto e di sottomettere tutto al presunto raggiungimento di un mondo futuro perfetto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E l&rsquo;Italia? Vorremmo sommessamente suggerire di lasciar perdere le intimazioni alla Meloni di rompere con Trump: in questo momento non sarebbe possibile (e infatti in Europa esplicitamente e veramente non lo fa nessuno) e non sposterebbe nulla. C&rsquo;&egrave; piuttosto da avviare nel nostro paese una seria operazione per riflettere sul momento che attraversiamo e come possiamo affrontarlo, accettando la premessa che non c&rsquo;&egrave; spazio per giocare in solitaria, ma solo per essere un membro attivo e portante della rinascita europea.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/usa-europa-italia/2681]]></guid>
					<pubDate>Wed, 10 Dec 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[La temperanza, virtù rivoluzionaria]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-temperanza-virt-rivoluzionaria/2680]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;unico modo per non far conoscere agli altri i propri limiti &egrave; di non oltrepassarli mai.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">(Giacomo Leopardi)</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Il saggio sulla temperanza di Gennaro Carillo, edito da Il Mulino, non ha la pretesa della monografia tematica: piuttosto offre al lettore spunti di riflessione attinti dai classici del pensiero, da Platone, Sofocle, Euripide ai giorni nostri. Le chiamerei &ldquo;scintille di luce&rdquo; queste citazioni, perch&eacute; illuminano la storia dell&rsquo;umanit&agrave; con intuizioni che restano &ndash; nelle parole pronunciate e nelle metafore che evocano &ndash; e che ci servono oggi in modo speciale, per ricomporre una dialettica e una filosofia della mitezza in un mondo che sembra &ldquo;uscire dai cardini&rdquo;. Un&rsquo;agile ed utile riflessione che esprime la profonda cultura umanistica dell&rsquo;autore che si rivolge a tutti, perch&eacute; ritrovare una giusta misura nel dire e nel fare &egrave; un compito che ci riguarda tutti, intimamente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La rivisitazione etimologica e di senso di questa virt&ugrave; dimenticata che il Prof. Carillo ha realizzato suggerisce al lettore di trovarne una propria. &Egrave; questo il pregio fondamentale di un libro: leggere, metabolizzare, riflettere per cercare una propria &lsquo;Weltanschauung&rsquo;, una concezione del mondo che orienti la nostra vita.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Facendo mia questa &ldquo;intuita intuizione&rdquo; mi piace riportare deduzioni e argomentazioni personali, confidando di restare fedele all&rsquo;ispirazione di Carillo in modo &lsquo;temperante&rsquo;, senza uscire dal sentiero da lui tracciato e per applicare la sua bussola alla alterne vicende dell&rsquo;esistenza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Fare uno, due, tre passi indietro: mi pare sia un esercizio mentale che non ci &egrave; pi&ugrave; consueto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E&rsquo; proprio il senso della misura il vero convitato di pietra al banchetto delle relazioni sociali del nostro tempo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I toni aggressivi prevalgono sulla comunicazione moderata e interlocutoria cos&igrave; come le esternazioni prevaricatrici hanno il sopravvento sulla capacit&agrave; di controllo delle turbolenze dell&rsquo;anima.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sembra questa la percezione pi&ugrave; avvertita nel sentire comune, come se fosse diventato un atteggiamento tendenzialmente prevalente nel modo di porsi e di cui ci accorgiamo soprattutto nel momento in cui lo subiamo, al punto di incuterci ansie e timori.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non &egrave; solo questione di oggi quanto piuttosto modalit&agrave; espressiva ricorrente nella natura umana, quasi elemento costitutivo e ontologico della sua complessit&agrave; strutturale, fatta di pulsioni e di razionalit&agrave;, di sentimenti e stati d&rsquo;animo contrastanti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non per niente il suo opposto, come ci ricorda San Tommaso, &egrave; considerata una virt&ugrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Parliamo di quella temperanza che Cicerone definiva come dominio fermo e moderato della ragione, controllo delle passioni e giusta misura di ogni cosa.&nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E&rsquo; un atteggiamento che possiamo ereditare da una buona educazione o che maturiamo attraverso scelte e convincimenti interiori?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sicuramente sono vere entrambe le cose.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Resta da chiedersi se questa capacit&agrave; di esercitare il controllo e la moderazione ma anche di possedere il senso della misura del s&eacute; e della proporzione degli esiti delle nostre azioni e dei nostri sentimenti in rapporto alle circostanze della vita sia utile, possibile e attuale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non dobbiamo eludere e non possiamo nasconderci infatti il valore positivo e appagante delle emozioni e quanto sia ricca e sorprendente la gamma dei sentimenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Una vita priva di emozioni &egrave; una vita senza senso, piatta, insignificante.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma un&rsquo;esistenza dominata esclusivamente dalle emozioni e dai sussulti, dagli eccessi e dalle intemperanze ci allontanerebbe da quella condizione di equilibrio, di pacatezza e di razionalit&agrave; che ci permette invece di accreditarci con una stabile e rassicurante identit&agrave; positiva nell&rsquo;universo dei rapporti interpersonali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Avvertiamo infatti la necessit&agrave; e per certi aspetti anche il dovere di mitigare modi, forme e circostanze delle nostre esternazioni e &ndash; prima ancora &ndash; di praticare la buona regola del rispetto di s&eacute;, per evitare quegli &ldquo;spaesamenti&rdquo; interiori che producono disorientamenti, tensioni, sdoppiamenti ma anche frustrazioni e sensi di colpa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Controllare in modo appropriato le pulsioni conservando possibilmente la tranquillit&agrave; dell&rsquo;animo e riservando agli altri il rispetto che si richiederebbe per s&eacute;: questo potrebbe essere un proposito onesto e sensato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come anche cercare l&rsquo;armonia spirituale e l&rsquo;equilibrio interiore, convivere con i sentimenti e le emozioni &ldquo;stemperando&rdquo; &ndash; appunto &ndash; quel mix di tensioni, toni sopra le righe, alterazioni, istinti smodati, o viceversa di modalit&agrave; eccessive nella ricerca dell&rsquo;autocontrollo e della sobriet&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il biglietto da visita di una persona temperante consiste nella discrezione come immagine di s&eacute; e modo di porsi, icona di uno stile di vita personale centrato sulla moderazione e sul senso della misura.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Chi perde di vista questo valore aggiunto dimostra di non possedere quella capacit&agrave; di regia, ora forte e risoluta ora mite e discreta, che governa il dentro e il fuori di s&eacute;, il pathos e l&rsquo;immagine, l&rsquo;essere e l&rsquo;apparire.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La virt&ugrave; della temperanza consiste dunque nell&rsquo;abilit&agrave; di modulare e dosare chiaro-scuri, alti e bassi, timbri, toni e registri di quel flusso di emozioni, sentimenti, comportamenti, stati d&rsquo;animo con cui incessantemente ci rapportiamo con il mondo delle persone e con le loro intrinseche relazioni, cercando dentro e fuori di noi la giusta misura di una sostenibile armonia.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-temperanza-virt-rivoluzionaria/2680]]></guid>
					<pubDate>Sat, 06 Dec 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Rebus elettorale]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/rebus-elettorale/2679]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">C&rsquo;era da aspettarselo: il test delle regionali d&rsquo;autunno ha continuato a fornire l&rsquo;immagine di un paese spaccato e incerto, per cui la maggioranza attuale studia come potersi consolidare nella prossima legislatura e le opposizioni ragionano su come trarre profitto dalla situazione per giungere a prevalere alle prossime elezioni. In verit&agrave;, confusione chiama confusione, sicch&eacute; non c&rsquo;&egrave; da aspettarsi molto di buono.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Molto sembra concentrarsi sul tentativo di fare l&rsquo;ennesima riforma della legge elettorale, nella eterna illusione che basti inventarsi la &ldquo;porcata&rdquo; giusta (tanto per riprendere una famosa definizione di Calderoli) per raggiungere quel risultato che altrimenti non uscirebbe dalla decisione degli elettori. Si capisce che in un contesto dove a votare, se va bene, ci va la met&agrave; degli aventi diritto la spinta a sfruttare la situazione &egrave; molto forte. Come abbiamo gi&agrave; avuto occasione di scrivere, la scelta pi&ugrave; che ambigua &egrave; puntare sulla radicalizzazione della spaccatura in due dell&rsquo;elettorato. Qui l&rsquo;ambiguit&agrave; sta nel fatto che manca il presupposto per una applicazione razionale di questa strategia: il paese &egrave; artificialmente spaccato in due, in realt&agrave; &egrave; frammentato in molte pi&ugrave; parti che possono, ma anche non possono riuscire a coalizzarsi in due campi, per cui si strologa su come fare a costringere la costruzione di un assetto solidamente bipolare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il marchingegno che la maggioranza attuale propone &egrave; un sistema di voto proporzionale, quindi con abolizione della quota di collegi uninominali, in cui ci sia un premio di maggioranza da attribuirsi a chi prevarr&agrave; con almeno il 40-42% di voti nella competizione elettorale che conseguirebbe cos&igrave; il 55% dei seggi. &Egrave; evidente che un simile traguardo &egrave; raggiungibile solo da coalizioni, le quali dovrebbero per&ograve; anche indicare il nome del loro candidato unitario al ruolo di Presidente del Consiglio. Poich&eacute;, come si usa dire, l&rsquo;appetito vien mangiando, ecco che ci si allarga (il che non sarebbe obbligato): si cerca di stabilire che l&rsquo;indicazione del nome del candidato premier equivale legalmente alla sua automatica designazione nel ruolo. Insomma si avrebbe una elezione diretta del Presidente del Consiglio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I pasticci in questa impostazione non sono pochi. Per esempio che succede se nel corso della legislatura la coalizione vincente si sfascia? Si dir&agrave;: si torna davanti all&rsquo;elettorato. Ma questo lederebbe, sia la libert&agrave; di azione dei parlamentari, sia la prerogativa del parlamento di fornire un governo al paese con la sua autonoma azione (il che &egrave; perfino pi&ugrave; grave dell&rsquo;asserito vulnus al potere del Presidente della Repubblica di conferire l&rsquo;incarico, perch&eacute; si sa che per prassi se c&rsquo;&egrave; un&rsquo;indicazione chiara da parte dell&rsquo;elettorato e dei partiti non &egrave; che il Quirinale fa prevalere una sua autonoma iniziativa: avviene solo quando manca quella chiarezza).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non fermiamoci qui. Dare la vittoria a chi raccoglie il 40% dei voti non &egrave; un meccanismo che agevoli una legittimazione del premier: gli sar&agrave; sempre rinfacciato di avere contro il 60% della rappresentanza politica (nonostante l&rsquo;artificio del premio di maggioranza per quella parlamentare) e, quel che &egrave; peggio, di essere espressione di una quota minoritaria del corpo politico (se met&agrave; degli aventi diritto non vota, quel 40% si dimezza&hellip;). Come dire: avremo costruito una stabilit&agrave; artificiale del governo a cui corrisponder&agrave; una battaglia infinita per la sua delegittimazione con argomenti che sarebbe bene non sottovalutare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci sono poi altre non piccole, n&eacute; banali disfunzioni: si pensi solo alla complicazione di un bicameralismo paritario, fra il resto con regole di elezione parzialmente diverse fra Camera e Senato a stare al dettato letterale della nostra Carta. Quel che si immagina per evitare che il sistema di elezione semi-diretta del premier possa reggere in questo contesto &egrave; pi&ugrave; che altro macchinismo fantasioso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Naturalmente puntare a tenere in piedi a tutti i costi il sistema elettorale oggi in vigore &egrave; un&rsquo;operazione pi&ugrave; che miope. Questo sistema ha tutte le caratteristiche per allontanare i cittadini dalla partecipazione politica. I collegi uninominali dopo la riduzione del numero dei parlamentari sono conglomerati cos&igrave; ampi da rendere difficilissimo qualsiasi rapporto di rappresentanza reale di un corpo che &egrave; una invenzione amministrativa. Le liste bloccate delle candidature hanno ristretto la selezione della classe politica alle lotte di clan interne ai partiti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Eppure le opposizioni sembra non vogliano la revisione del sistema elettorale per tenersi quello attuale. Alcuni suppongono che sia perch&eacute; sulla base di proiezioni dei risultati nelle elezioni regionali il cosiddetto campo largo pensa di poter conquistare tutti i collegi uninominali al sud raggiungendo cos&igrave; la possibilit&agrave; di sconfiggere l&rsquo;attuale governo (per inciso: per lunghi decenni della nostra storia repubblicana il Sud era il punto di forza della destra, adesso sembra sia il contrario&hellip;). Altri, forse pi&ugrave; realisticamente, pensano che quella del campo largo sia, soprattutto per il PD, una opposizione di facciata: attribuire la responsabilit&agrave; della riforma alla destra, accusandola di volere i pieni poteri, avrebbe un vantaggio polemico, mentre un sistema tutto proporzionale in realt&agrave; favorirebbe la competizione interna alle sue componenti che sono piuttosto difficili da amalgamare (c&rsquo;&egrave; il problema della individuazione di chi in quel campo dovr&agrave; essere il candidato premier: questione spinosa, ma non cos&igrave; dirimente come pu&ograve; sembrare&hellip;).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Una sistemazione del confronto sulla legge elettorale &egrave; resa molto difficile dall&rsquo;intreccio con la questione del referendum sulla riforma Nordio: da una parte e dall&rsquo;altra lo si vede come l&rsquo;occasione per ravvivare la polarizzazione rovente fra i due campi e magari per spingersi una volta di pi&ugrave; sulle onde delle opposte demagogie. Un giochetto pi&ugrave; che pericoloso: in questo delicatissimo momento sia sul piano delle relazioni internazionali sia su quello delle trasformazioni economiche e sociali non possiamo proprio permetterci di essere un paese attanagliato in una sorta di guerra civile fredda e a bassa intensit&agrave;.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/rebus-elettorale/2679]]></guid>
					<pubDate>Wed, 03 Dec 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Il diritto di odiare? Una piccola inchiesta]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-diritto-di-odiare-una-piccola-inchiesta/2678]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La casa editrice Liberi Libri presenta questo &lsquo;libello&rsquo; come un lavoro redazionale composto con l&rsquo;ausilio dell&rsquo;I.A.: per provare a seguire ed applicare l&rsquo;innovazione anche al contesto narrativo, poich&eacute; l&rsquo;avanzare inarrestabile della tecnologia impone adeguamenti negli stilemi espressivi e linguistici.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Leggendolo ho evocato a me stesso tre suggestioni personali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La prima: reduce da un ricordo di Alda Merini nell&rsquo;anniversario della sua scomparsa avevo concluso il mio amarcord con una frase estrapolata dall&rsquo;intervista (l&rsquo;ultima della sua vita) che la poetessa mi aveva concesso nella sua casa dei Navigli. &ldquo;&ldquo;Cosa pu&ograve; renderci migliori, pi&ugrave; buoni?&ldquo;, le chiesi. Il perdono &ndash; mi rispose &ndash; come sentimento pi&ugrave; alto&rdquo;. Parole nobili che ho subito comparato al titolo del libro che mi accingevo a leggere e che prima ancora di iniziarlo suscitava inevitabili interrogativi in termini di suggestiva comparazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La seconda: con lo scorrere delle pagine ho piacevolmente trovato conferma e conforto ad un assioma di cui mi sono sempre fatto convinto assertore e che riguarda &ndash; nelle alterne vicende della vita, nei comportamenti del genere umano e nel giustificazionismo che copre le mistificazioni spesso implicite nella &lsquo;lettura&rsquo; delle cose &ndash; la differenza che corre tra la teoria e la pratica. La prima suggerisce in genere principi etici ed affermazioni generaliste a cui dovremmo attenerci, ovvero le regole del politicamente e del socialmente corretto. La seconda descrive &ndash; spesso impietosamente &ndash; i cascami non sempre coerenti con tali enunciazioni, perch&eacute; rappresentano la declinazione in atti, comportamenti, realt&agrave; tangibili di assiomi nobilitati sovente dalla retorica che non considera che l&rsquo;antropologia descrive senza giudicare. La nostra quotidianit&agrave; e i suoi contesti esistenziali devono invece tener conto di dissonanze e distonie tra la teoria che illumina di buoni propositi una realt&agrave; che ne rappresenta la concreta applicazione, con tutti i suoi impliciti non sempre ad essa coerenti e speculari.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La terza: leggendo il saggio &ndash; fin dalle prime pagine &ndash; mi &egrave; venuto da pensare ad una riflessione che avevo scritto per la rivista &lsquo;Diritto Penale e Uomo&rsquo; sulla lunga indagine epistemologica che Pierre Bourdieu aveva dedicato al concetto di &lsquo;violenza simbolica&rsquo;. Un tema interessante che apre ad argomentazioni intorno alla distinzione con la violenza fisica, evidenziando come il simbolismo sia pi&ugrave; sottile ma altrettanto pervasivo della descrizione dei comportamenti umani e spesso sia insito nell&rsquo;ordine stesso delle cose, alla stregua di un elemento costitutivo e consustanziale della realt&agrave;. Sono stato gratificato &ndash; verso la parte conclusiva del &lsquo;libello&rsquo;- dall&rsquo;esplicito riferimento a Bourdieu e alla sua argomentata analisi della violenza simbolica, una citazione non casuale ma strettamente e logicamente legata a doppio filo al tema del saggio redazionale, a cominciare dal suo impattante titolo. &lsquo;<em>In molte democrazie occidentali, la repressione delle emozioni negative si &egrave; intrecciata con l&rsquo;espansione del controllo simbolico&rsquo;</em>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il saggio redazionale affronta fin da subito l&rsquo;equivoco che sta alla base di un&rsquo;idea che circola come resa implicita e persino logica nell&rsquo;immaginario collettivo e cio&egrave; che &lsquo;<em>l&rsquo;odio debba essere sempre oggetto di correzione, un errore psichico da curare, un rischio sociale da neutralizzare, una devianza etica da riportare nell&rsquo;alveo di una convivenza pacificata&rsquo;.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;incedere del ragionamento non &egrave; a questo punto orfano di una convincente suggestione sulla quale la riflessione ricorrente &egrave; infarcita di luoghi comuni e frasi fatte.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A cominciare dalla incrementale frequenza con cui &ndash; trattando di coscienza, di temi sociali e di relazioni umane &ndash; il termine &lsquo;inclusione&rsquo; viene usato fino all&rsquo;abuso, ammantandolo di una prospettiva salvifica dell&rsquo;umana convivenza. Non &egrave; cos&igrave;: troppo spesso la retorica del dover essere prende il posto della constatazione della realt&agrave;, fino a diventare l&rsquo;alibi per un discrimine tra buoni e cattivi comportamenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sovente non si considerano le conseguenze pratiche dell&rsquo;abuso della retorica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il sentimento dell&rsquo;odio fa parte della natura umana al pari di altri stati d&rsquo;animo ma non pare antropologicamente corretto ricondurlo ad una sorta di patologizzazione sistematica: non &egrave; certo una virt&ugrave; ma neppure un reato, fino a quando non degenera in azioni di violenza e dannose per il prossimo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In una societ&agrave; malata di sindrome da risarcimento l&rsquo;odio viene giudicato e punito in quanto emozione effimera, senza che produca conseguenze discriminatorie attraverso comportamenti deleteri.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>&ldquo;Viviamo in un&rsquo;epoca che ha trasformato la sensibilit&agrave; in un valore assoluto e l&rsquo;empatia in un criterio quasi esclusivo di legittimit&agrave; morale&rdquo;. </em>Storia e letteratura, arte e pensiero non hanno mai descritto e narrato un modello di &lsquo;societ&agrave; etica&rsquo; perfetta o perfettibile, perch&eacute; di sentimenti negativi &egrave; piena ogni considerazione retrospettiva. L&rsquo;odio come &lsquo;repulsione&rsquo; &egrave; uno stato d&rsquo;animo legittimato dalla libert&agrave; di pensiero e di parola, nel porsi di fronte alla realt&agrave;, ma &egrave; sempre essenziale distinguere tra odio come emozione e odio come istigazione all&rsquo;aggressione. &nbsp;La cultura pubblica finisce per produrre una sorta di sorveglianza orizzontale in cui ciascuno &egrave; sostanzialmente invitato a denunciare ogni deviazione emotiva.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma una societ&agrave; che vieta le emozioni negative non diventa automaticamente pi&ugrave; civile, diventa pi&ugrave; fragile e meno capace di confrontarsi con la complessit&agrave;. La cd. &lsquo;cancel culture&rsquo; &egrave; un processo carsico che induce l&rsquo;autocensura preventiva. Si comincia con la rimozione delle parole, si prosegue con la sorveglianza delle intenzioni, si finisce con la patologizzazione delle emozioni. Anche chi si accingesse alla lettura di questo saggio con una sorta di ritrosia preconcetta &ndash; il titolo pu&ograve; suscitare questa sensazione &ndash; dovrebbe alla fine concludere che l&rsquo;intendimento del libro non &egrave; stimolare stati d&rsquo;animo inclini all&rsquo;odio, bens&igrave; comprenderli come parte di un&rsquo;antropologia della conoscenza che riconosca ogni sentimento umano come espressione di libert&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;ultimo paragrafo- dedicato alla vicenda di Charlie Kirk, assassinato il 10 settembre 2025 all&rsquo;Universit&agrave; dello Utah dimostra un tragico paradosso: un uomo che difendeva con tanta forza la parola viene annientato da un gesto che nega la parola stessa.&nbsp; Questo evento tragico &egrave; l&rsquo;epifenomeno dell&rsquo;odio che diventa violenza, degenerando: come in passato proprio negli Stati Uniti era accaduto con la morte di John e Robert Kennedy e di Martin Luther King. Ci sono implicazioni antropologiche evidenti in questi fatti, come recentemente per Kirk e serve interrogarsi sulle reciproche influenze tra sentimenti collettivi generalizzati e loro declinazioni in pulsioni individuali. Il rapporto tra oggettivit&agrave; dei fatti e soggettivit&agrave; di cause ed effetti &egrave; sempre attualizzato e foriero di approfondimenti e spiegazioni.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/il-diritto-di-odiare-una-piccola-inchiesta/2678]]></guid>
					<pubDate>Sat, 29 Nov 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Bipartitismo imperfetto o pluralismo polarizzato?]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/bipartitismo-imperfetto-o-pluralismo-polarizzato/2677]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La duplice interpretazione sul sistema politico della prima repubblica proposta a suo tempo da Giorgio Galli e da Giovanni Sartori torna pi&ugrave; che mai in campo dopo l&rsquo;ennesimo test proposto dalla tornata di elezioni regionali di questo autunno. Spieghiamo in sintesi le due letture. Il bipartitismo imperfetto, figlio di un&rsquo;epoca in cui si pensava che sul modello anglosassone la perfezione politica fosse la spaccatura dell&rsquo;elettorato in due partiti, guardava all&rsquo;idea che in Italia la &ldquo;imperfezione&rdquo; di avere molti partiti nascondesse il fatto che in realt&agrave; a contare davvero erano solo due, la DC e il PCI (che si trainava pi&ugrave; o meno il PSI). Il pluralismo polarizzato proponeva invece di considerare che la pluralit&agrave; dei partiti nel sistema italiano era un dato di fatto in cui ognuno stava saldo nell&rsquo;occupazione della sua fetta di opinione pubblica, salvo per tutti la spinta a coalizzarsi per necessit&agrave; intorno a dei &ldquo;poli&rdquo; che si contrapponevano.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Bene, a questo punto siamo ancora, se vogliamo guardare alle ultime tornate elettorali e ai tormenti che attanagliano i partiti nazionali. Le prove delle urne sembrano confermare l&rsquo;instaurarsi di un nuovo tipo di pluralismo rispetto a quello della prima repubblica, ma simile ad esso sia per tecniche di gestione del potere, sia per relativa stabilit&agrave; degli insediamenti (pur favorita da un allontanamento dalla partecipazione elettorale dei cittadini che riguarda ormai una met&agrave; abbondante degli aventi diritto). Nella frammentazione a cui nessuno vuol rinunciare, i partiti devono nuovamente trovare il modo di promuovere polarizzazioni che ne giustifichino le alleanze e talora le ammucchiate strumentali. Di qui il quadro che vede un blocco di destra-centro, un &ldquo;campo largo&rdquo; di sinistra con qualche venatura riformista, e il tentativo per ora piuttosto embrionale di dar vita ad un polo centrista.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quasi a specchio c&rsquo;&egrave; in una parte delle classi politiche l&rsquo;ipotesi di spingere al ritorno di un bipartitismo imperfetto con lo strumento della manipolazione delle leggi elettorali. Si tratterebbe di costringere alla stabilizzazione delle aggregazioni intorno a due centri che dovrebbero essere pi&ugrave; che dei primi fra pari, dei timonieri/governatori di ciascuna aggregazione. &Egrave; quanto ci si propone di fare con una nuova legge elettorale che riservi un premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge una certa soglia significativa di voti, coalizione che per&ograve; avrebbe l&rsquo;apice identificativo e organizzativo nel candidato premier obbligatoriamente indicato da ciascuna sulla scheda elettorale. Cos&igrave; si avrebbe un governo nelle mani sostanziali del &ldquo;primo ministro&rdquo; e una opposizione come ipotetico governo ombra anch&rsquo;essa con un suo leader-guida: entrambi legittimati dal voto popolare (e di fatto un indebolimento ulteriore del sistema dei partiti agenti in parlamento).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La prospettiva che esce dalla tornata elettorale di quest&rsquo;autunno &egrave; abbastanza ambigua. Da un lato essa legittima la continuit&agrave; del sistema del pluralismo polarizzato. Ovunque il sistema si incentra su sei partiti pi&ugrave; o meno riuniti in due blocchi senza che per&ograve; questo in nessuno dei due casi ne faccia una formazione veramente compatta. Il destra centro vede FdI, Lega e FI che sono certamente una alleanza che regge, ma che certo non fa intravvedere la premessa della confluenza dei tre soggetti in uno nuovo unitario: anzi in ciascuno dei partiti la difesa della propria identit&agrave; autonoma e diversa &egrave; dominante. Lo stesso accade nel cosiddetto &ldquo;campo largo&rdquo;, qui in maniera anche pi&ugrave; evidente. Non solo i tre partiti, PD, M5S, AVS, sono tetragoni nella difesa dei rispettivi territori (e ci riescono, ovviamente con diverse e alterne fortune), ma in questo caso manca una figura che possa imporsi come leader al momento indiscutibile, come &egrave; invece il caso della Meloni sul fronte opposto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dall&rsquo;altro lato nelle elezioni regionali si &egrave; tentato in tutti i casi di cercare un candidato governatore che potesse in qualche modo riferirsi al quadro di un bipartitismo imperfetto. Su questo versante l&rsquo;operazione non &egrave; riuscita. Dove i gruppi dirigenti dei partiti centrali hanno imposto candidature-simbolo decise da loro &egrave; andata male, salvo un caso. Ricci nelle Marche, Tridico in Calabria, Cirielli in Puglia, sono stati chiaramente battuti, a testimonianza che il sistema del voto che fa perno sui simboli, magari anche televisivi, funziona poco. Hanno vinto in genere personalit&agrave; radicate nella politica locale, anche a dispetto dei desiderata dei caminetti romani. Cos&igrave; &egrave; stato con Giani in Toscana, Occhiuto in Calabria e De Caro in Puglia. Non contrasta con questa lettura il fatto che in altri casi le direzioni nazionali abbiano avuto l&rsquo;accortezza di puntare su candidati radicati nei sistemi regionali di riferimento: cos&igrave; &egrave; stato appunto con Acquaroli nelle Marche e con De Caro in Puglia. Pi&ugrave; ambigua, ma non contrastante la situazione in Campania e in Veneto. Fico &egrave; stata una scelta decisa da logiche nazionali, ma ha vinto sia perch&eacute; era comunque una figura radicata nel territorio, sia, soprattutto, perch&eacute; supportata dal sistema di potere territoriale (il presidente uscente De Luca, il sindaco di Napoli Manfredi). Stefani, candidato leghista in Veneto, si &egrave; imposto grazie al traino di Luca Zaia e al fatto che era anch&rsquo;egli pi&ugrave; espressione del sistema di governo regionale che del salvinismo o delle logiche della coalizione nazionale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Cosa si dovrebbe trarre da quanto sta accadendo? La lezione che viviamo in una ambigua fase di passaggio. Essa unisce una stabilit&agrave; maggiore del previsto a livello complessivo (3 regioni alla maggioranza di governo, 3 al blocco delle opposizioni) senza che ci&ograve; impedisca di intuire che alcuni spostamenti di equilibri sono possibili a livello nazionale dove il radicamento dei partiti &egrave; molto pi&ugrave; incerto. Contemporaneamente mostra il tramonto di una stagione legata alla radicalizzazione politica che andava a braccetto con la politica delle mancette per guadagnare voti: l&rsquo;elettorato nel complesso gradisce poco e lo dimostra sia con l&rsquo;astensione sia con la scelta di tenersi i governi regionali che hanno gestito una non semplice fase congiunturale. Lo fa vedere anche col sostegno chiaro a candidati governatori per lo pi&ugrave; coi connotati di un riformismo realista e poco vogliosi di imbarcarsi in intemerate di qualsiasi genere (si vedano le dichiarazioni di tutti i vincitori, specie in quest&rsquo;ultima tornata).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Verrebbe da dire che la stabilizzazione del nuovo assetto di un sistema che non &egrave; pi&ugrave; quello n&eacute; della prima repubblica, n&eacute; della seconda (l&rsquo;et&agrave; berlusconiana), &egrave; ancora ampiamente in formazione.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/bipartitismo-imperfetto-o-pluralismo-polarizzato/2677]]></guid>
					<pubDate>Wed, 26 Nov 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Sull'eguaglianza di tutte le cose]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/sulleguaglianza-di-tutte-le-cose/2676]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Il saggio di Carlo Rovelli &ndash; balzato subito in cima alle classifiche di vendita &ndash; &egrave; una raccolta argomentata e sequenziale di sette lezioni tenute dal Professore nel novembre-dicembre 2024 presso il dipartimento di filosofia dell&rsquo;Universit&agrave; di Princeton, accorpate in un libro affascinante curato dalla casa Editrice Adelphi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Cos&igrave; l&rsquo;autore presenta la sua opera e la concatenazione di riflessioni correlate tra loro: si tratta di una ricerca che Rovelli conduce da decenni e che avevamo gi&agrave; apprezzato in &ldquo;Buchi bianchi&rdquo;. Essa spazia dall&rsquo;osservazione della realt&agrave; e delle sue rappresentazioni viste dal fisico quantistico che intercetta le implicazioni filosofiche della rivoluzione scientifica e culturale in atto. Scrive dunque Rovelli: &ldquo;&laquo;<em>Sull&rsquo;eguaglianza di tutte le cose&raquo; ( </em>齊物論<em>) &egrave; il titolo dello straordinario secondo capitolo del &laquo; Zhuangzi &raquo;, uno dei grandi libri dell&rsquo;antichit&agrave;. Allude all&rsquo;antifondazionalismo a cui ritengo ci conduca la scienza moderna: elettroni e mente, sassi e leggi, giudizi e galassie non sono di natura essenzialmente diversa gli uni dagli altri. Sono nozioni che si illuminano a vicenda.</em> <em>Questo &egrave; il mondo che vedo emergere dalla rivoluzione scientifica del XX secolo&hellip;. &Egrave; un mondo che non &egrave; fatto di oggetti, non occupa uno spazio, non si svolge in un tempo e non &egrave; governato da cause ed effetti. &Egrave; tessuto da relazioni, composto dall&rsquo;intrecciarsi di prospettive, pu&ograve; essere descritto solo dal suo interno. Ci invita a modificare i concetti con cui siamo abituati a organizzare la realt&agrave;, ad abbandonare certezze e rinunciare a fondamenti ultimi&rdquo;. </em>L&rsquo;autore ci pone di fronte alla compresenza simultanea della totalit&agrave; della realt&agrave;, nella sua tessitura di similitudini, di opposti e di contrari, la cui conoscenza che siamo soliti pensare in termini oggettivi e condivisibili deve fare i conti con le soggettivit&agrave; dell&rsquo;hic et nunc, con i pre-giudizi, l&rsquo;omologazione culturale, fino ad immaginare che la vera sapienza consista nel genius loci, circondandoci di certezze nell&rsquo;hortus conclusus delle nostre esperienze, nel comprimere la vita e le sue rappresentazioni secondo coordinate spazio-temporali che la imprigionano in un &lsquo;particulare&rsquo; a cui attribuiamo un carattere universale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il tempo non scorre allo stesso modo per tutti, lo spazio &egrave; una categoria che si dilata dal presente all&rsquo;infinito, la conoscenza non &egrave; fissit&agrave; e rigidit&agrave; ma alterit&agrave;, immaginazione, evoluzione. La storia dell&rsquo;uomo e della scienza si sviluppa per accumulazione di fatti, idee, scoperte, intuizioni ma il pensiero pensato non pu&ograve; comprimere il pensiero pensante, teso alla ricerca di una &lsquo;poiesis&rsquo; creativa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&Egrave; peculiare del genere umano la ricerca di descrizioni e spiegazioni che ci consentano di muoverci con una certa disinvoltura usando e condividendo regole, linguaggi, stilemi, allegorie, simboli e metafore: nel consolidamento della cultura tramandata non possiamo prescindere da giganti come Copernico, Galileo, Newton, cos&igrave; come non possiamo dimenticare che Hume, Voltaire, Kant, Husserl hanno dato un contributo decisivo al superamento della dicotomia tra scienza e filosofia. Forse ricordando il pensiero di Giulio Giorello, Rovelli lo condivide e lamenta come oggi parte della filosofia si tenga alla larga dalla scienza contemporanea. D&rsquo;altro canto non possiamo dimenticare che ci sia chi &ndash; come Umberto Galimberti- attribuisce alla tecnica e ai cascami delle sue applicazioni esistenziali la causa dell&rsquo;incomprensione nelle relazioni umani e la fonte di solipsismi e solitudini siderali. Ne aveva gi&agrave; argomentato un certo Heidegger.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non si tratta di interpretazioni inconciliabili: una essenzialmente materica e l&rsquo;altra solo spirituale ma compresenti e complementari al punto di legittimarsi reciprocamente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per un fisico che si misura con la scienza e la filosofia, i fenomeni quantistici &ndash; del cui studio Rovelli attribuisce la paternit&agrave; a Niels Bohr &ndash; vanno oltre una concezione del mondo come formato da oggetti con propriet&agrave; peculiari e distintive: &ldquo;le propriet&agrave; di un sistema fisico non possono essere considerate indipendentemente dalle interazioni nelle quali queste propriet&agrave; si manifestano e dai sistemi a cui si manifestano&rdquo;. Vengono cos&igrave; valorizzati i concetti di contestualizzazione e di interdipendenza, che rappresentano una cornice diversa dalla metafora leibniziana delle monadi isolate tra loro ma anche della fenomenologia husserliana. Ci troviamo di fronte ad un duplice deriva: da un lato, vivendo l&rsquo;esistente che ci riguarda tendiamo a ricondurre a noi stessi la decifrazione della realt&agrave; in cui siamo immersi. Dall&rsquo;altro non possiamo sottrarci alle spinte della globalizzazione della conoscenza, che tutto rimette in discussione. Viviamo in un mondo governato da convenzioni che ci appare tuttavia disordinato e &ndash; ai piani alti della conoscenza e delle spiegazioni che ne derivano &ndash; persino inintelligibile: la razionalit&agrave; consiste dunque nella comprensione di regole e definizioni che sono parte della realt&agrave; e delle sue rappresentazioni (che la superano in numero ed estensione) ma anche nella continua produzione di nuovi codici interpretativi ed ermeneutici.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La conoscenza &egrave; quindi una forma particolare di correlazione fra parti concrete del mondo fisico, si tratta di una concretezza tangibile ma non riducibile alla sola dimensione materica, viene da pensare al linguaggio, alla sua continua evoluzione simbolica e semantica: credo che questa correlazione tra le parti, gli spazi e i tempi dell&rsquo;esistenza continuer&agrave; fino a quando sopravviveranno le parole, cio&egrave; all&rsquo;infinito. Fatto salvo, mi sia consentito scriverlo, la piega che prenderanno le dinamiche relazionali sotto la spinta vigorosa dell&rsquo;I.A.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>&ldquo;Ogni conoscenza &egrave; necessariamente, concretamente, incarnata in una configurazione fisica&rdquo;: </em>verr&agrave; tuttavia forse il giorno in cui comunicheremo solo con il pensiero e un &ldquo;bit&rdquo; sostituir&agrave; la parola?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La rappresentazione mentale delle cose &egrave; fondamentale per definire il termine &ldquo;eguaglianza&rdquo; che d&agrave; titolo al saggio: ogni oggetto conserva una propria peculiarit&agrave; ma Rovelli considera piuttosto la realt&agrave; alla luce dei concetti di interrelazione, intreccio di prospettive, sovrapposizione, contestualizzazione, interdipendenza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;autore mette in risalto la somiglianza tra la struttura relazionale dei fenomeni quantistici e la struttura relazionale della natura fisica della conoscenza: ecco come la fisica pu&ograve; essere spiegata anche dalla filosofia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Circolarit&agrave; e prospettiva sono due elementi costitutivi e consustanziali dell&rsquo;incessante processo di conoscenza:</span></p>
<p><span style="color: #000000;">non regge l&rsquo;idea di un punto di approdo che chiuda il cerchio e spieghi in modo oggettivo tutte le cose perch&eacute; &lsquo;la realt&agrave; &egrave; un rispecchiarsi di prospettive le une nelle altre, delle quali la nostra conoscenza &egrave; una componente&rsquo;, si tratta di un gioco di specchi e di rimandi infinito di cui la nostra esperienza &egrave; solo un tassello.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ecco dunque perch&eacute; spazio e tempo sono categorie ordinamentali tendenti al superamento dell&rsquo;idea di traguardo e fissit&agrave;, poich&eacute; strutturalmente orientate oltre il limite raggiunto e concettualmente non comprimibili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&lsquo;Il mondo &egrave; cambiamento, evoluzione di eventi e il tempo ne &egrave; la scansione Pensare gli accadimenti dell&rsquo;universo come un insieme di avvenimenti passati e un insieme di avvenimenti futuri, separati da un presente istantaneo, &egrave; non aver capito la fisica moderna. Non esiste il presente dell&rsquo;universo: la relativit&agrave; generale di Einstein fornisce una struttura concettuale coerente con il fatto che non c&rsquo;&egrave; un tempo comune e non c&rsquo;&egrave; un presente comune&rsquo;. Analogamente la nozione fisica di spazio &egrave; l&rsquo;immagine della realt&agrave; concepita da Newton - diversa da quella tradizionale (che era un continuum di cose, le une a fianco alle altre) - &egrave; uno spazio fisico vuoto, geometrico, nel quale si muovono corpi sparsi, spinti e attirati da forze, quello che Rovelli definisce &ldquo;spazio vero&rdquo;. Ci&ograve; che sar&agrave; per Einstein &lsquo;<em>in uno dei pi&ugrave; prodigiosi lampi di genio della storia umana</em>&rsquo; l&rsquo;idea di campo gravitazionale e cio&egrave; &ldquo;un&rsquo;entit&agrave; diffusa che oscilla e si muove ed &egrave; mossa dalle masse e dalle energie di tutti gli altri oggetti e di tutti gli altri campi&rdquo;. Oscillazioni che altro non sono che onde gravitazionali le quali spiegano l&rsquo;origine dei buchi neri di cui &egrave; pieno l&rsquo;universo che espandendosi trascina con s&eacute; le galassie.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La teoria meccanica dei quanti e quella della relativit&agrave; generale finiscono per abbracciarsi, non ci sono contraddizioni tra loro: Rovelli le definisce come nate &ldquo;l&rsquo;una per l&rsquo;altra&rdquo;. Lungi dall&rsquo;essere incompatibili o profondamente diverse, la relativit&agrave; generale e la meccanica quantistica condividono il nucleo relazionale che le fa fondere naturalmente. Entrambe riguardano la rete delle interazioni tra processi. Le nozioni di spazio, tempo e dei fenomeni quantistici sono le pi&ugrave; rilevanti novit&agrave; connotative della fisica del XX secolo: come gi&agrave; accennato: la struttura concettuale della meccanica quantistica riguarda l&rsquo;<em>interazione </em>fra sistemi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A tanto, ritiene Rovelli, &egrave; dove ci conduce ora la fisica del XXI secolo. A questo relazionalismo e prospettivismo. A una comprensione del mondo fatta di processi, descritti in altri processi, da cui emergono la materia solida o fluida e lo spazio e il tempo e la nostra esperienza quotidiana.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Rovelli &ndash; nella raccolta delle sette lezioni americane- tiene saldamente in mano le redini dell&rsquo;epistemologia della conoscenza e descrive un mondo che si esprime attraverso fenomeni quantistici: pare doveroso evidenziare come questo controllo razionale ma persino etico delle interrelazioni e della contestualizzazione che ne derivano sia prerogativa di una mente elevata, persino eccelsa. Ha ragione l&rsquo;autore di questo saggio a ripetere pi&ugrave; volte &ldquo;tenetevi forte, voliamo alto&rdquo;, confidando peraltro nella benevolenza emotiva dei lettori.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Assai maggiore indulgenza chiede chi ha letto questo libro e ne ha dedotto riflessioni forse utili per una breve e modesta recensione: affascinato dai temi e dallo stupore che suscitano in chi &ndash; osservando un oggetto &ndash; segue una traccia che porta all&rsquo;universo.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/sulleguaglianza-di-tutte-le-cose/2676]]></guid>
					<pubDate>Sat, 22 Nov 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Mattarella: Un orizzonte minaccioso]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/mattarella-un-orizzonte-minaccioso/2675]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Il discorso del presidente Mattarella di fronte al parlamento tedesco lo scorso 16 novembre non &egrave; stato affatto un discorso d&rsquo;occasione, pur importante e pensoso come imponeva la giornata dedicata al lutto per i caduti delle guerre, &Egrave; stato un autorevole atto di messa in guardia di fronte al crinale su cui si sta affacciando il mondo in questa tormentata e rischiosa fase della storia: perch&eacute; le vittime che si celebravano nel ricordo erano &ldquo;cadute negli abissi della storia, nelle insidie tese da altri uomini&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A partire da questa impegnativa affermazione, che contraddice ogni retorica celebrativa, il nostro presidente richiama appunto quegli abissi iniziati con le guerre mondiali e che paiono non volersi chiudere. &ldquo;Da allora, il volto della guerra non si riflette soltanto in quello del combattente, ma diviene quello del bambino, della madre, dell&rsquo;anziano senza difesa. &Egrave; quanto accade, oggi, a Kiev, a Gaza. La guerra totale esige non la sconfitta, la resa del nemico, ma il suo annientamento. Un accrescimento di crudelt&agrave;&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E c&rsquo;&egrave; di peggio. Ora &ldquo;con l&rsquo;era atomica, un solo gesto pu&ograve; cancellare una citt&agrave; e l&rsquo;innocenza stessa del mondo&rdquo;. Non &egrave; un generico ritorno alla preoccupazione per l&rsquo;olocausto nucleare, quello che decenni fa si era considerato pazzia (MAD: mutual assured destruction) e come tale improbabile in un mondo che mantenesse un minimo di razionalit&agrave;. No, ora il quadro &egrave; mutato. &ldquo;Nuovi &ldquo;dottor Stranamore&rdquo; si affacciano all&rsquo;orizzonte, con la pretesa che si debba &ldquo;amare la bomba&rdquo;. Il Trattato del 1997 che mette al bando gli esperimenti nucleari non ha visto ancora la ratifica da parte di Cina, India, Pakistan, Corea del Nord, Israele, Iran, Egitto, Stati Uniti, mentre la Russia ha ritirato la sua nel 2023. Il rispetto, sin qui, delle prescrizioni che contiene, non attenua la minaccia incombente&rdquo;. Cresce la tentazione di superare ogni vincolo per il riarmo nucleare, magari pudicamente relegato alle bombe atomiche &ldquo;tattiche&rdquo; o ipocritamente &ldquo;pulite&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci stiamo lasciando alle spalle una lezione della storia. Mattarella non ha remore a ricordarlo: &ldquo;Nel dopoguerra, la nascita delle Nazioni Unite, le Convenzioni di Ginevra, hanno acceso la speranza di una pace fondata sul diritto, riaffermando un principio fondamentale: la popolazione civile deve essere protetta in ogni circostanza. La cronaca successiva - dal Biafra ai Balcani, dal Ruanda alla Siria, fino all&rsquo;Ucraina, alla Striscia di Gaza, al Sudan&nbsp;- ci mostra, che la guerra continua a colpire soprattutto chi combattente non &egrave;. Oggi, secondo le Nazioni Unite, oltre il 90% delle vittime dei conflitti &egrave; tra i civili.&nbsp;Questo non pu&ograve; rimanere ignorato e impunito.&rdquo;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il rappresentante del popolo italiano non ha n&eacute; remore n&eacute; impacci nel denunciare la situazione corrente che descrive senza infingimenti: &ldquo;nessuna &ldquo;circostanza eccezionale&rdquo; pu&ograve; giustificare l&rsquo;ingiustificabile: i bombardamenti nelle aree abitate, l&rsquo;uso cinico della fame contro le popolazioni, la violenza sessuale. La caduta della distinzione tra civili e combattenti colpisce al cuore lo stesso principio di umanit&agrave;.&nbsp;&Egrave; l&rsquo;applicazione sistematica della ignobile pratica della rappresaglia contro gli innocenti. Colpisce l&rsquo;ordine internazionale, basato sul principio del rispetto tra i popoli e del riconoscimento dell&rsquo;orrore della guerra, oggi aggravata dal continuo irrompere di nuove armi&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In un momento in cui anche nel nostro Paese non mancano i cantori di un presunto realismo (ovvero cinismo) politico che dovrebbe portare ad accettare quello che ci permettiamo noi di definire un buio della civilt&agrave;, Mattarella torna ad indicare la via che avevamo intrapreso e che non dobbiamo abbandonare. Dobbiamo continuare ad avere fiducia: &ldquo;Sono le istituzioni multilaterali come le Nazioni Unite, la Corte Penale Internazionale, le missioni di pace, le agenzie umanitarie a concorrere alla impegnativa e affascinante fatica della costruzione di una coscienza globale&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E prosegue: &ldquo;Il multilateralismo non &egrave; burocrazia, come, invece, asseriscono i prepotenti: &egrave; l&rsquo;utensile che raffredda le divergenze e ne consente soluzione pacifica; &egrave; il linguaggio della comune responsabilit&agrave;. &Egrave; la voce che richiama al valore della vita di ogni singola persona, contrapposta all&rsquo;arroganza di chi vorrebbe far prevalere la logica di una spregiudicata presunta ragion di Stato, dimentica che la sovranit&agrave; popolare appartiene, appunto ai cittadini. La sovranit&agrave; &egrave; dei cittadini e non appartiene a un Moloch impersonale che pretenda di determinarne i destini. &Egrave; uno strumento di difesa che gli abitanti del pianeta possono opporre alla logica della sopraffazione di chi - sentendosi momentaneamente in posizione di vantaggio - si ritiene legittimato a depredare gli altri&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non &egrave; un discorso utopico e sfiduciato. Mattarella ricorda quel che si &egrave; fatto e che si sta ancora facendo per non deflettere da quanto si &egrave; conquistato. &ldquo;I Paesi europei hanno dimostrato di avere coraggio. I leader europei hanno dimostrato di avere coraggio. Non lasciamo che, oggi, il sogno europeo - la nostra Unione - venga lacerato da epigoni di tempi bui. Di tempi che hanno lasciato dolore, miseria, desolazione. Questo dovere ci compete. A ogni generazione il suo compito.&rdquo;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Cosa verr&agrave; recepito di questo discorso, al di l&agrave; delle doverose cronache di giornali e TV, lo si vedr&agrave;. Non &egrave; un momento di grande sensibilit&agrave; nell&rsquo;opinione dei leader politici, sociali e culturali (salve ovviamente eccezioni che per fortuna ci sono), ma &egrave; nostro dovere segnalare ad un pubblico maturo l&rsquo;importanza di questo discorso. Con l&rsquo;augurio che non si ripeta quanto accaduto altre volte nella storia: uomini saggi parlarono della gravit&agrave; di un momento, ma non furono ascoltati e poi a posteriori ci si chieder&agrave; come mai non lo furono.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/mattarella-un-orizzonte-minaccioso/2675]]></guid>
					<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Ci sono anche i doveri nella giornata dell'infanzia e dell'adolescenza]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/ci-sono-anche-i-doveri-nella-giornata-dellinfanzia-e-delladolescenza/2674]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Letta inforcando gli occhiali della cronaca quotidiana, la ricorrenza della Giornata mondiale dei Diritti dell&rsquo;infanzia e dell&rsquo;adolescenza &ndash; voluta dall&rsquo;ONU con la solenne Convenzione del 1989 &ndash; evoca pi&ugrave; inquietanti interrogativi che certezze e ricorda, pi&ugrave; di ogni altra consacrazione giuridica di principi etici a tutela dei minori, quanto si stia dilatando nella societ&agrave; di questo tempo il gap tra affermazioni di principio e realt&agrave;, tra teoria e pratica. Non &egrave; certo un&rsquo;occasione da bypassare con rassegnata indifferenza, se mai impone una riflessione necessaria sulla mancata realizzazione di molti diritti conclamati e sul suo correlato speculare: l&rsquo;assenza nei dibattiti, nei convegni, nei documenti ufficiali, nel confronto politico istituzionale e persino nelle piazze di un tema troppo a lungo dimenticato. Quello dei doveri che riguarda coloro che per natura o vocazione si occupano della condizione minorile &ndash; dalla famiglia, alla scuola, al mondo dell&rsquo;associazionismo &ndash; ma anche dei bambini e degli adolescenti stessi, adultizzati e resi protagonisti di fatti di cronaca che li vede attori di episodi di violenza fisica o simbolica, in un crescendo statisticamente allarmante che spesso fa il paio con un uso disinvolto e fuori controllo delle tecnologie. &nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Secondo il&nbsp;rapporto pubblicato dall&rsquo;UNICEF (2024), pi&ugrave; di&nbsp;473 milioni di minorenni, cio&egrave; quasi uno su cinque,&nbsp;vivono in aree direttamente colpite da guerre e conflitti violenti&nbsp;(la maggior parte, pi&ugrave; di 180 milioni, si trovano in Africa). &Egrave; il dato pi&ugrave; alto mai registrato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e sottolinea l&rsquo;aggravarsi di una crisi umanitaria ormai globale e intergenerazionale. Alle endemiche condizioni di malnutrizione, malattie, deprivazioni di ogni tipo dei cd. &ldquo;Paesi del Terzo Mondo&rdquo;, le guerre in atto da anni stanno infliggendo ai bambini e agli adolescenti una condizione esistenziale tragica: in Medio Oriente e in Ucraina in particolare dove le vittime della belligeranza in atto sono al 90% civili e tra questi i pi&ugrave; indifesi e sacrificati alla follia dell&rsquo;uso massiccio dei missili e dei droni sono minori. Ci si chiede come i diritti della Dichiarazione ONU del 1989 conclamati a livello universale siano in questi contesti cancellati dalla totale assenza di doveri da parte di quegli Stati che adottano la strategia della devastazione dei contesti di vita e della distruzione di massa. Anche se ci fosse stato un solo bambino ucciso, uno solo, sarebbe stato un inaccettabile crimine di guerra. Gli stessi Governi che sottoscrivono i trattati sui diritti dei minori si macchiano di nefandezze inaccettabili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La Societ&agrave; italiana di Pediatria in questi giorni denuncia dati drammatici. Come ricorda un recente documento dell&rsquo;European Academy of Paediatrics (EAP) 2025, i bambini sono vittime in molti contesti ad altissima criticit&agrave;. In Ucraina, secondo i dati delle Nazioni Unite di settembre 2025, dal febbraio 2022 sono stati registrati&nbsp;3.018&nbsp;casi di bambini vittime del conflitto di cui&nbsp;733&nbsp;uccisi&nbsp;e&nbsp;2.285&nbsp;feriti, oltre 19000 di cui si conoscono le generalit&agrave; sono stati deportati dalla Federazione russa, il 70% non ha accesso a beni e servizi essenziali, tra cui cibo, abbigliamento adeguato, riscaldamento nelle abitazioni e istruzione. Secondo Save The Children da ottobre 2023 a Gaza si contano 20 mila bambini uccisi sotto i bombardamenti mentre le conseguenze non riguardano solo i morti ma anche&nbsp;decine di migliaia di feriti,&nbsp;mutilati&nbsp;e&nbsp;malnutriti, in una striscia devastata dove scuole e ospedali sono stati distrutti e la carestia mette a&nbsp;rischio soprattutto i bambini sotto i cinque anni.&nbsp;In entrambi i contesti di guerra decine di migliaia di minorenni rimasti soli, orfani con danni psicologici incalcolabili derivanti da un&rsquo;infanzia rubata e con conseguenze che lasceranno segni indelebili nei sopravvissuti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In Sudan, pi&ugrave; di 14 milioni di minori hanno urgente bisogno di aiuti, tra fame, malattie e violenze sessuali diffuse; in Afghanistan, 3,5 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta; nella Repubblica Democratica del Congo milioni di minori rischiano il reclutamento forzato e la tratta.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Molte situazioni simili riguardano altri Stati, come Armenia, Afghanistan, Haiti, Myanmar. Sono dati drammatici ai quali non si pu&ograve; restare indifferenti: &egrave; una strage degli innocenti che rimuove l&rsquo;idea stessa di civilt&agrave; ed evoca le fasi pi&ugrave; buie della storia dell&rsquo;umanit&agrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma nel mondo evoluto e digitalizzato, nelle democrazie occidentali a cominciare dall&rsquo;Italia si stanno incancrenendo piaghe di altro tipo, non meno deprecabili. Sfruttamento della prostituzione minorile, diffusione di droghe e armi tra i giovanissimi, disgregazione delle famiglie che si riverberano sui figli, uso generalizzato e senza controlli della rete dove si mietono pi&ugrave; vittime che sui campi di battaglia, pedopornografia, sexting e revenge porn: il virtuale si sovrappone al reale generando violenze fisiche e simboliche. Il pressapochismo globalizzato dell&rsquo;enfasi delle tecnologie e degli apparati mascherato come evoluzione sotto l&rsquo;egida della libert&agrave; sta ribaltando valori come la dignit&agrave;, il rispetto, l&rsquo;innocenza dell&rsquo;infanzia, la delicatezza esistenziale dell&rsquo;adolescenza: tutto in nome di interessi commerciali che inondano come tsunami la vita sociale, familiare e individuale delle giovani generazioni. L&rsquo;I.A. &egrave; uno strumento tendenzialmente innovativo se utilizzato con competenza e responsabilit&agrave;: diventa una bomba atomica se messo nelle mani di delinquenti senza scrupoli (basti ricordare le recenti alterazioni somatiche utilizzate come strumento di &ldquo;sostituzione di persona&rdquo;: un reato gravissimo rispetto al quale la legalit&agrave; resta un passo indietro rispetto alla fraudolenza).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Secondo un sondaggio inedito sul rapporto tra adolescenti e Intelligenza artificiale&nbsp;dal quale emerge anche la funzione di conforto emotivo degli strumenti dell&rsquo;IA, contenuto nella&nbsp;XVI edizione dell&rsquo;Atlante dell&rsquo;Infanzia a rischio in Italia, dal titolo &ldquo;Senza filtri&rdquo;, diffuso da Save the Children, il 41,8% dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 e i 19 anni afferma di essersi rivolto a strumenti di Intelligenza artificiale per chiedere aiuto in momenti in cui si sentiva triste, solo/a o ansioso/a. Una percentuale simile, oltre il 42%, per chiedere consigli su scelte importanti da fare (relazioni, sentimenti, scuola, lavoro).&nbsp;Il 92,5% degli adolescenti ascoltati utilizza strumenti di IA, contro il 46,7% degli adulti. Il 30,9% - quasi un/a ragazzo/a su tre - tutti i giorni o quasi, il 43,3% qualche volta a settimana, solo il 7,5% non la utilizza mai. Se in classe &ndash; di fronte ad un impegno scolastico &ndash; un adolescente risolve un problema o scrive un tema usando ChatGPT vuol dire che stiamo a poco a poco sostituendo le facolt&agrave; mentali e l&rsquo;intelligenza naturale con gli algoritmi e l&rsquo;intelligenza artificiale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Recentemente ho scritto un articolo per la Rivista AdolescenzE sul tema della necessit&agrave; di adeguare le competenze del Garante dell&rsquo;infanzia e dell&rsquo;adolescenza alle sfide dell&rsquo;I.A. ma non ho avuto riscontri di iniziative: eppure il tema &egrave; fondamentale perch&eacute; sposterebbe il &ldquo;da farsi&rdquo; dall&rsquo;ambito giudiziario a quello della supervisione e dell&rsquo;indirizzo pedagogico. La politica non ascolta questo tipo di richiami e la burocrazia non si adatta alle urgenze epocali e contingenti. Trovo riprovevole questa disattenzione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Quando il disagio di un figlio non trova ascolto e interlocuzione con i propri genitori ma nell&rsquo;I.A. vuol dire che la famiglia si riduce ad un dato statistico per le rilevazioni dei censimenti. Le responsabilit&agrave; dei genitori sono enormi anche di fronte alla violenza dilagante ag&igrave;ta da giovani e giovanissimi. In America Latina le baby gang (es. Mara Salvatrucha e Mara 18) tengono sotto scacco le forze dell&rsquo;ordine: qui non siamo ancora cos&igrave; organizzati ma se un minore infraquattordicenne uccide un coetaneo a coltellate senza un motivo, per una parola, uno sguardo, se i ragazzini e le ragazzine si aggregano per compiere atti delinquenziale di una efferatezza che fa inorridire, vuol dire che la famiglia ha perso il controllo educativo dei figli. Qui ci sono responsabilit&agrave; da evidenziare e doveri naturali e legali da riscoprire. La violenza tra minori &egrave; il fatto emergente della condizione giovanile oggi, con un target di et&agrave; tra i protagonisti che si abbassa vertiginosamente. Quindi per favore non perdiamoci nella rincorsa ad aggiungere diritti a quelli esistenti: se mai la societ&agrave;, la scuola e la famiglia si adoperino con meno buonismo e indulgenza nello stigmatizzare e correggere &ndash; nei modi e nei limiti che la legge riconosce per recuperare e rieducare &ndash; la violenza, anche se compiuta da un ragazzino di 14 anni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Fiaccolate postume e palloncini liberati al cielo, applausi ai funerali sono inutili rituali e coreografie che seguono omicidi, stupri, rapine, comportamenti riprovevoli individuali o di gruppo che siano.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Abbiamo perso il concetto della vita come valore assoluto e supremo: troppi diritti hanno portato spesso a molti rovesci.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Riscopriamo e diffondiamo il sentimento del dovere come atto di dignit&agrave; e rispetto di s&eacute; e degli altri.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/ci-sono-anche-i-doveri-nella-giornata-dellinfanzia-e-delladolescenza/2674]]></guid>
					<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[L'eredità politica e culturale del conservatorismo di Margaret Thatcher]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/leredit-politica-e-culturale-del-conservatorismo-di-margaret-thatcher/2673]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La casa editrice Liberilibri ci fa dono di una raccolta di sei saggi curati da Luca Bellardini che &ndash; a distanza di cento anni dalla nascita di Margaret Thatcher e a dodici dalla sua scomparsa &ndash; ne rievocano la figura di donna e di statista, considerando gli aspetti caratteriologici della persona e la sua visione olistica che somma politica, economica, etica, concezione antropologica e welfare ridefinendo per l&rsquo;epoca &ndash; e rendendoli ancora attuali &ndash; i concetti di conservatorismo e liberismo che una frettolosa agiografia ha consegnato ai posteri in modo certamente caratterizzante ma in taluni casi forzato e semplificativo. Si tratta di un&rsquo;eredit&agrave; complessa di cui vengono colte le sfaccettature pi&ugrave; denotative che si ricompongono in un quadro d&rsquo;insieme che potremmo definire interessante storicamente e quanto mai attuale in un contesto in cui l&rsquo;essere &ldquo;conservatore&rdquo;, in un mondo che cambia troppo rapidamente e in modo convulso, ci restituisce i valori della tradizione e delle radici culturali di appartenenza, derive utili a fronte di un processo di globalizzazione e omologazione troppo spesso caratterizzato da confusioni semantiche e riduttive, prive di ideali e di riferimenti alti e dirimenti. Il volume a lei dedicato si compone di contributi e riflessioni di alto livello e profonda conoscenza del personaggio e del suo stile di governo. Si tratta di un tema che investe la politica laddove &egrave; necessario rivisitare alcune differenze che vengono inscritte nel concetto di &lsquo;destra politica&rsquo;, dove serve distinguere tra populismi emergenti, nazionalismi che si spingono verso regimi autarchici, ibridi insostenibili tra orfani dell&rsquo;Occidente declinante e improbabili alleanze ad ispirazione filoputiniana da un lato e liberismo economico, spirito imprenditoriale, tutela dei valori culturali caratterizzanti l&rsquo;identit&agrave; nazionale dall&rsquo;altro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Negli undici anni e mezzo di governo del Regno Unito &ndash; dal 4 maggio 1979 al 28 novembre 1990 - l&rsquo;avvocatessa e laureata in chimica, figlia di un droghiere ed emersa alla guida dei Tories esprimendo un forte carattere unito a doti e talento personali non ha messo in discussione la vocazione occidentale del Paese, non avendo mai adombrato l&rsquo;ipotesi della Brexit nonostante un certo euroscetticismo. Peraltro il thatcherismo &egrave; stato descritto da Nigel Lawson, Cancelliere dello Scacchiere della Thatcher dal 1983 al 1989, come una piattaforma politica che enfatizza i mercati liberi con spese governative limitate e tagli fiscali, insieme al nazionalismo britannico sia in patria che all'estero.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nulla a che fare con l&rsquo;emergente Farage ma storicamente continuista rispetto all&rsquo;originario conservatorismo di Winston Churchill. Recentissima la rivisitazione della vita politica della Lady di ferro, ripresa e pubblicata dal magazine &ldquo;Formiche&rdquo; &egrave; quella di John O&rsquo;Sullivan, presidente di Danube institute e speechwriter della prima donna a Downing Street mettendone in luce le virt&ugrave; vigorose e decise nella vita politica nazionale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;attualit&agrave; del thatcherismo consiste nella sintesi tra liberalismo e conservatorismo, e ci&ograve; che pu&ograve; esserne declinato non riguarda il Regno Unito anche nell&rsquo;era della Brexit ma una Weltanschauung, una visione del mondo. La sua dottrina economica contempera un welfare sostenibile &ndash; tale da non compromettere gli interessi generali in un contesto dove aiutare e sostenere non significa dilapidare le finanze pubbliche &ndash; e la tutela e il rispetto delle libert&agrave; individuali, favorendo lo spirito di iniziativa e la consapevolezza che, nel perseguire il bene comune, soggetto e societ&agrave; condividono una convergenza di interessi.&nbsp; Si pu&ograve; persino affermare che lo stesso laburista Tony Blair non fu esente da ispirazioni e scelte della Thatcher e non corresse mai l&rsquo;idea di uno Stato improntato ad efficienza e tagli agli sprechi. Accusata di eccessivo rigorismo seppe affrontare la vicenda delle Isola Falkland e lo sciopero dei minatori nel 1984/85: la sua intransigenza non ebbe a nuocere al Paese.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Mi ricorda Rudi Bogni &ndash; un illustre italiano che vive da anni nella City, con una straordinaria carriera bancaria a livello mondiale &ndash; alcuni aneddoti sulla Lady di ferro, avendola conosciuta personalmente insieme al di lei marito Sir Denis. &ldquo;<em>Ho conosciuto bene molti suoi Ministri: Howe, Lawson, Brittan, Howell, Lamont: la rispettavano e la temevano anche se pochi l&rsquo;amavano veramente per il suo fare imperioso, ad eccezione di Lord Tim Bell &ndash; suo fedelissimo ed affezionato collaboratore che l&rsquo;aveva persino consigliata a migliorare la sua immagine, da come parlare e a come vestirsi</em>&rdquo;&hellip;&ldquo;<em>Notevole influenza esercitarono su di lei nelle scelte economiche Keith Joseph, Alan Walters e Sir Douglas Hague&rdquo;</em> . Interessante poi il riferimento alla politica della &ldquo;casa sociale per tutti&rdquo;, che consisteva nella vendita agli inquilini delle loro abitazioni in affitto, cos&igrave; come la scelta delle privatizzazioni tutte con esito positivo eccetto quella dell&rsquo;acqua.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Mi sia consentita &ndash; concludendo questo breve excursus che rimanda senza indugio alla lettura del libro - un&rsquo;ultima citazione decisamente autorevole, che conferma la descrizione di un personaggio forte e poco incline al compromesso o assoggettata ad un pensiero debole e incerto. Mi riferisco a ci&ograve; che mi disse della Signora Thatcher un profondo conoscitore della politica internazionale come Giulio Andreotti, nel corso di una lunga intervista che raccolsi nel suo studio di Palazzo Giustiniani, con aneddoti e ricordi personali di molte personalit&agrave;, da De Gasperi a Papa Pacelli, da Gromyko ad Obama, a Gorbaciov, &ldquo;visti da vicino&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&ldquo;<em>La Signora Thatcher &egrave; una donna molto ferma, non esprime quella che uno pensa sia la dote femminile per eccellenza, la gentilezza. Non che sia scortese, tutt&rsquo;altro, solo che usa pi&ugrave; i sostantivi che gli aggettivi nel dialogo, &egrave; molto precisa, ecco. Bisogna essere attenti a come ci si esprime parlando con lei, altrettanto precisi&rdquo;.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Credo si tratti di un giudizio lusinghiero che mette in risalto le qualit&agrave; della Lady di ferro, piuttosto che i suoi difetti e che la rende anche sotto questo profilo interessante ed attuale.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/leredit-politica-e-culturale-del-conservatorismo-di-margaret-thatcher/2673]]></guid>
					<pubDate>Sat, 15 Nov 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Alla fine dei conti]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/alla-fine-dei-conti/2672]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">La stucchevole polemica per il referendum sulla riforma dell&rsquo;ordinamento giudiziario non conosce soste nei talk e meno intensamente sulla stampa, ma al momento non sembra appassionare l&rsquo;opinione pubblica. La stessa politica, lasciato quell&rsquo;argomento per lo pi&ugrave; ai vari personaggi-spettacolo, al momento si concentra su altro, cio&egrave; sulla legge di bilancio che deve essere approvata entro fine anno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il rituale &egrave; pi&ugrave; o meno il solito: in vista di un piccolo, ma non del tutto insignificante spazio di dibattito parlamentare in cui qualche limatura si potr&agrave; avere, intanto ci si prepara con attacchi di diverso genere: abbastanza scomposti e populisti da parte dell&rsquo;opposizione, pi&ugrave; settoriali e talora subdoli da parte di categorie pi&ugrave; vicine alla maggioranza.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il nocciolo della questione &egrave; che siamo di fronte al fare parti uguali fra disuguali: la celebre frase di don Lorenzo Milani, divenuta titolo di un importante libro di Ermanno Gorrieri uscito dal Mulino nel 2002, ed ora oggetto di un bel docu-film liberamente visibile in rete. Oltre a questo sarebbe da citare un altro bel libro di Gorrieri, &ldquo;la giungla retributiva&rdquo; (1972), perch&eacute; coglieva, mezzo secolo fa, il tema che &egrave; al centro dell&rsquo;attuale diatriba.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tutto infatti si impernia, in ultima istanza, sul problema di chi e come debba rispondere ad una congiuntura economica non felice, seppure, andrebbe detto, neppure drammaticamente catastrofica come certuni vogliono dipingerla. La gente percepisce che le capacit&agrave; di spesa degli individui e delle famiglie si sono ristrette, per le fasce pi&ugrave; svantaggiate in modo davvero drammatico, per altre in modo pi&ugrave; sopportabile, ma certo al prezzo di dover rinunciare a quote di &ldquo;benessere&rdquo; che erano divenute normalit&agrave;, una sorta di diritto acquisito. Di qui la ricerca di individuare il soggetto che possa rimettere in sesto la situazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Poich&eacute;, come sempre accade, nelle fasi di disequilibrio c&rsquo;&egrave; chi ci guadagna, anche in forma esagerata, ecco che si ripresenta la richiesta di far pagare loro in forma punitiva il costo del riequilibrio. Lo sciocco slogan &ldquo;anche i ricchi piangano&rdquo; &egrave; l&rsquo;espressione di questa psicologia a buon mercato ed oggi viene rilanciato attingendo ad un altro mito, &ldquo;la patrimoniale&rdquo; sulle grandi ricchezze accumulate. Che tutti gli economisti degni di questo nome avvertano che non sono quelle le strade per cavare il famoso ragno dall&rsquo;altrettanto famoso buco conta poco: di fronte ad un mondo che affronta lo sconvolgimento di tutta una rete di punti di riferimento, in politica internazionale, come in politica sociale e culturale, ci sono da attendersi quelle che si definiscono reazioni di pancia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma la politica non dovrebbe farsi ingabbiare nel loro inseguimento, vuoi erigendosi a vendicatori di chi sopporta il disagio del momento, vuoi inventandosi tutori di chi stando almeno benino teme venga messa in discussione la sua posizione (e aggiungiamoci pure gli egoismi di quelli che stanno benissimo). Il fatto &egrave; che in questo momento le capacit&agrave; creative delle nostre classi dirigenti sono piuttosto limitate.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come ha detto la Banca d&rsquo;Italia nell&rsquo;audizione in commissione bilancio &egrave; difficile risolvere il problema della erosione del potere di spesa di salari e stipendi semplicemente facendo leva sul meccanismo della tassazione. Per come &egrave; costruito, proprio perch&eacute; deve di necessit&agrave; fare regole generali valide per tutti (dunque parti uguali fra disuguali), alla fine chi sta meglio guadagna di pi&ugrave; di chi sta peggio. Nel caso specifico della legge di bilancio in via di valutazione &egrave; ridicolo dire che essa premia &ldquo;i ricchi&rdquo; solo perch&eacute;, se tagli percentualmente le tasse, a chi ha di pi&ugrave; resta per forza di cose di pi&ugrave; rispetto a chi partiva da una base pi&ugrave; bassa (senza contare che considerare ricco chi ha un reddito annuo lordo di 50mila euro non pu&ograve; che apparire quantomeno bizzarro&hellip;).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non si &egrave; tenuto alcun conto della seconda parte dell&rsquo;osservazione della Banca d&rsquo;Italia che invitava a considerare che gli incrementi di entrate andavano ottenuti con un adeguamento dei salari da parte di imprese che hanno guadagnato molto e che dovrebbero mettere in conto di far partecipare a quei frutti anche i lavoratori (ed &egrave; questo il terreno di lotta dei sindacati). Solo che qui entra in campo un altro fattore: le imprese sono restie ad accettare incrementi salariali per i propri dipendenti perch&eacute; non si fidano del futuro. In un contesto in cui tutto si muove, il quadro internazionale &egrave; turbolento, le guerre commerciali sono in corso, la Cina cerca espansioni sui mercati europei per reagire alle chiusure del mercato americano, gli imprenditori non investono nel costo della manodopera timorosi che quel che si concederebbe non possa reggere la situazione futura dei mercati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Siamo cos&igrave; al classico del gatto che si morde la coda senza sapere che la coda &egrave; sua: non si vede soluzione se non nel ricorso alla &ldquo;mano pubblica&rdquo;, che per&ograve; &egrave; condizionata da una sovranit&agrave; sempre pi&ugrave; limitata dal suo inserimento nel quadro europeo e internazionale, per cui deve piegarsi a tenere i conti in ordine ed a muoversi con estrema circospezione. Si potrebbe fare di pi&ugrave;? Certamente, se si accettasse di mettere mano a quella giungla retributiva indiretta che sono le esenzioni, i privilegi, i bonus, i sussidi e finanziamenti, e via elencando che si sono accumulati e che costituiscono la palla al piede del nostro debito pubblico. Ma toccare quelli significa mettere i piedi su delle mine che poi scoppieranno a cascata. Detto chiaramente si tratta di un&rsquo;operazione assolutamente necessaria, ma che si potr&agrave; fare solo in un contesto di qualche forma di solidariet&agrave; trasversale fra tutte le forze politiche, perch&eacute; solo cos&igrave; si potr&agrave; uscire vincenti dal vortice del corporativismo che se non riesce proprio a trascinarci a fondo, comunque non ci fa avanzare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Perch&eacute; alla fine dei conti i conti si devono pur fare. E su questo ha le sue ragioni il Giorgietti San Sebastiano di questi giorni.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/alla-fine-dei-conti/2672]]></guid>
					<pubDate>Wed, 12 Nov 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Storia di Gaza: terra, politica, conflitti]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/storia-di-gaza-terra-politica-conflitti/2671]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Scrivere un libro su Gaza di questi tempi potrebbe evocare la metafora del lanciare un sasso nello stagno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il conflitto israelo-palestinese, originato dall&rsquo;attacco terroristico di Hamas &ldquo;Operazione Diluvio al-Aqṣā&rdquo; del 7 ottobre 2023 (nel giorno del cinquantesimo anniversario dello scoppio della&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Kippur"><span style="color: #000000;">guerra arabo-israeliana del 1973</span></a>), con l&rsquo;uccisione di 1200 tra civili e militari israeliani e il sequestro di altri 250 tenuti in ostaggio per oltre due anni (restituiti in parte vivi o morti), si &egrave; risolto in una tragedia umanitaria, con l&rsquo;uccisione di 65 mila vittime e il ferimento di altre 166 mila persone. In mondovisione &egrave; stato rappresentato uno scenario raccapricciante, citt&agrave;, case, villaggi rasi al suolo, una belligeranza estesa a gran parte del Medioriente, il massacro della popolazione inerme, le tendopoli, gli accampamenti, la fame, le malattie, le mutilazioni &ndash; con un numero spropositato di bambini uccisi, almeno 16 mila &ndash; stimato come la guerra pi&ugrave; sanguinosa del XXI secolo. Il pogrom di Hamas ha spaccato il mondo politico, suscitando deprecazione non solo come aspetto dell&rsquo;estremismo terroristico e del fondamentalismo religioso mentre molti osservatori hanno duramente biasimato la reazione di Israele che pure &egrave; stata sostenuta dagli USA e da larga parte del mondo occidentale. Anche in Italia le manifestazioni di piazza pro-Pal hanno raggiunto un parossismo distruttivo che &egrave; arrivato a evocare l&rsquo;odio razziale contro gli ebrei, un rigurgito da condannare senza riserve. Trovo per chiudere questa breve introduzione che di tutte le parole usate per aprire ad una trattativa di dialogo, preludio della tregua che si va concretizzando il termine &ldquo;proporzionalit&agrave;&rdquo; sarebbe stato il viatico diplomatico per scongiurare il dramma della strage che c&rsquo;&egrave; stata.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma il libro di Arturo Marzano &ldquo;Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti&rdquo; edito da Il Mulino in uscita in questi giorni non appartiene al genere speculativo di una narrazione che trae alimento dalla sanguinosa recrudescenza di un rapporto conflittuale tra Palestina ed Israele che dura da oltre un secolo e mezzo, per polarizzare accuse o suscitare consensi. Il saggio di Marzano &egrave; un capolavoro di realt&agrave;, descrizione minuziosa, ricerca storica, retroscena politici, culturali, etnici, religiosi, economici, sempre argomentato in modo oggettivo, scaltrito e aderente a tutti i tipi di ragioni sostenibili utili a inquadrare il progressivo materializzarsi di una diaspora, analiticamente e minuziosamente raccontata quasi giorno per giorno, anno per anno fino all&rsquo;esplosione di un conflitto profondissimo rimasto latente e sottotraccia in ogni fase della sua quotidiana narrazione, fatto di dettagli e aspetti a lungo taciuti, nascosti o semplicemente rinviati. L&rsquo;autore usa tutti i parametri di valutazione del contesto a poco a poco divenuto &ldquo;questione israelo-palestinese&rdquo;, scavando nei meandri pi&ugrave; reconditi o palesi di una deriva di polarizzazione che ha avuto una sola traccia espansiva: la radicalizzazione estrema, lo scontro frontale a un passo dal cupio dissolvi della distruzione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In un lembo di terra fertile un tempo baciata dal mare e inondata dal sole, dove le attivit&agrave; umane pi&ugrave; antiche come la pesca, l&rsquo;artigianato, il commercio erano fiorenti e gestite in un contesto di sostenibilit&agrave; d&rsquo;insieme, grandi macigni (le religioni, le etnie, le ideologie, le economie, le lingue, gli idiomi&hellip;) si sono materializzati scontrandosi fra loro. La storia di Gaza ha radici remote che Marzano descrive e spiega con dovizia di dettagli: il sottotitolo del libro &ndash; &ldquo;terra, politica, conflitti&rdquo; &egrave; la traccia di questa narrazione. Aggiungerei &ldquo;popolo e lotte di autodeterminazione e di governo&rdquo;, perch&eacute; sono le due ragioni di chi oggi sostiene la teoria &lsquo;due nazioni, due stati&rsquo;. Dall&rsquo;Impero Ottomano al mandato britannico, dalla guerra del 1948 all&rsquo;arrivo nella striscia di 200 mila profughi palestinesi, alla presenza egiziana tra fratellanza musulmana e <em>fedayn </em>e alla sua seconda fase fino all&rsquo;occupazione israeliana, dallo scoppio della ribellione dell&rsquo;Intifada fino alla nascita di Hamas e agli accordi di Oslo, alle elezioni del 2006 e al colpo di stato<em> </em>del 2007, alla spaccatura del mondo palestinese, tra Hamastan e Fatahland &ndash; le due Palestine rivali tra corruzione e sperpero da una parte e semina di odio e integralismo dall&rsquo;altra - &nbsp;alla guerra finale tra Hamas e Israele.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La storia di Gaza &egrave; stata sempre caratterizzata da colonizzazioni e conflitti: per questo il libro serve a chi voglia approfondirla per comprenderla, una descrizione ancorata ai fatti, denotativa, senza distorsioni interpretative, scevra da pregiudiziali ideologiche. Rileggo un articolo di Giulio Andreotti sul numero 11/1999 della rivista &lsquo;30 giorni&rsquo; da lui diretta e vi ritrovo intatti i motivi che hanno fatto esplodere l&rsquo;ultimo conflitto: <em>&ldquo;Questo &egrave; lo&nbsp;status quaestionis&nbsp;per quel che attiene al rapporto Israele-Palestina, mentre restano insoluti i problemi con la Siria e con il Libano; oltre la gi&agrave; sottolineata delicatissima questione di Gerusalemme</em>&rdquo;, e ricordo ci&ograve; che mi illustr&ograve; brevemente circa le sue interlocuzioni nel merito con Yasser Arafat. N&eacute; trovo argomenti per spiegare una sua affermazione che riletta oggi suonerebbe a un tempo profetica e persino irricevibile: "<em>Chiunque vivesse per 50 anni in un campo di concentramento senza futuro per i propri figli diventerebbe un terrorista</em>".&nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per queste ragioni il saggio di Marzano esprime meglio di chiunque lo abbia fatto finora in una qualunque trasmissione televisiva - dove solitamente vengono ospitati opinionisti che ripetono il sentito dire ma teorizzano su fatti e misfatti che non conoscono (accade anche per l&rsquo;Ucraina) &ndash; una narrazione meramente descrittiva di una realt&agrave; storica. &ldquo;<em>Nonostante la situazione molto complicata degli ultimi anni, prima del 7 ottobre, Gaza &egrave; stata anche &lsquo;normalit&agrave;&rsquo;. Una terra abitata da persone che andavano a scuola, studiavano, lavoravano, si impegnavano, progettavano, sognavano, come in qualsiasi altro posto del mondo</em>&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&ldquo;<em>I cittadini di Gaza non sono semplicemente martiri o vittime (o terroristi e fanatici, a seconda della prospettiva) ma anche persone comuni con preoccupazioni comuni&rdquo;. (Ilana Feldman- Governare Gaza: Burocrazia, autorit&agrave; e lavoro di governo, 1917-1967 - Duke University Press &ndash; 2008, pag. 28)&rdquo;.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Pur essendo tutti figli di Dio, non riconoscerne uno condivisibile rende le religioni motori di conflitti piuttosto che attori di pace. Siamo come polvere di stelle che cade dal cielo e il luogo dove si deposita ne prelude il destino.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/storia-di-gaza-terra-politica-conflitti/2671]]></guid>
					<pubDate>Sat, 08 Nov 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Un referendum per spaccare il paese]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-referendum-per-spaccare-il-paese/2670]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">In politica la radicalizzazione esasperata degli scontri &egrave; una brutta bestia. Lo sanno tutti, ma &egrave; come per il vizio: ben pochi lo difendono, moltissimi ci cascano e lo praticano. &Egrave; quel che purtroppo ci attende con l&rsquo;apertura della campagna per il referendum confermativo della riforma che passa sotto il nome di separazione delle carriere.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ragionarci con distacco &egrave; impresa ardua, ma noi, nel nostro piccolissimo, ci proviamo. Il punto di partenza &egrave; che si discute di due temi che a rigore non dovrebbero essere neppure strettamente connessi (ma, lo vedremo, lo sono): l&rsquo;organizzazione delle funzioni dal momento che si &egrave; deciso di passare nel processo penale al sistema accusatorio (riforma Vassalli: 1988!!); l&rsquo;autogoverno corporativo dei magistrati.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In s&eacute; nel momento in cui si era passati al nuovo regime (quello &ldquo;all&rsquo;americana&rdquo;, che gli anziani come chi scrive avevano appreso in TV nei telefilm di Perry Mason) avrebbe dovuto essere inevitabile una specializzazione del ruolo del P.M. che si diversificava da quello del giudice. Si poteva trattare di adeguare il nostro ordinamento a quel che &egrave; in vigore in quasi tutti gli stati democratici che hanno il sistema accusatorio, e infatti abbiamo dagli anni Ottanta del secolo scorso in avanti molteplici proposte di agire in quella direzione, proposte che sono venute da diverse parti sia politiche che tecniche.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La magistratura organizzata non ha mai visto di buon occhio la ridefinizione delle due posizioni, un po&rsquo; per conservatorismo, un po&rsquo; perch&eacute; ovviamente si sarebbero ristrette le possibilit&agrave; di movimento dei magistrati. Di qui una lotta sorda e intricata fra sostenitori di una razionalizzazione del sistema adeguandolo al nuovo contesto e difensori di un autogoverno corporativo degli stessi magistrati che non voleva interferenze dall&rsquo;esterno: ecco dove si saldano i due problemi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In mezzo ci si &egrave; messa la crisi politica della prima repubblica. Da un lato essa ha scoperchiato la profonda corruzione, non solo nel senso banale del termine, che aveva compromesso la credibilit&agrave; del sistema dei partiti e di quote non piccole delle sue classi dirigenti. Questo aveva dato spazio di intervento alla magistratura che iniziando, doverosamente, dall&rsquo;intervenire su alcuni specifici reati corruttivi si &egrave; vista travolgere da un enorme consenso popolare che ha spinto una parte di essa ad autoassegnarsi il compito neo giacobino di moralizzatori del sistema (con relativo taglio di teste all&rsquo;ingrosso, per fortuna, visti i tempi, non pi&ugrave; sanguinario, seppure in vari casi piuttosto cruento).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dal lato opposto la magistratura organizzata ha progressivamente bruciato il suo ruolo di autogoverno, per la semplice ragione che &egrave; stata del tutto incapace sia di sanzionare gli errori, talora clamorosi, in cui alcuni erano incorsi (adesso giustamente si ricorda il caso del giudice che arrest&ograve; e sped&igrave; in galera l&rsquo;innocente Enzo Tortora, ma non &egrave; che un caso), sia di esercitare una azione educativa sull&rsquo;uso, chiamiamolo cos&igrave;, disinvolto, dei poteri della pubblica accusa. Per di pi&ugrave; era divenuto evidente che l&rsquo;autogoverno, istituito a tutela dell&rsquo;indipendenza dell&rsquo;organo giudiziario, aveva finito per essere terreno per una organizzazione di correnti per la gestione delle carriere e per la prevalente difesa dei vantaggi corporativi. Questo ha rovesciato il favore con cui molta parte dell&rsquo;opinione pubblica aveva salutato il neo giacobinismo giudiziario (fenomeno che non risulta nuovo a chi ha studiato la storia delle rivoluzioni).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&Egrave; con questa vicenda alle spalle che siamo arrivati alla prova di forza che &egrave; terminata (forse) con l&rsquo;approvazione della riforma costituzionale promossa dal governo di destra-centro. L&rsquo;obiettivo di questa non &egrave; tanto sistemare in maniera razionale il meccanismo del sistema penale accusatorio (e qui si scontrano molti interessi, compresi quelli degli avvocati&hellip;), quanto sfidare la torsione del neo giacobinismo corporativo che ha trasformato quello che nella teoria costituzionale classica doveva essere un &ldquo;potere neutro&rdquo; (Montesquieu) in un &ldquo;potere di controllo&rdquo; (non previsto) sugli altri poteri, ovviamente sovraordinato e superiore altrimenti non che controllo &egrave;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il cuore della riforma &egrave; lo smantellamento del CSM come ganglio del potere corporativo governato dalla organizzazione dei magistrati in correnti: la divisione in due, uno per i giudicanti e uno per i PM, &egrave; solo un omaggio formale al quadro accusatorio, perch&eacute; il nucleo &egrave; la formazione di quei corpi per sorteggio e in parallelo la sottrazione ad essi del potere disciplinare affidato invece ad un organo in teoria non corporativo (peraltro questa dovrebbe essere la normalit&agrave;: non &egrave; sano che la valutazione delle eventuali deviazioni sia fatta &ldquo;internamente&rdquo; ad una corporazione).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La riforma non &egrave; stata scritta da menti giuridicamente molto illuminate, ma le opposizioni alla sua formulazione sono venute da sponde ancor meno capaci di volare alto. Adesso siamo al festival degli opposti slogan, delle argomentazioni sofistiche fatte per eccitare pregiudizi di vario tipo, dei &ldquo;testimonial&rdquo; scelti strumentalmente fra i personaggi che possono fare scena in una delle direzioni che si contrappongono. Dubitiamo che il referendum si svolger&agrave; come un confronto sufficientemente controllato su temi di fondo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le incognite sono molte. Prima di tutto quanti elettori andranno a votare. Non c&rsquo;&egrave; necessit&agrave; di quorum, ma ovviamente se la partecipazione fosse bassa sar&agrave; un argomento per delegittimare il risultato qualunque esso sia (ancor pi&ugrave; se lo scarto fra i s&igrave; e i no fosse non grande). In secondo luogo con un paese spaccato da una lunga campagna referendaria, che sar&agrave; inevitabilmente al calor bianco perch&eacute; gli estremisti non demorderanno e costringeranno gli altri ad adeguarsi a quei toni, comunque andasse a finire ci saranno pesanti ricadute. Se vincessero i &ldquo;no&rdquo; perch&eacute; si chieder&agrave; la caduta del governo e soprattutto perch&eacute; le correnti pi&ugrave; neo giacobine della magistratura si sentiranno incentivate a procedere sulla loro strada. Se vincessero i &ldquo;s&igrave;&rdquo; perch&eacute; la maggioranza di destra-centro vorr&agrave; riscuotere il successo probabilmente con l&rsquo;affrettare la scadenza elettorale nazionale (circostanze internazionali permettendolo) e perch&eacute; l&rsquo;applicazione concreta della riforma non &egrave; detto venga fatta con la necessaria attenzione soprattutto in presenza di reazioni bloccarde da parte degli sconfitti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Temiamo che gli elettori nella loro scelta siano davvero davanti a qualcosa di simile all&rsquo;alternativa del diavolo.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-referendum-per-spaccare-il-paese/2670]]></guid>
					<pubDate>Wed, 05 Nov 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Ricordo di Alda Merini: il silenzio e il perdono possono renderci migliori]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/ricordo-di-alda-merini-il-silenzio-e-il-perdono-possono-renderci-migliori/2669]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Sono trascorsi quasi sedici anni dalla scomparsa di Alda Merini, anima bella e sofferente, ricca di umanit&agrave; e passioni (&ldquo;poeti si nasce, non si diventa&rdquo;): le siamo tutti debitori di sentimenti ed emozioni che la sua esperienza umana e letteraria ci hanno lasciato in dono come scintille di luce in uno scrigno prezioso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Spinto dalla curiosit&agrave; di conoscere alcuni testimoni del nostro tempo (e scoprendo &ndash; frequentandoli - che il loro essere grandi coincide spesso con una naturale vocazione alla semplicit&agrave;, essendo capaci di lasciarsi attraversare dai marosi della vita conservando l&rsquo;innocenza del cuore, la lucidit&agrave; della ragione, le rare virt&ugrave; della dignit&agrave; e del pudore) ebbi la fortuna di incontrarla nella sua casa dei Navigli a Milano e di realizzare l&rsquo;ultima intervista della sua vita. Un dono incommensurabile, per la straordinaria personalit&agrave; della donna e dell&rsquo;artista. L&rsquo;avevo contattata con titubanza, mi ero presentato come &ldquo;persona desiderosa di conoscerla&rdquo;: mi aveva sorpreso il suo assenso a ricevermi. Suonando due giorni dopo alla sua porta di casa ebbi il timore di un suo ripensamento: sull&rsquo;uscio era incollato un perentorio avviso: &ldquo;non si ricevono giornalisti per interviste&rdquo;. Ma poco dopo sentii la sua voce: &ldquo;Entri pure, le ho lasciato la porta aperta&rdquo;. Era a letto, sorseggiava una granita e fumava la fedele sigaretta. Mi accolse con un senso di ospitalit&agrave; che non potr&ograve; mai dimenticare, mi fece sedere a fianco a s&egrave;. Parlammo della sua vita, delle sue sofferenze fisiche e spirituali: la malattia, le cure, le percosse. Traspariva dal suo volto e dalle sue parole il senso della sua straordinaria personalit&agrave;: ci sono persone non comprese, rese disadattate o dimenticate dalla vita cui si riservano tardivi riconoscimenti postumi. Cos&igrave; &egrave; stato per lei. Mi raccont&ograve; aneddoti personali (il cappotto che si fece prestare da un&rsquo;assistente sociale per ritirare un premio alla Scala, l&rsquo;invito in TV per una investitura ad un premio Nobel in cui lei stessa non aveva creduto, la sua vocazione alla maternit&agrave;, il disprezzo per i luoghi comuni alimentati dalla TV e dalle tecnologie: &ldquo;la gente non parla, blatera&rdquo;...). Emanava un grande senso di sofferenza fisica (dopo una recente operazione) compensato da &ldquo;visioni straordinarie&rdquo;, da un rapporto intimo e confidenziale con Dio e la preghiera (&ldquo;L&rsquo;uomo ha fame di un miracolo che gli spieghi la verit&agrave;. Io credo che Dio sia buono, la fiducia in Dio &egrave; per me l&rsquo;unica fonte di consolazione&rdquo;), da una visione concreta e disincantata della sua stessa vita: &ldquo;Il genio &egrave; come un implume che vuole crescere ma c&rsquo;&egrave; la gente che glielo impedisce e se lo divora&rdquo;. La casa era disadorna, persino trascurata: ma si capiva che il suo pensiero era altrove, che sono i sentimenti e la sensibilit&agrave; del cuore i valori da coltivare e alimentare. &ldquo;Il silenzio per l&rsquo;artista &egrave; una fonte d&rsquo;oro: saper tacere. Purtroppo l&rsquo;umanit&agrave; tenta di impedire le occasioni di silenzio, l&rsquo;uomo vuole riempirlo e distrugge il pensiero che deriva dal silenzio&rdquo;. Non potei tacerle una domanda che si &egrave; rilevata risolutiva per capire, ogni volta che ci ripenso, la sua visione della vita. &ldquo;Cosa pu&ograve; renderci migliori, pi&ugrave; buoni?&rdquo;. &ldquo;Il perdono &ndash; mi rispose &ndash; come sentimento pi&ugrave; alto&rdquo;.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/ricordo-di-alda-merini-il-silenzio-e-il-perdono-possono-renderci-migliori/2669]]></guid>
					<pubDate>Sat, 01 Nov 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Le trasformazioni del PD]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/le-trasformazioni-del-pd/2668]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Ricordate la balena bianca. Era il nomignolo che Giampaolo Pansa aveva affibbiato alla DC per la sua capacit&agrave; di uscire indenne da mille tentativi di annientarla come la mitica Moby Dick. Oltre a questo l&rsquo;immagine rimandava per&ograve; ad un corpaccione che teneva dentro di tutto e tutto re-impastava: destra, centro, sinistra, con molteplici sfumature per ciascuna.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Viene in mente questa rappresentazione di fronte a quanto sta accadendo nel PD, anch&rsquo;esso un corpaccione in cui sta di tutto e di pi&ugrave; e che, come il fu partito cattolico, cerca di tenerlo insieme con una strutturazione sempre pi&ugrave; evidente in correnti. Difficile definire il PD come una balena con un colore: rossa la vorrebbero alcuni, altri preferirebbero un colore pi&ugrave; m&eacute;lange, fate voi. Cerchiamo piuttosto di vedere se il modello dc, che apertamente nessuno accetterebbe di sottoscrivere, possa reggere.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si potrebbe partire dalla sottolineatura che nei partiti-balena &egrave; l&rsquo;occupazione del potere a fare da collante. La Democrazia Cristiana storica il potere lo deteneva innanzitutto con il controllo, a lungo insostituibile, poi comunque centrale del governo nazionale (poi venivano comuni, regioni e quant&rsquo;altro). Il PD nelle sue varie versioni un potere in dimensioni simili non lo ha mai avuto, se non in alcune enclave regionali o municipali ereditate dal vecchio PCI. A livello nazionale ha sempre dovuto muoversi all&rsquo;interno di coalizioni i cui membri pi&ugrave; che a sostenerlo pensavano pi&ugrave; o meno ad affossarlo e alla fine ci riuscivano.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questo per&ograve; &egrave; solo un aspetto per cos&igrave; dire estrinseco di ci&ograve; che ha consentito alla DC di essere, come si usa dire, un &ldquo;partito pigliatutto&rdquo;, capace di far convivere orientamenti abbastanza diversi fra loro. Il collante era molto pi&ugrave; complesso e articolato: si andava dall&rsquo;obbligo per cattolici di riconoscersi in quel solo partito (progressivamente indebolitosi, ma comunque presente come radice), ad un retroterra culturale a lungo vivace, ma poi ancora presente seppure non pi&ugrave; cos&igrave; egemone, il quale aveva elaborato e continuava ad aggiornare una visione sugli interessi comuni del Paese e sulla necessit&agrave; che a garantirli ci fosse un partito che si riteneva pi&ugrave; idoneo di tutti per quel compito.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&Egrave; difficile vedere qualcosa di simile nell&rsquo;attuale PD versione Schlein, sebbene nella versione Veltroni, che metteva a frutto delle riflessioni di Romano Prodi e della sua cerchia (non a caso di ascendenza in quella DC che abbiamo schizzato), si fosse provato a riproporre una qualche forma di &ldquo;partito della nazione&rdquo; (allora pudicamente definito &ldquo;a vocazione maggioritaria&rdquo;). Si pu&ograve; ritenere che sia stato il fallimento della prospettiva Veltroni, malamente riproposta in una versione da politica spettacolo sotto Matteo Renzi, a dare il via alla conquista del potere interno da parte di una generazione di scontenti convinti che la crisi storica dei sistemi occidentali offrisse loro l&rsquo;opportunit&agrave; di mettere in campo un nuovo e diverso tipo di egemonia che personalmente fatichiamo a definire culturale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sta di fatto che oggi si sta ponendo per quello che rimane il partito pi&ugrave; forte fra quelli di opposizione all&rsquo;attuale maggioranza di destra-centro il problema di scegliere fra l&rsquo;accettazione di essere semplicemente una componente &ldquo;pesante&rdquo; di una coalizione di cui non ha n&eacute; il controllo politico, n&eacute; quello progettuale, o il rilancio dell&rsquo;ambizione di tornare in qualche modo ad essere quel &ldquo;partito della nazione&rdquo; che oggi manca e che nonostante tutto FdI sotto la guida di Giorgia Meloni non riesce compiutamente ad essere.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Di qui lo scontrarsi di due prospettive. La prima, da vecchia politica politicante, &egrave; quella che vorrebbe fare del PD un partito coeso su una linea presunta di sinistra radicale, in competizione con le altre varianti di quelle interpretate da M5S e AVS, ma in grado di mantenere la primazia nella coalizione grazie ad una o a pi&ugrave; ipotetiche &ldquo;gambe di centro&rdquo; grazie all&rsquo;alleanza delle quali si potrebbe assumere il ruolo di governatori/mediatori della coalizione alternativa al destra-centro nel nuovo contesto bipolare.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La seconda &egrave; quella di tornare all&rsquo;incarnazione del partito &ldquo;maggioritario&rdquo;, nella convinzione, che non ci sembra infondata, che stia tramontando la stagione dell&rsquo;estremismo radicaleggiante, per cui agli slogan del &ldquo;cambiamo tutto&rdquo; vanno contrapposti i richiami al &ldquo;riformismo realista&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il conflitto fra queste due visioni si esprime ora apertamente nella organizzazione in due grandi correnti, perch&eacute; solo formalizzando questa contrapposizione la seconda opzione potr&agrave; provare a non farsi espellere dalla prima, secondo una vecchia, ma non doma tradizione degli scontri nell&rsquo;area della sinistra. Vedremo se la linea che si ispira ad una sinistra radicale (pi&ugrave; immaginaria che reale, a nostro modesto avviso) vorr&agrave; trovare modo di salvare il cosiddetto &ldquo;partito plurale&rdquo;, che finora non ha portato a grandi risultati, oppure se i riformisti riusciranno a ribaltare gli assetti interni di potere mettendo i radicali nella semplice posizione di ala estrema, ma non in grado di condizionare il loro progetto politico (ancora abbastanza vago, in verit&agrave;, e questa &egrave; la loro grande debolezza).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da come si concluderanno questi confronti, in tempi che senz&rsquo;altro non saranno rapidi, ma che non possono evitare la scadenza delle prossime elezioni politiche nazionali, dipender&agrave; molto dell&rsquo;assetto futuro della nostra politica. Intanto, &egrave; facile prevederlo, le prime vere forche caudine, saranno gli appuntamenti col referendum sulla riforma costituzionale della giustizia: l&igrave; si vedr&agrave; molto di quanto l&rsquo;Italia &egrave; o non &egrave; entrata in una nuova fase e di che tipo questa potr&agrave; essere.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/le-trasformazioni-del-pd/2668]]></guid>
					<pubDate>Wed, 29 Oct 2025 00:01:00 +0100</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Buio americano]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/buio-americano/2667]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Densit&agrave; ed attualit&agrave; dei temi ed ampiezza e pertinenza dell&rsquo;analisi politologica sono due capisaldi di un affascinante libro del Prof. Mario Del Pero, Docente all&rsquo;Universit&agrave; di Parigi di Storia internazionale e Storia degli Stati uniti, edito dalla casa Editrice Il Mulino. Si tratta di due valori aggiunti utili per comprendere in modo connotativo e documentato tutto il cot&eacute; della trattazione divulgativa ed essoterica che la presenza di Trump &ndash; soprattutto nell&rsquo;accelerazione impressa al secondo mandato Presidenziale &ndash; ha pervaso in modo dirompente il dibattito sul ruolo degli Stati Uniti nella configurazione immaginifica e plastica di un nuovo ordine mondiale commisurato ai rapporti di forza tra le superpotenze in una contingenza epocale caratterizzata da scenari economici mutevoli e dal condizionamento degli eventi bellici in atto in Ucraina e in Medioriente. L&rsquo;autore presenta Trump come il teorico di una strategia di rottura e scompaginamento della globalizzazione: sono se mai da un lato l&rsquo;interdipendenza tra politica estera e politica interna USA (&lsquo;intermestic&rsquo;, come mix tra &lsquo;international&rsquo; e &lsquo;domestic&rsquo;) e l&rsquo;impegno a rilanciare la supremazia della potenza americana negli scenari internazionali sottraendoli ai vincoli (e agli orrori, descritti in toni apocalittici e distopici) dell&rsquo;interdipendenza dagli ambiti mondialistici (si pensi all&rsquo;unilateralismo energetico, agli accordi sul clima da COP21 a COP28) sui quali si sta esercitando una sorta di cleavage americano, che declassa i temi ambientali e del surriscaldamento definiti &lsquo;bufale&rsquo; e collocati agli ultimi posti delle classifiche degli interessi politico-economici, fino a diventare utili parametri per commisurare lo scollamento degli USA dagli orientamenti dell&rsquo;ONU in base ad una scelta di disaccoppiamento. Secondo il suo pi&ugrave; importante biografo &ndash; Steve Bannon &ndash; Trump ha saputo intercettare le paure del popolo americano dopo la crisi del 2008, fino a descrivere il suo avvento come &ldquo;the age of Trump&rdquo;: diversamente dal primo mandato il Presidente adotta stilemi linguistici e contenuti propri dai toni neo imperiali, consapevole della presenza di un grande rivale come la Cina, unica potenza in grado di insidiare il suprematismo militare, economico, produttivo degli USA dove la forza del dollaro &egrave; data dall&rsquo;essere valuta di riferimento per le transazioni internazionali, strumento per la determinazione dei prezzi delle materie prime, e moneta pi&ugrave; utilizzata nelle riserve delle banche centrali. In un mondo di interessi che risultano prevalenti sulle logiche amici-nemici, il principio della forza &egrave; ci&ograve; che legittima l&rsquo;uso e l&rsquo;ampiezza del compasso americano nel misurare e stabilire strategie fiscali e commerciali, come proprio nell&rsquo;incipit del secondo mandato presidenziale Trump ha assai bene espresso attraverso la logica dei tassi doganali e la politica dei dazi. Peraltro fluttuanti, ondivaghi e persino sconcertanti nella loro distribuzione sull&rsquo;import-export con i Paesi del mondo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E&rsquo; fin troppo nota la teoria del Make America Great Again (MAGA) secondo la quale l&rsquo;America deve riguadagnarsi autorevolezza, autocrazia e benessere di un tempo: neanche tanto velatamente ci&ograve; pu&ograve; solo accadere cacciando parassiti e nullafacenti, tagliando la spesa pubblica, erigendo muri insuperabili come quello progettato ai confini del Messico, arrestando i dissidenti, definanziando e controllando le Universit&agrave; come Harvard, limitando l&rsquo;immigrazione se non utile all&rsquo;interesse nazionale, privilegiando una sorta di suprematismo bianco. Riportare gli USA ai tempi d&rsquo;oro della potenza economica egemone, dei consumi interni, dell&rsquo;incremento della produzione che limiti le importazioni, della sontuosit&agrave; iperacquisitiva negli stili di vita interni. Sul piano internazionale Trump pare impegnato soprattutto su tre fronti: la competizione con la Cina, la ridefinizione delle relazioni con l&rsquo;Europa e gli equilibri in Medioriente, con un occhio di riguardo ad Israele (a cui &egrave; legato da un patto di ferro) e un&rsquo;accorta attenzione verso il mondo arabo e il Qatar in particolare. Leggendo le intense pagine del magnifico libro si evince come la Cina costituisca un autentico incubo per Trump, per questo l&rsquo;oscillazione dei dazi sull&rsquo;import delle tecnologie (specialmente) e del manifatturiero raggiungono balzelli da capogiro. Ci&ograve; non impedisce un rapporto di stima personale ostentata da Trump e Xi Jinping e suffragato da strette di mano immortalate in foto da archiviare. Circa l&rsquo;Europa il Capo della Casa Bianca ha fatto intendere che si tratta di una realt&agrave; che ha dato luogo all&rsquo;U.E. con l&rsquo;intendimento di &ldquo;fottere&rdquo; gli USA: perci&ograve; invita i Paesi del vecchio continente ad aumentare le spese militari fino ad un improbabile 5% da raggiungersi nel 2034, per questo considera l&rsquo;Ucraina una faccenda dannatamente europea, fino a trascurare radici e legami storici con il vecchio continente in nome di quel principio di interesse cui si &egrave; fatto riferimento. Forse disistima Macron e Merz pi&ugrave; di quanto tolleri e biasimi solo a parole Putin: ad Anchorage ha ricevuto solo lui e pare pi&ugrave; interessato ad inglobare Canada e Groenlandia di quanto possa occuparsi di Crimea e Donbas. L&rsquo;ultimo incontro alla Casa Bianca con Zelensky che proponeva uno scambio droni ucraini- Tomahawk americani si &egrave; concluso con un nulla di fatto. &nbsp;Quanto al Medioriente sta dimostrando in questi giorni (postumi al libro) quanto possa essere vincente l&rsquo;autorevolezza e il credito internazionale degli USA, arbitri da sempre (finora) degli equilibri nel mondo: nonostante il &ldquo;Buio americano&rdquo; la sospensione del conflitto e la sottoscrizione degli accordi che verosimilmente porteranno alla pace sono un successo storico che va attribuito senza indugi alla determinazione e all&rsquo;opera di convincimento messi in atto dal Presidente americano. Nel libro di Del Pero autarchia e neo- imperialismo restano per&ograve; i tratti distintivi che emergono come sintesi estrema dell&rsquo;era Trump. L&rsquo;autore ad un certo punto evidenzia una sorta di pedagogia tossica che ha iniettato veleno nel corpo americano gi&agrave; ammalato di nostalgia di passati edenici e ripiegamenti nazionalistici.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La promessa &egrave; impegnativa: il ritorno ad un benessere perduto e il superamento di una malintesa globalizzazione che flussi demografici e dimensioni planetarie fanno sopravvivere. Storicamente l&rsquo;isolazionismo e il protezionismo hanno tuttavia prodotto stagioni effimere di apparenze e immaginare di restare grandi e primi ma soli esprime una deriva velleitaria su cui solo la storia potr&agrave; decidere.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/buio-americano/2667]]></guid>
					<pubDate>Sat, 25 Oct 2025 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Europa e Italia nella crisi internazionale]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/europa-e-italia-nella-crisi-internazionale/2666]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Sebbene i travagli dei partiti dopo la prima tornata delle regionali e in attesa della seconda a fine novembre non siano di poco conto, a determinare l&rsquo;andamento della politica italiana saranno molto di pi&ugrave; le crisi internazionali che sono ancora lontane dal trovare una soluzione. La gente magari fatica cogliere questo passaggio convinta tanto il nostro Paese quanto l&rsquo;Europa siano soggetti marginali in ci&ograve; che sta avvenendo. &Egrave; cos&igrave;, se si pensa solo al tavolo di regia delle crisi, ma non lo &egrave; se si considera che quanto avverr&agrave; avr&agrave; riflessi su una pluralit&agrave; di ambiti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gestione delle politiche del commercio internazionale a cominciare dai dazi, impulso o depressione alle politiche economiche che possono venire da situazioni post belliche che richiederanno investimenti, spese pi&ugrave; o meno accentuate per fronteggiare i nuovi imperialismi e le loro espansioni, tutto questo avr&agrave; ricadute anche non banali sui bilanci degli stati europei e su quello della UE. E non parliamo dei turbamenti che essi trasmettono nelle opinioni pubbliche e che mettono alla prova la tenuta dei governi toccando la gestione degli equilibri sociali nonch&eacute; di quelli tra le forze politiche (peraltro gi&agrave; precari).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per l&rsquo;Europa il conflitto pi&ugrave; impattante &egrave; indubbiamente quello russo-ucraino, nonostante le opinioni pubbliche si appassionino maggiormente per quel che succede in quello mediorientale, dove l&rsquo;individuazione degli &ldquo;oppressi&rdquo; &egrave; a prima vista pi&ugrave; facile e immediata. Tuttavia &egrave; sul territorio dell&rsquo;Ucraina che Putin ha deciso di testare un ritorno sostanziale al tripolarismo USA-Cina- Russia, mettendo fine ad un multilateralismo in cui anche l&rsquo;Europa, almeno coi suoi stati pi&ugrave; importanti, poteva avere un suo posto. Anzi &egrave; abbastanza chiaro che lo zar di Mosca ha deciso di dichiarare la delegittimazione del nostro continente come attore internazionale di primo piano, muovendogli anzitutto una guerra culturale come entit&agrave; decadente e amorale. Noi vediamo solo molto limitatamente questa operazione, perch&eacute; si svolge in un contesto linguistico a cui pochi hanno accesso e in un sistema di comunicazione piuttosto autarchico, ma quanto giunge comunque a noi non lascia dubbi sull&rsquo;importanza di un approccio di questo tipo per fondare le pretese neo imperiali della Russia putiniana.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Come possono l&rsquo;Europa e l&rsquo;Italia reagire a questa sfida? La risposta non &egrave; facile, nel momento in cui l&rsquo;America di Trump sta discostandosi, a volte in modo molto determinato, da quel concetto di &ldquo;Occidente&rdquo; che nella sostanza ha fatto da collante fra le due sponde dell&rsquo;Atlantico. La cultura europea, e quella italiana non fa eccezione, aveva da tempo preso le distanze da quel concetto che sembrava troppo legato alle esperienze del colonialismo e dell&rsquo;imperialismo fra Otto e Novecento. Naturalmente qualsiasi serio studioso di storia politico-culturale sa che non &egrave; cos&igrave;, la ricchezza della cultura euro-atlantica non &egrave; riducibile ad alcune sue declinazioni in determinati frangenti storici, ma nella percezione diffusa dal sistema mediatico ha prevalso una interpretazione negativa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per di pi&ugrave; la difesa di certe semplificate peculiarit&agrave; della cultura occidentale &egrave; stata quasi monopolizzata dalle ondate reazionarie che si sono sviluppate in risposta alle fughe estremiste nelle posizioni che abbiamo schizzato sopra: e questo non aiuta certo a favorire un ruolo costruttivo di ci&ograve; che potremmo definire un po&rsquo; sbrigativamente la creativit&agrave; europea.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lo si vede molto bene proprio nelle due crisi maggiori in questo momento. In Medio Oriente il gioco, se cos&igrave; possiamo chiamarlo, &egrave; in mano ad Israele, ai paesi arabi, agli USA, tre soggetti che nella fase presente vogliono, pur da punti di vista diversi, sentirsi liberi dai vincoli di appartenenza o relazione con la cultura politica europea. La situazione non &egrave; troppo dissimile per quel che riguarda il conflitto russo-ucraino. Come abbiamo gi&agrave; detto, a Mosca non si riconosce nessuna preminenza alla tradizione occidentale e la stessa ondata culturale (si fa per dire) che &egrave; incarnata dal trumpismo si fonda sulla rivendicazione di una specificit&agrave; americana che a loro parere &egrave; del tutto distante da qualsiasi retaggio europeo. A maggior ragione si pu&ograve; ben capire che non ci si possa aspettare dalla Cina la promozione di un riconoscimento dei valori della storia occidentale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Del resto, se volete una prova di quanto stiamo affermando pensate al successo che stanno avendo i modelli politici autocratici, persino dittatoriali, che sono esattamente la negazione di quello che &egrave; stato il grande portato storico del pensiero politico occidentale: il costituzionalismo democratico. Anche dove in teoria questo principio non viene messo in discussione come negli USA e in Israele, assistiamo ad un suo pratico indebolimento, con il potere di governo che punta a svincolarsi da quel quadro e che per non pochi aspetti ci sta riuscendo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Possono l&rsquo;Italia e l&rsquo;Europa non darsi carico della sfida che questa deriva presenta per la loro stessa consistenza come soggetti storici? La risposta dovrebbe essere scontata, ma non pu&ograve; consistere in sterili diatribe generiche sul ritorno dei fascismi e sui pericoli delle destre estreme. Ci vuole uno scatto di reni, la ripresa di un serio e approfondito dibattito sui modelli della cultura occidentale e sul loro ripensamento/adeguamento, perch&eacute; in questa fase &egrave; con l&rsquo;offerta di una risposta &ldquo;culturale&rdquo; alla crisi presente degli equilibri internazionali che gli europei, e dentro di essi gli italiani che hanno titoli per dire qualcosa di sensato, potranno ritrovare un ruolo di protagonisti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il che implicher&agrave; il superamento delle gelosie storiche e contingenti fra le componenti, poco teatrino e tanto lavoro di studio e ricerca, riconsiderazione del problema della capacit&agrave; di deterrenza da opporre ai nemici, ma dar&agrave; vita a quel nuovo rinascimento europeo che abbiamo tutte le ragioni di augurarci.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/europa-e-italia-nella-crisi-internazionale/2666]]></guid>
					<pubDate>Wed, 22 Oct 2025 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[La prima vittima a morire in guerra è la verità (Eschilo)]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-prima-vittima-a-morire-in-guerra-la-verit-eschilo/2665]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Sono trascorsi oltre 1300 giorni dall&rsquo;invasione armata dell&rsquo;Ucraina da parte della Russia e &ndash; a parte le 19 sanzioni comminate dall&rsquo;U.E. all&rsquo;aggressore (peraltro mai illustrate nei dettagli e negli auspicati esiti) e il progressivo disimpegno di Trump dal massacro in atto con tutti gli impliciti e le evidenze del caso &ndash; le istituzioni politiche del mondo occidentale hanno reagito con sostegni militari non risolutivi del conflitto e ora i Paesi dell&rsquo;U.E. stanno prendendo atto delle vere intenzioni di Putin che provoca e minaccia con pres&igrave;di dei territori e dei confini, con sorvoli aerei e incursioni di droni. Le prese di posizione nonostante una pletora di incontri mai drasticamente risolutivi (nemmeno nella considerazione dell&rsquo;ipotesi di sospendere le acquisizioni dalla Russia di gas e petrolio, una scelta che avrebbe sferrato un duro colpo all&rsquo;economia di Mosca) sono state una polifonia stonata per intensit&agrave; differenti, indisponibilit&agrave; ad azioni unitarie, dissonanti prese di posizione: in estrema sintesi un <em>bailamme</em> ben descritto da Mario Draghi come &lsquo;evaporazione ed evanescenza&rsquo; di una visione sostanzialmente acefala. &nbsp;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Di converso &egrave; cresciuta nella pubblica opinione una sorta di indifferenza mista a insofferenza per il protrarsi del conflitto che &ndash; in misure diverse &ndash; ha sottratto risorse ed energie alle economie nazionali. Se la guerra in Ucraina durer&agrave; a lungo &ndash; perch&eacute; la premessa dirimente &egrave; l&rsquo;indisponibilit&agrave; di Putin ad un accordo di pace &ndash; i soldati di un esercito europeo che un domani dovesse fronteggiare un&rsquo;avanzata russa in Europa (che non &egrave; fantascienza) probabilmente non hanno ancora prestato il servizio militare nel proprio Paese. Di converso cresce in modo allarmante l&rsquo;infiltrazione filoputiniana in Europa e in Italia in particolare: ne scriveva un anno fa Alessandro Barbano sul Riformista citando la sistematica falsificazione della Storia nei libri di testo: Putin voleva liberare Kyiv dai nazisti, cacciare Zelensky e mettere al suo posto &ldquo;gente per bene&rdquo;, riprendersi i territori asseritamente russofoni e difendersi dalle provocazioni della NATO. Ne scrive in questi giorni Angelo Allegri su Il Giornale illustrando la sistematica mistificazione dei fatti e della loro storia nella sola narrativa ammessa dal Cremlino nell&rsquo;unico libro di testo in uso nelle scuole russe: Stalin grande leader, Ucraina nazista, Gorbaciov ingenuo, a Kyiv criminali di guerra e bande neonaziste che si sono impadronite del potere per dotare l'Ucraina di armi nucleari". "<em>Sarebbe stata la fine della civilt&agrave; e non era possibile permetterlo", conclude il libro. Da qui la necessit&agrave; dell'"operazione speciale" avviata da Putin&rdquo;.</em> Non stupisce pi&ugrave; di tanto il proselitismo di cui ha fatto incetta la dottrina rascista&ndash; con ogni mezzo di propaganda e campagna acquisti- nelle forze politiche di estrema destra e di estrema sinistra europee, fomentando e sovvenzionando la falsificazione della realt&agrave;. Sorprende invece questa strana convergenza tra opposti populismi che si riscontra nelle invettive politiche e nella mistificazione di certo giornalismo. Ancor di pi&ugrave; emergono sentimenti di dubbio, negazionismo, disimpegno etico e culturale in larga parte dell&rsquo;immaginario collettivo che sta bilanciando colpe e responsabilit&agrave; in parti quasi uguali tra aggressori ed aggrediti: una distinzione che non vale pi&ugrave;, offuscata dalla nebbia del qualunquismo e vanificata dalla lunghezza irrisolta del conflitto di cui non si vedono esiti positivi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nessuno &egrave; sceso in piazza a manifestare &ndash; a parte qualche mesto sventolio di bandiere della comunit&agrave; ucraina in Italia &ndash; non ci sono stati cortei, devastazioni, atti di teppismo, scontri con le forze dell&rsquo;ordine, non sono state bruciate bandiere o foto di leader politici, imbrattati muri, distrutti manufatti, invase le stazioni ferroviarie, lanciate bombe carta, messe in atto aggressioni fisiche. Nessuna Flottilla &egrave; partita via terra o via mare per testimoniare vicinanza alla popolazione ucraina massacrata ogni giorno dai bombardamenti, privata della luce elettrica e dell&rsquo;acqua, nessuna comprensione &egrave; stata espressa verso i bambini uccisi o rapiti e portati in Siberia, nessuna piet&agrave; per le famiglie distrutte e rimaste senza casa, per gli ospedali messi a ferro e fuoco, i centri commerciali ridotti a carneficina, le centrali nucleari prese di mira con pericoli catastrofici, in un contesto che ricorda l&rsquo;olocausto dell&rsquo;Holodomor. Se lo chiede Ezio Mauro in uno splendido articolo su Repubblica: <em>&ldquo;Perch&eacute; il blocco di opinione che prende nettamente posizione su Gaza e condanna il governo di Netanyahu, non sente il dovere di compattarsi nella denuncia dell&rsquo;aggressione russa all&rsquo;Ucraina?&rdquo;&hellip;.&rdquo;Come pu&ograve; la coscienza pubblica risvegliarsi in Medio Oriente con una chiara attribuzione di responsabilit&agrave; a Israele (che per&ograve; deve accompagnarsi alla richiesta di liberazione degli ostaggi da parte di Hamas) e &ldquo;confondersi&rdquo; a Kyiv, arenandosi nel Donbass?&rdquo;. </em>La domanda e la comparazione dei due contesti in cui si esprime un sentimento collettivo nettamente diverso che va dal &ldquo;blocchiamo tutto&rdquo; da una parte all&rsquo;ignavia pi&ugrave; colpevole dall&rsquo;altra, non sono retoriche.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;iniziativa umanitaria &egrave; comprensibile ma anche ad essa va applicato il criterio della proporzionalit&agrave; delle azioni, specie se alimenta rigurgiti antisemiti, odio per gli ebrei e non condanna il comportamento criminale di Hamas ma finisce per giustificarlo o ignorarlo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il timore &egrave; che la risposta nasconda verit&agrave; inconfessabili, dettate da deliberate manipolazioni nei disegni politici e suscettibili di previsioni ancor pi&ugrave; miserabili e catastrofiche che ci ricordano che la Storia del 900 non l&rsquo;abbiamo imparata abbastanza.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/la-prima-vittima-a-morire-in-guerra-la-verit-eschilo/2665]]></guid>
					<pubDate>Sun, 19 Oct 2025 00:00:01 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Regionali: nessun esperimento]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/regionali-nessun-esperimento/2664]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Ad una tornata elettorale a fine anni Cinquanta del secolo scorso la CDU di Adenauer si present&ograve; con lo slogan: &ldquo;Nessun esperimento!&rdquo;. Potrebbe essere l&rsquo;epitaffio che spiega l&rsquo;andamento delle tre elezioni regionali appena concluse e che probabilmente verr&agrave; confermato per l&rsquo;intero ciclo che si concluder&agrave; a fine novembre (la sola possibile incognita &egrave; la Campania, ma &egrave; difficile che inverta il trend).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Cosa &egrave; infatti accaduto? Semplicemente che sono usciti perdenti tutti i tentativi di cambiare la situazione dei governi in carica contrapponendo ad essi progetti fantasiosi che rincorrevano tendenze di moda nel teatrino della politica. I tre governatori confermati, ciascuno con buon, talora ottimo margine, cio&egrave; Acquaroli, Occhiuto, Giani, non sono personaggi da talk show, non hanno fatto campagne sfavillanti a suon di trovate per finire in prima pagina. Non sono certo omogenei come collocazione nelle rispettive coalizioni: Acquaroli &egrave; un meloniano storico, Occhiuto un uomo di FI che viene da un lontano passato DC, Giani un socialista niente affatto omogeneo al cerchio magico della Schlein (che infatti non lo voleva candidato, anche se adesso cerca di intestarsi la vittoria). Hanno per&ograve; in comune una presenza costante nella gestione dell&rsquo;amministrazione regionale: pi&ugrave; o meno brillante a seconda dei casi, ma comunque costante. I loro competitori, soprattutto due, Ricci e Tridico, erano personaggi da trovate, ma gli &egrave; andata male.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questi casi si dice che la gente ha scelto l&rsquo;usato sicuro, ma &egrave; anche riduttivo. Diciamo piuttosto che il fascino del rovesciare il tavolo per cambiare radicalmente verso alle politiche in corso non convince, per la semplice ragione che viene considerato impossibile. Per questo, come &egrave; nella normalit&agrave; delle esperienze politiche, chi gestisce il potere si radica e non viene scalzato a meno di esaurimento delle sue capacit&agrave; distributive.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La realt&agrave; che sembra ormai inscalfibile del livello di astensionismo che coinvolge met&agrave; degli elettori (in Toscana si &egrave; recato alle urne il 47,7% degli aventi diritto) riflette questa sfiducia nella possibilit&agrave; di avere una politica che ribalti gli andamenti correnti, per cui chi si astiene alla fine pensa che questo o quello per me pari sono.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">I partiti fingono di stracciarsi le vesti per la diserzione di massa delle urne, ma in definitiva ci fanno conto: cos&igrave; la partita si gioca all&rsquo;interno dei &ldquo;campi&rdquo; consolidati, in un bipolarismo generale che resiste e dove ciascuno continuer&agrave; a governare il suo piccolo, medio o grande feudo. L&rsquo;interrogativo oggi &egrave; se questa regola varr&agrave; anche per le elezioni nazionali, che non sono dietro l&rsquo;angolo, ma neppure tanto lontane (si prevede il voto pi&ugrave; o meno a giugno 2027), salvo sempre eventi inattesi. Nel governo del paese il destra-centro si &egrave; insediato da una legislatura e, per quanto come tutti i predecessori abbia cercato di distribuire il pi&ugrave; spoglie possibili (ma pi&ugrave; che altro ai suoi fidi), non si pu&ograve; ancora dire radicato in maniera solidissima. Significa che &egrave; sfidabile con prospettive di successo? Dipende.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La lezione che tutti i partiti dovrebbero trarre dall&rsquo;andamento delle regionali &egrave; che premia pi&ugrave; un esercizio tranquillo del potere che la vendita di sogni su un cambiamento radicale che non risulta credibile. Ma si tratta di una lezione che i partiti non vogliono imparare, perch&eacute; domina ancora la teoria del cosiddetto &ldquo;partito pigliatutto&rdquo; (<em>Catch all party</em>) spostata adesso sulla coalizione: bisogna tenere insieme sia i barricadieri che i moderati, sia i riformisti che i massimalisti, perch&eacute; alla fine tutto &egrave; affidato alla aritmetica elettorale che premia la somma dei voti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci&ograve; che si tende a sottovalutare &egrave; che il modello funziona a patto che ci sia una regia forte e non contendibile che mette al centro una gestione equilibrata delle risorse disponibili per chi governa e lascia ai margini, relegandole a &ldquo;propaganda&rdquo;, le intemerate demagogico-populiste. Questo accade parzialmente nel destra-centro dove la leadership di Giorgia Meloni si fonda sul suo ruolo di premier (nel senso pieno del termine in questo momento) che unisce un attivismo nella politica internazionale ad una gestione prudente del comparto economico finanziario. Poi non riesce a scordarsi il suo passato di agitatrice e si lascia andare a discorsi che stridono con il suo ruolo da premier (non dovrebbe farsi condizionare dal fatto che altri, a cominciare da Trump, amino il doppio registro: ci creda, non porta bene). Tuttavia pu&ograve; contare sulla sponda moderata di FI e sul fatto che il momento di Salvini sta tramontando, come mostrano i flop nelle regionali (e in Veneto vincer&agrave; un altro tipo di Lega&hellip;).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nell&rsquo;ex centro sinistra, che adesso non &egrave; neppure pi&ugrave; in grado di rivendicare quello storico nome ed &egrave; costretto ad una definizione-marmellata come &egrave; &ldquo;campo largo&rdquo;, manca una leadership che dia identit&agrave; ad un progetto di governo. Elly Schlein non ha quello che Berlusconi aveva definito &ldquo;il quid&rdquo; per compattare le forze attorno ad un progetto, che fra il resto non ha il coraggio di lasciar elaborare perch&eacute; implicherebbe fare scelte il che significa dividersi. Conte &egrave; davvero un visconte dimezzato, per usare una battuta, che a sua volta non ha da offrire nulla se non la sua personale ambizione e un piccolo nucleo di personaggi in cui mancano quelli di sicuro spessore. N&eacute; l&rsquo;estrema sinistra di AVS, n&eacute; il centro, ora ribattezzato &ldquo;casa dei riformisti&rdquo;, sembrano mettere in campo pi&ugrave; di qualche pi&ugrave; o meno efficace mattatore da talk show (il massimo &egrave; Renzi, superbo nella parte, ma che non riesce ad uscire dallo schermo TV che diventa la sua prigione).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In questo quadro quel che succeder&agrave; alle elezioni nazionali &egrave; un&rsquo;incognita e di quelle grosse. Non solo perch&eacute; con la situazione internazionale che c&rsquo;&egrave; e con le guerre commerciali in corso si potranno avere ricadute sui nostri equilibri sociali, ma anche perch&eacute; prima di quelle urne dovrebbe esserci il referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia. Una terribile sirena per tutte le pulsioni barricadiere, a destra, a sinistra e nelle varie corporazioni presenti nel nostro sistema, col rischio di portare il Paese ad una guerriglia civile a bassa intensit&agrave;, cio&egrave; proprio a quello che pu&ograve; sconvolgere la nostra situazione complessiva.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/regionali-nessun-esperimento/2664]]></guid>
					<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Un docente con disabilità ha diritto ad una sede scolastica vicina al domicilio]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-docente-con-disabilit-ha-diritto-ad-una-sede-scolastica-vicina-al-domicilio/2663]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Dopo l&rsquo;entrata in vigore della legge 18 luglio 2025 n. 106 &ldquo;Tutela dei lavoratori affetti da patologie oncologiche, croniche, invalidanti con invalidit&agrave; del 75%&rdquo;, si sono riscontrate disapplicazioni del principio di conservazione del posto di lavoro e della sede di servizio nei casi di assenze previste dall&rsquo;art.1 della citata norma. La competenza esclusiva di un capo d&rsquo;istituto nell&rsquo;assegnazione del plesso ad inizio anno scolastico &ndash; prerogativa introdotta dal combinato disposto dello status dirigenziale e dell&rsquo;autonomia scolastica &ndash; trova infatti un limite nel diritto soggettivo del docente a veder riconosciute alcune tutele che riguardano le proprie condizioni di salute. Si &egrave; gi&agrave; ampiamente evidenziato come l&rsquo;art.21 della legge 104/92 stabilisca che un docente titolare di invalidit&agrave; pari a 2/3 unita al possesso dei requisiti di cui all&rsquo;art. 3 comma 1 della stessa legge 104 non consenta il suo spostamento di sede se non per urgenti ed indifferibili motivi organizzativi di cui spetta al dirigente scolastico produrre l&rsquo;onere della prova, oltre all&rsquo;obbligo di consultare il docente interessato e di acquisirne il consenso. Figuriamoci se ci&ograve; avviene spostando l&rsquo;interessato fuori dal comune di domicilio, creando una situazione di evidente disagio. Sulla materia l&rsquo;On.le Debora Serracchiani firmataria del DDL 153 presentato alla Camera che ha originato l&rsquo;iter parlamentare che ha portato all&rsquo;approvazione unanime e bipartisan della legge 106/2025, ha presentato un&rsquo;interrogazione al Ministro dell&rsquo;Istruzione e del Merito e a quello della Pubblica Amministrazione, evidentemente volta ad ottenere una risposta che rispetti lo spirito della legge in tema di posto/sede di lavoro e si ha motivo di credere che il quesito posto trovi fondatezza nel fatto che &egrave; stato avanzato dalla Deputata che ha ispirato la ratio tutelante della legge (e sottoscritto dai parlamentari Furfaro, Girelli, Malavasi). Giova riportarla in attesa che i Ministri interpellati si pronuncino, auspicando che l&rsquo;interrogazione abbia riscontro positivo nel confermare la sussistenza di un diritto soggettivo che gi&agrave; la Cassazione ha riconosciuto con Sentenze n.&deg; 25379/2016 e 29990/2019.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&ldquo; <em>La legge 18 luglio 2025 n.106 &ldquo;disposizioni concernenti la conservazione del posto di lavoro e i permessi retribuiti per esami e cure mediche in favore dei lavoratori affetti da malattie oncologiche, invalidanti e croniche&rdquo; prevede all&rsquo;articolo 1 che i dipendenti pubblici o privati affetti da malattie oncologiche o da malattie invalidanti o croniche, anche rare, che comportino un grado di invalidit&agrave; pari o superiore al 74 per cento, possono richiedere un periodo di congedo, continuativo o frazionato, fino a ventiquattro mesi conservando nel contempo il proprio posto di lavoro; ad inizio del presente anno scolastico vengono, invece, segnalati casi di docenti che si trovano in queste condizioni di patologie certificate e di invalidit&agrave;, oltre che titolari di legge 104/92, che &ndash; in taluni casi senza preavviso e senza il loro consenso &ndash; sono stati assegnati &ndash; senza prendervi servizio &ndash; ad altra sede, spesso pi&ugrave; disagiata e lontana dal domicilio e senza alcuna spiegazione, se non un eventuale motivo di organizzazione interna, a discrezione del dirigente scolastico; le variazioni di sede disposte d&rsquo;ufficio con modalit&agrave; difformi all&rsquo;art. 21/legge 104 sono provvedimenti lesivi dello spirito della legge 106 che &ndash; prevedendo che i due anni di assenza per grave patologia siano frazionabili &ndash; non solo depone per la conservazione del posto di lavoro ma anche della sede lavorativa; la tutela di questo diritto soggettivo preceda qualsiasi motivazione discrezionale di una diversa organizzazione scolastica interna poich&eacute; lo spirito della legge 106/ 2025 &egrave; quello di tutelare la flessibilit&agrave; della fruizione dei due anni di assenza conservando la situazione lavorativa pregressa ed in particolare non il &ldquo;posto&rdquo; in senso astratto ma la vera e propria sede lavorativa effettiva anche perch&eacute; una visione restrittiva del concetto di "posto di lavoro" finirebbe per diventare punitiva per un docente affetto da patologia grave e non coglierebbe il senso pi&ugrave; tutelante, umano e rassicurante che la legge 106/2025 ha voluto significare: alla luce dei fatti esposti in premessa quali misure urgenti i ministri interrogati, ognuno per le proprie competenze, intendano adottare al fine di chiarire questo aspetto ed evitare situazioni umilianti per le persone fragili che la legge ha inteso invece proteggere</em>&rdquo;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel frattempo giunge notizia di una recentissima Sentenza del Tribunale del Lavoro di Rimini del 24 settembre 2025 che riconosce il diritto di un docente con disabilit&agrave; ad essere assegnato ad una sede scolastica vicina al proprio domicilio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&ldquo;<em>Va dunque affermato &ndash; stabilisce il giudice ad&igrave;to &ndash; in generale l&rsquo;obbligo della amministrazioni scolastiche di attribuire con priorit&agrave; i posti disponibili al personale che beneficia delle riserve in quanto affetto da gravi patologie e solo in un secondo momento al personale inserito in graduatoria secondo il rispettivo punteggio e che non sia titolare di alcuna riserva</em>&rdquo;. La chiarezza cristallina della sentenza conferma quanto sancito dalla normativa vigente sopra richiamata: si auspica un conforme orientamento dei Ministri &ldquo;interrogati&rdquo; al fine di evitare situazioni che potrebbero integrare l&rsquo;ipotesi del mobbing lavorativo.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/un-docente-con-disabilit-ha-diritto-ad-una-sede-scolastica-vicina-al-domicilio/2663]]></guid>
					<pubDate>Sat, 11 Oct 2025 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							<item>
					<title><![CDATA[Governare al centro paga]]></title>
					<link><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/governare-al-centro-paga/2662]]></link>
					<description><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Che lettura dare dell&rsquo;esito della seconda prova di elezioni regionali? Ha vinto il centro destra ed &egrave; uscito con le ossa rotte il cosiddetto campo largo: vero, ma banale. La faccenda &egrave; un poco pi&ugrave; complessa e merita qualche riflessione, pur premettendo che ogni regione ha una sua storia specifica, il che vale ancora di pi&ugrave; per una regione meridionale e fra queste particolare come &egrave; la Calabria.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tuttavia qualche linea di tendenza si pu&ograve; scorgere se compariamo l&rsquo;elezione ultima con quella delle Marche e con quanto ci si aspetta dalle prossime regioni chiamate al voto. Igor Taruffi, uno dei personaggi del PD pi&ugrave; omogenei alla Schlein, ha invitato a fare i bilanci solo alla fine: lo ha detto per consolarsi di due sconfitte brucianti, ma noi lo prendiamo in parola.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Su cinque regioni che sono andate o che andranno al voto (lasciamo da parte la Valle d&rsquo;Aosta, troppo atipica), in due hanno gi&agrave; vinto i governatori in carica e in Toscana ci si attende con buona approssimazione che avvenga lo stesso. Nelle tre in cui si voter&agrave; tra la settimana prossima e il 23-24 novembre non c&rsquo;&egrave; possibilit&agrave; di confermare i governatori in carica per via del divieto del terzo mandato, tuttavia i pronostici, realistici, danno la conferma certa del blocco di governo precedente. In due casi, Campania e Puglia, quello del campo largo, in uno, il Veneto, quello del centrodestra (leghista). Ora per&ograve;, se andiamo a fondo, vediamo che tanto in Puglia quanto in Veneto i candidati sono di fatto due &ldquo;moderati&rdquo;: sicuramente De Caro, ma anche il quasi certo candidato della Lega in Veneto, Stefani, &egrave; un degno allievo di Zaia, che certo non ha governato da estremista.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Potrebbe fare eccezione la Campania dove il candidato &egrave; il Cinque Stelle Roberto Fico che sta facendo un po&rsquo; di scena per mostrare un distacco dal precedente regno di De Luca, ma anche qui la faccenda non &egrave; cos&igrave; semplice. Per vincere Fico &egrave; gi&agrave; venuto a patti con De Luca e ancor pi&ugrave; lo dovr&agrave; fare per governare, mentre il vero reggente del campo largo in Campania &egrave; l&rsquo;abile sindaco di Napoli Manfredi: anche in questo caso non certo un barricadiero.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questo contesto a nostro avviso mostra che l&rsquo;elettorato &egrave; meno attratto di quel che si presume dai populismi e dalle demagogie, persino quando questi cavalcano temi di alta sensibilit&agrave; come la tragedia in corso a Gaza. Nelle regioni si vota in definitiva per avere un governo, non per sperimentare proclami: l&rsquo;ha verificato sulla sua pelle l&rsquo;ex sindaco di Pesaro Ricci, che, a dispetto delle sue esibizioni pro Pal, &egrave; stato distaccato di otto punti dall&rsquo;uscente Acquaroli, non certo un carismatico trascinatore di folle. Ancor peggio &egrave; andata al pentastellato Tridico battuto con ben 16 punti di distacco dall&rsquo;uscente Occhiuto, in questo caso personaggio molto radicato nella sua regione contro un paracadutato dalle segreterie dei partiti. All&rsquo;ex presidente dell&rsquo;INPS, padre del reddito di cittadinanza, non &egrave; servito a molto promettere redditi di inclusione e altri bonus, n&eacute; denunciare i ritardi nella sanit&agrave; regionale, perch&eacute; non era credibile n&eacute; che con le finanze locali (e con le leggi vigenti) potesse finanziare quelle elargizioni, n&eacute; che bastasse la sua presenza per far funzionare una macchina della sanit&agrave; inceppata per ragioni strutturali sotto i precedenti governi regionali a prescindere dal loro colore.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Occhiuto &egrave; un politico di Forza Italia, che ha invitato alla pacificazione post elettorale e che viene da una storia di moderatismo: non &egrave; un caso che il partito di Tajani abbia spopolato raccogliendo anche con liste collegate un terzo dei voti totali. Giustamente il ministro degli Esteri era euforico, perch&eacute; quel successo lo conferma sia nel quadro politico generale che al secondo posto della gerarchia della maggioranza di governo. Del resto lo stesso Acquaroli, che invece viene da una storia di destra ben poco moderata (che nelle Marche ha una tradizione anche in alcuni casi imbarazzante), da governatore aveva tenuto una postura scevra da impennate e sceneggiate, il che evidentemente ha pagato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;opposizione ex di centro sinistra imparer&agrave; qualcosa da quanto &egrave; successo o continuer&agrave; &ldquo;testardamente&rdquo; a sostenere che l&rsquo;importante &egrave; tenere tutto insieme pagando il prezzo di una radicalizzazione per compiacere M5S e AVS? In genere i partiti dalle sconfitte imparano poco, almeno nell&rsquo;immediato, perch&eacute; dovrebbero rivedere gli organigrammi dei loro gruppi dirigenti, cosa che sono sempre restii a fare. In particolare al gruppo dirigente del PD manca una robusta esperienza di governo: non ce l&rsquo;hanno n&eacute; Schlein, n&eacute; le persone del cerchio magico che le sta intorno. Quelle esperienze stanno semmai, sia pure non proprio in maniera splendida, nella corrente cosiddetta riformista, ma l&rsquo;effetto di spaesamento che domina in questi mesi impedisce un serio confronto sul tema.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Si dovranno dunque attendere ancora i test delle prossime regionali. Qui di nuovo il tema vero sar&agrave; come si piazzano M5S e AVS e quanto il PD riesce a staccarli in termini di consenso elettorale. Per i Cinque Stelle la prova sar&agrave; particolarmente ardua, perch&eacute; se faranno flop sar&agrave; probabilmente impossibile per Conte puntare alla guida dell&rsquo;opposizione alle prossime elezioni nazionali. Se cos&igrave; non fosse e M5S avesse un buon risultato, il campo largo &egrave; destinato a consumarsi in una lotta cruenta per la leadership, il che del resto ha molti precedenti nella storia della sinistra.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L&rsquo;ipotesi che a bilanciare la situazione possa essere l&rsquo;avvento di una forza &ldquo;di centro&rdquo; che potrebbe anche dialogare in modo costruttivo con i moderati dell&rsquo;altra sponda &egrave; al momento tutta da verificare. Sin qui nelle regionali non ci sembra ci siano segnali robusti in quella direzione.</span></p>]]></description>
					<author><![CDATA[info@mentepolitica.it (Redazione mentepolitica.it)]]></author>
					<guid isPermaLink="true"><![CDATA[http://www.mentepolitica.it/articolo/governare-al-centro-paga/2662]]></guid>
					<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 00:01:00 +0200</pubDate>
				</item>
							</channel>
</rss>