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25 gennaio 2020
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Cosa succede tra Roma e Bruxelles?

Paolo Pombeni - 22.10.2015
Palazzo Comunità Europea a Bruxelles

Lo scambio aspro di opinioni (chiamiamole così) fra Roma e Bruxelles merita qualche considerazione perché a nostro avviso è una ulteriore spia della crisi che attraversa l’Unione Europea come istituzione. Non andiamo lontani dal vero se lo inquadriamo nell’eterna questione dello scontro fra “sovranisti” e “comunitaristi”, cioè fra coloro rifiutano di considerare Bruxelles come il potere para-federale a cui le nazioni sovrane devono far riferimento e coloro che invece quel potere vorrebbero vedere riconosciuto e se possibile rafforzato.

Naturalmente non ci sfugge che questo rizzar di code nelle euroburocrazie arrivi perché si sta parlando di Italia. Nulla di simile si era visto contro interventi ben più significativi che si rifacevano alla sovranità nazionale da parte della Gran Bretagna o della Corte Costituzionale tedesca. Ad essere maligni verrebbe da pensare che dipenda dal peso che le rappresentanze di quei paesi hanno nella alta burocrazia europea dove invece gli italiani sono sottorappresentati (e secondo alcuni molto timidi nel reclamare le loro radici nazionali). Noi non vogliamo far peccato e col rischio di sbagliarci respingiamo questa ipotesi e più banalmente osserviamo che quei paesi hanno un peso politico maggiore del nostro.

Ci interessa di più promuovere una riflessione su una ragione profonda di questo scontro fra i burocrati di Bruxelles e i politici di Roma. Si sarà notato l’imbarazzo dei vertici della commissione che sono di estrazione politica, i quali si sono esibiti nel funambolico gioco di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. Non hanno la forza di imporre il silenzio nei ranghi ai loro potenti (e strapagati) burocrati, ma non vogliono neppure avviare bracci di ferro col Consiglio Europeo che è un organo politico dove gli stati contano e dove oggi non c’è alcuna maggioranza stabile. Così i Commissari preposti dicono che l’impostazione del bilancio italiano non risponde appieno alle linee comunitarie, ma poi aggiungono che in fondo si tratta di consigli di cui poi il governo di Roma farà l’uso che ritiene (come hanno già fatto in passato tutti i governi dei principali paesi).

Tuttavia la questione di fondo non è questa. Nel caso di cui ci occupiamo diventa molto evidente che siamo davanti ad uno scontro fra la “tecnica” e la “politica”. I burocrati di Bruxelles ragionano sulla base di quanto hanno studiato all’università e dei dibattiti che si fanno nei circoli economico-intellettuali, dove si dice che è meglio indirizzare risorse a sostegno del lavoro piuttosto che a sostegno dei consumi, cioè che le tasse vanno manipolate in modo da favorire il primo ambito piuttosto che il secondo. In astratto il ragionamento non fa una piega: il lavoro crea ricchezza, per di più ricchezza incrementabile, il consumo la brucia senza che ci sia una ricaduta prospettica.

Peccato che nella realtà politica le cose non siano così semplici. Il consumo è diventato, perdonino gli economisti il nostro linguaggio da gente della strada, il moltiplicatore keynesiano, quello che faceva scavare buche agli operai per poi fargliele riempire di nuovo: era inutile, ma creava occupazione e dunque salario e dunque ripresa economica. Per un paese come l’Italia che deve uscire da una fase recessiva, il governo (cioè la politica) ha bisogno di mettere su alla svelta un po’ di circuito economico dinamico e questo può farlo più facilmente spingendo sulle capacità di spesa dei suoi cittadini.

Si può naturalmente discutere se sia una politica miope e si può sostenere che la visione dei burocrati di Bruxelles è più lungimirante. Il fatto è che però il governo italiano (ma per questo come tutti gli altri governi) deve restare in sella e possibilmente vincere le prossime elezioni, mentre i signori che siedono negli uffici di Bruxelles producono analisi per il giudizio della comunità delle alte burocrazie internazionali e degli economisti di professione.

Questo mette in luce la crisi attuale dell’Unione Europea. Nel momento in cui la storia è diventata troppo complicata per poter essere gestita “a livello tecnico”, il sogno di Monnet e compagni, quello che si chiama “funzionalista”, è divenuto irrealizzabile (secondo quello era l’economia ormai integrata che generava il progresso e che imponeva poi l’adeguamento a livello politico). Nella attuale congiuntura per governare la complessità crescente dei piani con cui ci misuriamo ci vuole invece la “politica”, ovviamente quella alta e creativa. Si può anche dubitare che quel tipo particolare di politica sia ben allocata nelle stanze degli uomini che siedono al governo dei vari paesi della UE, ma di sicuro attualmente non abita più a Bruxelles. C’è stata più o meno di passaggio in alcune fasi  (ai tempi di Delors e anche di Prodi), ma poi ha traslocato.

Se la UE vuole ritrovare un ruolo deve puntare, piuttosto che su insegnanti che vogliono dare ripetizioni di economia ai governi nazionali, su uomini dotati di buon carisma politico e di tanta inventiva. Con la struttura attuale non è un traguardo facile da raggiungere, ma è l’unico che può salvare la UE dal declino.