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Quando la storia insegna
Chissà se l’impegno del presidente Mattarella nell’essere presente alle celebrazioni a Merano il 5 settembre per l’80° dell’accordo De Gasperi-Gruber che avviò la sistemazione della questione del Sudtirolo sarà sufficiente per attirare una rinnovata attenzione su una pagina che ha molto da insegnare alla politica.
Perché non si trattò di un accordo facile, che infatti doveva sanare la vicenda poco onorevole di un ventennio appena concluso e che avrebbe impiegato più di un trentennio per mostrare appieno le sue potenzialità. Dunque una storia positiva perché poté contare sulla razionalità e sulla ragionevolezza di molti uomini politici, ma anche di uomini di cultura e di chiesa, che non si fecero ingabbiare dalle retoriche ereditate dal passato, da furori più o meno sacri, e seppero davvero guardare avanti.
Quando nell’estate del 1946 si lavorò a trovare l’accordo nell’ambito del trattato di pace che chiudeva la Seconda Guerra Mondiale c’erano sul terreno l’eredità della guerra del 14-18 con la fissazione del confine italiano al Brennero in nome di una visione geo-strategica che già non aveva allora molto senso, la vicenda dell’opera di tentata snazionalizzazione violenta della popolazione austriaca del Sudtirolo operata dal fascismo, quella di una adesione piuttosto entusiasta dell’Austria al nazismo che l’aveva inglobata nel
Un elogio della moderazione
Da parecchi anni, oramai, in tutti i regimi liberaldemocratici, anche in quelli di più antica tradizione e durata, si assiste a una costante e progressiva radicalizzazione della contesa politica. Non solo l’elettorato è diventato molto più voltatile, dislocando tradizionali geografie elettorali, ma tende a premiare le ali estreme penalizzando le proposte politiche di mediazione. Appare in crisi il classico assioma politologico in base a cui si postulava che le elezioni si vincono conquistando la fiducia degli elettori centristi indecisi, proponendo misure ragionevoli e non estremiste. Per decifrare questa deriva estremizzante, che sembra erodere le basi di una ordinata convivenza civile, sono state avanzate varie spiegazioni. La radicalizzazione degli elettorati sarebbe un sottoprodotto del processo di globalizzazione che, estendendo in tempi brevissimi l’orizzonte dei mercati di riferimento, ha messo in crisi assetti economici consolidati provocando una reazione di rigetto verso le classi politiche tradizionali. Un’altra diagnosi mette l’accento sul sovvertimento del modo di formazione della pubblica opinione indotto dalla, anch’essa molto rapida, diffusione dei social media. Piattaforme informatiche che scompongono i bacini informativi generalisti in tante bolle separate, impermeabili ed autoreferenziali. Sullo sfondo di questa più generale cornice epocale si colloca il libro di cui qui ci occupiamo (Aurelian Craiutu, Essere moderati. leggi tutto
Una politica oltre le sceneggiate
Agosto è nel dibattito pubblico tradizionalmente in Italia un mese di cosiddetti “ballon d’essai”: provocazioni più o meno a vuoto, raramente anticipi di strategie di lungo periodo, cose che i politici e i personaggi che ruotano loro intorno lanciano in quel tanto di mondo dei media che non può andare in vacanza (carta stampata e qualche talk show che supplisce alle ferie dei conduttori-star). Si sostiene che servono per prendere la temperatura, per misurare le tensioni che animeranno la vita politica alla ripresa autunnale. Figurarsi se non ci si è fatto attenzione quest’estate con la prospettiva dell’entrata nel vivo da settembre del confronto precoce per le prossime elezioni nazionali.
A dominare su tutto è stata la questione di individuare quali saranno le figure chiave che in vista delle battaglie prenderanno la guida delle varie forze, partiti o fazioni che siano. Può essere curioso che molto si sia concentrato in una storia al confine fra il picaresco e il grottesco, il caso Ranucci-Lavitola. Tutto è ruotato intorno alla plausibilità che un personaggio del sottobosco politico, già in passato coinvolto in vicende di manipolazioni, potesse davvero, come aveva finito di ammettere davanti agli inquirenti, avere montato una sceneggiata pericolosa per promuovere il lancio in politica di leggi tutto
Un momento inquietante
I fatti di Chiomonte in Val di Susa pongono interrogativi inquietanti. Sono stati messi in rapporto con i tumulti degli antagonisti a Bologna ad inizio della scorsa settimana, ma il nesso è piuttosto ambiguo, sebbene in entrambi i casi si sia assistito alla degenerazione di manifestazioni che si muovevano in modo più o meno pacifico.
Insistiamo sul più o meno. Infatti mentre a Bologna la manifestazione di protesta per la morte del marocchino Fakir indetta un po’ troppo disinvoltamente da un sindaco in cerca di visibilità aveva una modalità denunciataria pacifica, non si può dire lo stesso per quella della Val di Susa che era programmaticamente antagonista, sia pure non necessariamente orientata al tipo di violenza che si sarebbe visto in atto. È significativo soffermarsi sulle differenze tra i due episodi. A Bologna c’è stata una azione dell’antagonismo diremmo ordinario, che cerca lo scontro con le forze dell’ordine ma nel quadro di un tumulto di piazza per quanto molto pesante che ha utilizzato come armi quel che ha trovato per strada. A Chiomonte si è vista in azione una forza militarizzata, addestrata, con divise, organizzazione, strumentazione preparata in precedenza, tutto pianificato. Non si è neppure trattato per la maggior parte di soggetti legati al leggi tutto
In nome della demagogia
I tempi pre-elettorali sono per definizione propizi ad una impennata della demagogia, ma quando si sposano con fasi di grande crisi della politica gli argini che la contengono nei limiti della patologia dei mezzi di mobilitazione franano. Lo si sta vedendo molto chiaramente in questo momento con il parossismo a cui si è arrivati nella vicenda della richiesta di grazia a furor di popolo per il gioielliere Roggero condannato dopo tre gradi di giudizio per aver ucciso due rapinatori e cercato di farlo anche con un terzo membro della banda quando questi ormai stavano fuggendo dal suo negozio che avevano assaltato.
L’episodio era il tipico caso di cronaca che muove i sentimenti popolari più istintivi: si tratta di un uomo che, dopo essere stato non solo oggetto di aggressione personale ed essere stato testimone di pesante violenza contro la moglie e la figlia, aveva deciso di farsi giustizia da sé. Di conseguenza una quota robusta dell’opinione pubblica, scossa dal montare di violenza nella vita di tutti i giorni e dalla relativa capacità o possibilità delle forze di polizia di colpirla, si schierava istintivamente dalla parte di chi l’aveva fatta pagare ai delinquenti. Naturalmente un simile sentimento non trovava accoglienza nelle aule
Pettegolezzi, storiacce, impasse della politica
Va bene, è estate, sicché tutto fa brodo per occupare l’attenzione dei lettori distratti dalle vacanze, però alcune vicende sono al limite dell’eccesso. Ci riferiamo innanzitutto alla vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci, che si è scoperto orchestrato, in maniera apparentemente dilettantesca, dal suo amico Valter Lavitola, faccendiere già noto alle cronache politico giudiziarie.
Senza entrare nella valutazione poliziesca di quanto è accaduto, visto che non si dispone neppure di un quadro indiziario un minimo interpretabile, ci limitiamo a segnalare come siamo di fronte alla solita storiaccia politica: un giornalista d’inchiesta, ovvero costruttore di storie di denuncia su casi che possono fare scandalo, prima glorificato come l’inquisitore/denunciatore delle nostre corruzioni tanto da farne un quasi idolo del radicalismo di sinistra, poi da quegli stessi sponsor citato come obiettivo emblematico di un potere che voleva “intimidirlo”, infine ridimensionato come professionista con almeno una frequentazione amicale a rischio, frequentazione che gli si sta ritorcendo contro. Tutto questo occasione non per suggerire ai politici un po’ più di cautela nel magnificare, così come nel demonizzare un giornalismo spettacolo, ma per rilanciare l’attenzione sulla corta visione e la mancanza di (auto)critica da parte di personaggi che pensano ancora di guadagnare credito gettando in caciara ogni fatto di cronaca: leggi tutto
Adesso la preoccupazione è "Dibba"
Quella riforma elettorale che sembrava marciasse spedita e senza particolari intoppi, questione delle preferenze a parte, si sta complicando e non poco per la presenza nel panorama delle forze politiche di ali estreme che si pensa potrebbero scardinare tutti i conti che sono stati fatti.
Prima è arrivata la novità di Futuro Nazionale di Vannacci che mette a serio rischio le speranze del destra-centro di arrivare al fatidico 42% che gli consentirebbe la vittoria col premio di maggioranza. Sembrava che allora fosse spianata la possibilità di vittoria del cosiddetto campo largo (a cui peraltro si vuole cambiare etichetta), ma anche su quel versante si sta affacciando una presenza che scompagina. Si tratta della formazione messa in campo dall’ex grillino, o grillino in servizio permanente effettivo (scegliete voi), Di Battista, formazione dal titolo ultimativo “Schieriamoci”, in cui si pensa potrebbero confluire varie star estremiste dei talk show, da Tomaso Montanari a Francesca Albanese (quest’ultima in verità ha per ora smentito).
I sondaggisti stimano che questo raggruppamento, ove riuscisse a presentarsi, toglierebbe voti al campo largo e aumenterebbe la platea dei votanti, rendendo anche in questo caso molto problematico il raggiungimento del quorum del 42%. Aggiungiamoci che questa incertezza sui risultati renderebbe ancor più problematica leggi tutto
Partiti impantanati nella pre-tattica
D’accordo, ormai è estate, per di più il caldo è opprimente, per cui l’attenzione verso la nostra vita politica interessa quel che resta dei militanti e dei professionisti del ramo, molto scarsamente l’opinione pubblica generale. Eppure quasi tutti sono convinti che la campagna elettorale per le elezioni politiche (che non si sa ancora se saranno il prossimo aprile o il prossimo ottobre) sia già robustamente iniziata, anche se a noi sembra che i partiti, ma ancor più i loro leader per ora siano impegnati in quella che una volta si chiamava pre-tattica.
Si stanno facendo i conti con un quadro che, come abbiamo già avuto modo di scrivere, non è più quello di prima, perché sconta una frammentazione più radicata di quel che si prevedeva. Le novità sono il partito di Vannacci, che cresce nei sondaggi, e l’arcipelago dei centristi, dove c’è di tutto e di più.
Si dice giustamente che l’ex generale non ha fatto altro che riassemblare gli “animal spirits” che avevano già evocato disinvoltamente sia la Lega che FdI. La differenza è che questi credevano di agitarli tanto per fare un po’ di propaganda populista e raccogliere voti, riservandosi poi di gestirli con moderazione o di lasciarli cadere nelle sedi politiche leggi tutto
Le difficoltà del mito bipolarista
Il mito bipolarista è un vecchio attrezzo della politica italiana. Un tempo si esprimeva come elogio del bipartitismo sul modello inglese e americano. Si era iniziato e fine Ottocento, ma era tornato in auge anche con l’avvento della repubblica: sembrava che solo in un contesto del genere la politica democratica potesse esprimersi al meglio: al massimo si poteva avere l’appendice di un partito minore come era dopo il 1948 nella Repubblica Federale Tedesca, con il piccolo partito liberale oscillante fra la CDU-CSU e la SPD.
Da noi niente di simile, perché c’era la repubblica dei partiti, con governi che non si formavano tanto a livello di scelte elettorali, ma di dinamiche parlamentari, peraltro limitate dal fatto che il secondo grande partito più votato, il PCI, per ragioni di equilibri internazionali non poteva entrare nella competizione se non come opposizione di sistema (e allora si parlò di “bipartitismo imperfetto”).
Altri tempi, è cambiato tutto, e il classico bipartitismo non c’è più in nessuna grande democrazia, nemmeno nella classica e iconica Gran Bretagna. Eppure è rimasta la nostalgia per un sistema politico che possa chiedere agli elettori di scegliere loro direttamente per una formazione di un governo. Solo che la faccenda è più che problematica quando si
Lo spettro Vannacci
Sembra che sia tornato in campo qualcosa di simile a quello che Marx ed Engels denunciarono in apertura del Manifesto del partito comunista. Allora lo spettro che si aggirava per l’Europa era il comunismo, che aveva diverse tipologie da loro accuratamente elencate, oggi è il populismo anch’esso con la sua notevole varietà di tipologie, fra cui spicca quella qualunquistica di estrema destra. Nel nostro Paese prende l’incarnazione del ex generale e attuale europarlamentare Roberto Vannacci, che scuote ulteriormente un panorama politico già notevolmente radicalizzato.
Non si può infatti ragionare sul fenomeno del nuovo partito di destra estrema senza inquadrarlo in un trend che sta interessando tutta la nostra vita pubblica. Per illustrare il fenomeno basta partire dal recente episodio della richiesta di una dichiarazione di antifascismo a tutti gli espositori ad una fiera libraria. L’assurdità della richiesta è evidente: che bisogno c’è di dichiarazioni di fede a priori, quando ove eventualmente si riscontrino esaltazioni del fascismo possono essere respinte dagli organizzatori sulla base delle leggi vigenti e, in questo caso sì, della libertà di un soggetto di non dare spazio ad ideologie espresse in concreto in pubblicazioni che questi considerino non accettabili.
Il fatto è che ormai siamo immersi nel mito della dichiarazione: leggi tutto


