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Luci e ombre dell’accordo di Parigi
L’11 dicembre si è conclusa a Parigi la ventunesima Conferenza delle Parti della Convenzione sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, già nota al grande pubblico come Conferenza sul clima di Parigi. L’attenzione mediatica, sia prima sia durante questo evento geopolitico mondiale, è stata enorme, producendo da un lato grandi aspettative e dall’altro molti dubbi sulla possibilità di raggiungere un effettivo accordo tra tutti gli stakeholder coinvolti. Il dubbio che la preoccupazione per il clima e la salute del pianeta non fosse sufficiente a superare il prevalere degli interessi economici di alcuni dei soggetti coinvolti serpeggiava infatti già prima dell’incontro e anche durante – come espresso dalle parole del presidente degli Stati Uniti – ma a Conferenza conclusa non si può che riconoscere che il timore si sia effettivamente trasformato in verità e che gli interessi di alcuni Stati in via di sviluppo o produttori di petrolio e di alcune lobby globali abbiano pesantemente condizionato le trattative. La necessità di raggiungere un accordo, infatti, ha imposto di ammorbidire alcune posizioni particolarmente spinose per alcuni paesi e stakeholder e così il bilancio finale non è rigoroso come ci si aspettava, come avrebbe dovuto essere, e le questioni veramente pregnanti - carbon taxes, limiti obbligatori per i singoli paesi, sanzioni - sono scomparse in fretta dal tavolo delle trattative. leggi tutto
Se il Front National vince tra la gente, il modello francese ha fallito
Il doppio turno premia i moderati. Accade in Francia, dove domenica 13 dicembre si è disputata la partita più importante: il ballottaggio per le elezioni regionali. I Repubblicani smentiscono i pronostici fatalisti, conquistando sette regioni, a fronte delle cinque dei Socialisti. Nulla di fatto per il Front National, vincente al primo turno con le percentuali di voti più alte in ben sei regioni (Nord-Pas-Calais/Picardia, Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Champagne-Ardenne/Lorena/Alsazia, Centro, Midi-Pyrénées e Borgogna/Franca Contea).
Nonostante gli esiti - più rassicuranti rispetto a quelli dello scorso 6 dicembre - non tranquillizzano i numeri di questa tornata elettorale. Il partito di estrema destra - guidato da Marine, figlia di Jean-Marie Le Pen - guadagna alle urne percentuali significative: 6,6 milioni di voti pari al 28%. Cifre che lasciano poche speranze per i sostenitori del modello d'integrazione transalpino, ad oggi al collasso. A dirlo è la crescente insofferenza nei confronti di immigrati e stranieri espressa attraverso il voto al Front National. Il suo 29% - circa - del primo turno è sintomo dell’interesse pubblico per le battaglie anti immigrazione, oltre che per l’economia nazionale e sicurezza interna di cui il Front National si è fatto propugnatore accanito. Il modello francese di convivenza e integrazione - con la presunzione dell'assimilazione - ha dimostrato le sue falle già con le rivolte delle banlieues del 2005, quando ai ragazzi veniva imposta la rimozione delle proprie specificità culturali, leggi tutto
Molto rumore per nulla? Il secondo turno delle regionali francesi
Dunque è stato tutto uno scherzo? Il solito FN che spaventa mezza Europa, poi arriva il barrage républicain e il pericolo rientra?
In realtà le cose sono andate piuttosto diversamente. E in attesa di poter riflettere sui flussi elettorali e sui dati precisi e relativi ad ogni singola regione, è possibile avanzare qualche riflessione di circostanza.
Prima di tutto bisogna riflettere sul dato della partecipazione. Tra primo e secondo turno si è passati dal 49 al 58,5%, quasi dieci punti percentuali che in termini di voti significano circa quattro milioni di elettori in più che si sono mobilitati. È stato l’effetto della “chiamata alle armi” in funzione anti-frontista? La lettura in questa direzione può essere corretta, ma il dato può anche essere interpretato in altro modo: ancora una volta una parte consistente di elettori dei partiti di governo (PS e LR) hanno voluto mandare un segnale di insoddisfazione alle rispettive classi dirigenti astenendosi massicciamente al primo turno, un po’ meno al secondo. Al contrario il voto FN sembra oramai essersi strutturato come voto di adesione, che non tende a diminuire quando aumenta la partecipazione. Insomma gli elettori da mobilitare sembrano essere oramai una percentuale sempre maggiore di quelli tradizionalmente ascrivibili ai partiti di governo. leggi tutto
La Cancelliera del mondo libero
L’anno scorso il tributo è venuto dal quotidiano britannico «Times», questa volta ci ha pensato il settimanale americano «Time» a eleggere Angela Merkel “persona dell’anno”, mettendola in cima a una lista di soli uomini e assegnandole il titolo di “Cancelliera del mondo libero”. Non si tratta di un atto di gentilhommerie (per la prima volta dal 1986 la scelta è caduta su una donna), ma di un riconoscimento che è stato motivato sulla base del ruolo internazionale avuto dalla Cancelliera tedesca: dopo la crisi economica, Merkel ha preso di petto quella dei rifugiati e, secondo quanto si legge nella motivazione del «Time», si sarebbe “opposta fermamente alla tirannia, fornendo una leadership morale decisa in un mondo che ne è a corto”.
Curiosamente, i media tedeschi non hanno dato particolare risalto alla notizia: un anonimo trafiletto sulla «Frankfurter Allgemeine Zeitung», una breve intervista al pittore irlandese Colin Davidson, autore del ritratto della copertina del «Time», sulla «Süddeutsche Zeitung» e poco altro. Il quotidiano tedesco che ha dato un po’ più di peso al riconoscimento del «Time» è stato il conservatore «Die Welt», che d’altra parte, nell’unico articolo di approfondimento (pubblicato a pagina 11), sembra accreditare la tesi secondo cui il settimanale americano, più che premiare Angela Merkel, abbia voluto denunciare l’inerzia del Presidente Obama. leggi tutto
Elezioni in Spagna: tutto cambia o tutto rimane come prima?
Solo un anno fa, le elezioni di domenica prossima venivano descritte come l’evento che avrebbe potuto cambiare in maniera radicale la democrazia spagnola. La sorprendente crescita di Podemos, partito nato nelle piazze indignate di Madrid e Barcelona, sembrava presagire non solo la fine del bipartitismo che aveva governato sin dalla transizione democratica, ma una vera e propria rivoluzione politica per il Paese. Sulla scia del successo di Syriza in Grecia, Pablo Iglesias puntava ad un risultato che gli permettesse di andare al governo e poter così sfidare l’austerità della Troika. Oggi, a pochi giorni dal voto, il quadro appare decisamente più incerto e chi si augurava cambi radicali potrebbe rimanere deluso.
Ma torniamo ad un anno fa. L’effetto combinato della crisi economica, dei tagli alla spesa pubblica e di una serie di scandali di corruzione determinarono una forte delegittimazione del Partido Popular (PP) e del Partido Socialista Obrero Español (PSOE) che si alternano al governo dal 1982. Nel momento più grave della crisi economica, con circa un quarto della popolazione attiva senza lavoro, la rabbia e il malcontento dell’elettorato ricaddero sui due partiti maggiori, ritenuti, a torto o ragione, i responsabili della disfatta spagnola.
L'analisi del sabato. Appunti sul voto in Europa
Nell'analisi politica c'è spesso il rischio di incappare in alcuni indizi che "spiegano troppo". Ci sono circostanze, sia pure molto rilevanti, che però sono concause di un determinato fenomeno e che non bastano, da sole, a spiegarne la vera natura. Taluni hanno affermato, subito dopo il voto regionale francese del 6 dicembre, che l'avanzata del Fronte nazionale di Marine Le Pen era frutto della paura per gli attentati terroristici di Parigi. Forse sarebbe stato sufficiente riprendere alcuni sondaggi precedenti al 13 novembre e persino dati elettorali recenti significativi, per rendersi conto che c'era anche dell'altro. L'istituto Ipof, poi, ha diffuso un interessantissimo studio sul voto regionale dal quale si evince che solo il 16% degli elettori del FN ha cambiato intenzione di voto a seguito degli attentati. In altre parole, nel 28,4% ottenuto dai lepenisti c'è un 4,5% conquistato in seguito ai fatti di Parigi: ciò dimostra che il restante 23,9% era già acquisito o acquisibile anche senza il verificarsi di eccezionali eventi esterni al dibattito politico corrente. Alle elezioni europee del 2014, peraltro, il FN aveva ottenuto il 24,86% dei voti (prima ancora persino dell'attentato a Charlie Hebdo dello scorso gennaio, quindi). Nella vittoria dell'estrema destra francese non c’è solo la contingenza del terrore e neppure soltanto la linea "securitaria" di Marine Le Pen. leggi tutto
L’Italia e la lotta internazionale all’Isis a un mese dalle stragi di Parigi.
All’indomani dei tragici avvenimenti di Parigi del 13 novembre scorso, la maggior parte dei commenti di politici ed editorialisti si è concentrata su due aspetti della lotta che l’Italia e gli altri partner internazionali dovrebbero portare allo Stato islamico e alla sua strategia del terrore: 1) la creazione di una grande coalizione, composta dai paesi della UE, dagli USA e dalla Russia, insieme alle principali potenze regionali, come Iran, Arabia Saudita e Turchia, in grado di sconfiggere l’Isis sul piano militare; 2) isolare economicamente il Califfato, prendendo le distanze da quei paesi che si suppone stiano appoggiando l’Isis, attraverso traffici e affari di ogni genere con i suoi dirigenti.
Molti commentatori, inoltre, hanno censurato l’eccesso di prudenza del governo italiano, in particolare del presidente del Consiglio. Il premier Renzi, infatti, pur ribadendo con chiarezza la volontà di partecipare alla lotta contro il terrorismo islamista, ha allo stesso tempo invitato governi amici e alleati a inserire ogni eventuale intervento militare in un disegno strategico complessivo, volto a stabilizzare la regione e non semplicemente a eliminare un gruppo di potere per creare l’ennesimo vuoto politico, fonte di nuova anarchia e nuova conflittualità: in breve, non interventi affrettati, attuati soprattutto per dare una risposta all’opinione pubblica, giustamente spaventata e disorientata, leggi tutto
Ancora e sempre FN? Il primo turno delle regionali francesi
Per una volta i sondaggi sembrano aver interpretato correttamente la realtà. Anzi lo score del FN sembra aver superato le più rosee aspettative degli stessi dirigenti frontisti. Oltre il 28% a livello nazionale significa un ulteriore avanzamento rispetto al 24,9% delle europee e al 25,5% delle dipartimentali dello scorso marzo. L’affermazione del partito guidato dal 2011 da Marine Le Pen appare incontestabile: oggi il FN è il primo partito di Francia. Si può naturalmente obiettare che si è votato per elezioni regionali e che circa un francese su due si è astenuto (la partecipazione è comunque salita rispetto alle regionali del 2010 di circa tre punti percentuali e dai primi rilevamenti pare che, questa crescita, sia in larga parte avvenuta nelle aree di maggiore avanzamento frontista); ma è proprio la dimensione regionale del voto che, se osservata con attenzione, delinea un risultato ancora più sorprendente per il Front.
Le possibilità di vittoria finale di Marine Le Pen nella regione Nord-Pas-de-Calais-Picardie sono più che reali. Con oltre il 40%, stacca di quasi sedici punti il candidato LR (l’ex ministro del governo Fillon Xavier Bertrand) e anche in caso di ritiro della lista socialista, giunta terza con appena il 18%, dovrebbe riuscire nella storica impresa di conquistare la regione. La situazione è simile per la nipote di Marine, Marion Maréchal-Le Pen, nella regione mediterranea PACA. Anche in questo leggi tutto
6-13 dicembre 2015: il “laboratorio francese” e le sue molte incognite
Se diffondersi in previsioni prima di un test elettorale è un’arte alla quale sempre più si sottraggono anche sondaggisti e politologi, a maggior ragione non pronosticabile appare l’esito del voto regionale francese del 6-13 dicembre prossimi.
Ben prima dei tragici eventi del 13 novembre scorso, l’annunciata dirompente vittoria della destra repubblicana guidata da Les Républicains di Sarkozy, era stata almeno in parte messa in dubbio sia dalla continua risalita del FN nei sondaggi, sia dai segnali di parziale ripresa della gauche almeno in alcuni contesti regionali del centro e dell’ovest del Paese. La rinnovata carta regionale, con il passaggio da 22 a 13 macro-regioni, è un elemento di novità che costituisce, senza dubbio, un fattore di ulteriore complicazione nella lettura del voto. I drammatici fatti di metà novembre hanno definitivamente sconvolto il quadro. Hanno messo intanto, per una decina di giorni, in secondo piano la campagna elettorale e contemporaneamente fatto risalire il livello di fiducia nel Presidente della Repubblica, impegnato nella lotta al terrorismo ed emblema di un diffuso spirito di union sacrée. Allo stesso tempo hanno reso ancora più centrali parole d’ordine quali sicurezza, lotta all’islamismo radicale, identità nazionale e contrasto all’immigrazione, tipiche della narrazione frontista e di conseguenza hanno così posto i partiti di governo (PS, LR e centristi) in una situazione ancora più complicata. leggi tutto
«Bastardi Islamici», il titolo di Libero e il limiti del giornalismo
«Bastardi Islamici». Non una chiacchiera da bar, e neppure la manifestazione di una ripulsa individuale, ma il titolo di apertura di un quotidiano nazionale con oltre 104mila copie di tiratura: Libero. La risposta, all’apparenza impulsiva, di certo smodata, all’orrore parigino del 13 Novembre. Forse non è opportuno indugiare su una scelta editoriale che è stata oggetto di una serie di denunce, nonché di una controversa proposta di radiazione dall’albo dei giornalisti professionisti per il direttore del giornale, Maurizio Belpietro. Ma occorre partire da questo episodio, per nulla isolato, ma indubbiamente eclatante, se si vuole affrontare una riflessione sulle libertà e sui limiti del giornalismo: tema delicato, poiché qui si intersecano (e come in questo caso si scontrano) la necessità di assicurare un ampio regime di autonomia all’informazione e quella di prevenire le conseguenze negative di un suo abuso. Partiamo da una premessa: chiunque conosca il mondo dei media sa che l’obiettività giornalistica è un mito che vive al di fuori dalla realtà, nell’empireo della narrazione anglosassone. Di fatto, non esiste. Non necessariamente per malizia, è nella natura delle cose: anche l’informazione più asettica presuppone una scelta di campo o quantomeno una visione specifica della realtà. La selezione delle notizie, la titolazione, il linguaggio: sono tutti aspetti che dipendono dal modo in cui si intende la società. leggi tutto


