Una riforma elettorale poco attraente
Mentre il mondo sta sospeso nell’attesa di capire come si evolverà la situazione in Medio Oriente dato un contesto non facile da decifrare, la politica italiana si occupa stancamente della riforma elettorale. Stancamente, perché è una questione che coinvolge gruppi ristretti di professionisti della politica, militanti o osservatori che siano, mentre l’opinione pubblica appare distante. Del resto neppure l’avvicinarsi delle urne referendarie sembra scaldare gli animi, a parte quelli, sin troppo incandescenti, delle due “curve” che si contrappongono a base di propagande sempre più rozze.
La domanda che si pone ad un osservatore della scena politica è quanto i proponenti della proposta di legge elettorale si rendano conto dei problemi strutturali con cui devono misurarsi. Essi sono essenzialmente due: l’astensionismo e il contesto che è necessario per avere un sistema proporzionale che funzioni. La prima questione è più evidente, la seconda meno.
Sull’astensionismo c’è da partire da una questione semplice, semplice: stabilire l’attribuzione di un premio di maggioranza ai meglio classificati nella distribuzione dei voti quando si ha un astensionismo che si colloca intorno alla metà del corpo elettorale (e che non dà segni di venire ridimensionato) significa rapportare il valore dei voti ottenuti a questa realtà. Diciamolo nel modo più banale possibile. leggi tutto
L'incognita della nuova legge elettorale
Mentre i due fronti referendari continuano a scontrarsi per lo più indifferenti ai richiami di Mattarella alla compostezza (che ciascuno giudica come indirizzati solo all’altro), nei meandri del parlamento si continua a lavorare all’ipotesi di varare entro fine primavera una nuova legge elettorale. Questa volta il tentativo è di trovare un accordo sostanziale che attraversi la maggior parte delle forze politiche, anche se poi le esigenze di scena imporranno che le opposizioni si lamentino per un asserito furto di opportunità e la maggioranza, in realtà piuttosto divisa su questo tema, sostenga che invece si è lavorato d’armonia e d’accordo per il bene del Paese.
Vediamo di sbrogliare un poco la matassa. Il fulcro è il superamento del sistema simil-maggioritario attualmente in vigore, sistema che per una serie di problemi (collegi troppo ampi, liste bloccate, discrepanze di equilibri fra le varie zone d’Italia) è diventato sempre più una lotteria, non solo per determinare i vincitori, ma altrettanto per produrre delle Camere in cui la transumanza da un partito all’altro rende poi comunque aleatorie le maggioranze (a meno di non piegarsi ai diktat dei gruppi minori). Di qui una sorta di concordia sottotraccia a tornare ad un impianto di tipo proporzionale che consente a ciascun partito leggi tutto
Una politica senza punti di riferimento
È complicato fare politica in un contesto in cui si sono persi i punti di riferimento e tutto sembra ridursi ad uno scontro muscolare per la ricerca di qualche successo momentaneo. Così è in politica internazionale, ma anche a livello europeo e all’interno dei singoli Stati. In queste condizioni elaborare qualche strategia non diciamo di lungo periodo, ma almeno con uno sguardo più lungo di quello sul giorno dopo diventa un’impresa titanica.
Partiamo pure da un esame senza remore del quadro internazionale. Le due grandi questioni che destabilizzano il sistema delle relazioni, la vicenda Ucraina e quella di Gaza, sono piuttosto lontane dal trovare una soluzione. Per quel che riguarda la prima tutto è legato all’ostinazione di Putin di non recedere nella convinzione che le controparti non sono in grado di imporgli almeno una tregua. Il gioco è perfido. Per mettere la Russia di fronte all’insostenibilità della sua posizione sarebbero necessarie due condizioni: 1) che si desse all’Ucraina il supporto militare per mettere in crisi con tutta evidenza la debolezza di Mosca; 2) che le controparti che affiancano Kiev fossero in situazioni tali da entrare in campo con la forza di cui dispongono.
Nessuna delle due condizioni ha chance di verificarsi. Spingere il supporto militare a leggi tutto
Una radicalizzazione pericolosa
Non è un bel clima quello che incombe sul nostro Paese. Sarà per la campagna elettorale in vista della consultazione referendaria del 22-23 marzo, ma non ci pare riducibile a quello. Piuttosto è la situazione di incertezza generale che, come sempre, si riflette sulle trame della tela che rappresenta la attesa angosciosa per un futuro che rimane piuttosto oscuro.
Non tutto si collega per via razionale, ma le connessioni si intuiscono. È vero che si potrebbe dubitare che la gente percepisca con chiarezza una tendenziale mutazione nelle relazioni internazionali. Dopo una fase in cui sembrava che, con tutti i pasticci che sappiamo, una relativa stabilizzazione potesse essere in vista, improvvisamente ecco due segnali che non sottovaluteremmo: nei negoziati fra USA e Iran, il regime di Teheran ha indurito le posizioni riproponendo il suo ruolo di forza antagonista nell’area; a Gaza, Hamas ha dichiarato di non accettare il disarmo e l’avvio di una amministrazione esterna. Può darsi che siano mosse solo scenografiche, ma vengono in un momento in cui Trump appare in difficoltà, vittima dei suoi infantilismi polemici e alle prese con un dissenso interno che si rafforza. Per contorno l’asse europeo, che nel condizionare relativamente il quadro dei conflitti ha un ruolo più importante
I dilemmi europei e una politica italiana prigioniera del radicalismo
Non era facile immaginare due eventi più drammaticamente agli antipodi come la fiammata insurrezionistica a Torino e il discorso di Draghi in Belgio in occasione del conferimento di una laurea honoris causa. Da un lato il fenomeno di una esplosione di violenza anarcoide senza radici razionali al di là di una confusa (ed eterna) aspettativa da parte di minoranze emarginate della rivoluzione alle porte. Dall’altro lato una personalità che sempre più si fa apprezzare come la voce della coscienza dei tempi nuovi, voce che proclama la fine dell’ordine globale. Eppure entrambi gli eventi, l’uno confusamente, l’altro lucidamente, segnano la presenza di un epocale tornante storico.
Ad esso non si può rispondere predicando la violenza levatrice della storia: quello era uno slogan che funzionava quando c’era ancora un po’ di “filosofia” nelle rivolte di piazza, oggi siamo al distruggere per il gusto di mostrare, facendolo a pezzi, una ipotetica superiorità rispetto al mondo così com’è. Altrettanto è illusorio pensare che ai conati violenti si possa contrapporre semplicemente la repressione: per renderla almeno ipoteticamente efficace si dovrebbe arrivare alla soppressione di tutte le libertà, il che, anche a lasciar da parte considerazioni morali, sarebbe nocivo, probabilmente mortifero per il nostro sistema socio-politico occidentale. leggi tutto
L'Europa e Trump
I fuochi pirotecnici di Trump continuano a costituire una grossa incognita per il futuro degli stati europei, sia come singoli, sia come associati nella UE. Interpretare le uscite del presidente americano è un’impresa pressoché impossibile, tanto sono in continuo cambiamento e contraddittorie fra loro (fino al punto da far sospettare sulla sua salute mentale…). Tuttavia i leader europei devono di necessità fare i conti con questo inaspettato politico a cui si potrebbe applicare il ritratto feroce che venne fatto per Bismarck: un giocoliere con tre palle di cui una sempre in aria.
Per chi governa il problema è come affrontare il rapporto con un personaggio che sta distruggendo i rapporti con l’Europa e non si capisce bene a qual fine. Indubbiamente interpreta un sentimento isolazionista che in America è sempre esistito e che oggi, anche per i tempi di crisi globale che stiamo affrontando, guadagna un maggiore consenso fra quella parte di popolazione che è incerta sul proprio futuro. Tuttavia per lisciare il pelo a questi sentimenti non ci sarebbe bisogno di spingersi in scontri che non hanno un senso compiuto.
Prima la politica folle sui dazi (rientrata abbastanza rapidamente, ma la cui ripresa è continuamente minacciata), poi la pretesa di annettersi la Groenlandia dove leggi tutto
Oltre la piccola tattica pre-elettorale
Con un mondo impazzito che rischia di deragliare non si sa bene in quale direzione, dalla politica italiana ci sarebbe da aspettarsi qualcosa di meglio di una trita rincorsa alla demagogia pre-elettorale. D’accordo, alle elezioni politiche manca circa un anno e qualche mese, potrebbe anche darsi che venissero anticipate un poco anche se a stare alle previsioni di chi frequenta i gangli della vita politica l’ipotesi non trova grande credito (a meno, ovviamente, di sussulti oggi imprevedibili). Si capisce che alle forze politiche sembri un tempo non così ampio se si vogliono spostare in modo significativo dei consensi da un campo all’altro, magari riuscendo a recuperare un poco di astensione.
L’idea largamente condivisa nei loro vertici è che, se la distribuzione del voto rimane più o meno quella che si può ricavare dai sondaggi, la partita sia assolutamente in bilico, con un’alta probabilità di avere un parlamento senza una solida maggioranza, dunque soggetto a tutte le possibili fluttuazioni con una classe politica in cui se non tutti, una buona parte alla fine in circostanze del genere si comporta senza seguire le indicazioni dei partiti. Gli inglesi chiamano questa situazione “il parlamento appeso”, ma tant’è: il nocciolo duro è che in condizioni del leggi tutto
L’Italia e il difficile tornante internazionale
La situazione internazionale va sempre più complicandosi e per il nostro Paese fronteggiarla non è cosa semplice. In termini generali siamo una nazione che fa contemporaneamente riferimento alla Unione Europea e all’Alleanza Atlantica: non semplicemente due “collocazioni”, ma per un rilevante fattore storico due scelte di campo. Su questo convergono il presidente Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, come ha avuto modo di ribadire nella conferenza stampa di inizio anno. Certamente una affermazione non banale.
Passare però dalle prese di posizione ad una politica attiva è meno semplice di quanto sembri, a meno di non credere a quell’approccio ingenuo alle relazioni internazionali che pensa che tutto funzioni più o meno come nei rapporti fra privati liberi di ispirarsi, si spera, a valutazioni di ordine generale. Così non è mai stato, ma non lo è in particolare nel momento in cui il quadro della geopolitica è, a dir poco, in subbuglio.
Le pulsioni neo imperiali che sono diventate dominanti condizionano le azioni di tutti gli stati, perché nessuno può prescindere dal venir meno del quadro di relativo equilibrio di cui abbiamo goduto sino ad alcuni anni fa. Oggi si muovono tre attori che sconvolgono tutto e grazie a questo acquistano spazi di azione alcuni leggi tutto
Un mondo sempre più in tensione
L’aveva detto Mattarella nel suo messaggio di fine anno: “il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante [sottolineiamo il termine] il rifiuto di chi la nega perché si sente il più forte”. Ciò senza sorvolare sul fatto che “abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale” e che “siamo in tempo in cui tutto diventa globale e interdipendente”. Nel precedente discorso agli ambasciatori aveva anche sottolineato come “l’epoca di transizione in cui ci troviamo presenta pericoli che dobbiamo saper tempestivamente riconoscere” e “a stagliarsi all’orizzonte c’è il rischio di un generale arretramento della civiltà”.
Quel che è successo in Venezuela il 3 gennaio colora drammaticamente le considerazioni del nostro Presidente. Siamo infatti di fronte ad un nuovo capitolo di quel ritorno all’imperialismo come cultura dominante nelle relazioni internazionali che è stato il cruccio di tutti gli osservatori nell’anno appena concluso.
Si tratta, dobbiamo dirlo, di una tematica estremamente difficile da dominare che la rincorsa agli slogan ad effetto che dominano nella comunicazione dei politici e nelle analisi dei talk show non aiuta certo a capire.
C’erano già due scenari molto complicati. Il primo era la questione ucraina dove il mese scorso si è continuato leggi tutto
L’Italia e la questione ucraina
Siamo in una settimana molto importante, se non decisiva, per quanto riguarda il ruolo dell’Europa (e dunque anche dell’Italia) nella questione ucraina. Si sa che Trump vorrebbe, per ragioni di immagine, poter festeggiare il Natale con un accordo che metta fine alla guerra guerreggiata, ma constatiamo che non sembra facile dal momento che Peskov, il portavoce di Putin, ha affermato una volta di più che la Russia vuole la pace e non si accontenta di una tregua, cioè di un cessate il fuoco. Se questo continuasse a significare che lo zar vuole la vittoria alle sue condizioni, non ci sarebbe molto da sperare, ma siccome si fanno filtrare speranze per dei passi avanti nei negoziati e lo dice anche Trump può anche darsi che qualcosa si stia muovendo.
Certamente c’è una atmosfera da fiato sospeso in vista del Consiglio europeo del 18-19 dicembre. A Berlino sono in corso negoziati che coinvolgono sia gli americani che gli ucraini sotto l’egida dei volonterosi che questa volta vedono presente anche la nostra Presidente del Consiglio. I messaggi di speranza lanciati dai vari interlocutori prima e durante l’incontro serale del 15 dicembre possono far parte della liturgia diplomatica, che non vuole diffondere pessimismo specie in un leggi tutto


