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20 luglio 2019
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La BCE e lo “stimolo” monetario per la crescita: ma funzionerà?

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 15.03.2016
Mario Draghi

All’indomani delle decisioni della BCE, di giovedì 10 marzo, di aumentare il programma di acquisto di titoli di Stato e privati e di ulteriore riduzione dei tassi di interessi per le imprese finanziarie i quotidiani hanno titolato con un peana: “La spinta di Draghi all’economia” (Corriere della Sera 11 marzo 2016) e poi “Effetto Draghi, volano le borse” (Corriere della Sera 12 marzo 2016). La seconda notizia non prova la correttezza della prima e la prima è solo l’enunciazione di una speranza.

Quali dovrebbero essere, in concreto, le conseguenze sull’economia dell’espansione della base monetaria e della riduzione dei tassi di interesse per le banche? Creare inflazione, quella ritenuta salubre, intorno al 2 %, o quanto meno evitare la deflazione, il che dovrebbe spingere le famiglie a non rinviare le spese di consumi e le imprese a non procrastinare gli investimenti; spingere le banche a aumentare i prestiti alle imprese e alle famiglie, e quindi stimolare la ripresa di consumi e investimenti.

Peccato che non sia così semplice. Magari bastasse la politica monetaria a “far ripartire” l’economia. Non ci sarebbe nulla di più semplice, visto che dall’abbandono delle monete metalliche l’offerta di moneta può essere liberamente determinata dalle banche centrali. È quindi sufficiente a un board di economisti-politici, dopo aver consultato i dati macroeconomici a cui ci si affida come a degli oracoli, di decidere l’acquisto di titoli (prima di tutto di Stato, ma magari anche delle grandi società a capitale diffuso), tenerne fisso il prezzo che cessa quindi di essere “di mercato”, modificando i tassi di interesse (i quali anch’essi si continuano a chiamare solo nominalmente “di mercato”), e il gioco è fatto: le imprese investiranno e i consumatori correranno nei negozi a riempirsi di prodotti di consumo.

A volte può anche essere che vada proprio così, ma non sempre, anzi spesso non succede. L’acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario si traduce nel mettere un comodo “pavimento” al prezzo dei titoli e un “tetto” al loro rendimento, quindi un provvidenziale sostegno all’indebitamento pubblico, evitando che si metta a nudo il costo (interessi passivi) che si dovrebbe pagare se ci si dovesse affidare veramente al mercato per rifinanziarlo. In tal modo si consente al governo di continuare a spendere. I tassi di interesse bassi (o anche negativi) per le banche non si traducono in maggiori prestiti o in prestiti meno onerosi alle famiglie che vorrebbero comprare casa o alle piccole e medie imprese, bensì in maggiori profitti per le banche, anche se inefficienti.

Dove va il maggior credito che si forma grazie a questi due “stimoli”? Dipende da molte cose che i boards delle banche centrali non sono in grado di controllare, ma non è purtroppo in nessun modo scontato che vadano là dove essi sperano.

La maggiore spesa pubblica (anche grazie al minor carico di interessi passivi) va in maggiori redditi per i suoi percettori diretti: politici, dipendenti pubblici, consulenti, ditte private aggiudicatarie di appalti pubblici, ecc. Il maggior reddito percepito da costoro può avere i più vari utilizzi: ad esempio maggiori importazioni (smartphone, auto, tv al plasma, viaggi, ecc.), quindi consumi per i paesi esportatori, non per quello il cui Stato ha aumentato la spesa, e quindi peggioramento della bilancia delle partite correnti e drenaggio di riserve (vedi il caso della Grecia); l’aumento di credito erogato dalle banche va dove il basso costo di interessi consente un vantaggio immediato, ad esempio nelle borse-valori, incrementando il valore dello stock di titoli azionari, come di quelli a reddito fisso per via della riduzione dei tassi.

Gli “stimoli” monetari non producono quasi mai i miracolosi risultati promessi dalle autorità politiche e monetarie. Ma queste hanno pronta la risposta: se non avessimo fatto ciò che abbiamo fatto la situazione sarebbe peggiore, ci sarebbe stata una recessione più grave, una deflazione maggiore. Il grande vantaggio di questa risposta è che il suo contrario è indimostrabile, e il fatto che anch’essa sia indimostrabile non trattiene dall’usarla.

Se pensiamo che le misure in questione potrebbero produrre effetti positivi, dobbiamo anche pensare che possano produrne di negativi, come i farmaci (solo i farmaci omeopatici, che non producono nessun effetto, sono esenti dal rischio di effetti negativi). E quali conseguenze negative possono produrre, se non producessero quelle positive?

Le conseguenze, purtroppo, appaiono ad effetto ritardato e spesso sono devastanti: la deflazione del debito, fenomeno a catena che travolge tutti gli assets e i prezzi, con risultati che possono essere devastanti. Gli economisti che non credono alle virtù taumaturgiche degli stimoli monetari prevedono una contrazione drammatica, simile a quella del 1930-1932 negli Stati Uniti.

Ma, quando le cose vanno veramente male e il disastro non è più confutabile, i politici sostenitori degli stimoli della politica monetaria hanno a loro disposizione un nuovo ottimo argomento: la responsabilità va addossata alla “speculazione internazionale”. Così si dice ogni qual volta che gli investitori e i consumatori reagiscono agli errori dei governanti e cercano di sfuggire alla rovina anziché accettare di rovinarsi per dimostrare che i governanti avevano ragione.

 

 

 

 

Professore Ordinario di Storia delle relazioni internazionali alla “Sapienza” Università di Roma