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Sciences Po, specchio della Francia?
Il FN conquista Sciences Po? Espresso in questo modo il concetto è mal posto e può essere derubricato a livello di boutade mediatica. Se si decide di affrontare la questione con attenzione e fuori dal gioco degli slogan, allora si fa interessante.
Prima di tutto i fatti, di per sé non eclatanti. FN Sciences Po ha rapidamente raccolto le 120 adesioni necessarie per diventare una delle numerose associazioni (politiche, culturali, sportive) accreditate in uno dei più famosi e prestigiosi istituti di formazione universitaria e post-universitaria a livello mondiale, almeno per quello che concerne le scienze umane, la politologia e la storia politica. Dunque come ha prontamente dichiarato il suo direttore, Frédéric Mion, siamo di fronte alla conferma della vocazione aperta e pluralista di questa grande istituzione, erede dell’Ecole Libre de Sciences Po, poi rifondata nel post ’45 dalla coppia De Gaulle-Debré, dando origine all’Institut d’études politiques e alla Fondation Nationale des Sciences Politiques.
È ugualmente vero che non si è di fronte ad una “prima assoluta”. Nei tardi anni Settanta, il Groupe d’Union Défense (molto attivo nelle facoltà parigine di diritto) aveva avuto al 27, rue Saint-Guillaume una sua rappresentanza e lo stesso si può dire del Cercle National, leggi tutto
La politica che cambia
La recente vittoria di Corbyn alle “primarie” del Labour inglese ha colto di sorpresa quasi tutti i commentatori. Corbyn era considerato una candidatura di bandiera, senza alcuna speranza di vittoria. Ora, gli stessi che lo davano per sconfitto certo, prevedono un futuro nebuloso per il Labour, troppo a sinistra per essere un avversario credibile per Cameron. Sembra però che sia i media che i politologi facciano ancora fatica a comprendere ed a tenere il passo con un cambiamento radicale che sta trasformando il panorama politico.
Il crollo economico e finanziario, l’austerity, la paralisi politica e la crisi di legittimità dei regimi democratici hanno contribuito a creare fenomeni nuovi, troppo spesso bollati semplicemente come anti-sistema: i movimenti secessionisti, dalla Scozia alla Catalogna; i partiti nuovi che rigettano la vecchia distinzione destra e sinistra e cercano di trovare elettori tra i delusi della politica tradizionale, come il Movimento Cinque Stelle e Podemos; la crescita di formazioni di destra e sinistra già esistenti ma non compromessi con i passati regimi, da Syriza al Front National; e la radicalizzazione di partiti tradizionali, come il Labour a guida Corbyn, ma anche il Partito Repubblicano americano influenzato dai Tea Party, per esempio.
Tutte queste evoluzioni stanno mettendo in crisi il sistema bi-polare e ci costringono a ripensare alla maniera a cui eravamo abituati a guardare alla politica. leggi tutto
I 25 anni della riunificazione tedesca, ovvero della memoria divisa degli europei
Il 3 ottobre 1990 avveniva ciò che per decenni era apparso impensabile: la ricomposizione delle due Germanie all’interno di un’unica entità statuale. Gli europei ebbero la certezza che in loro presenza fosse terminata un’intera epoca. Diversi sono, però, i modi in cui questa cesura storica è stata recepita e poi rielaborata. In Germania s’impose da subito una narrazione trionfalistica, che interpretava l’annus mirabilis 1989-1990 come una sorta di punto di non-ritorno alle famigerate «vie speciali», come approdo in Occidente, ovvero come il coronamento di una democrazia riuscita: quella della Repubblica federale tedesca, nata nel 1949 e che quarant’anni dopo estese le sue strutture politiche e legali ai territori della ex Repubblica democratica tedesca. Fuori dai confini tedeschi, invece, gli avvenimenti legati alla riunificazione delle due Germanie furono accolti con sentimenti contrastanti. Se è vero che all’indomani del crollo del muro di Berlino si poté registrare in tutto il mondo (e analogamente in Italia) un’ondata di simpatia nei confronti dei tedeschi, alquanto diversa appare la reazione dell’opinione pubblica internazionale se si guarda alle posizioni assunte nei mesi successivi dalle élite politiche e intellettuali europee. È noto, per esempio, che nel marzo 1990 Margaret Thatcher organizzò un seminario leggi tutto
Migrazioni, istituzioni e diritto: andare oltre i confini
Qualche giorno fa, in un articolo pubblicato sull’edizione on line de Il Sole 24 Ore, Martin Wolf ha scritto che gli «ideali cosmopoliti» che animano chi guarda con favore alle grandi migrazioni «sono in contrasto con il fatto che la nostra vita politica è organizzata in giurisdizioni territoriali sovrane». L’osservazione è utile; consente di capire qual è il nodo strutturale che offre una perdurante legittimazione a chi, sia pur spinto dalle più diverse, e talvolta urticanti, motivazioni, ritiene doveroso che gli Stati erigano barriere ad hoc e diano comunque la piena precedenza ai cittadini.
Non si tratta di dare “sfogo” a presunzioni oggi poco sostenibili, come lo sono, ad esempio, quelle di chi ritiene che vi possa essere una comunità soltanto in presenza di un’omogeneità di caratteri valoriali o etnici. Il punto è quello che aveva evidenziato Proudhon già nella seconda metà del XIX Secolo, all’interno del celebre saggio sulla capacità politica della classe operaia.
In quel caso era in gioco l’opportunità che Francia e Inghilterra stipulassero un trattato commerciale di libero scambio. Proudhon notava che – pur non essendoci ragioni di principio per essere contrari alla libertà dei commerci – sarebbe stato senz’altro allentato il regime doganale e, con esso, l’implicito ma decisivo legame di garanzia che permetteva ai ceti produttivi di riconoscersi reciprocamente e di dare con ciò fiducia e stabilità alle istituzioni nazionali. leggi tutto
Volkswagen: i danni di imprese troppo grandi e dominanti
Ci vorrà tempo per far metabolizzare al settore auto in Europa e ai mercati finanziari la truffa Volkswagen. E’ la prima volta che una grande impresa automobilistica europea viene colpita al cuore da uno scandalo così imponente che investe la qualità dei suoi prodotti. Eppure l’industria dell’auto in Europa è stata coccolata con incentivi di ogni tipo. I consumatori lo sanno e sono doppiamente amareggiati per aver buttato euro per auto la cui qualità sbandierata non corrisponde al vero e perché i produttori di auto hanno beneficiato negli anni recenti di numerosi favori. Vi sono state facilitazioni finanziarie che hanno consentito operazioni di ristrutturazione della governance (con dubbie regole sui sistemi di voto nei consigli di amministrazione a partire da Volkswagen per finire a Renault). Inoltre il settore auto ha avuto accesso privilegiato a risorse cospicue a prezzi di favore. Ha ricevuto aiuti diretti di stato, con incentivi agli investimenti e ripetuti sussidi all’acquisto di auto nuove. E infine l’auto ha goduto di una colpevole tolleranza per non corrette applicazioni delle norme sulle emissioni. Goccia che ha fatto traboccare il vaso ormai pieno in cui si è consumata l’ennesima eccezione europea. Ovvero una diversità industriale che ha visto l’incentivazione dell'utilizzo del gasolio per l'autotrazione privata. Il beneficio di questa scelta sarebbe stato quello di minori consumi energetici. Un risultato incerto in quanto molti consumatori finiscono per aumentare le percorrenze o usare auto più grandi. A fronte di danni certi. leggi tutto
Lo “spettro” delle primarie alla francese
Uno spettro si aggira per la Francia oramai da mesi avviata sulla via della lunga campagna presidenziale per il voto del 2017. Si tratta dello spauracchio delle primarie, fonte di imbarazzo e difficoltà politiche per un PS a rischio implosione e per Les Républicains, la nuova creatura di Nicolas Sarkozy che sembra aver ereditato dal post-gollismo faide e trame interne.
Davvero paradossale appare ciò che sta accadendo all’interno del PS. Quando il segretario Cambadélis ha annunciato che quasi sicuramente militanti e simpatizzanti socialisti non sceglieranno il loro candidato per le future presidenziali attraverso l’istituto delle primarie, ad andare in pezzi è stato un ventennio di “democrazia diretta e partecipativa”, applicata con risultati apprezzabili per le candidature del 1995, 2007 e 2012. In realtà il vero salto di qualità si è avuto con le primarie del 2011, rispetto alle quali ha svolto un ruolo non trascurabile il “modello italiano” del 2005. Se infatti nel 1995 con il duello Jospin-Emmanuelli il PS testò il sistema con la partecipazione aperta ai soli iscritti, già nel 2006, seppur in un contesto ancora soltanto interno, le primarie condussero, con la vittoria di Segolène Royal, all’emergere di una leadership non così in linea con l’establishment tradizionale del partito, non fosse altro per questioni di genere. Dal canto suo François Hollande ha utilizzato la lunga campagna per le primarie poi vinte al ballottaggio contro Martine Aubry per costruirsi un profilo di candidato alla presidenza equilibrato e rispettabile, leggi tutto
La crisi dell’Ue e la fragilità dei partiti europei
Partiamo dalla notizia. Gianni Pittella, presidente del gruppo socialista e democratico al Parlamento europeo, ha proposto ufficialmente che il Pse sospenda Robert Fico, presidente del Consiglio slovacco, a causa delle sue posizioni sui migranti, accusandolo di aver rilasciato dichiarazioni “più vicine a quelle di Salvini e Marine Le Pen che a quelle della famiglia socialista” – in sostanza, Fico aveva dichiarato di volere solo “migranti cristiani” per non snaturare l’identità del Paese. L’iniziativa di Pittella, sostenuta dal presidente del Pse, Sergei Stanishev, mette ancor più in risalto il silenzio del Ppe su Viktor Orban, già di per sé significativo se si tiene presente che persino il presidente Junker proviene da quella famiglia politica. Due episodi diversi che sono espressione dello stato di difficoltà in cui si trova gran parte dei partiti europei di fronte alla doppia crisi che attraversa l’Unione (europea): salvataggio della Grecia e pressione dei flussi migratori. Se è vero che i partiti europei hanno sempre dovuto affrontare problematiche legate ad alcuni affiliati nazionali e ai loro leader – si pensi agli imbarazzi del Ppe per alcune “uscite” di Berlusconi – oggi ci troviamo di fronte a un problema completamente diverso. L’integrazione europea è in crisi, l’Unione europea è in crisi; c’è un risveglio di nazionalismi e passioni nazionali cui non si assisteva da oltre vent’anni. E tutto questo si scarica, naturalmente, anche sui partiti europei. leggi tutto
Torniamo alle Guarentigie?
I tragici fatti di gennaio hanno inevitabilmente attribuito nuova centralità, in Francia, al problema dei rapporti tra Stato e religioni. Come ha segnalato Francesca Barca su “Una città”, agli inizi di marzo il primo ministro Valls ha proposto di “formare” “imam francesi”, che parlino in francese nelle moschee. E’ stato anche proposto di introdurre un obbligo per i futuri imam di frequentare “corsi di laicità” e di consentire un finanziamento pubblico per la costruzione delle moschee, in modo da evitare influenze fondamentaliste. Un finanziamento diretto delle moschee risulta in realtà in contrasto con la legge del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiese; una relazione di marzo della Commissione per le autonomie territoriali del Senato francese suggerisce allora, in maggiore coerenza con tale legge, l’introduzione dell’obbligo di presentazione, per la costruzione di nuovi luoghi di culto, di un piano di finanziamenti, certificato da un revisore contabile. Secondo alcuni questa previsione potrebbe concretizzarsi attraverso un aggiornamento della normativa sulle associations cultuelles previste dalla legge del 1905 per l’amministrazione dei luoghi di culto.
Associations cultuelles: questo termine evoca in Italia le analisi sui fatti francesi del 1905 compiute da Ruffini, Luzzatti, Salvatorelli, Jemolo e anche in alcune pagine crociane della Storia d’Europa; le associations cultuelles erano associazioni di fedeli destinate ad assumere l’amministrazione dei beni della Chiesa cattolica, sottraendola alle gerarchie ecclesiastiche. leggi tutto
Chi l’ha visto? La scomparsa dell’ONU dallo scenario politico internazionale.
Vari osservatori e studiosi hanno rilevato la straordinaria assenza dell’ONU nelle recenti crisi internazionali. I due esempi più recenti e a nostro avviso più rilevanti sono i seguenti:
a) la conclusione dell’accordo nucleare con l’Iran – il «Joint Comprehensive Plan of Action» firmato a Vienna il 14 luglio 2015 da «E3/EU+3: Cina, Francia, Germania, Federazione russa, Regno Unito e Stati Uniti, con l’alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza» con la Repubblica Islamica dell’Iran: l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’EU sembra aver preso il posto del Segretario Generale dell’ONU;
b) il fenomeno delle migrazioni di massa e dei rifugiati politici dai paesi dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente verso paesi membri dell’Unione Europea: campo tipico di competenza delle Nazioni Unite, ma sul quale non si è avuta occasione di ascoltare nessun intervento, suggerimento o iniziativa del Segretariato Generale o del consiglio di sicurezza. Un fenomeno, quello delle migrazioni e dei rifugiati, che, tra l'altro, è la diretta conseguenza dell’instabilità politica e della conflittualità interna di numerosi paesi, e che denota l’attuale incapacità dell’ONU di assolvere il suo compito principale: il mantenimento della pace nel mondo (cui sono dedicate le norme fondamentali della Carta delle Nazioni Uniti, quelle contenute nei capitoli VI e VII). leggi tutto
Facciamo i conti con il secessionismo in Catalogna
Uno dei punti più discussi delle elezioni regionali di domenica in Catalogna è il carattere plebiscitario che i secessionisti hanno voluto dare alla votazione. Dopo aver celebrato una consultazione non ufficiale sull'indipendenza nel 2014, nella quale saggiarono il loro consenso - notevole sí, ma non maggioritario -, i separatisti hanno lanciato un listone formato da politici, membri dell'associazionismo catalano, personaggi del mondo calcistico e televisivo, cha ha come obiettivo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza in 18 mesi.
Artur Mas, l'attuale presidente regionale, sarà il numero 4 del listone, mentre un excomunista, Raul Romeva, apprezzato nel bacino elettorale più diffidente verso il separatismo, è il capolista. Quest’ultimo ha assicurato che in caso di vittoria lascerà la presidenza del governo regionale a Artur Mas, per favorire il «processo costituente», il cui obiettivo sarà la creazione di strutture di governo nazionali e incluso l’istituzione di un esercito, «qualora sia necessario».
A nessun giurista, analista o persona dotata di buon senso può sfuggire la forzatura del concetto di legittimità proposto dai separatisti catalani in questi mesi, secondo la quale con una semplice maggioranza nel Parlamento regionale si possa dichiarare l’ indipendenza. Sostenuti dai mass media locali (gli indipendentisti scozzesi si lamentarono dell’ostilità della BBC), il secessionismo ha cercato di diffondere l'idea che solo attraverso la separazione leggi tutto


