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24 luglio 2021
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La fine “della storia” e la fine di “una storia”

Michele Marchi - 24.02.2015
Angela Merkel e Alexīs Tsipras

È sotto gli occhi di tutti che le crisi aperte in Ucraina, Grecia e Libia sono legate ed interconnesse. Si è riflettuto molto, in queste settimane, sui successi diplomatici della Germania di Angela Merkel, volata a Washington per convincere Obama a non avventurarsi nell’invio di armi in Ucraina, per poi correre a rappresentare la diplomazia europea al tavolo negoziale di Minsk e infine pronta a far pesare il prestigio acquisito a Minsk e a Washington nel braccio di ferro con Atene.

Allo stesso modo si sono sottolineate le tante divisioni che i tre focolai di crisi evidenziano all’interno del continente europeo. Il caso greco (euro) e quello libico (immigrazione e guerra civile) confermerebbero una sempre più profonda divaricazione tra un’Europa del nord ed un’Europa del sud. Virtuosa economicamente e sufficientemente lontana dalle tensioni provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo quella del nord. Cronicamente arretrata ed esposta ai marosi delle crisi successive alle primavere arabe quella del sud. Sempre seguendo questo ragionamento la  crisi ucraina accentuerebbe un’altra frattura, quella sull’asse est/ovest, o per dirla con un’altra terminologia tra “nuova Europa” e “vecchia Europa”, con la prima timorosa dei tentativi egemonici di Putin (intrisi di zarismo e post-stalinismo) e la seconda ancora disposta a farsi cullare nell’illusione di una improbabile “fine della storia”.

Ma è proprio l’attenzione sulla dimensione “storica” che in questi giorni è forse mancata.

Era l’estate del 1989 quando il politologo americano Francis Fukuyama pubblicava il suo articolo The End of History sulla rivista The National Interest. Il muro di Berlino doveva ancora crollare e sulla possibile fine dell’Urss non si speculava ancora. Complici anche gli eventi successivi, Fukuyama ampliò la sua analisi in un volume di successo planetario nel quale teorizzava il trionfo del modello liberal-capitalista, rappresentato dal blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti.

Ebbene al canto delle sirene di Fukuyama hanno completamente ceduto gli europei e per cercare di contestualizzare e comprendere il caos che oggi si estende da Minsk a Tripoli, passando per Atene, bisogna risalire al quindicennio di “sonno europeo” che, dalla fine dello scontro est/ovest, ci conduce più o meno alla metà del primo decennio del XXI secolo.

Le attuali impellenti emergenze devono essere ricondotte all’immediato post Guerra fredda, dominato da scelte timide e spesso tardive, imposte dall’urgenza degli eventi e improntate alla politica dei piccoli passi. Ma soprattutto caratterizzate da un’idea di mondo post-bipolare ancora ingessato come lo era stato quello del dopo Seconda guerra mondiale. Sottostimando che il crollo di un sistema, come accaduto per quello vestfaliano o per quello del concerto europeo, inevitabilmente libera forze e innesca una serie di dinamiche da governare in maniera innovativa. E infine facendo finta di non comprendere che il processo di integrazione europeo, parte costitutiva del sistema bipolare, una volta venuta meno la cornice dello scontro est/ovest, avrebbe dovuto essere profondamente rinnovato, per farsi trovare pronto ad offrire risposte nuove a quesiti altrettanto nuovi.

Nello specifico si è completato il processo di integrazione monetaria (grazie ad un attivismo politico tutto interno a dinamiche ancora profondamente legate allo scontro bipolare) senza curarsi degli effetti, sul medio termine, di una politica monetaria comune priva del coordinamento delle politiche economiche. L’odierno “pasticcio greco”, al di là dei dettagli, affonda le sue radici nel discutibile accordo di Maastricht del 1992 e nei successivi negoziati per avviare il primo gruppo di Paesi all’utilizzo della moneta unica.

In secondo luogo si è scelto di rincorrere la Nato e avviare un allargamento a est dell’Unione europea, senza dubbio rivoluzionario e anche storicamente e culturalmente ineccepibile, ma i cui effetti ancora una volta sono stati sottostimati a livello di opinioni pubbliche, di funzionamento delle istituzioni comunitarie e di rapporti con la Russia post-sovietica. Copenaghen 1993, Nizza 2000, Laeken 2001 e Parigi 2005 sono momenti che ben descrivono la linea sottile che va dalla scelta dei criteri per l’adesione dei nuovi membri al fallimentare referendum francese sul Trattato costituzionale. Cioè dall’elaborazione di un generico catalogo di desiderata ad un “traumatico” stop al progetto che avrebbe dovuto fornire all’Ue la cornice istituzionale così indispensabile nella mutazione della stessa da entità regionale a soggetto globale. Le guerre balcaniche, e in particolare quella del Kosovo con l’intervento Nato della primavera del 1999, hanno poi messo drammaticamente in rilievo quanto inefficace fosse stata nell’ultimo quarantennio la riflessione continentale su una qualche forma di difesa comune europea. Infine l’impalpabile Processo di Barcellona, avviato nel 1995, ha certificato l’inazione europea nel Mediterraneo. La mancanza di coordinamento nella gestione del caos libico nel 2011 - con l’intervento a guida anglo-francese, l’Italia riluttante ma accodata e la Germania volutamente alla finestra - va in larga parte legata all’inefficacia di Barcellona e al caricaturale rilancio dello stesso Processo,  tentato nel 2007 da Sarkozy con il suo progetto di Unione mediterranea, arenatosi poi in uno sterile braccio di ferro per la leadership nell’Ue tra Parigi e Berlino.

In definitiva i fatti delle ultime settimane sciolgono un paradosso e pongono i vertici politici comunitari e quelli dei principali Paesi membri con le spalle al muro. Colpevole è chi ha realmente creduto alla fine della storia almeno come chi ha cercato di sfruttare tale slogan per istituzionalizzare il piccolo cabotaggio e la navigazione a vista. Ma è allo stesso tempo responsabile chi, un quarto di secolo fa, non ha compreso che con il Muro in realtà si seppelliva per sempre “una storia”: quella della rendita di posizione europeo-occidentale, una condizione strategicamente invidiabile nella quale il geografico si era sostituito al politico. Certi di questa rendita di posizione, noi europei abbiamo brindato alla fine (della storia) senza renderci conto che, insieme ad un nuovo capitolo (di una nuova storia), stava ricomparendo anche la politica.