Ultimo Aggiornamento:
15 luglio 2020
Iscriviti al nostro Feed RSS

In nome dell’orrore. Lo scontro di civiltà fra Islam e Occidente esiste davvero?

Omar Bellicini * - 02.04.2016
Islam e Occidente

Nuovo sangue, nuovi morti. Non sono ancora sfumate le odiose immagini degli attacchi a Bruxelles, Iskanderiyah e Lahore. Uomini, donne, ragazzini: incolpevoli comparse di una mattanza che non ammette giustificazioni. In un tempo come il nostro, che si nutre di oscenità come gli eccidi indiscriminati, le conversioni forzate, gli stupri sotto l’egida della legge e quant’altro possa partorire la fantasia di un carnefice che spaccia il sadismo per devozione, è importante comprendere cosa sia quel carneade di cui abbondano i riferimenti giornalistici, senza che i più abbiano nozione delle sue caratteristiche e dei sui significati: parliamo dell’Islam. Cos’è davvero questa forza, in nome della quale migliaia di persone accolgono una tetra vocazione al martirio? È un caso che il suo nome venga pronunciato a sostegno di crimini ed orrori? Posando l’occhio sulle pagine -mai troppo percorse- della Storia, ci rendiamo conto che pressoché ogni fede è stata occasione di slancio fanatico. Leggendo i libri sacri -tutti i libri sacri- ci accorgiamo che ognuno di essi può rappresentare una spinta verso il “bene” o essere una patente per i progetti più deplorevoli. Perché il Corano, non meno del Vecchio e del Nuovo Testamento, è prima di tutto un grande affresco, che incarna le molteplici espressioni dell’esperienza umana. Sta agli uomini scindere, come suggerito dalla migliore teologia, ciò che in essi è parola di Dio -almeno per i credenti- e ciò che rappresenta una mera contingenza culturale, tramandata dai testi religiosi. Certo, resta da chiedersi se esista una specificità del credo islamico. Senza dubbio, l’Islam risponde a regole diverse da quelle che appartengono alle nostre consuetudini. Comprenderlo significa acquisire una verità fondamentale e in un certo senso inedita: se c’è scontro di civiltà, non è fra il mondo islamico e quello giudaico-cristiano, bensì fra chi è disposto ad adottare la prospettiva dell’altro e chi rinuncia a questa possibilità, trincerandosi dietro le proprie categorie di pensiero. In tal senso, va subito chiarito un punto: l’Islam dell’immaginario europeo e nordamericano semplicemente non esiste. Deve essere bandita ogni impressione di univocità: il rito sciita si discosta sensibilmente da quello sunnita, l’Islam dei pashtun afgani non può essere paragonato a quello delle città portuali magrebine, la pratica religiosa dei centri urbani differisce da quella delle aree rurali. Manca, insomma, quella tendenziale unitarietà che caratterizza l’organizzazione cattolica. Perciò, se applichiamo gli abituali strumenti di analisi, non cogliamo le implicazioni che derivano dall’assenza di un unico centro di gravità, attribuendo all’Islam -o a buona parte di esso- quegli accenti estremistici che riguardano delle componenti pur sempre minoritarie. Questo è un primo aspetto della questione. Ma occorre affrontare il tema ancor più chiaramente: l’interpretazione più diffusa, secondo cui ci troviamo di fronte a un conflitto di civiltà, che contrappone la società del benessere a un culto del martirio totalmente estraneo all’esperienza occidentale, è assai sbrigativa. Se così fosse, trovare una soluzione al problema sarebbe più semplice e schematico. Purtroppo, la realtà è diversa, e inevitabilmente più complessa: non si tratta di una divergenza, pur radicale, fra due visioni del mondo, ma del declino complessivo, e forse inesorabile, di uno schema che riguarda gli uni e gli altri. Di un assetto globale e consolidato, che non supera più il banco di prova della Storia. La caduta del muro di Berlino, nel 1989, ha reso obsoleta un’ideologia in cui tanti, al di là delle scelte di voto, avevano creduto. Prima ancora, il processo di secolarizzazione di un ampio numero di società -non solo europee- aveva allontanato la pratica della fede dalla vita di molte persone. Sopravviveva un unico credo: l’affermazione personale, la possibilità di migliorare la propria condizione secondo le leggi progressive del capitalismo. Oggi, in presenza di comunità sempre più verticali, in cui talento e volontà non sono più una garanzia di successo, anche quell’ideale è naufragato. Cosa rimane? Pochi se lo chiedono, nessuno lo sa. Il guaio è che in qualcosa bisogna pur credere. Per qualcosa bisogna pur lottare. Naturalmente, tutto ciò è fastidioso, perché discutere, in presenza del dolore e delle sue buone ragioni, appare stonato. Perfino provocatorio. È proprio questo il dramma: immersi nello stato d’emergenza permanente nel quale viviamo, non siamo più disposti ad imbastire una riflessione complessiva sulle ragioni del degrado. Il mondo corre in fretta, la ragione ha tempi lenti. Allora prevale l’emozione: rinserrarsi, espellere, erigere muri. È l’illusione del principe Prospero, protagonista di un celebre racconto di Edgar Allan Poe: chiudersi nel proprio castello per fuggire la peste, non capendo che la peste è già all’interno, fra i propri vicini. Sì, stiamo allevando il nostro nemico. Con l’emarginazione. Con l’indifferenza. Con lo scarso coraggio di metterci in gioco e cambiare, nell’interesse di tutti. Già una volta abbiamo sconfitto il terrorismo. Aveva una veste diversa, interpreti diversi, ma nasceva da un senso di insoddisfazione assai simile a questo. Lo abbiamo sconfitto, con le retate e gli arresti, i processi e le condanne. Ma lo abbiamo sconfitto, prima di tutto, fornendo alle persone un progetto alternativo. Una soluzione in cui credere. Viene da chiedersi se ci riusciremo ancora.

 

 

 

 

* Praticante giornalista, ha collaborato con le testate Unimondo.org, con il mensile "Minerva" e con il canale all-news Tgcom24.