Ultimo Aggiornamento:
12 dicembre 2018
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Argomenti

Comunicazione politica e giornalismo politico: alcune riflessioni nell’era della disintermediazione

Maria Cristina Antonucci * - 12.12.2018

Il dato che la comunicazione digitale e l’uso politico dei social media abbiano ormai sottratto ogni spazio al giornalismo politico viene spesso considerato come un assunto. La disintermediazione della comunicazione politica, soprattutto nelle forme digitali e social, di prevalente dominio degli account leaderistici, si sostituirebbe ai tempi di produzione della notizia politica e alla capacità di contestualizzare, interpretare e commentare del giornalismo. La domanda da porsi è: la comunicazione politica, tramite media digitali e social, ha reso obsolescente il giornalismo politico e si sarebbe sostituita ad esso?

Il riferimento è quello ai caratteri politico-istituzionali e massmediali del modello “mediterraneo” o pluralista polarizzato di Hallin Mancini (2009). I sistemi istituzionali mediterranei sono caratterizzati da un avvento tardivo della democratizzazione, intesa come la somma dei processi di liberalizzazione e di inclusività; da un pluralismo partitico polarizzato; dalla centralità dei partiti politici quali corpi intermedi per la trasmissione delle istanze dalla cittadinanza alle istituzioni; da un ridotto sviluppo dell’autorità razionale-legale, intrinsecamente connesso con la diffusione del clientelismo. Dal punto di vista della attività giornalistica, l’assetto mediatico nel sistema mediterraneo appare connotato da una limitata circolazione dei giornali, da una stampa riservata alle élite, con una televisione “regina” dell’informazione politica per i cittadini, e una forte dipendenza leggi tutto

Politica e mass media: dalle passioni alle emozioni

Luca Tentoni - 14.07.2018

Nei precedenti interventi su Mentepolitica si è fatto riferimento all'estrema volatilità (per certi versi volubilità) che caratterizza una parte consistente dell'elettorato italiano. Fra le tante interpretazioni possibili del fenomeno (oltre alla mobilitazione permanente, figlia di una campagna elettorale ininterrotta e all'affermazione di "partiti del leader") c'è anche un fattore che insieme è tecnico, politico ed emotivo. Lo sviluppo dei social network e il loro utilizzo come arma di diffusione dei messaggi politici, ma anche di lotta fra partiti e leader (oltre che fra i supporters dei diversi schieramenti, incitati a lanciarsi in duelli virtuali "all'arma bianca" da una comoda tastiera di computer contro altri utenti, creando masse di manovra e acuendo fratture sociali e culturali già esistenti nel mondo reale) ha orientato lo stesso rapporto fra i soggetti politici e gli operatori dell'informazione ad adeguarsi a ritmi e a canoni comunicativi molto diversi rispetto al passato. La stessa crisi della carta stampata, il calo di attenzione dei lettori nei confronti di articoli lunghi, rendono ormai necessari messaggi brevi, diretti. Una buona battuta, uno slogan, un'invettiva sintetica sono molto più efficaci di discorsi ponderati, ricchi di contenuti, di idee, di progetti concreti. Accade un po' ciò che successe molti anni fa quando l'audience leggi tutto

Russia, fakenews e democrazia.

Nicola Melloni * - 06.12.2017

La democrazia occidentale è sotto attacco: no, non sono (solo) i terroristi islamici e gli immigrati (Minniti dixit), non sono di certo le banche e le diseguaglianze. A sentire un sempre maggior numero di politici e giornalisti, la crisi dell’Occidente è figlia dei cyber-attacks della Russia e delle cosiddette fakenews. Ci sarebbero i russi dietro l’elezione di Trump, la Brexitla secessione catalana e, si parva licetil fallimento del referendum costituzionale in Italia.

Cerchiamo innanzitutto di capire di cosa stiamo parlando. La Russia è accusata di un insieme generico di comportamenti leciti, semi-leciti e, talora, illegali atti a influenzare i comportamenti degli elettori.

Il problema ha assunto prominenza durante le elezioni presidenziali americane, quando alcune email di Hillary Clinton furono hackerate e rese pubbliche. Al momento non esiste nessuna prova concreta – anche se molti ragionevoli sospetti – che ci fosse il Cremlino dietro l’operazione. Quel che però è importante sottolineare è che, in questo caso, non stiamo parlando di fake news. Le email della Clinton erano vere.

A questo supposto atto di spionaggio sono poi seguite molte accuse di interferenza nei processi democratici di altri stati. I russi avrebbero – ed il condizionale è d’obbligo – disseminato notizie fasulle attraverso i social networks usando accounts finti e giocando leggi tutto

Internet e la neutralità della rete nell’era Trump

Carlo Reggiani * - 24.05.2017

L’amministrazione Trump e il presidente stesso hanno avuto non pochi grattacapi di cui occuparsi nelle ultime settimane che hanno visto, tra l’altro, il licenziamento del capo dell’FBI e il presidente accusato di aver rivelato informazioni altamente classificate durante l’incontro con la delegazione russa. Tuttavia, le notizie sulla “neutralità della rete” hanno tenuto banco sugli organi di informazione americani e non solo.[1] L’oggetto del contendere e’ la proposta della Federal Communication Commission, l’autorità’ americana competente in materia di telecomunicazioni, di rivedere la legislazione sull’argomento stabilita nel 2014 dall’amministrazione Obama, che essenzialmente regolamenta Internet.

 

Cos’e’ la neutralità della rete?

E’ lecito allora chiedersi perché leggi tutto

Come comunica l’Isis: strategie di propaganda e indottrinamento

Francesca Del Vecchio * - 18.05.2016

Dalla presa di Mosul, nell’estate del 2014, fino alle più recenti operazioni in Siria, abbiamo assistito allo spettacolo cruento di gole tagliate, di esseri umani bruciati vivi. Nonché ai proclami del califfo, al-Baghdadi, subendo, per lo più passivamente, i messaggi che l’Isis ha inviato al nemico occidentale. Nulla di più semplice, per lo Stato Islamico (Daesh in arabo) che utilizzare i media europei e statunitensi come cassa di risonanza per le proprie minacce e costruirsi una reputazione temibile. Ovviamente non è tutto: la propaganda islamica si plasma sulle esigenze del suo pubblico.

In primo luogo, va detto che quanto arriva sui nostri schermi o nei quotidiani è solo una parte, del tutto minoritaria, del complesso messaggio che lo Stato islamico veicola. Complesso perché, studi condotti in merito, hanno individuato, nella propaganda islamica, una costruzione stratificata.

A partire dalla dimensione locale, l’intento della comunicazione – i cui mezzi sono radio, pamphlet, volantini – è quello di avvicinare un pubblico non avvezzo ai social, raggiungibile anche con un semplice comizio di piazza. È una tecnica comunicativa che funziona in realtà geografiche limitrofe a quelle occupate dai jihadisti. Il messaggio di questa propaganda è del tutto diverso rispetto a quello cui siamo abituati: l’Isis garantisce ai futuri proseliti efficienza, quella stessa efficienza che un cittadino si aspetta dallo Stato. leggi tutto

Dimenticate la democrazia come la conoscete: arrivano il governo forte, la rete e la sovranità diretta

Omar Bellicini * - 08.03.2016

Populismo, crisi delle formazioni politiche, fanatismo di ritorno. Altro che riforma del Senato. Ci troviamo di fronte al declino della democrazia? La domanda è legittima, se si considera il successo economico del modello cinese, o se si esamina la longevità istituzionale di un autocrate come Vladimir Putin. Anche l’ascesa di Donald Trump, futuro candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, e personaggio pubblico dalle posizioni piuttosto controverse, genera parecchi dubbi sulla tenuta dell’ideale democratico. Siamo dunque destinati ad un futuro all’insegna dell’autoritarismo? È probabile, se ci rifiuteremo di comprendere che a franare non è il concetto democrazia tout court, bensì la forma -o le forme- con cui abbiamo applicato il principio fino ad ora. In altri termini: è la democrazia rappresentativa, con i suoi strumenti di mediazione del potere, a essere messa in discussione. Perché non tiene il passo di una società sempre più veloce. Perché non sa garantire l’affermazione dei talenti. Perché mal si adatta alle dinamiche e ai linguaggi della rivoluzione digitale. Ha fatto scalpore, in Italia, il breve saggio di Gianroberto Casaleggio: «Veni vidi web», pubblicato da Adagio Editore. leggi tutto

Protezione Dati Personali: onde sismiche in Atlantico, ipocentro in Lussemburgo (parte seconda)

Patrizia Fariselli * - 24.10.2015

Il caso Snowden ha aperto uno squarcio molto allarmante sulla dissociazione tra proprietà e controllo dei dati personali. Questa dissociazione assume un profilo geo-economico se si considera che il trasferimento e la rielaborazione dei dati ne implicano lo stoccaggio in grandi centri o cloud (nuvole) sotto il controllo di operatori la cui localizzazione è indipendente dal luogo di provenienza dei dati, ma dipende piuttosto dalla nazionalità dell’operatore. Attualmente, l’85% del mercato globale di cloud computing è rappresentato da imprese basate negli USA, che trattano dati di persone, imprese, istituzioni, organizzazioni del resto del mondo, e soprattutto europee. C’è dunque uno scambio ineguale tra individui e operatori digitali, ma anche tra le due sponde dell’Atlantico. La trattativa tra USA e UE è molto difficile, complicata dalla presenza di interessi divergenti in Europa, che si rivelano nella competizione tra sistemi differenziati di tax ruling (mantenuti segreti), nella coesistenza di modelli di protezione/sorveglianza, di leggi e di autorità per la protezione dei dati diversi nei diversi Stati membri, e in sostanza dalla mancanza di un mercato unico digitale, oltre che nella forte pressione delle imprese americane e delle loro lobby a mantenere inalterato l’equilibrio attuale. Fa riflettere che il Volkswagen diesel-gate sia scoppiato proprio in questo momento. leggi tutto

Protezione Dati Personali: onde sismiche in Atlantico, ipocentro in Lussemburgo (parte prima)

Patrizia Fariselli * - 22.10.2015

Se ci fosse una formula rovesciata di “molto rumore per nulla” adesso sarebbe il caso di usarla. In queste settimane, infatti, la notizia relativa alla sentenza della Corte di Giustizia dell’UE del 6 ottobre scorso, che invalida la decisione della Commissione UE che riconosce agli USA il regime di Safe Harbor (porto sicuro) è passata quasi inosservata nei media italiani, o non è passata affatto. Del resto, da quando le tecnologie digitali di rete hanno fatto esplodere offerta e accesso all’informazione, paradossalmente l’informazione di massa si è impoverita, propinata come iterazione ossessiva di titoli che troppo spesso rispondono al motto shakespeariano e impongono di arrovellarsi su non-notizie fino al loro e nostro esaurimento fisico. Invece questa è una vera notizia, con importanti ricadute, non solo giuridiche e non solo per gli addetti ai lavori.

 

L’accordo Safe Harbor è stato siglato nel 2000 tra il Dipartimento del Commercio (DoC) degli USA e la Commissione Europea, per ottemperare a una clausola della Direttiva europea sulla protezione dei dati del 1995, secondo la quale il trasferimento di dati personali verso un paese terzo può avvenire solo se questo garantisce un “adeguato” livello di protezione. Poiché, secondo le stesse parole del DoC, USA ed Europa hanno due diversi approcci alla privacy, l’accordo serve a lanciare un ponte tra i due e a snellire le relazioni commerciali delle imprese americane leggi tutto

Mercato unico digitale e frammentazione (2)

Patrizia Fariselli * - 05.09.2015

Come anticipato nel precedente articolo, nell’Unione Europea il contrasto tra frammentazione reale e mercato unico virtuale è evidente nel settore dell’economia digitale ed è rivelatore il caso della tassazione delle imprese americane che operano servizi digitali di rete (OTT) negli Stati membri.

In sostanza, imprese come Google, Apple, Amazon che hanno il loro quartier generale negli Stati Uniti (che sono un mercato unico), localizzano le loro filiali europee negli Stati che offrono loro trattamenti fiscali di favore (ad esempio Irlanda e Lussemburgo) e riconducono ad esse la formalizzazione dei contratti relativi alle attività che società locali svolgono nei singoli Stati europei. Recentemente, Apple è stata accusata dalla Procura di Milano di presunta evasione fiscale per non aver pagato all’Agenzia delle Entrate 879 milioni di Euro sulle vendite di Apple Italia destinate alla rete di distribuzione nazionale, sostenendo che la società residente in Italia è in grado di negoziare e decidere autonomamente i contratti e contestando che si tratti di un agente che opera per conto della società irlandese. Nel dicembre scorso il cancelliere Osborne ha manifestato l’intenzione di introdurre una tassa del 25% sugli utili generati nel Regno Unito dalle imprese che “deviano i profitti in altri Paesi con aliquote fiscali più basse”. La cosiddetta Google tax, tuttavia, leggi tutto

Mercato unico digitale e frammentazione

Patrizia Fariselli * - 01.09.2015

Il metodo funzionalista, che mira a costruire de facto l’Unione Europea mediante politiche incrementali di integrazione in aree chiave della realtà socio-economica (le frontiere, gli scambi commerciali, l’agricoltura, la concorrenza, la giustizia, la moneta, etc.), creando così le condizioni per l’integrazione politica e de jure, spiega buona parte dei risultati acquisiti nell’architettura EU nel corso della sua storia, ma non assicura il loro automatico raggiungimento. Quando lo spirito nazionale prevale su quello europeo, come in questi lunghi anni, da una parte i risultati sono frutto di compromessi al ribasso, dall’altra l’espansione tecnica del processo di integrazione ad un numero crescente di aree di policy tende a generare un ingorgo amministrativo invece che contribuire ad un organico disegno. In questo contesto si rafforzano simultaneamente due fenomeni divergenti: da una parte la burocrazia europeista, a cui viene affidato il ruolo di protagonista nella direzione tecnica del processo di integrazione, dall’altra l’avvitamento antieuropeista degli Stati membri, che priva il processo stesso della leadership politica necessaria. L’indebolimento economico innescato dalla crisi finanziaria americana a partire dal 2007 e la sottovalutazione delle conseguenze sociali, oltre che politiche e di sicurezza, dei conflitti mediorientali e interni al mondo islamico hanno contribuito ad esasperare questa divergenza. Quando il PIL e la capacità produttiva diminuiscono, le diseguaglianze sociali si acuiscono, il debito sale, la spesa per il welfare si contrae, leggi tutto