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10 ottobre 2026
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Argomenti

I 70 anni dell’ONU

Miriam Rossi - 24.10.2015

70 anni e non sentirli? Non sembra il caso dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che quest’oggi raggiunge tale veneranda età incurvata dal peso di problemi insoluti e mille preoccupazioni. Da quel 24 ottobre 1945 quando i 51 Stati fondatori decretarono l’entrata in vigore del suo Statuto, il mondo intero sembra cambiato: la fine del colonialismo con l’accesso all’indipendenza di numerosi Stati afro-asiatici, la divisione del mondo nei blocchi contrapposti della guerra fredda e la ricomposizione dello stesso con il passaggio all’era della “globalizzazione”, l’avvento della rivoluzione informatica, la creazione di organizzazioni regionali e l’impressionante sviluppo di diverse aree del “sud” del pianeta. E se l’Organizzazione è stata solo in parte artefice di questi cambiamenti, sicuramente nel tempo ha assurto il ruolo di attenta osservatrice, continuando a fungere da arbitro delle controversie, da incubatore e promotore di piani di sviluppo globale, e da codificatrice del diritto internazionale. Una funzione insostituibile, anche nell’immaginario dei suoi detrattori, come forum di dialogo globale e punto di riferimento perenne per i governi nella promozione della pace, delle libertà e della giustizia.

Tuttavia sono evidenti i limiti dell’ONU. Limiti determinati, piuttosto che da inefficienze gestionali, dalla scarsa propensione degli Stati membri, ad oggi 193, a cedere porzioni della propria sovranità all’Organizzazione multilaterale. leggi tutto

Cosa succede tra Roma e Bruxelles?

Paolo Pombeni - 22.10.2015

Lo scambio aspro di opinioni (chiamiamole così) fra Roma e Bruxelles merita qualche considerazione perché a nostro avviso è una ulteriore spia della crisi che attraversa l’Unione Europea come istituzione. Non andiamo lontani dal vero se lo inquadriamo nell’eterna questione dello scontro fra “sovranisti” e “comunitaristi”, cioè fra coloro rifiutano di considerare Bruxelles come il potere para-federale a cui le nazioni sovrane devono far riferimento e coloro che invece quel potere vorrebbero vedere riconosciuto e se possibile rafforzato.

Naturalmente non ci sfugge che questo rizzar di code nelle euroburocrazie arrivi perché si sta parlando di Italia. Nulla di simile si era visto contro interventi ben più significativi che si rifacevano alla sovranità nazionale da parte della Gran Bretagna o della Corte Costituzionale tedesca. Ad essere maligni verrebbe da pensare che dipenda dal peso che le rappresentanze di quei paesi hanno nella alta burocrazia europea dove invece gli italiani sono sottorappresentati (e secondo alcuni molto timidi nel reclamare le loro radici nazionali). Noi non vogliamo far peccato e col rischio di sbagliarci respingiamo questa ipotesi e più banalmente osserviamo che quei paesi hanno un peso politico maggiore del nostro.

Ci interessa di più promuovere una riflessione su una ragione profonda di questo scontro fra i burocrati di Bruxelles e i politici di Roma. Si sarà notato l’imbarazzo dei vertici della commissione che sono di estrazione politica, i quali si sono esibiti nel funambolico gioco di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. leggi tutto

Sciences Po, specchio della Francia?

Michele Marchi - 20.10.2015

Il FN conquista Sciences Po? Espresso in questo modo il concetto è mal posto e può essere derubricato a livello di boutade mediatica. Se si decide di affrontare la questione con attenzione e fuori dal gioco degli slogan, allora si fa interessante.

Prima di tutto i fatti, di per sé non eclatanti. FN Sciences Po ha rapidamente raccolto le 120 adesioni necessarie per diventare una delle numerose associazioni (politiche, culturali, sportive) accreditate in uno dei più famosi e prestigiosi istituti di formazione universitaria e post-universitaria a livello mondiale, almeno per quello che concerne le scienze umane, la politologia e la storia politica. Dunque come ha prontamente dichiarato il suo direttore, Frédéric Mion, siamo di fronte alla conferma della vocazione aperta e pluralista di questa grande istituzione, erede dell’Ecole Libre de Sciences Po, poi rifondata nel post ’45 dalla coppia De Gaulle-Debré, dando origine all’Institut d’études politiques e alla Fondation Nationale des Sciences Politiques.

È ugualmente vero che non si è di fronte ad una “prima assoluta”. Nei tardi anni Settanta, il Groupe d’Union Défense (molto attivo nelle facoltà parigine di diritto) aveva avuto al 27, rue Saint-Guillaume una sua rappresentanza e lo stesso si può dire del Cercle National, leggi tutto

La politica che cambia

Nicola Melloni * - 13.10.2015

La recente vittoria di Corbyn alle “primarie” del Labour inglese ha colto di sorpresa quasi tutti i commentatori. Corbyn era considerato una candidatura di bandiera, senza alcuna speranza di vittoria. Ora, gli stessi che lo davano per sconfitto certo, prevedono un futuro nebuloso per il Labour, troppo a sinistra per essere un avversario credibile per Cameron. Sembra però che sia i media che i politologi facciano ancora fatica a comprendere ed a tenere il passo con un cambiamento radicale che sta trasformando il panorama politico.

Il crollo economico e finanziario, l’austerity, la paralisi politica e la crisi di legittimità dei regimi democratici hanno contribuito a creare fenomeni nuovi, troppo spesso bollati semplicemente come anti-sistema: i movimenti secessionisti, dalla Scozia alla Catalogna; i partiti nuovi che rigettano la vecchia distinzione destra e sinistra e cercano di trovare elettori tra i delusi della politica tradizionale, come il Movimento Cinque Stelle e Podemos; la crescita di formazioni di destra e sinistra già esistenti ma non compromessi con i passati regimi, da Syriza al Front National; e la radicalizzazione di partiti tradizionali, come il Labour a guida Corbyn, ma anche il Partito Repubblicano americano influenzato dai Tea Party, per esempio. 

Tutte queste evoluzioni stanno mettendo in crisi il sistema bi-polare e ci costringono a ripensare alla maniera a cui eravamo abituati a guardare alla politica. leggi tutto

I 25 anni della riunificazione tedesca, ovvero della memoria divisa degli europei

Gabriele D'Ottavio - 06.10.2015

Il 3 ottobre 1990 avveniva ciò che per decenni era apparso impensabile: la ricomposizione delle due Germanie all’interno di un’unica entità statuale. Gli europei ebbero la certezza che in loro presenza fosse terminata un’intera epoca. Diversi sono, però, i modi in cui questa cesura storica è stata recepita e poi rielaborata. In Germania s’impose da subito una narrazione trionfalistica, che interpretava l’annus mirabilis 1989-1990 come una sorta di punto di non-ritorno alle famigerate «vie speciali», come approdo in Occidente, ovvero come il coronamento di una democrazia riuscita: quella della Repubblica federale tedesca, nata nel 1949 e che quarant’anni dopo estese le sue strutture politiche e legali ai territori della ex Repubblica democratica tedesca. Fuori dai confini tedeschi, invece, gli avvenimenti legati alla riunificazione delle due Germanie furono accolti con sentimenti contrastanti. Se è vero che all’indomani del crollo del muro di Berlino si poté registrare in tutto il mondo (e analogamente in Italia) un’ondata di simpatia nei confronti dei tedeschi, alquanto diversa appare la reazione dell’opinione pubblica internazionale se si guarda alle posizioni assunte nei mesi successivi dalle élite politiche e intellettuali europee. È noto, per esempio, che nel marzo 1990 Margaret Thatcher organizzò un seminario leggi tutto

Migrazioni, istituzioni e diritto: andare oltre i confini

Fulvio Cortese * - 06.10.2015

Qualche giorno fa, in un articolo pubblicato sull’edizione on line de Il Sole 24 Ore, Martin Wolf ha scritto che gli «ideali cosmopoliti» che animano chi guarda con favore alle grandi migrazioni «sono in contrasto con il fatto che la nostra vita politica è organizzata in giurisdizioni territoriali sovrane». L’osservazione è utile; consente di capire qual è il nodo strutturale che offre una perdurante legittimazione a chi, sia pur spinto dalle più diverse, e talvolta urticanti, motivazioni, ritiene doveroso che gli Stati erigano barriere ad hoc e diano comunque la piena precedenza ai cittadini.

Non si tratta di dare “sfogo” a presunzioni oggi poco sostenibili, come lo sono, ad esempio, quelle di chi ritiene che vi possa essere una comunità soltanto in presenza di un’omogeneità di caratteri valoriali o etnici. Il punto è quello che aveva evidenziato Proudhon già nella seconda metà del XIX Secolo, all’interno del celebre saggio sulla capacità politica della classe operaia.

In quel caso era in gioco l’opportunità che Francia e Inghilterra stipulassero un trattato commerciale di libero scambio. Proudhon notava che – pur non essendoci ragioni di principio per essere contrari alla libertà dei commerci – sarebbe stato senz’altro allentato il regime doganale e, con esso, l’implicito ma decisivo legame di garanzia che permetteva ai ceti produttivi di riconoscersi reciprocamente e di dare con ciò fiducia e stabilità alle istituzioni nazionali. leggi tutto

Volkswagen: i danni di imprese troppo grandi e dominanti

Gianpaolo Rossini - 01.10.2015

Ci vorrà tempo per far metabolizzare al settore auto in Europa e ai mercati finanziari la truffa Volkswagen. E’ la prima volta che una grande impresa automobilistica europea viene colpita al cuore da uno scandalo così imponente che investe la qualità dei suoi prodotti. Eppure l’industria dell’auto in Europa è stata coccolata con incentivi di ogni tipo. I consumatori lo sanno e sono doppiamente amareggiati per aver buttato euro per auto la cui qualità sbandierata non corrisponde al vero e perché i produttori di auto hanno beneficiato negli anni recenti di numerosi favori. Vi sono state facilitazioni finanziarie che hanno consentito operazioni di ristrutturazione della governance (con dubbie regole sui sistemi di voto nei consigli di amministrazione a partire da Volkswagen per finire a Renault). Inoltre il settore auto ha avuto accesso privilegiato a risorse cospicue a prezzi di favore. Ha ricevuto aiuti diretti di stato, con incentivi agli investimenti e ripetuti sussidi all’acquisto di auto nuove. E infine l’auto ha goduto di una colpevole tolleranza per non corrette applicazioni delle norme sulle emissioni. Goccia che ha fatto traboccare il vaso ormai pieno in cui si è consumata l’ennesima eccezione europea. Ovvero una diversità industriale che ha visto l’incentivazione dell'utilizzo del gasolio per l'autotrazione privata. Il beneficio di questa scelta sarebbe stato quello di minori consumi energetici. Un risultato incerto in quanto molti consumatori finiscono per aumentare le percorrenze o usare auto più grandi. A fronte di danni certi. leggi tutto

Lo “spettro” delle primarie alla francese

Michele Marchi - 01.10.2015

Uno spettro si aggira per la Francia oramai da mesi avviata sulla via della lunga campagna presidenziale per il voto del 2017. Si tratta dello spauracchio delle primarie, fonte di imbarazzo e difficoltà politiche  per un PS a rischio implosione e per Les Républicains, la nuova creatura di Nicolas Sarkozy che sembra aver ereditato dal post-gollismo faide e trame interne.

Davvero paradossale appare ciò che sta accadendo all’interno del PS. Quando il segretario Cambadélis ha annunciato che quasi sicuramente militanti e simpatizzanti socialisti non sceglieranno il loro candidato per le future presidenziali attraverso l’istituto delle primarie, ad andare in pezzi è stato un ventennio di “democrazia diretta e partecipativa”, applicata con risultati apprezzabili per le candidature del 1995, 2007 e 2012. In realtà il vero salto di qualità si è avuto con le primarie del 2011, rispetto alle quali ha svolto un ruolo non trascurabile il “modello italiano” del 2005. Se infatti nel 1995 con il duello Jospin-Emmanuelli il PS testò il sistema con la partecipazione aperta ai soli iscritti, già nel 2006, seppur in un contesto ancora soltanto interno, le primarie condussero, con la vittoria di Segolène Royal, all’emergere di una leadership non così in linea con l’establishment tradizionale del partito, non fosse altro per questioni di genere. Dal canto suo François Hollande ha utilizzato la lunga campagna per le primarie poi vinte al ballottaggio contro Martine Aubry per costruirsi un profilo di candidato alla presidenza equilibrato e rispettabile, leggi tutto

La crisi dell’Ue e la fragilità dei partiti europei

Massimo Piermattei * - 01.10.2015

Partiamo dalla notizia. Gianni Pittella, presidente del gruppo socialista e democratico al Parlamento europeo, ha proposto ufficialmente che il Pse sospenda Robert Fico, presidente del Consiglio slovacco, a causa delle sue posizioni sui migranti, accusandolo di aver rilasciato dichiarazioni “più vicine a quelle di Salvini e Marine Le Pen che a quelle della famiglia socialista” – in sostanza, Fico aveva dichiarato di volere solo “migranti cristiani” per non snaturare l’identità del Paese. L’iniziativa di Pittella, sostenuta dal presidente del Pse, Sergei Stanishev, mette ancor più in risalto il silenzio del Ppe su Viktor Orban, già di per sé significativo se si tiene presente che persino il presidente Junker proviene da quella famiglia politica. Due episodi diversi che sono espressione dello stato di difficoltà in cui si trova gran parte dei partiti europei di fronte alla doppia crisi che attraversa l’Unione (europea): salvataggio della Grecia e pressione dei flussi migratori. Se è vero che i partiti europei hanno sempre dovuto affrontare problematiche legate ad alcuni affiliati nazionali e ai loro leader – si pensi agli imbarazzi del Ppe per alcune “uscite” di Berlusconi – oggi ci troviamo di fronte a un problema completamente diverso. L’integrazione europea è in crisi, l’Unione europea è in crisi; c’è un risveglio di nazionalismi e passioni nazionali cui non si assisteva da oltre vent’anni. E tutto questo si scarica, naturalmente, anche sui partiti europei. leggi tutto

Torniamo alle Guarentigie?

Andrea Frangioni * - 29.09.2015

I tragici fatti di gennaio hanno inevitabilmente attribuito nuova centralità, in Francia, al problema dei rapporti tra Stato e religioni. Come ha segnalato Francesca Barca su “Una città”, agli inizi di marzo il primo ministro Valls ha proposto di “formare” “imam francesi”, che parlino in francese nelle moschee. E’ stato anche proposto di introdurre un obbligo per i futuri imam di frequentare “corsi di laicità” e di consentire un finanziamento pubblico per la costruzione delle moschee, in modo da evitare influenze fondamentaliste. Un finanziamento diretto delle moschee risulta in realtà in contrasto con la legge del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiese;  una relazione di marzo della Commissione per le autonomie territoriali del Senato francese suggerisce allora, in maggiore coerenza con tale legge, l’introduzione dell’obbligo di presentazione, per la costruzione di nuovi luoghi di culto, di un piano di finanziamenti, certificato da un revisore contabile. Secondo alcuni questa previsione potrebbe concretizzarsi attraverso un aggiornamento della normativa sulle associations cultuelles previste dalla legge del 1905 per l’amministrazione dei luoghi di culto.

Associations cultuelles: questo termine evoca in Italia le analisi sui fatti francesi del 1905 compiute da Ruffini, Luzzatti, Salvatorelli, Jemolo e anche in alcune pagine crociane della Storia d’Europa; le associations cultuelles erano associazioni di fedeli destinate ad assumere l’amministrazione dei beni della Chiesa cattolica, sottraendola alle gerarchie ecclesiastiche. leggi tutto