Ultimo Aggiornamento:
19 giugno 2024
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Gli inglesi ricordano il loro leader più grande

Giulia Guazzaloca - 19.03.2015
Winston Churchill

Gli anniversari di Winston Churchill              

 

Sono passati 50 anni dalla morte di Winston Churchill, 75 dalla sua nomina a primo ministro mentre infuriava in Europa la guerra scatenata da Hitler, 70 dalla fine di quel tragico conflitto quando Churchill, eroe della «battaglia d’Inghilterra» e vincitore del nazifascismo, era probabilmente la persona più famosa al mondo. In occasione di questi anniversari sono iniziate lo scorso gennaio in Gran Bretagna una serie di celebrazioni e manifestazioni, «Churchill 2015», in ricordo dello statista che l’anno scorso la BBC ha proclamato il più grande britannico di tutti i tempi.

Non sono mancate, come spesso accade, le polemiche: il noto conduttore e giornalista Jeremy Paxman lo ha definito «un completo egocentrico, un opportunista e talvolta un ciarlatano» e c’è da aspettarsi che le commemorazioni diventino (anche) una sorta di «processo» alla sua intera carriera politica. È sempre utile che non si interrompano gli studi e le ricerche sui grandi eventi e personaggi del passato e l’interesse sempre vivo per la figura e le opere di Churchill è ben testimoniato dai tanti libri a lui dedicati negli ultimi anni. Ma non c’è dubbio che nell’immaginario collettivo degli inglesi egli occupi un posto diverso dagli altri, pur grandi, statisti di tutti i tempi: fa parte ormai dell’olimpo degli eroi e dei miti della nazione, assieme a Elisabetta I, Horatio Nelson, la regina Vittoria.

 

Eroe di guerra, sconfitto in patria        

 

Nel maggio 1940, mentre le truppe tedesche stavano dilagando in Europa, possedeva le credenziali migliori per guidare l’esecutivo:  aveva capito prima e meglio dei suoi colleghi la personalità e gli obiettivi di Hitler, si era espresso duramente contro la politica di «pacificazione» verso la Germania dei governi inglesi degli anni Trenta e, da uomo fiero e orgoglioso quale era, sentiva di essere chiamato dal destino a quella nobile missione. «Avevo la sensazione di sapere che cosa si doveva fare ed ero certo che sarei riuscito» – scrisse nel suo diario.

Famosissimi i suoi discorsi alla radio e in Parlamento ebbero un ruolo decisivo nel galvanizzare la popolazione e mantenere saldo il fronte interno. Nei mesi drammatici dell’estate-autunno del ’40, durante la «battaglia d’Inghilterra» quando gli inglesi erano rimasti da soli a combattere contro Hitler e l’aviazione tedesca aveva iniziato i bombardamenti a tappeto sulle coste e sulle principali città inglesi, la sua popolarità schizzò alle stelle: lo appoggiava l’88% dei cittadini e tutta la stampa, compresa quella filo-laburista. Conclusasi la guerra in Europa, nel maggio 1945, il «Manchester Guardian», giornale non certo vicino ai conservatori, scrisse addirittura che mai prima di allora un primo ministro aveva visto realizzarsi i suoi obiettivi in maniera tanto completa da sfiorare la perfezione. In quel momento, secondo i sondaggi, l’83% dei britannici esprimeva totale soddisfazione per il suo operato, ma gli stessi sondaggi dicevano altresì che il partito laburista era in testa di 12 punti sui conservatori.

E difatti Churchill, due mesi dopo, perse le elezioni: un dato che resta ancora oggi il più sorprendente dell’intera sua carriera politica, specie per un paese come l’Italia che ha sempre visto un alto grado di «personalizzazione» della politica e i grandi statisti spesso nel ruolo di «supplenti» di istituzioni scarsamente legittimate. Ampiamente discussa all’epoca, analizzata da storici e politologi di tutto il mondo, spesso evocata come esempio del perfetto funzionamento della regola democratica dell’alternanza, la sconfitta elettorale di Churchill nel 1945 fu dovuta, in realtà, a molteplici fattori e appare oggi meno «rivoluzionaria» di come la percepirono i contemporanei. Sicuramente Churchill sbagliò tattica: usò toni violenti e una retorica delegittimante, assai poco in sintonia con la cultura politica inglese, nei confronti del Labour, arrivando a paragonarlo alla Gestapo, e puntando tutto sulla sua personale popolarità mancò di elaborare un programma chiaro e innovativo per il futuro, come invece fecero i laburisti. Ma in parte la sconfitta dipese dal fatto che agli occhi degli inglesi Churchill appariva più un «indipendente» che un autentico tory, mentre ai conservatori si imputavano gli errori degli anni Trenta.

 

Una carriera politica «eccentrica»        

 

Politicamente Churchill fu sempre un «battitore libero», fedele alle sue idee e ai suoi valori in nome dei quali non esitò a cambiare partito e ad entrare in conflitto con i colleghi. Entrò in Parlamento nel 1900, a 26 anni, nelle file del partito conservatore – il padre, lord Randolph, era stato un illustre esponente dei tories negli anni Ottanta – ma lo abbandonò quasi subito perché, strenuo paladino del liberoscambismo, non condivideva il programma protezionista voluto da una parte del partito. Passato ai liberali, partecipò alla grande stagione riformatrice dei governi liberali di inizio secolo e come ministro degli Interni promosse importanti provvedimenti per migliorare e modernizzare il sistema penale e carcerario.

Dopo la rivoluzione bolscevica divenne un fiero campione dell’anticomunismo (tale restò per tutta la vita) e abbandonò il partito liberale nel 1924 perché colpevole, a suoi occhi, di una politica troppo filo-laburista. Rientrato dopo 20 anni nelle file dei conservatori, fu subito nominato cancelliere dello Scacchiere, ma continuò ad opporsi a molte delle scelte dell’establishment del suo partito: dall’introduzione dei dazi doganali alla concessione dell’autogoverno all’India, dalla politica dell’appeasement verso Hitler alla scelta di spingere  Edoardo VIII all’abdicazione per via del suo legame con la divorziata Wallis Simpson.

 

L’«altro» Churchill        

 

Churchill non fu solo il grande stratega della guerra e un riformista sociale (cosa che peraltro confermò quando, ritornato al governo nel 1951, non abbandonò la strada delle riforme sociali e delle politiche economiche di stampo keynesiano inaugurata dai laburisti); fu anche giornalista, storico e scrittore. Nel 1953 fu insignito del premio Nobel per la letteratura ma, schiacciata da quella politica, la sua carriera letteraria è rimasta a lungo nell’ombra; come ha scritto in un recente volume lo storico Peter Clarke, Churchill è «il più sconosciuto fra i grandi scrittori del XX secolo».

Vastissima, infatti, fu la sua produzione; oltre alla storia della Seconda Guerra mondiale, tradotta in moltissime lingue, l’opera più importante sul piano storico-politico, frutto di una lunga e faticosa stesura, è costituita dai 4 volumi della Storia dei popoli di lingua inglese, dalla quale emergono chiaramente gli ideali e le posizioni del Churchill politico: l’identità e i valori del popolo anglosassone, la special relationship con gli Stati Uniti, la natura e i pericoli dei regimi totalitari, il significato e l’essenza della democrazia. Era stata la madre, un’americana colta e brillante, figlia del proprietario del «New York Times», a trasmettergli la passione per la letteratura, mentre il padre, non ritenendolo abbastanza dotato per l’avvocatura (da studente aveva pessimi voti), lo indirizzò alla carriera militare. Da giovane, quindi, fu mandato a combattere in India, Sudan e Sudafrica e già allora si distinse per le sue doti di scrittore e giornalista.

Figura complessa, poliedrica e controversa, Churchill appartiene senz’altro a quella ristretta cerchia di personaggi diventati «leggenda» mentre erano ancora in vita. Quando morì, il 24 gennaio 1965, la regina gli concesse – cosa assai rara – l’onore dei funerali di Stato; vi parteciparono oltre un centinaio di statisti e sovrani di tutto il mondo e la cerimonia fu seguita in televisione da 350 milioni di persone. Il «Corriere della Sera» scrisse che era scomparso lo statista che aveva creato «la storia della libertà».

Ben vengano dunque le cerimonie di «Chuchill 2015», soprattutto se saranno l’occasione per approfondire e riconsiderare la vita e le opere di un personaggio dalla vita lunga, complicata ed eclettica. Dove accanto ai trionfi ci furono le sconfitte, gli errori – come quello di essere rimasto un ferreo sostenitore dell’impero anche quando il corso degli eventi andava verso la liquidazione delle colonie –, una lunga, strisciante depressione, i problemi con l’alcol. Ma la sua lezione più grande, la lotta al nazifascismo e la difesa della libertà, resta fuori discussione, patrimonio non solo dei britannici ma del mondo intero. Lo ha detto anche il premier Cameron inaugurando le celebrazioni in suo onore: l’eredità di Churchill «continua a essere fonte di ispirazione non solo per la nazione che ha salvato ma per il mondo intero, per l’umanità nel suo complesso».