Ultimo Aggiornamento:
23 giugno 2018
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Argomenti

I sondaggi e la tentazione di una legislatura breve

Luca Tentoni - 23.06.2018

Sebbene il quadro politico sembri in via di stabilizzazione, l'ipotesi di un ritorno alle urne nella tarda primavera del 2019 non è tramontata del tutto. In altri tempi - anche abbastanza recenti - la formazione di una coalizione di governo dotata di una maggioranza parlamentare non eccessivamente grande (soprattutto in Senato) ma sufficiente per superare più di un ostacolo avrebbe indotto gli osservatori e le forze politiche a pensare di avere di fronte una legislatura capace di durare almeno due o tre anni, fino alle regionali del 2020 e forse oltre. Del resto, gli stessi alleati della coalizione giallo-verde prevedono - nel "contratto" - di fare un "tagliando" a metà del percorso, dunque verso la fine del 2020 ("le parti concordano sulla necessità di effettuare una verifica complessiva sull’azione di governo a metà della XVIII legislatura, allo scopo di accertare in quale misura gli obiettivi condivisi siano stati raggiunti e, se possibile, di condividerne degli altri"). Se le valutazioni su governo e coalizione non fossero soddisfacenti per entrambe le parti che sostengono l'Esecutivo, si potrebbe andare ad elezioni anticipate nella primavera del 2021. C'è però un fattore tempo che ormai sembra aver preso il sopravvento su tutto il resto. Nell'era in cui tutto si "consuma" mediaticamente in poco tempo, leggi tutto

Elezione Continua

Paolo Pombeni - 20.06.2018

Chi pensava che finita la campagna per le elezioni nazionali e insediato il governo della nuova maggioranza avremmo avuto almeno una sensibile riduzione dei toni ha dovuto ricredersi. Salvini non molla e l’aver conseguito l’obiettivo di sedersi al Viminale non l’ha portato a mettere da parte i panni dell’agitatore politico. Di conseguenza sono costretti a seguirlo su quella strada sia gli avversari che gli alleati, se non si rifugiano in un silenzio più che sospetto.

Quale è la spiegazione per questo stato di cose che non si può semplicemente attribuire alla “natura” del leader della Lega, che è un politico che dosa le sue performance più di quanto non appaia? Quella banale è che Salvini sfrutta un momento favorevole che fa salire il suo partito nei sondaggi, dove secondo alcuni è ormai alla pari se non ha superato di poco il consenso espresso per i Cinque Stelle. Poi c’è stata la relativamente piccola scadenza della tornata di amministrative, che peraltro avrà una coda nei ballottaggi di domenica. Tuttavia si può osservare che tutto questo non basta a spiegare a fondo lo stato di cose attuale. Infatti per quel che riguarda le amministrative è probabile che la Lega sarebbe andata bene anche senza le sparate di leggi tutto

Elezioni comunali, bilancio del primo turno

Luca Tentoni - 16.06.2018

Come previsto, le elezioni comunali del 10 giugno hanno rovesciato i rapporti di forza fra i due poli maggiori della Seconda Repubblica. Nei capoluoghi (compreso Udine, dove si era votato qualche settimana fa) il centrodestra è passato dal 31,8% delle scorse amministrative al 42% (+10,2%) mentre il centrosinistra è sceso dal 42,1% al 29,6% (-12,5%) e il M5s è passato dal 7,6% all'11,3% (a Siena e Vicenza non ha presentato liste: circostanza, quest'ultima - come dimostrano gli studi sui flussi - decisiva per la vittoria al primo turno del candidato di centrodestra nel capoluogo berico). L'affermazione della coalizione "plurale" (con la Lega al governo, FI all'opposizione e FdI astenuta) è stata netta, sia in rapporto alle comunali precedenti (+10,2%) che alle politiche (+8,9%). Tuttavia, al Nord l'incremento sulle comunali (+8,6%) è stato un po' più contenuto in rapporto alle politiche (+3,6%); nel Centro "ex zona rossa" il centrodestra ha guadagnato l'8,9% sulle comunali ma appena l'1,7% sulle politiche; al Sud, invece, dove la coalizione aveva patito la concorrenza del M5s, il dato è positivo alle comunali (+11,5%) ma soprattutto rispetto alle politiche (+15,2%). In sintesi, la capacità espansiva del centrodestra è stata maggiore dove il centrosinistra è in forte difficoltà (Centro, Sud-Isole) ma non al Nord (dove, come alle politiche, il Pd non va male: il 4 marzo il centrosinistra ha guadagnato l'1,6% in questi leggi tutto

Intrappolati dalle circostanze

Paolo Pombeni - 13.06.2018

Quel che era prevedibile è avvenuto: dopo la sbornia delle propagande elettorali di vario conio ci si è dovuti misurare con le circostanze, cioè col mondo reale che continua ad andare per la sua strada e con cui bisogna fare i conti.

Il nodo del governo dell’immigrazione è arrivato rapidamente al pettine e ha mostrato una volta di più che farsi intrappolare a priori dalle affermazioni altisonanti non serve a nulla. La massa di disperati che dall’Africa preme sull’Europa e che è in mano alle speculazioni di molti, dalle bande criminali agli umanitari a buon prezzo, non può essere sciolta a colpi di spot, truci o buonisti che siano. Pongono sfide agli equilibri sociali europei, risvegliano paure ataviche e nazionalismi sopiti, preludono a cambiamenti nella geografia umana e politica: occorre farsene carico seriamente con la consapevolezza che sono problemi ingarbugliati.

Prendete per esempio il problema della cosiddetta “legge del mare” che impone, giustamente, di salvare chi rischia di perdere la vita. Ma questo significa anche che dopo averlo salvato bisogna accompagnarlo dove vuole andare? In  astratto, vista la localizzazione di molti salvataggi, il porto più sicuro sarebbe il ritorno a quello di partenza, cosa che però, in concreto risulta difficile perché è un porto clandestino. leggi tutto

Abbiamo un governo?

Paolo Pombeni - 09.06.2018

D’accordo, sia il Senato che la Camera hanno votato la fiducia al governo presieduto dal prof. Giuseppe Conte. Ma basta questo per dire che l’Italia ha un governo? A meno di non arroccarsi sul formalismo giuridico, non basta.

Come premier Conte non è riuscito ad essere convincente. Nell’esposizione del programma si è limitato ad una lunga parafrasi del cosiddetto “contratto” (esplicitamente richiamato come tale) condendola con qualche trovata retorica di modesto livello come quella scontata del trasformare l’accusa di populismo in titolo di merito perché significa ascoltare la gente (un classico della retorica politica). Nelle repliche sia al Senato che alla Camera ha sfoggiato invece la sua padronanza della retorica avvocatesca, quella che per convincere la “giuria” mescola attestazioni di umiltà, giravolte sul non mi avete capito, forse non mi sono spiegato bene, e rovesciamento delle contestazioni delle controparti.

Un po’ poco per accreditarsi come il perno dell’esecutivo e sfatare l’impressione di essere semplicemente il delegato dei due reggenti della sua maggioranza. Bisogna riconoscere che con Camere dove ormai domina una classe politica che sembra uscita in ritardo dalle assemblee studentesche post-sessantottine i limiti di Conte non sono risaltati più di tanto. Immaginarsi che questi possano minare la fiducia dell’elettorato della sua maggioranza leggi tutto

Le crisi di governo nell’Italia Repubblicana (1946-2018) *

Luca Tentoni - 06.06.2018

Dal primo luglio 1946 ad oggi, l'Italia ha avuto 65 crisi di governo, durate in media 34,05 giorni (contando anche quella in corso, con dati aggiornati al 1° giugno riprendendo uno studio pubblicato dall'autore di questo articolo prima nel 1989 sulla Voce Repubblicana e poi - con l'aggiunta di un testo di Guglielmo Negri - nel 1992, col titolo "L'instabilità governativa nell'Italia repubblicana"). In pratica, il Paese ha avuto un governo "in ordinaria amministrazione" per 2213 giorni (6 anni e tre settimane: molto più di una legislatura, dunque). L'8,44% della nostra storia è trascorso fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici. I nostri governi hanno avuto una durata media di 403,57 giorni (dei quali 369,52 nella pienezza dei poteri), però la media non permette di distinguere fra Prima e Seconda Repubblica. In quest'ultima abbiamo avuto 14 governi (15 con Conte) contro i 51 della Prima, per complessivi 8774 giorni contro 17456 (durata media dei governi: 1946-1994, 342,27 giorni, 33,24 dei quali di crisi; 1994-2018, 626,65 giorni, 36,79 dei quali di ordinaria amministrazione). In parole povere, nella Seconda Repubblica abbiamo avuto governi molto più longevi (in media, 20 mesi e tre settimane contro gli 11 mesi e 10 giorni della Prima Repubblica) ma crisi leggermente più lunghe. Non tutte le formule politiche degli ultimi ventiquattro anni, però, hanno avuto lo stesso "rendimento" sul piano leggi tutto

Le elezioni comunali del 10 giugno

Luca Tentoni - 02.06.2018

Dopo i recenti sviluppi della crisi di governo, le elezioni comunali del 10 giugno prossimo possono assumere un'importanza di gran lunga maggiore rispetto a quella che avrebbero avuto in un contesto normale. Come abbiamo detto più volte, non è agile e neppure molto appropriato comparare il voto politico con quello amministrativo, per la presenza di liste civiche, di un'offerta che alle comunali è spesso diversa e articolata rispetto a quella nazionale e per il fatto che, il 10 giugno, alcuni simboli non compariranno sulle schede di tutti i centri interessati dal rinnovo di sindaci e consigli. Il M5s, per esempio, non sarà presente a Siena e a Vicenza. Tuttavia si può fare un raffronto con le elezioni comunali precedenti, limitandoci ai venti capoluoghi di provincia che vanno al voto (Brescia, Sondrio, Treviso, Vicenza, Imperia, Massa, Pisa, Siena, Terni, Ancona, Viterbo, Teramo, Avellino, Barletta, Brindisi, Catania, Messina, Ragusa, Siracusa, Trapani, ai quali - per completare il quadro - potremmo aggiungere Udine, dove si è votato qualche settimana fa) nel quadro di una consultazione che interessa circa 800 comuni e sette milioni di italiani. Rispetto al voto di cinque anni fa (in alcuni centri, tuttavia, il consiglio comunale uscente è stato eletto dopo il 2013) il panorama politico nazionale e locale è completamente leggi tutto

Il gran pasticcio

Paolo Pombeni - 30.05.2018

Che la crisi politica sia grave è sotto gli occhi di tutti coloro che li vogliono tenere aperti. Peraltro più la si analizza, più rivela la sua natura di gran pasticcio in cui si sono mescolate un gran numero di debolezze di sistema fino a portarci in un vicolo cieco che assomiglia tanto ad una trappola da cui sarà difficile uscire.

A dispetto di tutto il gran parlare che si fa di trasparenza si ha l’impressione che molto dipenda da elementi che non sono noti. Il punto di partenza è stato l’impegno del presidente della Repubblica di prendere sul serio lo sconquasso elettorale uscito dalle urne del 4 marzo cercando di pilotare l’inserimento delle pulsioni protestatarie che questo esprimeva nell’alveo di una loro normalizzazione istituzionale. L’obiettivo era consentire un ricambio di classe dirigente senza che questo significasse lo sconvolgimento del nostro sistema.

Era un disegno ambizioso ed audace al tempo stesso, meritevole di una valutazione positiva che non ha avuto. Si è scontrato ben presto con due condizioni invalidanti. La prima è stata la natura stessa del successo delle forze prevalenti, basata su una mobilitazione populistica che prometteva mari e monti ad un elettorato provato dalla paura di andare incontro a tempi cupi.

 

 

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Muri e muretti: la “legittimazione a governare” fra Prima e Seconda Repubblica

Luca Tentoni - 26.05.2018

Una delle principali caratteristiche della Seconda Repubblica è stato il superamento della “conventio ad excludendum”, cioè del perimetro politico al di fuori del quale c'erano partiti (compreso il Pci, il quale era però nell’”arco costituzionale” e che – non più considerato antisistema - rientrò parzialmente in gioco nel 1976-’79) che mai avrebbero potuto entrare organicamente in un governo. Fu con le elezioni del 1994 che An (Msi) e la Lega entrarono nella "stanza dei bottoni" con propri ministri di peso. I missini stavano portando a compimento la loro marcia verso Alleanza nazionale, in un percorso di evoluzione verso una destra "di sistema e di governo". Il Carroccio, invece, manteneva le proprie parole d'ordine (nel 1996, conclusa l'alleanza con Forza Italia e finita anche l'esperienza del sostegno al governo Dini, Bossi sarebbe arrivato a chiedere la secessione del Nord) ma, nel contempo, conquistava posizioni di rilievo nelle istituzioni (come la presidenza della Camera, affidata alla giovane deputata Irene Pivetti). La Lega "di governo" durò poco, a livello nazionale (sette mesi con Berlusconi, più l'anno di appoggio a Dini) ma in ambito locale la presenza del Carroccio nelle amministrazioni comunali, regionali e provinciali - già forte a partire dal 1990 - divenne ancora più robusta e capillare. Paradossalmente, però, leggi tutto

Questioni di forma?

Paolo Pombeni - 23.05.2018

Scrivendo della evidente irritazione del presidente Mattarella per come si sono svolte e ancora si stanno svolgendo le procedure per la formazione del governo molti commentatori hanno continuato a fare riferimento ai poteri di nomina del Presidente della Repubblica per quanto riguarda il presidente del Consiglio e poi i singoli ministri (art. 92 della costituzione). Questi poteri sarebbero stati bellamente ignorati dal duo Di Maio-Salvini incuranti del vulnus alla nostra Carta fondamentale.

Le traballanti conoscenze dei due quanto a grammatica e sintassi costituzionali sono note, ma dalla loro parte c’è la scusante che hanno alle spalle una lunga storia quantomeno di appannamento nell’esercizio dei poteri del Quirinale in materia di nomina del governo. Certo ci sono alcune eccezioni che Mattarella ha voluto richiamare, ma si contano sulla punta delle dita di una mano. Nella prima come nella seconda repubblica i presidenti del Consiglio sono stati quasi sempre indicati dalla coalizione di governo e i ministri dai partiti che la componevano. Quel che differiva da quanto si è fatto in questa circostanza era lo stile e la salvaguardia delle forme.

Ora si dice che le forme sono sostanza e naturalmente c’è del vero, ma lo è altrettanto il fatto che l’avere per decenni consentito leggi tutto