Ultimo Aggiornamento:
28 novembre 2020
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Il secondo turno delle elezioni municipali francesi è stato l’attesa debacle per il presidente Macron.

Michele Marchi - 01.07.2020

Qualsiasi considerazione politica sulla tornata elettorale deve tenere conto delle condizioni straordinarie nelle quali si è svolta, ad oltre tre mesi dal primo turno, con l’emergenza sanitaria ancora in atto e nel mezzo di una potenziale ed imminente crisi economico-sociale.

Tale premessa è fondamentale per ragionare sul primo dato inequivocabile: il più elevato tasso di astensionismo per elezioni municipali nella storia della V Repubblica. Il 59% dei francesi ha disertato le urne, con punte che hanno raggiunto il 77% e con sindaci eletti con il sostegno di un decimo dell’elettorato. Come detto la crisi sanitaria è stata certamente un fattore. Più in generale, un livello così scarso di partecipazione aumenta gli interrogativi sul mal funzionamento degli strumenti tradizionali di esercizio della democrazia. Il dato è ancora più preoccupante dal momento che riguarda l’elezione del sindaco, l’unico rappresentante politico ad oggi giudicato positivamente da tutte le indagini di opinione.

Il secondo elemento da sottolineare è la dimensione politica del voto, che dovrà essere prima di tutto meditata ed interpretata dal presidente della Repubblica, impegnato nel tentativo di rilancio dell’ultima parte di quinquennato, leggi tutto

Macron e Parigi alla prova del Covid

Michele Marchi - 17.06.2020

Quella legata al Covid-19, come tutte le crisi strutturali, ha evidenziato una serie di criticità già in atto finendo per estremizzarle. Anche la Francia, da questo punto di vista, ha mostrato tutte quelle difficoltà di adattamento al XXI secolo più volte emerse nell’ultimo ventennio.

Nel suo terzo discorso televisivo alla nazione dall’esplosione della pandemia il presidente Macron, senza dichiarare chiusa la fase dell’emergenza sanitaria, ha avanzato alcune linee guida per la possibile ripartenza del Paese. Dopo l’atteggiamento quasi marziale e il tono simile a quello del Gaulle del 18 giugno 1940 di marzo (“siamo in guerra”), dopo il lirismo e l’intimismo di aprile (“è necessario reinventarsi, io per primo”), è giunto il tempo dello sguardo di medio-lungo periodo. Obiettivo ricostruzione e allo stesso tempo campagna elettorale per una complicata, ma non impossibile, rielezione tra meno di due anni.

Occorre innanzitutto sottolineare la dimensione più contingente dell’intervento di Macron. L’inquilino dell’Eliseo ha enfatizzato la definitiva riapertura del Paese, simboleggiata dalla ripresa delle attività di ristorazione e dei bar (le brasserie e i cafés nell’immaginario collettivo dei francesi non sono meri luoghi fisici, ma veri e propri luoghi dello spirito) e da quella di tutte le scuole, a partire dal 22 giugno e con l’obbligo di leggi tutto

Il tempo del Capitano

Michele Marchi - 30.10.2019

Dopo il Cavaliere e il Professore, è giunto il tempo del Capitano. E a coniare questa definizione di Matteo Salvini è stato un lustro fa il suo attuale guru della comunicazione, all’anagrafe Luca Morisi, inventore e deus ex machina della cosiddetta Bestia (the Beast era la macchina della comunicazione informatica della prima campagna presidenziale di Obama). Veronese, 45 anni, laurea e dottorato in filosofia, dieci anni di cattedra nell’ateneo scaligero, poi l’impresa ma soprattutto la politica. Leghista della prima ora, incontra Salvini nel 2012 e non lo lascia più. E anzi lo porta a sfondare il tetto dei tre milioni di amicizie su Facebook (tutti gli altri leader di primo piano oscillano tra i 2 milioni di Di Maio e i 900 mila di Meloni) e di oltre un milione di follower sia su Twitter, che su Instagram.  Salvini, grazie al lavoro del suo consulente di comunicazione e al suo team (circa dieci persone) che lavora costantemente sull’identità virtuale del leader leghista, è il vero campione della nuova comunicazione politica italiana e non solo (basti pensare che doppia in termini di like e follower Marine Le Pen).  

Ebbene su tutto ciò e sulle principali ricadute politiche si è soffermata la giornalista forlivese Margherita Barbieri, proponendo un interessante studio leggi tutto

Politica e (è) passione

Michele Marchi - 24.07.2019

In quindici giorni il suo ultimo libro ha venduto 100 mila copie. Primo nelle vendite su Amazon.fr. Alla libreria La Martine di Parigi (XVI arrondissement) 650 libri autografati in circa quattro ore. Pienone in libreria a Strasburgo e a Bordeaux. La piazza del mercato di Deauville, nota località turistica della Normandia, ospitava almeno settecento persone per la presentazione, seguita anche qui da lunga sessione di dediche. Il corso principale di La Baule, una sorta di Riccione di lusso nella Loira Atlantica, era stracolmo sotto il sole delle 14.30 del 22 luglio in attesa di una dedica sul volume. Di chi stiamo parlando? Di Nicolas Sarkozy, in “tour” per il Paese per presentare la sua ultima fatica Passions (Editions de L’Observatoire).

Un interessante volume che racconta, in prima persona, la carriera politica dell’ex presidente della Repubblica francese dai suoi primi passi nel movimento gollista nel 1974, sino all’ingresso all’Eliseo nel 2007. Il volume non è banale perché da un lato è una storia interna movimento gollista, in tutte le sue mutazioni appunto nell’ultimo trentennio. Sarkozy bussa alla porta della sezione dell’allora UDR il mese precedente alla morte di Georges Pompidou, marzo 1974. Comincia ad attaccare manifesti del partito e da quel momento scala tutti i gradini all’interno del movimento, poi leggi tutto

Un occhio a Strasburgo … e uno a Parigi

Michele Marchi - 30.03.2019

Sono numerose le ragioni che rendono il voto del maggio prossimo per il Parlamento europeo uno spartiacque decisivo per il futuro del processo di integrazione europea, a quaranta anni dal primo voto diretto.  Se i sondaggi dovessero essere confermati non sarebbe solo l’avanzata dei cosiddetti sovranisti la vera notizia, quanto la fine del controllo dell’emiciclo europeo da parte del duopolio popolari/socialisti, con l’aggiunta più o meno decisiva dei liberali. In un quadro generale incerto, il voto francese sarà, insieme a quello italiano e tedesco (ma anche ungherese e polacco), tra quelli da osservare con attenzione. Macron si è speso per una rinnovata centralità transalpina nel contesto europeo. Complice anche la presenza dell’ex FN di Marine Le Pen, oggi ribattezzato Rassemblement National (primo partito di Francia alle europee del 2014), è stato l’inquilino dell’Eliseo ad accreditare l’immagine del voto come una sorta di “referendum” nel quale scegliere “più Europa” o “meno Europa”. Guardato attraverso “lenti francesi”, il voto sarà un referendum prima di tutto su Macron, un test per verificare se dopo i mesi del “Giove” all’Eliseo e quelli della discesa agli inferi nel gradimento popolare, culminati nella fase più acuta della crisi dei gilets jaunes, la sua risalita sia reale. Ma il voto leggi tutto

Cosa resta della “stella” Macron?

Michele Marchi - 12.01.2019

Tornerà a splendere la “stella” Macron? O la sua carriera politica è destinata ad essere archiviata al termine del primo mandato presidenziale? Difficile dirlo e complicato fare previsioni in una congiuntura di crisi politica strutturale come quella che sta vivendo l’Europa. Un elemento è certo: sembra trascorsa una generazione dal soleggiato maggio del 2017 quando il più giovane presidente della V Repubblica risaliva in posa marziale, ritto in piedi su un veicolo militare, i Champs-Elysées, diretto all’Arc de Triomphe al momento del suo insediamento. E se possibile la distanza temporale aumenta ancor più se si accosta questa immagine di una leadership salda e volitiva alle devastazioni dei gilets jaunes, giunti addirittura a danneggiare proprio l’Arc e a sfondare il portone di un ministero. Come è potuto accadere tutto ciò e in così breve tempo? Può forse essere utile ritornare su alcune istantanee dell’ultimo anno di presidenza Macron.

I primi sette mesi all’Eliseo sono stati quelli dell’attivismo e delle riforme a tambur battente (su tutte quella del codice del lavoro), del ritorno della Francia in Europa e nel mondo. Macron era quello promesso in campagna elettorale: attraverso un riformismo accelerato, Parigi sarebbe tornata al tavolo dei grandi e si sarebbe rinsaldato e riequilibrato l’asse leggi tutto

Macron tra Versailles e l’Europa

Michele Marchi - 14.07.2018

Nel momento in cui numerosi sondaggi cominciano pericolosamente ad avvicinare il livello di gradimento di Emmanuel Macron a quelli decadenti di Nicolas Sarkozy e di François Hollande a quindici mesi dalla loro elezione, il presidente in carica parla alle camere riunite in congresso a Versailles.

Innanzitutto il calo di popolarità e di gradimento preoccupa per due ragioni principali. Da un lato perché le due “estreme”, cioè il Rassemblement National (di Marine Le Pen) e la France Insoumise (di Mélenchon) non sembrano recedere nelle intenzioni di voto in vista delle europee della prossima primavera. Dall’altro perché se l’elettorato di centro-destra (Les Républicains) che lo aveva votato al ballottaggio presidenziale tutto sommato continua a sostenerlo, quello socialista che lo aveva scelto al primo turno (preferendolo ad Hamon) e in maniera massiccia al ballottaggio (in funzione anti-Le Pen) sembra oggi scontento e tende ad abbracciare lo slogan del “président des riches”.

Un’altra precisazione va poi fatta in relazione alla scelta di parlare a Versailles. Dopo la riforma del 2008 la procedura è prevista dalla Costituzione revisionata (in precedenza il presidente della Repubblica poteva inviare messaggi alle Camere che dovevano essere letti non in sua presenza). Sarkozy e Hollande avevano utilizzato questa leggi tutto

Questione di leadership e questione generazionale

Michele Marchi - 21.04.2018

Nello spazio di due giorni Macron ha parlato nell’emiciclo di Strasburgo ed è poi volato a Berlino per un bilaterale con Angela Merkel, finalmente alla guida del nuovo governo con fatica emerso dal voto del settembre scorso. Parigi-Strasburgo/Bruxelles-Berlino, questo è senza dubbio il triangolo del potere europeo, ma questo è soprattutto il triangolo nel quale si giocherà il delicato futuro dell’Ue da qui al voto europeo della prossima primavera.

Che i passaggi del 17 e del 19 aprile fossero due momenti intermedi, in vista del (si spera) decisivo Consiglio europeo di fine giugno, tutti ne erano consapevoli. Oggi sappiamo anche che quel delicato summit europeo avrà un importante “antipasto”, dieci giorni prima, nell’annunciato Consiglio dei ministri congiunto franco-tedesco del 19 giugno. Eppure da Strasburgo e da Berlino qualche indicazione interessante è già emersa.

Angela Merkel era obbligata, per ragioni di politica interna (pressioni bavaresi e sommovimenti interni alla CDU), a raffreddare gli entusiasmi dell’inquilino dell’Eliseo. Lo ha fatto, come al solito, alla maniera della Cancelliera, invertendo l’ordine delle priorità europee: immigrazione, politica estera comune e sviluppo dell’Unione economica e monetaria (più unione bancaria). Queste, in ordine di importanza, le necessità secondo Berlino. Per Parigi, come è noto, tutto dipende al contrario leggi tutto

“Uomo politico, nonostante la mia volontà”

Michele Marchi - 24.02.2018

A cosa serve la storia? E nello specifico la storia politica? A poco o nulla, verrebbe da dire osservando l’evoluzione della disciplina nei principali percorsi universitari dedicati alle scienze umane e alla scienza politica. Ma non è questo il luogo, né il momento, per questo genere di riflessioni. Forse la storia potrebbe essere minimamente utile per parlare al nostro confuso e caotico presente, quello di una campagna elettorale surreale, condotta nella convinzione che si tratti solo di un primo tempo e che sul finire dell’anno si andrà a giocarne un secondo, si spera, decisivo. Nella corsa affannata alla ricerca di una candidatura, a tutti i costi e in qualsiasi angolo del Paese, purché possa offrire qualche possibilità, anche minima, di elezione, la mia mente di storico è volata Oltralpe. E non ha esitato a soffermarsi su un personaggio politico al quale da qualche anno sto dedicando un po’ di attenzione. Si tratta di Georges Pompidou, secondo presidente della Quinta Repubblica, ma prima (dal 1944 al 1946) nel gabinetto del generale de Gaulle capo del governo provvisorio francese, suo fedele collaboratore per una parte consistente della cosiddetta “traversata del deserto”, poi capo di gabinetto del Generale nei mesi cruciali e fondativi del 1958 e infine lungamente leggi tutto

Macron presidente: quattro mesi e luna di miele finita?

Michele Marchi - 06.09.2017

Non si è ancora concluso il primo “quadrimestre”ed Emmanuel Macron è già crollato nel gradimento dei francesi. O almeno così recitano i sondaggi che hanno accompagnato la rentrée 2017. Sembrano un lontano ricordo, le luci del Carousel du Louvre della sera del 7 maggio scorso, ma anche il 64% di gradimento del dopo elezioni legislative. In due mesi esatti Macron ha battuto entrambi i suoi due predecessori. A fine agosto 2007 Sarkozy poteva vantare ancora un invidiabile 69% di gradimento. Mentre Hollande nel 2012 navigava attorno al 54%. Come spiegare il 40% di gradimento del giovane presidente? Commentatori e sondaggisti si stanno accanendo in mille elucubrazioni. Le motivazioni più citate riguardano errori di comunicazione e scarsa azione pedagogica nello spiegare le riforme che l’esecutivo ha avviato. In molti puntano poi il dito contro la cosiddetta “dittatura dell’urgenza”, in base alla quale un’opinione pubblica sempre più informata ma anche sempre più disincantata, pretenderebbe soluzioni rapide per problemi in realtà complessi e stratificati. Insomma, secondo la logica dei rapidi entusiasmi, seguiti da altrettanto veloci disillusioni. Tutto plausibile, ma forse qualche indicazione sistemica in più il “crollo” di gradimento la offre.

Prima di tutto si è parlato molto, nel corso della lunga sequenza elettorale francese, di superamento del clivage sinistra/destra e della leggi tutto