Ultimo Aggiornamento:
27 ottobre 2021
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Bosnia: i primi venti anni degli accordi di Dayton.

Christian Costamagna * - 27.10.2015
Franjo Tudjman e Slobodan Milosevic

Il prossimo novembre si celebrerà il ventesimo anniversario degli Accordi di Dayton, ossia il trattato di pace facilitato dall’amministrazione americana di Bill Clinton che pose fino al conflitto in Bosnia ed Erzegovina (ed in Croazia). In molte sedi si sono tenuti e si terranno convegni, conferenze e seminari sul tema, ma come si presenta, oggi, la situazione in Bosnia ed Erzegovina?

Venti anni or sono, gli Accordi di Dayton vennero avallati e favoriti sia dalla Comunità internazionale, sia dagli attori locali e regionali. Gli Stati Uniti dimostrarono che l’Europa non era in grado, da sola, di gestire i conflitti in casa propria. Il mantenimento di uno stato bosniaco formalmente unitario, all’epoca venne interpretato come un chiaro monito, ossia che non era concesso mutare con la forza i confini internazionali (perché la Bosnia ed Erzegovina, dopo l’indipendenza, venne riconosciuta come membro dell’ONU), ed in secondo luogo non si voleva far passare l’idea che la Comunità internazionale favorisse la creazione di stati monoetnici, e si evitò, peraltro, la creazione di un piccolo stato musulmano in Europa (per quanto queste interpretazioni possano, ovviamente, essere opinabili). Tra i firmatari degli accordi di pace, il Presidente della Croazia Franjo Tudjman ed il Presidente della Serbia Slobodan Milosevic (oltre, ovviamente, ad Alija Izetbegovic), furono ben lieti di poter porre termine ad un conflitto che stava logorando i rispettivi cittadini nonché elettori, sebbene, molto probabilmente, nei loro piani iniziali l’obiettivo di fondo fosse la spartizione della Bosnia.

La Bosnia sorta dagli accordi di pace è caratterizzata da un sistema politico definibile come consociativismo “etnocratico”, tipico di società caratterizzate da profonde fratture al proprio interno. Questo meccanismo ha permesso, nel 1995, di porre fine alla guerra, di tenere assieme un paese con una debole identità statuale, sotto la tutela diretta della Comunità internazionale, tanto da guadagnarsi, in ambienti politicamente scorretti, l’epiteto di “stato artificiale” e “semi-protettorato”. Uno dei paradossi è che la Bosnia odierna, per certi versi, riproduce il modello “etnocratico” della Jugoslavia socialista di Tito, in cui la distribuzione dei posti di potere era ripartita minuziosamente in base alla nazionalità di appartenenza, con la differenza che il ruolo pedagogico e di supervisione oggi è nelle mani della Comunità internazionale anziché nella Lega dei Comunisti della Jugoslavia (ed è incarnato dalla figura dell’Alto Rappresentante anziché dal Presidente del Partito).

Oggi, come nel recente passato, le frange più oltranziste dei rispettivi nazionalismi locali (bosgnacco, serbo e croato), non sono affatto soddisfatte del meccanismo sancito a Dayton. I bosgnacchi (musulmani di Bosnia) reputano che sia un crimine l’esistenza stessa della Repubblica serba di Bosnia, da loro percepita come un’entità profondamente immorale in quanto fondata sul genocidio del proprio popolo. I serbi, dal canto loro, sono persuasi che la Bosnia ed Erzegovina, in quanto stato, sia artificiale e puramente transitorio, destinato a dissolversi. Ogni tentativo volto alla deframmentazione e razionalizzazione delle istituzioni in Bosnia viene percepito dai nazionalisti serbi come un attentato mortale alla loro Repubblica e la conseguente realizzazione di uno stato accentrato nelle mani dei musulmani/bosgnacchi.

Per quanto il futuro del paese, come, del resto, di tutti gli altri della regione, venga generalmente indicato nel percorso euro-atlantico (accesso all’Unione Europea e alla NATO), le modalità e le tempistiche di questo obiettivo sono tutt’altro che scontate e chiare. In sostanza, affinché il percorso di adesione della Bosnia ed Erzegovina possa proseguire, le élites politiche e di governo del paese dovrebbero avviare una serie di incisive riforme istituzionali in, virtualmente, ogni ambito. Questa rivoluzione istituzionale andrebbe a ridefinire i meccanismi di potere dei politici bosniaci, di conseguenza sono stati sistematicamente, al di là delle dichiarazioni verbali, rimandati in maniera indefinita (perché significherebbe attuare delle politiche impopolari e si andrebbe ad erodere il consenso nelle rispettive basi elettorali).

Lo scorso dicembre, l’UE ha fatto propria una proposta di riforme avanzata dalla Germania e dal Regno Unito e ciò ha consentito alla Bosnia di accedere all’Accordo di Stabilizzazione e Associazione (ASA) dallo scorso giugno, nel tentativo di dare un segnale positivo di avanzamento e di conseguente uscita da una fase perdurante di stallo da parte di Sarajevo. Tuttavia, ad osservare meglio il dato, emerge con chiarezza che, di fronte all’immobilismo della classe politica della Bosnia, l’UE ha offerto una iniezione di fiducia, un “quantitative easing” politico, nella speranza che questo segnale concreto, l’ASA, possa indurre i bosniaci a svolgere i loro compiti a casa, le riforme insomma. In tutto ciò, la proposta anglo-tedesca fatta propria dall’UE, ha modificato la priorità dell’agenda delle riforme, spostando l’attenzione da quelle più scottanti e controverse verso la promessa vaga di impegnarsi e iniziare effettivamente a farle.

La situazione di perenne immobilismo politico, associata ad una situazione occupazionale, soprattutto per i giovani, estremamente problematica, hanno condotto, nel febbraio del 2014, ad una serie di proteste nell’entità croato-bosniaca, ossia nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina. I manifestanti, dando sfogo alle loro frustrazioni nei confronti di una élite politica ritenuta inetta e corrotta, hanno attaccato e incendiato vari edifici governativi e amministrativi e centinaia di persone sono rimaste ferite. Di fatto si è trattato del più grave episodio di violenza avvenuto dal termine del conflitto nel 1995.

Nel frattempo, nel corso dell’ultimo decennio, i mezzi di comunicazione di massa, nel paese, hanno incrementato notevolmente l’adozione di discorsi nazionalisti, facendo da cassa di risonanza alla caustica retorica dei politici. Temi estremamente sensibili sono stati ampiamente sdoganati, come ad esempio la radicale messa in discussione della Bosnia ed Erzegovina in quanto stato unitario all’interno dei propri confini, sino all’utilizzo disinibito della parola “guerra” all’interno del dibattito politico. In particolare, certe tematiche, come ad esempio la presenza di estremisti islamici sul territorio bosniaco, vengono sistematicamente amplificate dai governanti della Repubblica serba di Bosnia. Il Presidente di quest’ultima, Milorad Dodik, al di là delle ormai innumerevoli dichiarazioni di secessione di Banja Luka dalla Bosnia ed Erzegovina, continua a rilanciare la propria sfida all’assetto dello status quo, ossia agli accordi di pace di Dayton, come ad esempio avverrà il prossimo 15 novembre con il referendum sull’ingerenza dell’Alto Rappresentante sulla Procura ed il Tribunale della Bosnia ed Erzegovina. Questi episodi non fanno altro che aumentare il senso di insicurezza in Bosnia, mentre il rischio di nuovi scontri interetnici non è aprioristicamente escludibile, a fronte peraltro di una scarsa presenza delle forze armate dell’UE e di crescenti tensioni tra gli USA, l’UE e la Russia.

Un ulteriore nervo scoperto della Bosnia ed Erzegovina (come in altre aree dei Balcani – ad esempio in Kosovo) è costituito dalla presenza, non irrilevante, di estremisti islamici. Infine, le divisioni all’interno della società civile in Bosnia vengono fortemente accentuate dalla classe politica cercando un supporto esterno alle loro aspirazioni: mentre Bakir Izetbegovic (bosgnacco, membro della Presidenza della Bosnia ed Erzegovina) coltiva assiduamente i rapporti con la Turchia, Dodik (serbo) fa altrettanto con la Russia.

A distanza di venti anni dal termine del conflitto in Bosnia, sotto il profilo economico, sociale e politico vi sono problemi senza dubbio gravi e urgenti, e sarebbe ingenuo credere di poterli gestire senza una stretta collaborazione della classe politica locale. Il sistema di governo del paese, l’architettura costituzionale e istituzionale che regola il potere, ha consentito lo sviluppo di un sistema burocratico ipertrofico, avallando un sistema corrotto e clientelare che si fa scudo delle identità nazionali per legittimarsi. L’Unione Europea, potenzialmente il principale attore con un ruolo di leadership e aggregazione nei Balcani è ripiegata su sé stessa a causa della crisi interna e messa a dura prova dalle sfide ai propri confini, ovvero dal flusso dei migranti e dai conflitti nel Vicino Oriente. Affinché la Bosnia ed Erzegovina possa, dopo il 2020, accedere all’UE, supponendo che questo obiettivo corrisponda alla volontà dei cittadini, è necessario rimettere in discussione e riformare l’architettura istituzionale che ha permesso di interrompere un conflitto durato tre anni e mezzo, e che ha causato oltre centomila morti e più di due milioni di rifugiati.





* Insegna Storia contemporanea e dell'Europa Orientale presso l'Università del Piemonte Orientale