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20 aprile 2024
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Deflazione: la fine dei dogmi?

Gianpaolo Rossini - 26.04.2016

Viviamo ormai con una deflazione conclamata che è entrata con forza nel comune pensare e ha preso il posto di decenni di saggezza popolare legata a come meglio comportarsi con l’inflazione.  I prezzi hanno cominciato a innestare la retromarcia in Italia in maniera continuativa negli ultimi due anni. Ma anche negli anni precedenti a ritroso fino alla prima metà del primo decennio del nuovo secolo non si può dire avessero dinamiche inflazionistiche vere e proprie. Da circa venti anni i prezzi in Italia viaggiano tra 1 e 2% all’anno superando solo in un caso il 3% di un soffio.  Questo ha mutato la cultura economica inducendo tutti a pensare che l’inflazione è scomparsa e che come un televisore col tubo catodico, ovvero non tornerà.  Gli ultimi tre anni hanno convinto anche i più increduli. I prezzi al consumo in Italia sono cresciuti meno dell’1% (in 3 anni) e ormai hanno cominciato un costante cammino sotto zero.

 

Da dove viene tutto questo?

 

La risposta è semplice. Ma pesante come una montagna.  E’ il risultato del divorzio tra banche centrali e autorità fiscali. Un’idea che risale agli anni 80 del secolo scorso. Buona per disintossicare le economie da inflazione a due cifre che fu debellata con successo. Ma nefasta quando divenne un dogma che viaggia senza meta come un iceberg che si stacca dai ghiacci polari per navigare a sud verso la sua lenta naturale consunzione. Prima della quale però può fare danni e provocare tragedie. leggi tutto

Ripartire dalle città. Perché le città modellano il territorio

Filippo Pistocchi * - 19.04.2016

La popolazione urbana mondiale ha ormai superato quella rurale e delle periferie.

In alcune regioni della Terra, come la “vecchia Europa” e l’America del Nord, il fenomeno urbano è pressoché stabile, mentre in altre, quelle ancora povere e/o che stanno affrontando un veloce e controverso processo di sviluppo, il tasso di urbanizzazione è in forte crescita, a dimostrazione che la città rappresenta ancora uno spazio geografico e un luogo esperienziale che riesce a dare risposte a bisogni e speranze. C’è di più: da alcuni studi si evince che almeno 1 miliardo delle persone “urbanizzate” in realtà occupa spazi informali, degradati e deprivati dei servizi e delle strutture adeguate alla sopravvivenza, che vengono chiamati slums, ossia le baraccopoli.

Questo dato implica che i pianificatori urbani e gli amministratori rendano più sostenibile la vita sia all’interno degli insediamenti sia negli interstizi urbani.

La storia delle città racconta di continui progetti compiuti per modificare e adeguare l’esistente (spazi pubblici, parchi urbani, boulevards); in altri casi, parla di piani per la costruzione di nuovi quartieri a ridosso della città, per ospitare cittadini in esubero o favorire un decentramento produttivo e sociale per rendere più equilibrato e meno congestionato l’uso del suolo urbano; oppure, di nuove città, costruite per svolgere funzioni economiche nuove e diverse rispetto a quelle delle città preesistenti leggi tutto

L’Europa difficile

Paolo Pombeni - 16.04.2016

Travolti dalla cronaca politica italiana, per quanto poco esaltante, dedichiamo un interesse relativo all’Europa, soprattutto se si prescinde dalla pur rilevante questione delle politiche sui problemi delle migrazioni. Eppure il momento è piuttosto critico ed i sussulti nelle strategie per rispondere alle sfide migratorie vanno inquadrati in questo contesto.

Una semplice elencazione di temi sul tappeto ci dà già la misura delle difficoltà con cui ci misuriamo. La Grecia innanzitutto non è affatto riuscita ad avviare un processo di uscita dalle sue difficoltà economiche. Non se ne parla quasi più, complice anche la sua delicata posizione sulla questione di migranti, ma ogni tanto qualcuno ricorda che un collasso greco non sarebbe certo un evento privo di impatto.

Abbiamo all’orizzonte il referendum britannico sulla permanenza di quel paese nella UE e gli esiti sono incerti. Anche se non vincessero i favorevoli all’uscita avrebbero comunque un numero tale di voti da costringere il governo a sfruttare a fondo i privilegi che gli sono stati accordati. Una cosa che certo non provocherebbe un incremento di stabilità, anche se sarebbe forse meno peggio di un ritiro britannico dal sistema europeo, per i costi economici comporterebbe non solo per Londra.

La crisi pressoché perenne del sistema politico belga è emersa con la vicenda degli attentati islamisti, ma è da tempo che si trascina. leggi tutto

Il confine del Brennero e il futuro dell’Europa

Giovanni Bernardini - 09.04.2016

I confini sono come le cicatrici: non ne esistono due uguali. Proprio come una cicatrice, ogni confine reca con sé un passato irripetibile di urti, lacerazioni, di guarigioni laboriose, di ricadute. Come a una cicatrice, a ogni confine corrisponde un decorso emozionale che può facilitare o più spesso complicare la guarigione. Farebbero bene a tenerlo presente coloro che oggi sono chiamati a gestire la vera o presunta “crisi” migratoria verso l’Europa. Al contrario, molti tra di loro giocano irresponsabilmente con stime e cifre, e sollecitano in questo modo i più bassi istinti dell’opinione pubblica del cui consenso poi vanno in cerca, fomentando così una spirale discendente che rischia di travolgere ogni sensibilità civile prima ancora del progetto europeo. Su questa strada sembrerebbe purtroppo incamminato il governo austriaco, almeno a giudicare dalle improvvide dichiarazioni del ministro Mikl Leitner sui presunti “trecentomila migranti” pronti a solcare il Mediterraneo, ad attraversare l’Italia e a devastare immancabilmente il piccolo paese alpino al loro passaggio. Tale costruzione è palesemente destituita di fondamento nei numeri, come dimostrano tutte le stime sui flussi attuali e futuri; eppure è sufficiente per minacciare l’Italia di non poter contare indefinitamente sull’apertura del confine del Brennero. La sua chiusura (temporanea? indefinita?), secondo Vienna, leggi tutto

Genscher. L’europeista tedesco che ridimensionò l’Italia

Gabriele D'Ottavio - 05.04.2016

È morto Hans-Dietrich Genscher. Con lui se ne va un altro protagonista della vecchia Repubblica federale tedesca. Era nato il 21 marzo 1927 nei pressi di Halle, nel Sachsen-Anhalt, uno dei Länder orientali. Durante la guerra aveva militato, sia pure per pochi mesi, nella Wehrmacht, prima di cadere prigioniero degli alleati. Finita la guerra era ritornato a Halle, per poi abbandonare, nel 1952, la Germania Est e rifugiarsi nella Bundesrepublik. Qui salì tutti i gradini della carriera politica all’interno del partito liberale, l’FDP, fino ad assumerne nel 1974 la carica di presidente. Eletto al Bundestag nel 1965, Genscher fu uno dei promotori della prima svolta politico-programmatica della FDP che la portò a non rinnovare l’accordo di coalizione con i cristiano-democratici della CDU e, successivamente, dopo la Grande coalizione, ad orientare le sue scelte di coalizione al perseguimento di obiettivi di politica estera, e quindi all’alleanza con i socialdemocratici dell’SPD nel quadro dell’Ostpolitik.

Nel periodo 1969-1974 Genscher ricoprì l’incarico di ministro degli Interni nella coalizione social-liberale guidata da Willy Brandt. Tra i momenti più significativi che lo videro in primo piano si ricordano: il tragico sequestro degli atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco del 1972 e l’affaire Guillaume del 1974, che costò a Brandt le dimissioni da cancelliere. leggi tutto

La necessità di riallacciare un dialogo con il mondo arabo

Silvio Labbate * - 05.04.2016

Oggi l'Europa appare sempre più terrorizzata dagli attacchi violenti dei terroristi dell'ISIS: imprevedibili e – al nostro modo di vedere – insensati, questi attentati stanno costantemente condizionando le abitudini dei cittadini del vecchio continente. Le intelligence varie, per una serie di motivazioni, stanno dimostrando di non essere preparate al pericolo incombente. Del resto appare difficile prevedere quando e dove ci sarà il prossimo gesto omicida. Inoltre, come l'esempio relativo a Salah Abdeslam ci ha mostrato chiaramente, nella maggior parte dei casi stiamo parlando di cittadini a tutti gli effetti dell'UE. Un vero e proprio cortocircuito che sta mettendo a dura prova il cosiddetto Spazio Schengen, con le clamorose richieste di sospensione parziale dell'accordo del 14 giugno 1985, uno dei passi più importanti nel quadro dell'UE. A essere in crisi, quindi, è l'intero prospetto di cooperazione del vecchio continente, già attanagliato da mille difficoltà e divisioni.

Direttamente collegata con il problema ISIS e con la capacità di risposta delle istituzioni figlie del trattato di Roma del 25 marzo 1957 è la questione del forte flusso migratorio che sta interessando l'Europa da diverso tempo e che recentemente è aumentato in maniera esponenziale. Il nesso con lo Stato Islamico, a mio avviso, non può riguardare solo e soltanto il transito di terroristi mascherati da richiedenti asilo politico: leggi tutto

In nome dell’orrore. Lo scontro di civiltà fra Islam e Occidente esiste davvero?

Omar Bellicini * - 02.04.2016

Nuovo sangue, nuovi morti. Non sono ancora sfumate le odiose immagini degli attacchi a Bruxelles, Iskanderiyah e Lahore. Uomini, donne, ragazzini: incolpevoli comparse di una mattanza che non ammette giustificazioni. In un tempo come il nostro, che si nutre di oscenità come gli eccidi indiscriminati, le conversioni forzate, gli stupri sotto l’egida della legge e quant’altro possa partorire la fantasia di un carnefice che spaccia il sadismo per devozione, è importante comprendere cosa sia quel carneade di cui abbondano i riferimenti giornalistici, senza che i più abbiano nozione delle sue caratteristiche e dei sui significati: parliamo dell’Islam. Cos’è davvero questa forza, in nome della quale migliaia di persone accolgono una tetra vocazione al martirio? È un caso che il suo nome venga pronunciato a sostegno di crimini ed orrori? Posando l’occhio sulle pagine -mai troppo percorse- della Storia, ci rendiamo conto che pressoché ogni fede è stata occasione di slancio fanatico. Leggendo i libri sacri -tutti i libri sacri- ci accorgiamo che ognuno di essi può rappresentare una spinta verso il “bene” o essere una patente per i progetti più deplorevoli. Perché il Corano, non meno del Vecchio e del Nuovo Testamento, è prima di tutto un grande affresco, che incarna le molteplici espressioni dell’esperienza umana.  leggi tutto

Forma e sostanza nel diritto d’asilo: a proposito degli accordi con la Turchia

Giuseppe Campesi * - 31.03.2016

La “diplomazia delle migrazioni” è da oltre un decennio al centro della politica di vicinato della Ue. La stipula di accordi di riammissione e di cooperazione poliziesca è l’obiettivo prioritario perseguito dalle istituzioni europee, che negli anni hanno dovuto concedere una parziale liberalizzazione nel regime dei visti a molti dei paesi situati sull’altra sponda del Mediterraneo, in cambio di una loro collaborazione nel controllo dei flussi migratori. I negoziati con la Turchia sulla gestione della frontiera sudorientale non sono certo una novità del 2015. Risalgono infatti al 2005 i primi contatti diplomatici per la stipula di un accordo di riammissione, mentre è dal 2010 che Frontex ha allacciato rapporti di cooperazione con la polizia turca. In particolare, a seguito della stipula dell’accordo di riammissione tra Ue e Turchia, avvenuta infine nel dicembre 2013, è stata lanciata una “roadmap” che dovrebbe portare alla liberalizzazione dei visti e rafforzare la cooperazione nella gestione dei movimenti transfrontalieri nella regione del Mediterraneo orientale [1].

La recente “crisi migratoria” ha impresso una decisiva accelerazione a tale processo, consentendo alla Turchia di rinegoziare aspetti della “roadmap” tracciata nel 2013 da una posizione di sostanziale vantaggio diplomatico, al punto che, accanto al sostanzioso contributo finanziario e alla promessa di riapertura del capitolo sull’adesione all’Unione, la Commissione prevede di proporre l’eliminazione dell’obbligo di visto leggi tutto

L’Europa davanti al terrorismo islamista

Paolo Pombeni - 24.03.2016

Non è semplicemente una questione di terrorismo quanto sta succedendo, perché il terrorismo islamista ha caratteristiche peculiari. In Europa ci sono stati nei decenni passati altri tipi di terrorismo, basti citare quello basco e quello nordirlandese, per non risalire a quello verificatosi negli anni Sessanta nel Sudtirolo/Alto Adige. Si trattava però di un’altra cosa: erano vicende storiche, molto meno cruente, con un obiettivo chiaro e facilmente identificabile per quanto discutibile come giustificazione di azioni violente da guerriglia. Avevano come bersaglio uno specifico “nemico”, cioè un potere politico che veniva considerato, lasciamo stare al momento se a torto o a ragione, il responsabile di uno stato di cose che avrebbe potuto essere cambiato solo che si fosse “vinto”. Nei casi citati si trattava di rivendicazione di movimenti indipendentisti.

Certo più complesso da inquadrare il terrorismo fra anni Settanta ed anni Ottanta del secolo scorso degli estremismi di destra e di sinistra. In quel caso l’obiettivo era assai vago, il cambio di regime, lo si chiamasse o meno rivoluzione. Una meta utopica, ma almeno in astratto raggiungibile e già raggiunta in alcune circostanze in un passato non molto lontano.

L’obiettivo del terrorismo islamista è invece così globale e catastrofista da essere del tutto sfuggente. A che cosa mirano i programmatori e gli esecutori delle stragi di cui siamo testimoni? leggi tutto

Il welfare è la miglior risposta al terrorismo: il caso olandese.

Dario Fazzi * - 24.03.2016

Ad oggi, i cittadini belgi di religione islamica sono all’incirca settecento mila persone. In termini relativi si tratta grossomodo della stessa percentuale di musulmani che vivono nei Paesi Bassi, attorno al 6% dell’intera popolazione. A Bruxelles circa il 26% dei residenti si professa di fede musulmana, una proporzione non del tutto dissimile a quella presente in città quali Rotterdam (25%) e Amsterdam (24%). In entrambi i paesi, le principali componenti etniche all’interno della comunità islamica sono quelle turche e marocchine e, tanto in Belgio quanto in Olanda, tali comunità si concentrano maggiormente nei contesti urbani. Demograficamente, dunque, si tratta di due situazioni abbastanza omogenee e relativamente comparabili tra loro.

 

Sebbene i Paesi Bassi non siano stati attraversati, almeno finora, da attentati della portata di quelli occorsi di recente a Parigi e Bruxelles, il processo di radicalizzazione di alcune componenti della comunità islamica olandese è un fenomeno diffuso nel paese, ben noto alle autorità locali e legato a doppio filo a forti interessi criminali. Secondo le forze di polizia olandesi, infatti, nel paese opererebbero circa trecento gruppi criminali a connotazione islamica che sarebbero non soltanto molto ben armati e violenti ma anche molto ben strutturati e in grado di gestire leggi tutto