Ultimo Aggiornamento:
03 dicembre 2022
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L’incognita del Terzo Polo

Paolo Pombeni - 30.11.2022

Si può discutere se l’alleanza fra Azione e Italia Viva sia appropriatamente definita “terzo polo” o se, visto che i Cinque Stelle non vogliono fare “polo” col PD e che hanno il doppio dei suoi consensi, non sia più esatto definirla un “quarto polo”. Non è una questione di lana caprina, se vogliamo ragionarci un poco.

L’idea del terzo polo nasceva dalla tesi che esistessero due poli tradizionali, la destra e la sinistra, certamente piuttosto divisi e variegati nelle rispettive compagini, ma tenuti insieme ciascuno dalla normale divisione in due del campo politico. Si trattava di vedere se in mezzo ci fosse spazio per un qualcosa che non voleva appartenere né all’uno, né all’altro campo. Da questo punto di vista è una vecchia questione non solo della politica italiana, e cioè lo spazio che ci può essere per un partito “di centro”. Nella nostra storia l’esperimento di maggior successo e anche l’unico di quel tipo  è stata la Democrazia Cristiana che da un lato ha rifiutato di collocarsi o nella destra o nella sinistra dello schieramento e che dall’altro ha cercato, in verità con alterne fortune, di tenersi dentro tanto istanze di destra quanto istanze di sinistra.

Nella situazione attuale il quadro è troppo leggi tutto

I tormenti del PD

Paolo Pombeni - 23.11.2022

Quel che sta succedendo nel Partito Democratico non può essere derubricato ad una questione in fondo settoriale che interessa un numero limitato di persone. Non si può per più di una ragione: perché in questo momento si tratta del maggior partito di opposizione, e la democrazia ha bisogno di una forte dialettica; perché ciò che sta succedendo da quelle parti rappresenta plasticamente la crisi della “forma partito” così come l’avevamo ereditata dalla trasformazione politica del Novecento.

Sfatiamo subito la leggenda che il grande partito di opposizione possano essere i Cinque Stelle. Almeno per ora non è così. Innanzitutto dal punto di vista dei numeri: il PD alla Camera ha 69 deputati, M5S 52, al Senato siamo 38 a 29. Nella dialettica parlamentare contano i seggi non le percentuali rilevate settimanalmente dai sondaggi. In secondo luogo fra le opposizioni solo il partito attualmente ancora guidato da Enrico Letta è alla testa di un numero significativo di regioni e di comuni, i Cinque Stelle non sono neppure lontanamente paragonabili e men che meno gli altri. Ora per fare seria opposizione poter contare sul controllo di sedi di potere come sono le regioni e i comuni non è una cosa marginale. Che poi il PD in questo momento non se leggi tutto

L’eterno paese dei guelfi e dei ghibellini?

Paolo Pombeni - 16.11.2022

Difficile negare che il nostro paese attraversi una fase complicata. La percezione che se ne ha non è lineare: da un lato si susseguono gli annunci pessimistici sulle nostre condizioni (l’inflazione già sta facendo calare gli acquisti per Natale, faremo meno vacanze, molta gente non sa come arrivare a fine mese), dal lato opposto le statistiche sull’andamento della produzione non vanno male, per quel che si può percepire le persone vivono più o meno la vita di sempre. Certo ciò non significa che non ci sia una sacca di povertà crescente, che una quota significativa dei nostri concittadini non debba fare i conti con una contrazione delle loro disponibilità in termini di reddito, ma semplicemente che non essendo la situazione catastrofica ci sarebbero i margini per correggerne gli squilibri e per recuperare quel che si sta perdendo.

Cosa lo impedisce? Sicuramente un ruolo non secondario lo ha la spirale demagogica da cui le forze politiche non riescono a liberarsi. Anziché concentrarsi a studiare il modo migliore per affrontare la congiuntura pesante che abbiamo davanti (pesante anche perché non semplicissima da interpretare), più o meno tutte sono affascinate dal mito di darsi e di imporre una loro “identità”. Una volta sarebbe stato leggi tutto

I disastri della politica spettacolo

Paolo Pombeni - 09.11.2022

Nonostante la premier non si spenda molto in dichiarazioni ad effetto, sembra che nel complesso non si riesca ad uscire dalla spirale della politica spettacolo. Comprensibile se si tiene conto della tenuta del populismo tanto a destra quanto a sinistra, ma non per questo meno dannosa.

Soprattutto nel momento in cui si registra un cambio di equilibri politici sarebbe opportuno avere consapevolezza di quanto sia necessario raffreddare le situazioni emarginando quei politici (e loro compari) che amano aizzare le tifoserie. Naturalmente le zuffe sono elementi di distrazione di massa che consentono di evitare che si facciano i conti con le vere debolezze di questo paese: la fragilità dell’amministrazione pubblica nel gestire tanto la parte economica quanto quella sociale (vale tanto al Nord quanto al Sud, salvo eccezioni che pure esistono); la questione fiscale che continua a tenere sotto scacco un paese in cui molti pagano imposte salate in rapporto ovviamente alle loro entrate e non pochi evadono allegramente; il problema del nostro rapporto con la situazione bellica apertasi in Europa; la sistemazione dei conti pubblici per toglierci almeno in parte il peso di un debito che altrimenti finirà per travolgerci.

Sono certamente argomenti difficili con cui è arduo accendere le fantasie leggi tutto

L’irresistibile pulsione a fare scena

Paolo Pombeni - 02.11.2022

C’era qualche speranza che Giorgia Meloni puntasse se non sulla rifondazione, almeno sul restyling della destra italiana. Dopo un avvio cauto, sembra che si metta in moto quella maledizione che già pesò sulla sinistra con l’invettiva morettiana al “dì qualcosa di sinistra”. In quel caso si è aperta una china che non ha portato bene. Temiamo che lo stesso succederà con i cedimenti alla speculare invettiva indirizzata al nuovo governo: “dì qualcosa di destra”. Nell’uno e nell’altro caso più che di ideologia, si tratta di populismo pseudo identitario veicolato dai media e dalle mode per i duelli.

Capiamo bene che la premier è tallonata da un Salvini che vuole dettare l’agenda del governo e che lo fa nell’unico modo che ha a disposizione: demagogia spicciola sui soliti temi. Non può più di tanto insistere su bollette ed inflazione, i veri temi che preoccupano la gente, perché è un argomento agitato da tutti e da tutti, maggioranza od opposizione che siano, messo al primo posto. Così per distinguersi deve tornare sui soliti slogan, come l’immigrazione che ci invade, oppure inventarsene di nuovi piuttosto cervellotici come è l’abolizione del limite all’uso del contante: le indagini demoscopiche mostrano che è un tema che non appassiona l’opinione pubblica. Non leggi tutto

Se la destra sceglierà l’alternanza, anziché l’alternativa

Paolo Pombeni - 26.10.2022

Ci si interroga su quanto durerà il governo Meloni e ci si spacca fra chi propende per la profezia di Calenda (“durerà sei mesi”) e chi affascinato dall’abilità di posizionarsi della nuova premier scommette che resterà in sella per un bel po’ di tempo. Ovviamente nessuno è in grado di sciogliere le molte incognite che pesano sull’esperimento: dalla possibile pulsione di Salvini e Berlusconi a renderle la vita difficile all’evoluzione della situazione economica ed internazionale.

C’è però un elemento sul quale converrebbe puntare l’attenzione: la capacità o meno della giovane leader di scegliere fra il puntare ad accreditare un sistema di alternanza o farsi risucchiare nel gorgo di instaurare una alternativa. Detta così può suonare un po’ criptica, ma vediamo di spiegarci. Una certa visione tradizionale, che fa comodo a tanti membri delle classi dirigenti, è che la politica sia la contrapposizione fra visioni contrapposte che non possono fare altro che cercare di eliminarsi a vicenda (in senso politico e metaforico, si capisce…). In Italia è stato a lungo così e per cavarsela si usa dire che siamo il paese dei guelfi e dei ghibellini, dei Montecchi vs. i Capuleti e via elencando. Chi stava al potere avvertiva che quando avessero vinto “gli

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La politica ha bisogno di una prospettiva

Paolo Pombeni - 19.10.2022

C’è la politica politicante e poi c’è la politica seria, quella che costruisce o almeno prova a costruire una qualche prospettiva. Il confine fra le due componenti è incerto e molto mobile, ma esiste, sebbene la prima provi costantemente a ricattare la seconda.

Appartiene alla politica politicante il confronto fra i partiti della coalizione di destra-centro che ha vinto le elezioni: spartirsi i ministeri (e vedremo poi cosa succederà con i sottosegretari), le presidenze di Camera e Senato, mostrare i muscoli per sottolineare i pesi reciproci. Questa è una dimensione che non si esaurirà certo negli esordi della legislatura. Abbiamo sentito anche questa volta ripetere da Salvini il famoso “dureremo cinque anni”, frase che non porta fortuna: ricordarsi che lo diceva anche il presidente Prodi e non gli andò benissimo.

Il primo round l’ha vinto Giorgia Meloni, ma al prezzo di concedere molto a Salvini, anche se non proprio tutto quello che voleva. La posizione di vicepremier non sarà paragonabile a quella che condivise con Di Maio nel Conte 1, ma gli consentirà di fare show, una pulsione a cui non sa sottrarsi. Berlusconi esce fortemente ridimensionato nella sua ambizione di mettere in scena la sua seconda “discesa in campo”, ma riuscendo a leggi tutto

Attenti alle parole

Paolo Pombeni - 12.10.2022

Delle parole si fa un uso spregiudicato, tanto ormai è in crisi ogni linguaggio comune codificato. Ciascuno, come si dice volgarmente, un po’ se la fa, se la racconta e se la crede. Nelle more di una politica che, tanto per non smentirsi, si incaglia sui nomi (del futuro segretario del PD, dei futuri ministri), siamo colpiti da un ritorno di slogan che ci pare usino i termini con scarsa consapevolezza di cosa possano significare.

Ha stupito per esempio l’inno di Giorgia Meloni, parlando ad una convention dello spagnolo Vox, ad una “Europa dei patrioti”. In sé la definizione è ambigua, perché reggerebbe anche se volesse dire esattamente il contrario di quel che intende la leader di FdI. Infatti, è plausibile che esista chi considera l’Europa la sua “patria” e nel difenderla si senta pertanto patriota. Del resto, è quel che è successo, e che magari si cerca di far risuccedere nel nostro paese: la patria è il comune o la regione in cui siamo nati, o è l’Italia nel suo insieme? Naturalmente sappiamo bene che si tratta di un artificio retorico per sottolineare “il noi” di partito: nella sinistra ci si chiamava “compagni”, nella DC “amici”, anche la destra deve avere qualcosa di simile e siccome leggi tutto

Partiti da ridefinire

Paolo Pombeni - 05.10.2022

Nell’attesa di vedere se e come la maggioranza di destra-centro che ha vinto le elezioni riuscirà a mettere in piedi un governo all’altezza delle sfide che ci troviamo davanti, a tenere banco è, o dovrebbe essere la necessità più o meno di tutti i partiti di ridefinirsi. Nessuno, infatti, è uscito dalla prova elettorale con un accreditamento della fisionomia con cui si era presentato ai votanti.

Persino il partito con il risultato più forte, cioè FdI, può dire di essere stato oggetto di una adesione del tutto convinta a quella che era la sua fisionomia, perché appare sempre più evidente che a vincere è stata Giorgia Meloni, cioè la leader che è riuscita ad accreditarsi come personalmente in grado di guidare il paese nelle difficili contingenze che abbiamo davanti. Effettivamente lei stessa ne è consapevole, tanto che ha impostato tutta la sua azione in questa fase di transizione obbligata come guidata da prudenza, da assenza di retoriche sopra le righe, da ricerca di trovare legittimazione presso il più ampio spettro possibile di opinione pubblica. Questo però pone in questione il suo partito, che non è affatto chiaro se sia disposto a mettersi sostanzialmente su questa nuova via e sia attrezzato per farlo. Non se ne parla leggi tutto

Una svolta o un ciclo storico?

Paolo Pombeni - 28.09.2022

Lasciamo perdere le stucchevoli analisi sul ritorno al potere dell’estrema destra dopo il fallimento di Mussolini e settant’anni di antifascismo. È roba da storici improvvisati o da banali seguaci dei riflessi di Pavlov di una cultura politica di scarsissimo spessore. Quel che è accaduto con le elezioni di domenica 25 settembre 2022 è un fenomeno noto agli storici: la reazione ad una fase di esasperazione del cambiamento nei momenti di transizione storica.

Paradossalmente Enrico Letta è riuscito ad imporre la sua visione dello scontro elettorale come un confronto fra noi e loro, noi dei “diritti” e loro della “negazione dei diritti”. Solo che non ha capito che da un lato quella esasperazione dei cosiddetti diritti era respinta da una ampia quota della popolazione già incerta sul futuro che la attende, mentre dall’altra più che di negazione dei diritti si parlava di fermarsi nella corsa al sempre più innovativo, di riscoprire il valore connettivo delle impostazioni più o meno tradizionali lasciateci da una storia pregressa. Giorgia Meloni ha colto il punto e si è affermata come leader di una svolta, riducendo il peso delle esasperazioni che stavano nel suo campo, cioè le sparate di Salvini, che a sua volta propone un mondo che non esiste, e le utopie leggi tutto