Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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Argomenti

L’enigma di una legge elettorale con scarso consenso

Paolo Pombeni - 18.10.2017

Per quanto i sostenitori della attuale proposta di legge elettorale si diano da fare per sostenere la tesi di un testo non perfetto, ma il migliore possibile, resta il fatto che si tratta di un sistema cervellotico e molto poco attraente. Non che questo sia abbastanza per augurarsi una debacle di Renzi, perché non si può fare a meno di ragionare su cosa ci attende dopo, ma bisogna pur ammettere che non si sta lavorando nel migliore dei modi.

Partiamo a ragionare dall’inizio. Giustamente il Capo dello Stato aveva sempre chiesto che si procedesse per una riforma elettorale basata su un ampio consenso parlamentare. Ci si era andati vicino con la proposta simil-tedesca (neppure quella un capolavoro, a dire il vero), ma che comunque aveva il pregio di basarsi su un accordo ampio che includeva i Cinque Stelle. E’ stata fatta fallire per l’incapacità di Forza Italia e dei grillini di tenere a freno le pulsioni al protagonismo becero di Biancofiore e Fraccaro su un tema delicatissimo come il meccanismo particolare per la rappresentanza in Sudtirolo. Stupisce che nessuno nei due partiti che pure sono stati danneggiati da questo improvvido comportamento li abbia in qualche modo sanzionati.

Fallito quel tentativo leggi tutto

È meglio giocare per non vincere?

Luca Tentoni - 14.10.2017

I risultati delle ultime elezioni in Germania hanno confermato una tendenza ormai abbastanza consolidata in alcuni regimi democratici: se c'è una "Grande coalizione" uscente, i partiti di opposizione guadagnano consensi. Nel caso tedesco del 2017, CDU-CSU (-8,6%) e SPD (-5,2%) hanno fatto registrare diminuzioni in termini percentuali (a vantaggio soprattutto di Fdp e AfD), mentre - alla fine della "grande coalizione necessitata" del 2011-2013 - in Italia, fu il Pdl a pagare il prezzo più alto (il 15,8% dei voti, pari a poco più di sei milioni; anche il Pd, tuttavia, perse in voti assoluti 3,5 milioni di consensi e in percentuale il 7,8%). Per fare un esempio più lontano nel tempo si può risalire al 1979, quando il Pci cedette il 4% dei voti mentre la Dc restò sostanzialmente sulle posizioni del 1976 (si trattava, è bene ricordarlo, di una Grande coalizione in due fasi e del tutto anomala: un’intesa politica ma senza l’ingresso dei comunisti al governo e, all’inizio, addirittura con la sola “non sfiducia”). In tutti i casi, le opposizioni ne hanno tratto frutto: alla fine degli anni Settanta, da noi, i radicali ebbero un notevole incremento di voti (per l'epoca, quando la mobilità elettorale era modesta) passando dall'1,1 al 3,4%. Nel 2013, tranne Idv e Lega (che attraversavano un momento particolare) leggi tutto

Confusione a sinistra: come nei grandi scismi religiosi?

Paolo Pombeni - 11.10.2017

La sinistra è tradizionalmente un campo sconvolto dalle lotte per l’ortodossia. Una volta c’era lo scontro fra socialisti e comunisti, poi c’è stato quello fra Pci e cosiddetti extraparlamentari (che peraltro, tutte le volte che ci sono riusciti, in parlamento non hanno mancato di andarci), poi la polverizzazione delle sigle nella confusione che seguì il crollo del comunismo reale, e adesso la querelle fra PD e scissionisti che, in buona compagnia, perdono tempo a discutere se Renzi sia davvero di sinistra.

Per capire quel che sta succedendo si deve appunto tenere conto che di lotte para-religiose per la difesa dell’ortodossia si tratta, oggi come ieri. La regola fondamentale in questi casi è che chi lascia la chiesa madre perché a suo giudizio è finita preda del demonio non può tornare indietro e fare la pace. Leggersi la storia della grande divisione protestante nel XVI secolo per capire: i concili, tardivi, servivano per rimettere ordine nella chiesa madre, non per far tornare all’ovile gli scissionisti.

D’Alema e compagni, che sanno il fatto loro, l’hanno capito benissimo e infatti sono schierati tetragoni contro la vecchia chiesa madre che ha eletto papa Renzi e sanno che se accettassero di tornare indietro accettando una alleanza col “demonio”

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Una campagna elettorale senza programmi?

Paolo Pombeni - 04.10.2017

Siamo da tempo di fatto in campagna elettorale e quel che assolutamente manca sono i programmi. Almeno se alla parola vogliamo dare un significato pieno, non accontentandoci di considerare programmi quelli che sono generici libri dei sogni o promesse/premesse di tipo banalmente ideologico. In questo caso qualche soggetto, a cominciare dai Cinque Stelle può pretendere di averne già uno, ma vari non ce l’hanno neppure a prendere per buone quelle accezioni di cui sopra.

Ciò di cui si discute sono leggi elettorali, con relative possibili manipolazioni dei voti, e coalizioni verso cui spingere dosando il bastone del “altrimenti non andrete mai al governo” con la carota del “se vi coalizzate vi premiamo anche”. Poi c’è qualche rodomontata tipo Di Maio che minaccia i sindacati di riformali lui quando andrà al governo, oppure le solite tiritere su chi è davvero di destra o di sinistra, chi è populista e chi no, chi è capace di cogliere al volo le domande della sua “gente” e chi invece si limita a frequentare le proprie cerchie ristrette, quale che sia il nome che vogliamo dare loro.

Eppure il paese ha più che bisogno di programmi seri attorno a cui coagulare, anche dialetticamente, l’opinione pubblica. Non che manchino leggi tutto

Riflessioni sulla riforma elettorale

Luca Tentoni - 30.09.2017

La nuova proposta di riforma elettorale per Camera e Senato torna ad assegnare una certa quota di seggi (circa il 37%, contro il 75% del Mattarellum) in collegi uninominali col plurality system, in ciascuno dei quali il candidato che arriva al primo posto è eletto. Non si tratta di un ritorno al maggioritario, perchè il meccanismo è di impianto proporzionale: il fatto che non ci sia scorporo dei voti utilizzati dai vincitori nei collegi uninominali è l'indizio che il fine dell'introduzione di questa quota di posti assegnata col "sistema inglese" è solo quello di dare un piccolo premio ai partiti che riescono a coalizzarsi e ad imporsi in un certo numero di realtà locali. Il nuovo Rosatellum non è il sistema tedesco, dunque (puramente proporzionale per chi supera lo sbarramento del 5%) e neppure il Mattarellum (il difetto del quale, a nostro modesto parere, era proprio la quota proporzionale, che "annacquava" l'effetto della competizione maggioritaria uninominale). È, più semplicemente, un modo per introdurre l'apparentamento di partiti (per vincere nei collegi) e nel contempo consentire la competizione fra le liste (per il 63% dei seggi). Un compromesso per superare il blocco delle posizioni dei partiti circa l'attribuzione di un premio di maggioranza: il Pd voleva continuare ad assegnarlo al primo partito, leggi tutto

Choc Germania

Paolo Pombeni - 27.09.2017

Che le elezioni tedesche avrebbero potuto rappresentare un tornante lo si diceva da molte parti. Per lo più però ci si aspettava un tornante positivo: una buona riconferma di Angela Merkel che la incoronasse guida, insieme a Macron, della riscossa dell’Unione Europea. Qualche calo del suo partito era atteso, così come una non brillante performance socialdemocratica e un certo successo dell’estrema destra. Non però nei termini in cui tutto è accaduto, cioè una pesante perdita della CDU/CSU che va sotto di più di 8 punti, una debacle della SPD che si ferma ad un risultato al 20,5%: per entrambi il peggior risultato dal dopoguerra. In contrapposizione il nuovo partito populista, Alternative für Deutschland, balza al 12,6% e diventa il terzo partito al Bundestag.

Ma se si vuole vedere la realtà fino in fondo non bisogna fermarsi a questi dati. Teniamo conto che una volta di più dal dopo unificazione la Germania si conferma come un sistema saldamente multipartitico, con buona pace di quei politologi che quasi fino agli anni Novanta esaltavano il sistema quasi bipolare della BRD coi suoi tre partiti storici, i due grandi CDU/CSU e SPD, e il piccolo partito liberale FDP sempre sull’orlo di non superare la soglia di sbarramento leggi tutto

I risvolti elettorali della "fine del dibattito pubblico"

Luca Tentoni - 23.09.2017

L'uso non sempre ragionevole e accorto dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, il mutamento del linguaggio politico e il clima di campagna elettorale permanente rischiano di produrre effetti sullo stato delle democrazie? Se lo chiede Mark Thompson, nel suo "La fine del dibattito pubblico" (Feltrinelli, 2017). L'autore, che è stato direttore generale della Bbc (ora è al "New York Times") si pone un problema che riguarda le democrazie in generale, ma che in Italia appare particolarmente grave. Le nostre elezioni politiche si avvicinano, ma viviamo ormai da anni (se non dall'inizio della cosiddetta "Seconda Repubblica") in un clima di campagna elettorale senza soluzione di continuità. La mobilitazione generale finisce per ridurre al minimo gli spazi del confronto civile e persino della convivenza fra i sostenitori dei soggetti politici in competizione: "quando l'ideologia è al picco" - ricorda Thompson - "e per tanti partiti e per gli attivisti di tutti i partiti questo significa sempre, incontrare l'avversario a metà strada equivale a un tradimento". Citando il saggio "The Spirit of Compromise" di Amy Gutmann e Dennis Thompson (Princeton University Press, 2012), lo studioso stigmatizza il fatto che le campagne elettorali sono diventate interminabili, invece di essere limitate a periodi precisi prima delle elezioni. In primo luogo, dunque, leggi tutto

Urlare forte per farsi sentire dai sordi?

Paolo Pombeni - 20.09.2017

L’abitudine ad urlare forte sembra prendere sempre più piede nella politica politicante (cioè quasi tutta la politica). Lo si faccia alzando i decibel o buttandosi in metafore improbabili o dispensando scomuniche a dritta e a manca non cambia molto. Quello che ci si deve chiedere è invece semplice: perché lo fanno?

Non è difficile rispondere. Ci sono due fondamentali ragioni. La prima è dare la carica o fare coraggio alle rispettive truppe. E’ una vecchia tecnica sperimentata da tempo immemorabile da tutti gli eserciti del mondo: si va all’assalto urlando. Serve ad aumentare l’impressione che siamo tanti, e senza paura mentre il nemico fuggirà impressionato dalle nostre urla. Ovviamente funziona poco.

La seconda ragione è l’illusione che così sarà più facile costringere anche i duri d’orecchio ad ascoltare il grido. Si suppone che una parte, magari cospicua della cosiddetta audience, sia o distratta o piuttosto debole di udito, per cui gli alti decibel scuoterebbero il suo torpore. Anche qui ci sono controindicazioni, perché l’intensità del rumore disturba tutti coloro che ci sentono almeno decentemente e li spinge a tapparsi le orecchie, ma lasciamo perdere.

Qui si vuole fare un ragionamento politico. La prima spiegazione ci porta a chiederci quanto i leader dei vari raggruppamenti leggi tutto

Sistemi elettorali, i risvolti politici del “disallineamento”

Luca Tentoni - 16.09.2017

Non è detto che avere due sistemi elettorali diversi sia un problema per tutti. Per alcuni potrebbe essere addirittura una risorsa. La possibilità di apparentamenti per il Senato e non per la Camera permette di creare coalizioni regionali per Palazzo Madama e, nel contempo, di sviluppare una competizione serrata fra alleati/avversari per Montecitorio. Da una parte amici, dall'altra concorrenti; da un lato (Senato) il “piano A” - la coalizione fra simili – e dall'altro il “piano B” - dove ognuno corre per conto proprio e, all'apertura delle urne, può allearsi con chi vuole. Durante la Seconda Repubblica, invece, le cose sono andate diversamente: di solito, le coalizioni (per scelta politica, non per obbligo giuridico, s'intende) erano omogenee in entrambi i rami del Parlamento. Persino nel 1994, quando Berlusconi creò la doppia coalizione Forza Italia-Lega al Nord (con AN fuori) e Forza Italia-AN nel Centrosud, non ci furono differenze fra Camera e Senato. Stavolta, invece, per esempio, un elettore del Lazio potrebbe trovarsi sulla scheda per la Camera FI, Lega e FdI in concorrenza fra loro, mentre su quella per il Senato potrebbe vederli coalizzati. Da un punto di vista politico, ogni leader sarebbe autorizzato a dare la propria interpretazione dell'impegno preso con gli elettori. leggi tutto

Politica politicante e governo della ripresa

Paolo Pombeni - 13.09.2017

I dati economici sembrano incoraggianti, anche se parlare di uscita definitiva dalla crisi è prematuro. Tuttavia indubbiamente ci sono risultati positivi che non erano attesi e prospettive di consolidamento di una ripresa che, pur nei suoi limiti, sembra ormai avviata. Se non ci saranno sorprese, sempre possibili in un contesto internazionale tutt’altro che pacifico, ci si avvia ad una fase che ha contorni diversi da quelli immaginati fino a qualche mese fa dalla nostra politica politicante.

Se il paese abbia introiettato questo cambio di orizzonte è però una questione aperta. La gente non cambia idea guardando le statistiche e leggendo le previsioni degli specialisti: quando certe percezioni si sono radicate nell’immaginario collettivo non è così facile smuoverle. Vale a maggior ragione per un cambio di passo nell’economia che non è ancora avvertibile nell’immediato dal vissuto della maggior parte della popolazione, perché per esempio il problema più grave, la disoccupazione giovanile (che peraltro tocca una fascia molto ampia di popolazione perché in qualche modo arriva a lambire il confine dei quarantenni), non è ancora stata ridotta in maniera tale da rendere il fatto percepibile a livello diffuso. Non parliamo poi delle disfunzioni degli apparati politici: dalla cronica emergenza dell’incapacità di governo “ordinario” dei territori, che è la leggi tutto