Ultimo Aggiornamento:
25 gennaio 2020
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Argomenti

L'ennesima riforma elettorale

Luca Tentoni - 25.01.2020

Il dibattito in corso sulla riforma della legge elettorale ripropone, come sempre, un dilemma: è opportuno scegliere una soluzione che serva a risolvere problemi politici contingenti oppure puntare - a costo di rimetterci - su un'impostazione che guardi di più al medio-lungo periodo (come il sistema francese, per esempio)? La proposta della maggioranza, che non può essere definita "alla tedesca" solo perché ha una soglia di sbarramento al 5% (il sistema per il Bundestag è ben più complesso e di certo meglio costruito di quello oggi in discussione in Italia) serve per impedire a Salvini e Meloni di vincere da soli le prossime elezioni politiche: lo scopo principale è questo, inutile negarlo. Così come la controproposta della Lega (il "Mattarellum") è un'opzione utile per chi l'ha formulata, che può essere facilmente contrastata con gli argomenti di chi - proprio nel centrodestra del 2005 - sostituì la legge che porta la firma dell'attuale Capo dello Stato con un meccanismo (il "Porcellum") fatto apposta per impedire a Prodi di vincere le elezioni del 2006. Se il dibattito sulla riforma delle leggi elettorali si deve sempre svolgere all'insegna della convenienza del momento, non ci si può meravigliare del fatto che il legislatore italiano ha prodotto, dal 1994 in poi, quattro meccanismi diversi (senza contare quelli leggi tutto

Manca davvero poco all’alba?

Paolo Pombeni - 22.01.2020

Tutti aspettano l’alba del 27 gennaio quando si conosceranno finalmente i responsi delle urne di Emilia Romagna e Calabria. La si vive come l’alba di un nuovo giorno, discutendo solo se lo sarà per la destra o per la sinistra. Se si invita a considerare con un po’ di freddezza quel che potranno dirci quei risultati, si passa o per furbini che non vogliono rischiare smentite o per cinici i quali pensano che comunque vada nulla cambia mai.

In realtà la situazione è davvero complicata. Da un lato questa lunga e defatigante campagna elettorale che si trascina da agosto ha mutato in maniera irreversibile il quadro politico italiano. Dall’altro ha finito per mettere in ombra i grandi problemi che il paese ha davanti, diffondendo l’illusione che prima si dovesse stabilire chi poteva detenere l’egemonia della politica italiana rinviando a dopo i conti con le nostre difficoltà.

Il mutamento del quadro politico ha visto l’affermarsi di una demagogia di destra che sembra avere il sostegno del 40% circa dell’elettorato. E’ un fatto nuovo. Berlusconi, con tutti i suoi numerosi difetti, non era espressione di questo tipo di cultura, né lo era Gianfranco Fini. Il loro tentativo di costruire un partito saldamente conservatore è miseramente fallito.

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Il nuovo partito nuovo

Stefano Zan * - 18.01.2020

La recente proposta di Zingaretti di fare un nuovo congresso per dar vita a un nuovo partito (forse anche nel nome) inclusivo, aperto, plurale che guarda alle Sardine, agli ambientalisti, ai sindaci e alla società civile organizzata ha suscitato, come era inevitabile, diverse reazioni.

In realtà per reagire con un certo distacco analitico sarebbero necessarie molte più informazioni su quanto ha in mente Zingaretti perché, quello che è certo è che non basta dichiararsi aperti e plurali perché i cittadini accorrano in massa ad iscriversi e a militare nel nuovo partito. Non solo. Non andrebbe dimenticato che il PD di Renzi era talmente aperto, inclusivo e plurale che ognuno (ogni corrente) faceva e diceva quello che voleva e votava anche come gli pareva a prescindere dalle indicazioni di partito. Una continua lotta fratricida tra correnti che ha ridotto il consenso elettorale e che nel giro di pochi mesi ha portato a tre scissioni: Bersani, Renzi, Calenda.

C’è quindi da augurarsi che Zingaretti abbia in mente qualcosa di diverso tanto dal semplice appello ecumenico quanto dalla riproduzione del modello precedente.

Ma cosa vuol dire oggi concretamente un partito aperto, inclusivo, plurale? È un partito che sa rappresentare meglio di quanto non abbia fatto negli

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Tra color che son sospesi

Paolo Pombeni - 15.01.2020

Tutto è sospeso nella politica italiana, sempre in attesa di qualcosa: il pronunciamento della Corte Costituzionale sul referendum Calderoli, quello della giunta per le autorizzazioni del Senato sul caso Salvini-Diciotti, quello che uscirà dalle urne di Emilia Romagna e Calabria il prossimo 26 gennaio. Nel frattempo si annunciano grandi progetti, ma molto vaghi, senza avere il coraggio di affrontare il vero nodo della debolezza attuale: la crisi dei Cinque Stelle che getta una grande ambiguità su tutta la situazione.

Infatti è quello il fattore che da un lato impedisce ai ministri pentastellati di lasciar perdere le loro bandierine logore (prescrizione, punizione dei Benetton, ecc.) e dall’altro frena gli alleati al governo (soprattutto il PD e lo stesso Conte) dal mettere Di Maio e soci di fronte alle loro responsabilità. La speranza, vedremo se fondata, è che i risultati elettorali di fine gennaio risolvano da soli il rebus.

In che modo? La risposta è più semplice di quel che si pensi. Se davvero, come sembra, M5S avrà un cattivo risultato in quelle urne, ci sarà un ridimensionamento automatico del peso dei suoi ministri. Potrebbe anche darsi che a seguito di quel risultato la rappresentanza parlamentare pentastellata conoscesse abbandoni e cambi di casacca, mutando così anche la composizione della maggioranza di governo. leggi tutto

Dopo la tempesta

Luca Tentoni - 04.01.2020

Il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato variamente interpretato dai leader (a ciascuno dei quali, come sempre, è parso opportuno valorizzare le frasi e i passaggi più utili per la propria parte politica e per i propri simpatizzanti). A distanza di qualche giorno, invece, ci sembra opportuno sottolineare la forza di uno dei temi oggetto del discorso. Il filo conduttore del Quirinale, esplicitato persino nell'ambientazione (col Presidente al centro di uno spazio ampio, come l'Italia nel mondo) è il rifiuto dell'isolamento, della retrotopia, del decennio di una politica fatta di odio e barriere. La contrapposizione fra – da una parte - il civismo e il rispetto delle esigenze degli altri e – dall’altra - "aggressività, prepotenze, meschinità, lacerazioni del tessuto sociale", è la chiave di una svolta di alta politica che il Quirinale intende suggerire al Paese. La guerra civile degli anni Dieci, costruita sulla crisi economica, sociale e culturale, sull'uso perverso dei social network per lucrare consensi avvelenando l'animo degli italiani e cercando di uccidere il senso della convivenza, deve finire per tutti. Per troppi anni una certa politica ha fatto di tutto per contrastare ciò che si legge su una sedia donata a Mattarella da un'associazione di disabili: "quando perdiamo il diritto di leggi tutto

Un decennio di mobilità elettorale

Luca Tentoni - 21.12.2019

Alla fine di un decennio che sul piano elettorale ha visto spostamenti di voti frequenti e numerosi (con la nascita e l'ottimo risultato del M5s alle politiche del 2013, l'affermazione del Pd alle europee 2014, la vittoria del M5s alle politiche del 2018, il primo posto della Lega alle europee del 2019) e il susseguirsi di leadership prima vincenti, poi improvvisamente declinanti, possiamo provare a fare il punto sulla volatilità potenziale delle scelte di voto degli italiani. C'è un ottimo libro del Mulino, a cura di Hans Schadee, Paolo Segatti, Cristiano Vezzoni ("L'apocalisse della democrazia italiana - Alle origini di due terremoti elettorali", pp. 176, 2019) che spiega come "la motivazione decisiva della scelta di tantissimi di cambiare voto sia da ricercare nella caduta verticale di reputazione dell’intero ceto politico tradizionale; una crisi di autorità, serpeggiante da ben prima della Grande Recessione e alimentata dalla diffusa convinzione che entrambi i partiti-cardine del sistema politico della Seconda Repubblica fossero incapaci di attrezzare il paese alle sfide epocali da fronteggiare". Nel volume si passano in rassegna i temi che possono aver influenzato, con la loro maggiore o minore salienza, le scelte di voto: ci sono molte sorprese, che il lettore scoprirà. Ma torniamo a noi, al filo logico di questo decennio. leggi tutto

Odissea giallorosa

Luca Tentoni - 07.12.2019

Nato per dare al Paese e agli osservatori internazionali l'immagine di una discontinuità col precedente Esecutivo, in nome dei conti pubblici in ordine, di una linea non più euroscettica e di una volontà di stabilità (con l'obiettivo di durare fino al 2022), depotenziando frattanto la Lega di Salvini, il secondo governo Conte ha mostrato presto i suoi limiti. Il Carroccio sta tornando sui livelli di consenso delle europee del 26 maggio scorso; sul Mes l'Italia torna a stare con un piede in Europa e uno fuori; il governo traballa, dando l'impressione di non avere più di uno o due mesi di percorso prima delle dimissioni. In pratica, a parte bloccare l'aumento dell'Iva, non è stato fatto altro di significativo. Persino la diminuzione del numero dei parlamentari, voluta con forza dal M5s, è stata approvata con i voti di un riluttante Pd ma ora potrebbe essere rinviata al 2025 (cioè, per i tempi della politica, alle calende greche) in caso di repentino scioglimento delle Camere. L'ipotesi di un accorpamento fra le nuove elezioni nazionali e le regionali (previste nel periodo fra la metà di aprile e la metà di giugno) non è più remota. Per farci votare il 18 aprile (data fatidica, peraltro, perché ricorda la vittoria della leggi tutto

Divisi e senza meta

Paolo Pombeni - 04.12.2019

Come è uscita la maggioranza dalla corrida parlamentare sul Meccanismo Europeo di Stabilità? Come era da aspettarsi: divisa, senza una leadership riconosciuta, ma soprattutto senza una meta verso cui tendere sia pure muovendo lungo itinerari diversi. Del resto non c’era solo il MES come argomento di contrapposizione: la questione della prescrizione è un’altra non piccola pietra d’inciampo.

È poco utile ritornare su una valutazione appropriata del MES, che non è ovviamente un testo sacro, ma non è neppure quel meccanismo infernale immaginato per stritolare i risparmiatori italiani come vorrebbero far credere Salvini e Meloni. I temi da affrontare sono altri. Senz’altro quello, abbondantemente dibattuto sulla stampa e alla TV, di un provvedimento che è stato progettato quando al governo c’erano quelli che adesso gli sparano contro e che allora evidentemente si occupavano d’altro. Tuttavia va anche detto che gli stessi attuali sostenitori dell’impresa, a cominciare da Conte, non si può dire non abbiano avuto delle distrazioni nel lasciar passare qualche normativa ambigua.

Il fatto è che quando si negozia da posizioni di debolezza è difficile far ascoltare la propria voce: e quando il Conte 1 sedeva ai tavoli europei in cui si ragionava del “salva-stati”, i nostri rappresentanti non erano guardati con particolare considerazione positiva. leggi tutto

Il 26 gennaio cambierà qualcosa

Luca Tentoni - 30.11.2019

Dopo il voto sulla piattaforma Rousseau, il governo è un po' più debole. Le numerose tensioni nella maggioranza rischiano di acuirsi in caso di sconfitta del centrosinistra in Emilia-Romagna. Non sarebbe la prima volta che un governo cade per un voto regionale: accadde a D'Alema (che, nel 1998-2000, aveva guidato due Esecutivi di seguito) e a Berlusconi (dimissionario nel 2005 dopo la batosta subìta dal centrodestra, ma pronto a formare un nuovo governo). Stavolta il turno elettorale è limitato a due sole regioni (Calabria ed Emilia-Romagna), ma - proprio per questo - l'attenzione sulla sorte del Pd e del governatore Bonaccini è molto maggiore rispetto ad un test generale e ampio. La Calabria, infatti, è considerata marginale, sia perché centrodestra e centrosinistra si sono alternate alla guida della regione (quindi non si tratta di una roccaforte), sia perché il M5s (che pure aveva ottenuto percentuali di voto record alle politiche del 2018) è in declino, sia perché di fronte alla sfida fra Lega e Pd per il controllo del "fortino rosso" per eccellenza (l'Emilia-Romagna), la partita calabrese perde molto di significato. Il voto del 26 gennaio prossimo rischia di passare alla storia come quello del 1999 per il comune di Bologna (espugnato da Guazzaloca, che divenne sindaco per il centrodestra) e leggi tutto

Confusamente avanti?

Paolo Pombeni - 27.11.2019

Della politica italiana non si sa più cosa dire. La destra tira dritto per una strada di imposizione della sua presenza, ma senza capacità propositiva. Berlusconi è sparito, perché quello che appare ogni tanto per amore della presenza televisiva è un suo zombie e i suoi uomini e donne non riescono a guadagnarsi una qualche rilevanza. Nella Lega ogni spazio deve essere lasciato a Salvini. Anche chi come Giorgetti avrebbe cose sensate da dire è relegato ai margini. La Meloni cerca di ricavarsi qualche visibilità, guadagna consensi, ma non propone nulla. Se si guarda questo panorama viene da chiedersi come faccia la destra a conservare le sue posizioni nei sondaggi.

Il fatto è che non è la destra ad essere forte, ma sono le alternative ad essa che sono particolarmente deboli. Obiettivamente si fa fatica ad individuare una qualsiasi proposta di visione da parte di Salvini e compagni che non sia semplicemente l’affermazione che la sinistra e M5S fanno tutto male e che loro farebbero molto meglio. Non dicono come, non mettono in chiaro un disegno di gestione delle nostre difficoltà, si limitano a ripetere che l’attuale maggioranza di governo è solo capace di mandare a rotoli il paese. Chi però continua credere che arriverà il leggi tutto