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20 luglio 2019
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Volkswagen: i danni di imprese troppo grandi e dominanti

Gianpaolo Rossini - 01.10.2015
Martin Winterkorn

Ci vorrà tempo per far metabolizzare al settore auto in Europa e ai mercati finanziari la truffa Volkswagen. E’ la prima volta che una grande impresa automobilistica europea viene colpita al cuore da uno scandalo così imponente che investe la qualità dei suoi prodotti. Eppure l’industria dell’auto in Europa è stata coccolata con incentivi di ogni tipo. I consumatori lo sanno e sono doppiamente amareggiati per aver buttato euro per auto la cui qualità sbandierata non corrisponde al vero e perché i produttori di auto hanno beneficiato negli anni recenti di numerosi favori. Vi sono state facilitazioni finanziarie che hanno consentito operazioni di ristrutturazione della governance (con dubbie regole sui sistemi di voto nei consigli di amministrazione a partire da Volkswagen per finire a Renault). Inoltre il settore auto ha avuto accesso privilegiato a risorse cospicue a prezzi di favore. Ha ricevuto aiuti diretti di stato, con incentivi agli investimenti e ripetuti sussidi all’acquisto di auto nuove. E infine l’auto ha goduto di una colpevole tolleranza per non corrette applicazioni delle norme sulle emissioni. Goccia che ha fatto traboccare il vaso ormai pieno in cui si è consumata l’ennesima eccezione europea. Ovvero una diversità industriale che ha visto l’incentivazione dell'utilizzo del gasolio per l'autotrazione privata. Il beneficio di questa scelta sarebbe stato quello di minori consumi energetici. Un risultato incerto in quanto molti consumatori finiscono per aumentare le percorrenze o usare auto più grandi. A fronte di danni certi. A partire da quello del maggior inquinamento. Tant'è che paesi come il Giappone, gli Usa ed emergenti come  Brasile e Cina, hanno seguito politiche opposte favorendo l'utilizzo di benzina e la ricerca in forme alternative di propulsione. I produttori auto europei, spinti da indirizzi energetici errati, hanno finito invece per investire molto nella ricerca sui motori diesel. Dovendo però al contempo continuare a sviluppare quelli a benzina. La conseguenza? La dimensione minima di impresa efficiente nel settore è aumentata essendo raddoppiate le spese di ricerca e sviluppo per restare sul mercato. Il che ha messo in seria difficoltà i produttori minori decretando la fine o l’acquisizione da parte di imprese più grandi. Ne ha sofferto la competitività dell'industria europea che, attratta dal diesel, è in ritardo sugli ibridi a benzina e su altre tecnologie. Come a compensare questi errori le autorità antitrust in Europa hanno peggiorato la situazione chiudendo un occhio sulla creazione di una posizione dominante da parte del gruppo Volkswagen che copre quasi un quarto del mercato dell’auto nel vecchio continente: una quota esagerata.

Certo non possiamo dare sempre tutta la colpa all’Europa. Lo scandalo Volkswagen rimescola le carte ed è comunque una occasione da cogliere anche per la stessa Europa. Da esso possono nascere consapevolezze e conseguenti politiche virtuose. Ma potrebbe anche rimanere l’ennesima costosa brutta figura. La prima consapevolezza è che non si può sempre percorrere strade diverse rispetto al resto del mondo avanzato sotto il profilo della ricerca e dello sviluppo soprattutto nel settore auto. Purtroppo abbiamo preso strade sbagliate  perché spinti da potenti lobby di qualche impresa troppo grande e potente ma non particolarmente innovativa. La seconda certezza è che le autorità della concorrenza europee dovrebbero lavorare meglio. Hanno impedito la fusione Air Lingus Ryanair con argomenti fantasiosi per fare un favore a Lufthansa ed AirFrance-KLM. Anni or sono bloccarono la fusione nel settore camion tra Volvo e Scania per permettere a Renault e Volkswagen di farne ciascuna un ghiotto boccone. E infine hanno permesso a Volkswagen di raggiungere una dimensione eccessiva senza battere ciglio, consegnando agli europei un mastodonte dai piedi d’argilla  con una grande capacità di influenza sulle scelte di politica industriale e della concorrenza in Europa.  Hanno così reso l’economia europea più fragile e rischiosa. Il terremoto che ha colpito il pachiderma Volkswagen si è propagato e ha lanciato onde d’urto potentissime sull’intero sistema economico con effetti deleteri e molto difficili da contenere. Il mondo e l’Europa non hanno bisogno di colossi la cui dimensione supera il Pil di tanti paesi. Imprese così grandi finiscono inevitabilmente per piegare a loro favore scelte politiche generando decisioni miopi che frustrano la democrazia e generano purtroppo disastri economici.