Ultimo Aggiornamento:
10 ottobre 2026
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Affollarsi al centro

Paolo Pombeni - 07.10.2026

La vicenda del “centro” è una storia infinita della politica italiana. C’era già ai tempi della Prima Repubblica come competizione dei partiti “laici” (PLI, PRI, PSDI) in cerca di un peso determinante nel rapporto con la DC, che oscillava sempre intorno alla famosa formula del “partito di centro che guarda a sinistra”. Ci fu una lunga telenovela per vedere se i tre “laici” potevano confluire in un partito unico e non se ne fece mai nulla, per la semplice ragione che i diversi gruppi dirigenti tenevano ai loro rispettivi posti.

La storia si ripete oggi, con tutti i mutamenti del caso. Il primo è che non c’è più un forte partito misto con un suo centro che può guardare a destra o a sinistra. Nella prima versione, centro che guarda a destra, ci provò Berlusconi, nella seconda avrebbe dovuto provarci il nuovo PD. La versione Berlusconi è sopravvissuta con FI di Tajani, che però non è più un forte partito che guida i giochi. Il PD ha sostanzialmente mutato pelle rispetto al progetto originario, per cui è divenuto un partito, neppur tanto forte, di populismo di sinistra alla moda con qualche zerbino su cui far accomodare, in disparte, i riformisti superstiti.

Così torna la vecchia leggi tutto

La snervante attesa delle elezioni

Paolo Pombeni - 30.09.2026

La politica italiana sembra congelata nell’attesa delle elezioni nazionali. Più cresce l’incertezza sugli esiti per quel che possono rilevare i sondaggi, più i partiti esasperano le loro posizioni. La speranza o l’illusione è che il radicalismo delle proposte attivi un elettorato che in gran parte rimane diviso fra la fascia dell’astensionismo che le rilevazioni dei sondaggi colgono fino ad un certo punto (gli intervistati preferiscono non dichiarare la diserzione delle urne) e i seguaci dei partiti, per militanza o per tradizione, che rimangono da un certo tempo abbastanza stabili.

Certo per drammatizzare un poco a beneficio dell’audience i media sottolineano molto perdite e variazioni di uno a due punti, ma il quadro cambia poco. Praticamente solo la Lega ha avuto un mutamento molto significativo nei consensi, gli altri partiti rimangono abbastanza fissi nelle loro quote di raccolta. Si potrebbe dire, certo esagerando non poco, che è un quadro che ricorda la lunga fase di mezzo della prima repubblica. Certo allora c’era una differenza sostanziale nel fatto che esisteva un partito, la DC, che faceva da perno fisso del sistema e che di conseguenza gli altri si muovevano organizzandosi per inserirsi in quella egemonia o per occupare con più forza gli spazi dell’opposizione. leggi tutto

La strana crisi dei partiti politici

Paolo Pombeni - 23.09.2026

Nella scorsa settimana c’è stato un apparente apogeo dei partiti politici: molti, o meglio i loro leader hanno occupato telegiornali e media in genere con quelle che si possono classificare come qualcosa a metà fra le intemerate e le (grandi?) sceneggiate. Ciò non certifica però uno stato di salute dei partiti, ma piuttosto la loro crisi, perché quasi tutto è stato fatto per rincorrere le pulsioni di pancia degli elettorati di riferimento, e ben poco per guidare questo Paese in una contingenza che vede non poche turbolenze in corso.

La cosa è piuttosto evidente nel caso di Giorgia Meloni. Non sta sfruttando quello che potrebbe essere il suo vantaggio del momento, cioè presentarsi come leader di una destra moderata e cosciente del difficile passaggio storico che stiamo vivendo, che è poi quello che, a livello internazionale, le viene riconosciuto come merito a fronte di destre estremizzanti che guadagnano spazi in altri paesi. Piuttosto nel comizio di domenica scorsa di fronte alla platea dei giovani del suo partito si è esibita nel più trito stile tribunesco, molto gridato, ed ha fatto leva sulle paure diffuse a fronte dell’immigrazione accusata di essere strumento per de-nazionalizzare e forse per de-civilizzare l’Italia.

Non ci voleva particolare acume analitico leggi tutto

La ambigua sfida nel campo largo

Paolo Pombeni - 16.09.2026

Con la chiusura della Festa dell’Unità a Reggio Emilia Elly Schlein ha raccolto platealmente il guanto di sfida che Giuseppe Conte le ha lanciato più volte e che ha ribadito dalla Festa del “Fatto Quotidiano”. Ci si può chiedere se siamo davanti ad una battaglia politica. A noi sembra piuttosto che siamo di fronte ad uno scontro di demagogie.

Si è fatto ogni sforzo per dare l’impressione che nel consolidamento del campo largo ci sarebbero stati due momenti: prima un confronto sul programma della coalizione e poi uno scontro fra due aspiranti leader nelle primarie, ma una volta sistemato il primo punto. Per ora non si vede proprio come possa reggere questo schema uno-due. La constatazione è semplice: intanto il confronto fra i due aspiranti alla designazione come candidati premier è già cominciato mettendo sul terreno divergenze piuttosto radicali su un terreno chiave per un candidato alla guida del governo come è la politica estera. In secondo luogo non si vede come, ove anche questa divergenza potesse essere composta in un programma attraverso trovate retoriche, al momento del confronto alle primarie si possa immaginare sia che i candidati non rimettano in campo le opposte concezioni sia che i votanti non si ricordino di quelle leggi tutto

La destra che fa paura

Paolo Pombeni - 09.09.2026

La vittoria netta di “Alternative für Deutschland” (AfD) nelle elezioni per il Land Sassonia-Anhalt ha provocato una scossa nell’opinione pubblica e nei commentatori. Sebbene l’evento fosse atteso, il risultato finale è andato oltre i sondaggi più favorevoli al partito di estrema destra. Naturalmente il fenomeno è tutt’altro che marginale: non tanto perché vi si possa vedere una conferma del prevalere del vento di destra estrema, quanto perché si tratta della conquista di una posizione significativa. Stiamo parlando del governo di uno staterello federale con poteri che vanno molto al di là di quelli di una tradizionale regione in sistemi che non hanno quell’ordinamento.

Qui però lasciamo da parte questo aspetto, pur tutt’altro che marginale e secondario, per interrogarci su cosa significhi il successo di una formazione di estrema destra in un Paese come la Germania che dovrebbe essere scottato dal ricordo di cosa questo significò in un passato neppur lontanissimo. Quando si parla di un ritorno del nazismo occorre essere cauti: dipende da cosa si vuol intendere.

Per ora si può dubitare di un ritorno meccanico dell’hitlerismo, col partito unico, il governo dittatoriale, la volontà di ricreare un grande Reich millenario. Ci pare che l’ideologia della AfD sia molto più “casalinga”: leggi tutto

Quando la storia insegna

Paolo Pombeni - 02.09.2026

Chissà se l’impegno del presidente Mattarella nell’essere presente alle celebrazioni a Merano il 5 settembre per l’80° dell’accordo De Gasperi-Gruber che avviò la sistemazione della questione del Sudtirolo sarà sufficiente per attirare una rinnovata attenzione su una pagina che ha molto da insegnare alla politica.

Perché non si trattò di un accordo facile, che infatti doveva sanare la vicenda poco onorevole di un ventennio appena concluso e che avrebbe impiegato più di un trentennio per mostrare appieno le sue potenzialità. Dunque una storia positiva perché poté contare sulla razionalità e sulla ragionevolezza di molti uomini politici, ma anche di uomini di cultura e di chiesa, che non si fecero ingabbiare dalle retoriche ereditate dal passato, da furori più o meno sacri, e seppero davvero guardare avanti.

Quando nell’estate del 1946 si lavorò a trovare l’accordo nell’ambito del trattato di pace che chiudeva la Seconda Guerra Mondiale c’erano sul terreno l’eredità della guerra del 14-18 con la fissazione del confine italiano al Brennero in nome di una visione geo-strategica che già non aveva allora molto  senso, la vicenda dell’opera di tentata snazionalizzazione violenta della popolazione austriaca del Sudtirolo operata dal fascismo, quella di una adesione piuttosto entusiasta dell’Austria al nazismo che l’aveva inglobata nel

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Una politica oltre le sceneggiate

Paolo Pombeni - 26.08.2026

Agosto è nel dibattito pubblico tradizionalmente in Italia un mese di cosiddetti “ballon d’essai”: provocazioni più o meno a vuoto, raramente anticipi di strategie di lungo periodo, cose che i politici e i personaggi che ruotano loro intorno lanciano in quel tanto di mondo dei media che non può andare in vacanza (carta stampata e qualche talk show che supplisce alle ferie dei conduttori-star). Si sostiene che servono per prendere la temperatura, per misurare le tensioni che animeranno la vita politica alla ripresa autunnale. Figurarsi se non ci si è fatto attenzione quest’estate con la prospettiva dell’entrata nel vivo da settembre del confronto precoce per le prossime elezioni nazionali.

A dominare su tutto è stata la questione di individuare quali saranno le figure chiave che in vista delle battaglie prenderanno la guida delle varie forze, partiti o fazioni che siano. Può essere curioso che molto si sia concentrato in una storia al confine fra il picaresco e il grottesco, il caso Ranucci-Lavitola. Tutto è ruotato intorno alla plausibilità che un personaggio del sottobosco politico, già in passato coinvolto in vicende di manipolazioni, potesse davvero, come aveva finito di ammettere davanti agli inquirenti, avere montato una sceneggiata pericolosa per promuovere il lancio in politica di leggi tutto

Un momento inquietante

Paolo Pombeni - 29.07.2026

I fatti di Chiomonte in Val di Susa pongono interrogativi inquietanti. Sono stati messi in rapporto con i tumulti degli antagonisti a Bologna ad inizio della scorsa settimana, ma il nesso è piuttosto ambiguo, sebbene in entrambi i casi si sia assistito alla degenerazione di manifestazioni che si muovevano in modo più o meno pacifico.

Insistiamo sul più o meno. Infatti mentre a Bologna la manifestazione di protesta per la morte del marocchino Fakir indetta un po’ troppo disinvoltamente da un sindaco in cerca di visibilità aveva una modalità denunciataria pacifica, non si può dire lo stesso per quella della Val di Susa che era programmaticamente antagonista, sia pure non necessariamente orientata al tipo di violenza che si sarebbe visto in atto. È significativo soffermarsi sulle differenze tra i due episodi. A Bologna c’è stata una azione dell’antagonismo diremmo ordinario, che cerca lo scontro con le forze dell’ordine ma nel quadro di un tumulto di piazza per quanto molto pesante che ha utilizzato come armi quel che ha trovato per strada. A Chiomonte si è vista in azione una forza militarizzata, addestrata, con divise, organizzazione, strumentazione preparata in precedenza, tutto pianificato. Non si è neppure trattato per la maggior parte di soggetti legati al leggi tutto

In nome della demagogia

Paolo Pombeni - 22.07.2026

I tempi pre-elettorali sono per definizione propizi ad una impennata della demagogia, ma quando si sposano con fasi di grande crisi della politica gli argini che la contengono nei limiti della patologia dei mezzi di mobilitazione franano. Lo si sta vedendo molto chiaramente in questo momento con il parossismo a cui si è arrivati nella vicenda della richiesta di grazia a furor di popolo per il gioielliere Roggero condannato dopo tre gradi di giudizio per aver ucciso due rapinatori e cercato di farlo anche con un terzo membro della banda quando questi ormai stavano fuggendo dal suo negozio che avevano assaltato.

L’episodio era il tipico caso di cronaca che muove i sentimenti popolari più istintivi: si tratta di un uomo che, dopo essere stato non solo oggetto di aggressione personale ed essere stato testimone di pesante violenza contro la moglie e la figlia, aveva deciso di farsi giustizia da sé. Di conseguenza una quota robusta dell’opinione pubblica, scossa dal montare di violenza nella vita di tutti i giorni e dalla relativa capacità o possibilità delle forze di polizia di colpirla, si schierava istintivamente dalla parte di chi l’aveva fatta pagare ai delinquenti. Naturalmente un simile sentimento non trovava accoglienza nelle aule

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Pettegolezzi, storiacce, impasse della politica

Paolo Pombeni - 15.07.2026

Va bene, è estate, sicché tutto fa brodo per occupare l’attenzione dei lettori distratti dalle vacanze, però alcune vicende sono al limite dell’eccesso. Ci riferiamo innanzitutto alla vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci, che si è scoperto orchestrato, in maniera apparentemente dilettantesca, dal suo amico Valter Lavitola, faccendiere già noto alle cronache politico giudiziarie.

Senza entrare nella valutazione poliziesca di quanto è accaduto, visto che non si dispone neppure di un quadro indiziario un minimo interpretabile, ci limitiamo a segnalare come siamo di fronte alla solita storiaccia politica: un giornalista d’inchiesta, ovvero costruttore di storie di denuncia su casi che possono fare scandalo, prima glorificato come l’inquisitore/denunciatore delle nostre corruzioni tanto da farne un quasi idolo del radicalismo di sinistra, poi da quegli stessi sponsor citato come obiettivo emblematico di un potere che voleva “intimidirlo”, infine ridimensionato come professionista con almeno una frequentazione amicale a rischio, frequentazione che gli si sta ritorcendo contro. Tutto questo occasione non per suggerire ai politici un po’ più di cautela nel magnificare, così come nel demonizzare un giornalismo spettacolo, ma per rilanciare l’attenzione sulla corta visione e la mancanza di (auto)critica da parte di personaggi che pensano ancora di guadagnare credito gettando in caciara ogni fatto di cronaca: leggi tutto