Pettegolezzi, storiacce, impasse della politica
Va bene, è estate, sicché tutto fa brodo per occupare l’attenzione dei lettori distratti dalle vacanze, però alcune vicende sono al limite dell’eccesso. Ci riferiamo innanzitutto alla vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci, che si è scoperto orchestrato, in maniera apparentemente dilettantesca, dal suo amico Valter Lavitola, faccendiere già noto alle cronache politico giudiziarie.
Senza entrare nella valutazione poliziesca di quanto è accaduto, visto che non si dispone neppure di un quadro indiziario un minimo interpretabile, ci limitiamo a segnalare come siamo di fronte alla solita storiaccia politica: un giornalista d’inchiesta, ovvero costruttore di storie di denuncia su casi che possono fare scandalo, prima glorificato come l’inquisitore/denunciatore delle nostre corruzioni tanto da farne un quasi idolo del radicalismo di sinistra, poi da quegli stessi sponsor citato come obiettivo emblematico di un potere che voleva “intimidirlo”, infine ridimensionato come professionista con almeno una frequentazione amicale a rischio, frequentazione che gli si sta ritorcendo contro. Tutto questo occasione non per suggerire ai politici un po’ più di cautela nel magnificare, così come nel demonizzare un giornalismo spettacolo, ma per rilanciare l’attenzione sulla corta visione e la mancanza di (auto)critica da parte di personaggi che pensano ancora di guadagnare credito gettando in caciara ogni fatto di cronaca: leggi tutto
Adesso la preoccupazione è "Dibba"
Quella riforma elettorale che sembrava marciasse spedita e senza particolari intoppi, questione delle preferenze a parte, si sta complicando e non poco per la presenza nel panorama delle forze politiche di ali estreme che si pensa potrebbero scardinare tutti i conti che sono stati fatti.
Prima è arrivata la novità di Futuro Nazionale di Vannacci che mette a serio rischio le speranze del destra-centro di arrivare al fatidico 42% che gli consentirebbe la vittoria col premio di maggioranza. Sembrava che allora fosse spianata la possibilità di vittoria del cosiddetto campo largo (a cui peraltro si vuole cambiare etichetta), ma anche su quel versante si sta affacciando una presenza che scompagina. Si tratta della formazione messa in campo dall’ex grillino, o grillino in servizio permanente effettivo (scegliete voi), Di Battista, formazione dal titolo ultimativo “Schieriamoci”, in cui si pensa potrebbero confluire varie star estremiste dei talk show, da Tomaso Montanari a Francesca Albanese (quest’ultima in verità ha per ora smentito).
I sondaggisti stimano che questo raggruppamento, ove riuscisse a presentarsi, toglierebbe voti al campo largo e aumenterebbe la platea dei votanti, rendendo anche in questo caso molto problematico il raggiungimento del quorum del 42%. Aggiungiamoci che questa incertezza sui risultati renderebbe ancor più problematica leggi tutto
Partiti impantanati nella pre-tattica
D’accordo, ormai è estate, per di più il caldo è opprimente, per cui l’attenzione verso la nostra vita politica interessa quel che resta dei militanti e dei professionisti del ramo, molto scarsamente l’opinione pubblica generale. Eppure quasi tutti sono convinti che la campagna elettorale per le elezioni politiche (che non si sa ancora se saranno il prossimo aprile o il prossimo ottobre) sia già robustamente iniziata, anche se a noi sembra che i partiti, ma ancor più i loro leader per ora siano impegnati in quella che una volta si chiamava pre-tattica.
Si stanno facendo i conti con un quadro che, come abbiamo già avuto modo di scrivere, non è più quello di prima, perché sconta una frammentazione più radicata di quel che si prevedeva. Le novità sono il partito di Vannacci, che cresce nei sondaggi, e l’arcipelago dei centristi, dove c’è di tutto e di più.
Si dice giustamente che l’ex generale non ha fatto altro che riassemblare gli “animal spirits” che avevano già evocato disinvoltamente sia la Lega che FdI. La differenza è che questi credevano di agitarli tanto per fare un po’ di propaganda populista e raccogliere voti, riservandosi poi di gestirli con moderazione o di lasciarli cadere nelle sedi politiche leggi tutto
Le difficoltà del mito bipolarista
Il mito bipolarista è un vecchio attrezzo della politica italiana. Un tempo si esprimeva come elogio del bipartitismo sul modello inglese e americano. Si era iniziato e fine Ottocento, ma era tornato in auge anche con l’avvento della repubblica: sembrava che solo in un contesto del genere la politica democratica potesse esprimersi al meglio: al massimo si poteva avere l’appendice di un partito minore come era dopo il 1948 nella Repubblica Federale Tedesca, con il piccolo partito liberale oscillante fra la CDU-CSU e la SPD.
Da noi niente di simile, perché c’era la repubblica dei partiti, con governi che non si formavano tanto a livello di scelte elettorali, ma di dinamiche parlamentari, peraltro limitate dal fatto che il secondo grande partito più votato, il PCI, per ragioni di equilibri internazionali non poteva entrare nella competizione se non come opposizione di sistema (e allora si parlò di “bipartitismo imperfetto”).
Altri tempi, è cambiato tutto, e il classico bipartitismo non c’è più in nessuna grande democrazia, nemmeno nella classica e iconica Gran Bretagna. Eppure è rimasta la nostalgia per un sistema politico che possa chiedere agli elettori di scegliere loro direttamente per una formazione di un governo. Solo che la faccenda è più che problematica quando si
Lo spettro Vannacci
Sembra che sia tornato in campo qualcosa di simile a quello che Marx ed Engels denunciarono in apertura del Manifesto del partito comunista. Allora lo spettro che si aggirava per l’Europa era il comunismo, che aveva diverse tipologie da loro accuratamente elencate, oggi è il populismo anch’esso con la sua notevole varietà di tipologie, fra cui spicca quella qualunquistica di estrema destra. Nel nostro Paese prende l’incarnazione del ex generale e attuale europarlamentare Roberto Vannacci, che scuote ulteriormente un panorama politico già notevolmente radicalizzato.
Non si può infatti ragionare sul fenomeno del nuovo partito di destra estrema senza inquadrarlo in un trend che sta interessando tutta la nostra vita pubblica. Per illustrare il fenomeno basta partire dal recente episodio della richiesta di una dichiarazione di antifascismo a tutti gli espositori ad una fiera libraria. L’assurdità della richiesta è evidente: che bisogno c’è di dichiarazioni di fede a priori, quando ove eventualmente si riscontrino esaltazioni del fascismo possono essere respinte dagli organizzatori sulla base delle leggi vigenti e, in questo caso sì, della libertà di un soggetto di non dare spazio ad ideologie espresse in concreto in pubblicazioni che questi considerino non accettabili.
Il fatto è che ormai siamo immersi nel mito della dichiarazione: leggi tutto
Il mondo brucia, noi guardiamo ai ballottaggi?
Adesso il test delle amministrative è completato perché si sono tenuti anche i ballottaggi. Come sempre in questi casi l’analisi andrebbe fatta in profondità caso per caso, ma in un contesto ossessionato dal prevedere come potranno andare le elezioni nazionali dell’anno prossimo quel che al momento attira l’attenzione è il dato complessivo. Ebbene, nelle sei principali città il risultato è un pari e patta: tre vanno al centro sinistra (Agrigento, Trani, Chieti), tre al centro destra (Lecco, Arezzo, Macerata). Nessun segnale di una grande inversione di tendenza nelle preferenze degli elettori: per dire nella rossa Emilia Ronagna dopo la vittoria del campo largo al primo turno ad Imola, Faenza e Cervia, nei ballottaggi il centro destra si è preso Vignola e Comacchio. Sempre per citare casi in cui si va contro le aspettative a Vigevano dove al primo turno c’era stato un exploit del partito di Vannacci, al ballottaggio ha vinto il candidato del centro destra nonostante il boicottaggio dei fedeli del generale.
In complesso a stare ad una valutazione di Youtrend, in genere affidabile, su 118 comuni che sono andati al voto, 50 sono andati al centrosinistra (più o meno campo largo), 40 al centrodestra, 28 a candidati civici o di partiti fuori dei due grandi raggruppamenti. leggi tutto
Riforma elettorale: la storia infinita
Assopite le diatribe sull’esito della tornata delle amministrative, adesso (quasi) tutta l’attenzione del ceto politico sembra essersi spostata sulla riforma della legge per regolare le elezioni nazionali. La maggioranza di governo ha deciso di accelerare nella speranza di arrivare all’approvazione entro l’autunno del nuovo testo che ha elaborato, tenendo conto di qualche osservazione dei costituzionalisti (laddove non toccavano interessi dei ceti dirigenti dei partiti).
Alcuni delle opposizioni che speculano su tutto sostengono che la riforma si fa per andare a votare già quest’anno, ma è quanto meno improbabile. Innanzitutto perché solo a marzo del 2027 i parlamentari conseguiranno il numero di mesi necessari per avere computata l’attuale legislatura ai fini pensionistici. In secondo luogo perché in autunno c’è la sessione di bilancio e nelle circostanze attuali sarebbe azzardato per qualunque governo uscisse dalle urne affrontare come prima prova il passaggio di una legge che, visto che non ci sono margini di manovra coi fondi pubblici, prevedibilmente scontenterà una platea ampia.
Resta in sospeso se si voterà la prossima primavera dopo marzo, o se si andrà all’inizio del prossimo autunno. La ragione dell’incertezza è che ci sarà anche, prevedibilmente intorno a maggio-giugno, una tornata elettorale amministrativa per i sindaci di alcune città molto importanti leggi tutto
Di test in test
Dunque abbiamo avuto il secondo test sulla tenuta della maggioranza di destra-centro. Dopo aver interpretato il risultato del referendum sulla riforma Nordio (bocciata) come segno di una ripresa del campo largo ecco i risultati delle comunali che smentiscono quella lettura, perché la maggioranza di governo esce abbastanza bene dalla prova. La prima osservazione da fare ora è che era sbagliata la lettura del risultato referendario, la seconda è che interpretare il voto di queste comunali è tutt’altro che semplice.
La sconfitta della proposta governativa sulla riforma della giustizia non è stata ottenuta grazie al lavoro dei partiti del campo largo, ma grazie alla mobilitazione populista dei talk show che hanno diffuso la tesi (farlocca) che si aveva di mira lo stravolgimento della costituzione e che si voleva punire una magistratura tutta impegnata nella lotta ai mali della politica. Non si è riusciti a contenere l’ondata di populismo e gran parte degli elettori hanno votato seguendo quella piuttosto che farsi arruolare in una futura maggioranza di governo alternativa.
In occasione di questa tornata di comunali la mobilitazione generale di opinione pubblica è del tutto mancata. A livello nazionale, giornali e TV avevano dedicato poca attenzione all’appuntamento col rinnovo dei sindaci, persino con quelli di città importanti come
Una politica alla ricerca del colpo d'ala
Che viviamo ormai sospesi alla preparazione della prova elettorale del 2027 è una costatazione banale. Lo stanco e stiracchiato dibattito sulla riforma della legge elettorale ne è una prova, ma non è neppure l’elemento determinante. La questione centrale è che tutti i partiti sono alla ricerca del colpo d’ala che consenta a ciascuno di insediarsi stabilmente al centro della mente dell’elettore. Ma è un’impresa quasi disperata.
Ovviamente un governo che cerca la riconferma deve puntare ad offrire a chi lo vota dei vantaggi: tutt’altro che facile nelle attuali contingenze. La spiegazione è più che semplice. Soldi a disposizione sostanzialmente non ce ne sono, si è già raschiato il fondo del barile per contenere gli effetti immediati della crisi iraniana e nessuno sa se e quando quella crisi potrà trovare un allentamento o una soluzione. Certi piani anche coraggiosi della premier come quello per un incremento dell’edilizia popolare non convincono una popolazione abituata a considerare ogni programma politico più o meno come promesse da marinaio.
In questo contesto Giorgia Meloni ha provato a giocare una carta pesante: ha scritto alla von dee Leyen chiedendo alla UE autorizzazioni alla revisione dei vincoli di bilancio a fronte della crisi energetica. In caso di risposta positiva avrebbe a disposizione non solo i leggi tutto
Far politica nell'età dell'incertezza
Per chi si occupa di storia politica quel che sta succedendo in Gran Bretagna induce molte riflessioni. Per lunghi decenni il modello bipartitico del sistema inglese è stato considerato il meglio del costituzionalismo occidentale, il traguardo a cui dovevano puntare tutte le democrazie. Colpisce il triste tramonto del sistema fondato sull’alternanza fra i “tories” (il partito conservatore) e, dopo i liberali, il “labour” (erede della tradizione progressista, anche liberale). La tornata di elezioni amministrative ha mostrato un paese che passa dall’identificazione con i due partiti “storici” ad una frammentazione con molti soggetti nuovi e senza storia: il “Reform UK” di Nigel Farage populista di destra, un partito “verde” abbastanza confuso nelle sue proposte, il ritorno in scena alla grande dei nazionalismi in quello che doveva essere “il Regno Unito”, gli scozzesi, i gallesi, gli irlandesi, per non parlare di formazioni minori.
Perché val la pena di riflettere su quanto è accaduto in Gran Bretagna? Non certo per compiacere la moda di vedere dappertutto presunti venti di destra populista o di sinistra radicale che segnerebbero un tornante nella storia politica dell’Occidente, ma semplicemente per capire che la precedente organizzazione del quadro costituzionale attorno ad una competizione bipartitica, o almeno tendenzialmente tale, era frutto, leggi tutto


