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27 ottobre 2021
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Da Parigi, il primo accordo universale sul clima

Elisa Calliari * - 22.12.2015

A Parigi abbiamo visto molte rivoluzioni. La più bella, la più pacifica rivoluzione è stata ora raggiunta: una rivoluzione climatica”. Così il presidente François Hollande ha salutato sabato 12 dicembre l’adozione dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, frutto di due intense settimane negoziali tenutesi nella capitale francese a partire dal 30 Novembre e culmine di un percorso iniziato alla Conferenza delle Parti (COP) di Durban quattro anni fa. L’Accordo è stato accolto da un generalizzato entusiasmo da parte della stampa, del settore privato, di molte organizzazioni della società civile e, soprattutto, da parte degli stessi paesi che lo hanno più volte definito un eclatante successo del multilateralismo. Che sia davvero una “rivoluzione”, come affermato da Hollande, è difficile da sostenere. Ciò non toglie che si tratti di un accordo storico nella sua natura universale e, sotto alcuni aspetti, più ambizioso di quanto ci si aspettasse inizialmente.

L’elemento di ambizione più importante è rappresentato dall’obiettivo di lungo periodo che si è scelto di perseguire, ossia di mantenere l’aumento della temperatura rispetto al periodo pre-industriale “ben al di sotto dei 2 °C” e sforzandosi di limitarlo a 1.5 °C. Il riferimento a quest’ultimo target rappresenta forse la vittoria più importante per i paesi in via di sviluppo, ed in particolar modo per le piccole isole caraibiche e del Pacifico che avevano più volte annunciato di non poter firmare alcun accordo che le condannasse all’estinzione. leggi tutto

L'analisi del sabato. Francia-Italia: riflessioni sul ballottaggio

Luca Tentoni - 19.12.2015

Fra i numerosi spunti interessanti che l'analisi del voto francese offre al dibattito italiano ce ne sono alcuni che meriterebbero maggior rilievo, soprattutto nella prospettiva di un non improbabile ballottaggio, con l'"Italicum", alle future (forse non molto prossime) elezioni per il rinnovo dell'Assemblea di Montecitorio. Al secondo turno delle "regionali" francesi sono andati ai seggi 26.455.071 elettori (il 58,41% del totale degli aventi diritto): fra essi, 25.167.273 hanno espresso un voto valido (55,56% sugli aventi diritto, 95,13% sui votanti). Al primo turno, invece, i votanti erano stati 22.609.335 (49,91%) e i voti validi 21.708.280 (47,92% sugli aventi diritto, 96,01% sui votanti). Nel giro di una settimana, insomma, i francesi che sono andati alle urne sono aumentati di circa 3 milioni e 850 mila unità, mentre i voti validi hanno avuto un incremento di 3 milioni e 460 mila unità. Un progresso notevole, pari all'8,5% degli aventi diritto. Com'è noto, i ballottaggi hanno visto prevalere in sette occasioni il candidato del centrodestra e in cinque quello di sinistra (più un autonomista, in Corsica) ma nessun esponente del FN ha ottenuto la vittoria. Anche senza addentrarci nell'analisi delle matrici di flusso elettorale (che pure ci darebbe indicazioni interessanti, come per esempio il dato Ipsos-France in base al quale l'indice di fedeltà degli elettori nei ballottaggi triangolari, fra primo e secondo turno, è stato del 95% per i socialisti, del 92% per il centrodestra e solo dell'88% fra chi aveva votato FN, leggi tutto

Luci e ombre dell’accordo di Parigi

Elisa Magnani * - 19.12.2015

L’11 dicembre si è conclusa a Parigi la ventunesima Conferenza delle Parti della Convenzione sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, già nota al grande pubblico come Conferenza sul clima di Parigi. L’attenzione mediatica, sia prima sia durante questo evento geopolitico mondiale, è stata enorme, producendo da un lato grandi aspettative e dall’altro molti dubbi sulla possibilità di raggiungere un effettivo accordo tra tutti gli stakeholder coinvolti. Il dubbio che la preoccupazione per il clima e la salute del pianeta non fosse sufficiente a superare il prevalere degli interessi economici di alcuni dei soggetti coinvolti serpeggiava infatti già prima dell’incontro e anche durante – come espresso dalle parole del presidente degli Stati Uniti – ma a Conferenza conclusa non si può che riconoscere che il timore si sia effettivamente trasformato in verità e che gli interessi di alcuni Stati in via di sviluppo o produttori di petrolio e di alcune lobby globali abbiano pesantemente condizionato le trattative. La necessità di raggiungere un accordo, infatti, ha imposto di ammorbidire alcune posizioni particolarmente spinose per alcuni paesi e stakeholder e così il bilancio finale non è rigoroso come ci si aspettava, come avrebbe dovuto essere, e le questioni veramente pregnanti - carbon taxes, limiti obbligatori per i singoli paesi, sanzioni - sono scomparse in fretta dal tavolo delle trattative. leggi tutto

Se il Front National vince tra la gente, il modello francese ha fallito

Francesca Del Vecchio * - 17.12.2015

Il doppio turno premia i moderati. Accade in Francia, dove domenica 13 dicembre si è disputata la partita più importante: il ballottaggio per le elezioni regionali. I Repubblicani smentiscono i pronostici fatalisti, conquistando sette regioni, a fronte delle cinque dei Socialisti. Nulla di fatto per il Front National, vincente al primo turno con le percentuali di voti più alte in ben sei regioni (Nord-Pas-Calais/Picardia, Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Champagne-Ardenne/Lorena/Alsazia, Centro, Midi-Pyrénées e Borgogna/Franca Contea).

Nonostante gli esiti - più rassicuranti rispetto a quelli dello scorso 6 dicembre - non tranquillizzano i numeri di questa tornata elettorale. Il partito di estrema destra - guidato da Marine, figlia di Jean-Marie Le Pen - guadagna alle urne percentuali significative: 6,6 milioni di voti pari al 28%. Cifre che lasciano poche speranze per i sostenitori del modello d'integrazione transalpino, ad oggi al collasso. A dirlo è la crescente insofferenza nei confronti di immigrati e stranieri espressa attraverso il voto al Front National. Il suo 29% - circa - del primo turno è sintomo dell’interesse pubblico per le battaglie anti immigrazione, oltre che per l’economia nazionale e sicurezza interna di cui il Front National si è fatto propugnatore accanito. Il modello francese di convivenza e integrazione - con la presunzione dell'assimilazione - ha dimostrato le sue falle già con le rivolte delle banlieues del 2005, quando ai ragazzi veniva imposta la rimozione delle proprie specificità culturali, leggi tutto

Molto rumore per nulla? Il secondo turno delle regionali francesi

Michele Marchi - 15.12.2015

Dunque è stato tutto uno scherzo? Il solito FN che spaventa mezza Europa, poi arriva il barrage républicain e il pericolo rientra?

In realtà le cose sono andate piuttosto diversamente. E in attesa di poter riflettere sui flussi elettorali e sui dati precisi e relativi ad ogni singola regione, è possibile avanzare qualche riflessione di circostanza.

Prima di tutto bisogna riflettere sul dato della partecipazione. Tra primo e secondo turno si è passati dal 49 al 58,5%, quasi dieci punti percentuali che in termini di voti significano circa quattro milioni di elettori in più che si sono mobilitati. È stato l’effetto della “chiamata alle armi” in funzione anti-frontista? La lettura in questa direzione può essere corretta, ma il dato può anche essere interpretato in altro modo: ancora una volta una parte consistente di elettori dei partiti di governo (PS e LR) hanno voluto mandare un segnale di insoddisfazione alle rispettive classi dirigenti astenendosi massicciamente al primo turno, un po’ meno al secondo. Al contrario il voto FN sembra oramai essersi strutturato come voto di adesione, che non tende a diminuire quando aumenta la partecipazione. Insomma gli elettori da mobilitare sembrano essere oramai una percentuale sempre maggiore di quelli tradizionalmente ascrivibili ai partiti di governo. leggi tutto

La Cancelliera del mondo libero

Gabriele D'Ottavio - 15.12.2015

L’anno scorso il tributo è venuto dal quotidiano britannico «Times», questa volta ci ha pensato il settimanale americano «Time» a eleggere Angela Merkel “persona dell’anno”, mettendola in cima a una lista di soli uomini e assegnandole il titolo di “Cancelliera del mondo libero”. Non si tratta di un atto di gentilhommerie (per la prima volta dal 1986 la scelta è caduta su una donna), ma di un riconoscimento che è stato motivato sulla base del ruolo internazionale avuto dalla Cancelliera tedesca: dopo la crisi economica, Merkel ha preso di petto quella dei rifugiati e, secondo quanto si legge nella motivazione del «Time», si sarebbe “opposta fermamente alla tirannia, fornendo una leadership morale decisa in un mondo che ne è a corto”.

Curiosamente, i media tedeschi non hanno dato particolare risalto alla notizia: un anonimo trafiletto sulla «Frankfurter Allgemeine Zeitung», una breve intervista al pittore irlandese Colin Davidson, autore del ritratto della copertina del «Time», sulla «Süddeutsche Zeitung» e poco altro. Il quotidiano tedesco che ha dato un po’ più di peso al riconoscimento del «Time» è stato il conservatore «Die Welt», che d’altra parte, nell’unico articolo di approfondimento (pubblicato a pagina 11), sembra accreditare la tesi secondo cui il settimanale americano, più che premiare Angela Merkel, abbia voluto denunciare l’inerzia del Presidente Obama. leggi tutto

Elezioni in Spagna: tutto cambia o tutto rimane come prima?

Andrea Betti * e Gabriel Echeverría ** - 15.12.2015

Solo un anno fa, le elezioni di domenica prossima venivano descritte come l’evento che avrebbe potuto cambiare in maniera radicale la democrazia spagnola. La sorprendente crescita di Podemos, partito nato nelle piazze indignate di Madrid e Barcelona, sembrava presagire non solo la fine del bipartitismo che aveva governato sin dalla transizione democratica, ma una vera e propria rivoluzione politica per il Paese. Sulla scia del successo di Syriza in Grecia, Pablo Iglesias puntava ad un risultato che gli permettesse di andare al governo e poter così sfidare l’austerità della Troika. Oggi, a pochi giorni dal voto, il quadro appare decisamente più incerto e chi si augurava cambi radicali potrebbe rimanere deluso.

 

Ma torniamo ad un anno fa. L’effetto combinato della crisi economica, dei tagli alla spesa pubblica e di una serie di scandali di corruzione determinarono una forte delegittimazione del Partido Popular (PP) e del Partido Socialista Obrero Español (PSOE) che si alternano al governo dal 1982. Nel momento più grave della crisi economica, con circa un quarto della popolazione attiva senza lavoro, la rabbia e il malcontento dell’elettorato ricaddero sui due partiti maggiori, ritenuti, a torto o ragione, i responsabili della disfatta spagnola.

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L'analisi del sabato. Appunti sul voto in Europa

Luca Tentoni - 12.12.2015

Nell'analisi politica c'è spesso il rischio di incappare in alcuni indizi che "spiegano troppo". Ci sono circostanze, sia pure molto rilevanti, che però sono concause di un determinato fenomeno e che non bastano, da sole, a spiegarne la vera natura. Taluni hanno affermato, subito dopo il voto regionale francese del 6 dicembre, che l'avanzata del Fronte nazionale di Marine Le Pen era frutto della paura per gli attentati terroristici di Parigi. Forse sarebbe stato sufficiente riprendere alcuni sondaggi precedenti al 13 novembre e persino dati elettorali recenti significativi, per rendersi conto che c'era anche dell'altro. L'istituto Ipof, poi, ha diffuso un interessantissimo studio sul voto regionale dal quale si evince che solo il 16% degli elettori del FN ha cambiato intenzione di voto a seguito degli attentati. In altre parole, nel 28,4% ottenuto dai lepenisti c'è un 4,5% conquistato in seguito ai fatti di Parigi: ciò dimostra che il restante 23,9% era già acquisito o acquisibile anche senza il verificarsi di eccezionali eventi esterni al dibattito politico corrente. Alle elezioni europee del 2014, peraltro, il FN aveva ottenuto il 24,86% dei voti (prima ancora persino dell'attentato a Charlie Hebdo dello scorso gennaio, quindi). Nella vittoria dell'estrema destra francese non c’è solo la contingenza del terrore e neppure soltanto la linea "securitaria" di Marine Le Pen. leggi tutto

L’Italia e la lotta internazionale all’Isis a un mese dalle stragi di Parigi.

Massimo Bucarelli * - 10.12.2015

All’indomani dei tragici avvenimenti di Parigi del 13 novembre scorso, la maggior parte dei commenti di politici ed editorialisti si è concentrata su due aspetti della lotta che l’Italia e gli altri partner internazionali dovrebbero portare allo Stato islamico e alla sua strategia del terrore: 1) la creazione di una grande coalizione, composta dai paesi della UE, dagli USA e dalla Russia, insieme alle principali potenze regionali, come Iran, Arabia Saudita e Turchia, in grado di sconfiggere l’Isis sul piano militare; 2) isolare economicamente il Califfato, prendendo le distanze da quei paesi che si suppone stiano appoggiando l’Isis, attraverso traffici e affari di ogni genere con i suoi dirigenti.

Molti commentatori, inoltre, hanno censurato l’eccesso di prudenza del governo italiano, in particolare del presidente del Consiglio. Il premier Renzi, infatti, pur ribadendo con chiarezza la volontà di partecipare alla lotta contro il terrorismo islamista, ha allo stesso tempo invitato governi amici e alleati a inserire ogni eventuale intervento militare in un disegno strategico complessivo, volto a stabilizzare la regione e non semplicemente a eliminare un gruppo di potere per creare l’ennesimo vuoto politico, fonte di nuova anarchia e nuova conflittualità: in breve, non interventi affrettati, attuati soprattutto per dare una risposta all’opinione pubblica, giustamente spaventata e disorientata, leggi tutto

Ancora e sempre FN? Il primo turno delle regionali francesi

Michele Marchi - 08.12.2015

Per una volta i sondaggi sembrano aver interpretato correttamente la realtà. Anzi lo score del FN sembra aver superato le più rosee aspettative degli stessi dirigenti frontisti. Oltre il 28% a livello nazionale significa un ulteriore avanzamento rispetto al 24,9% delle europee e al 25,5% delle dipartimentali dello scorso marzo. L’affermazione del partito guidato dal 2011 da Marine Le Pen appare incontestabile: oggi il FN è il primo partito di Francia. Si può naturalmente obiettare che si è votato per elezioni regionali e che circa un francese su due si è astenuto (la partecipazione è comunque salita rispetto alle regionali del 2010 di circa tre punti percentuali e dai primi rilevamenti pare che, questa crescita, sia in larga parte avvenuta nelle aree di maggiore avanzamento frontista); ma è proprio la dimensione regionale del voto che, se osservata con attenzione, delinea un risultato ancora più sorprendente per il Front.

Le possibilità di vittoria finale di Marine Le Pen nella regione Nord-Pas-de-Calais-Picardie sono più che reali. Con oltre il 40%, stacca di quasi sedici punti il candidato LR (l’ex ministro del governo Fillon Xavier Bertrand) e anche in caso di ritiro della lista socialista, giunta terza con appena il 18%, dovrebbe riuscire nella storica impresa di conquistare la regione. La situazione è simile per la nipote di Marine, Marion Maréchal-Le Pen, nella regione mediterranea PACA. Anche in questo leggi tutto