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01 agosto 2020
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Argomenti

Brindiamo agli Europei, visti da Parigi

Claudio Ferlan - 25.06.2016

La prima fase dei Campionati Europei di calcio si è conclusa. Sportivamente si è trattato di una danza tutto sommato insignificante: trentasei partite per eliminare otto squadre su ventiquattro, una formula che ha prodotto molti incontri senza pathos e molti altri senza qualità. Aspettiamo dunque il futuro prossimo, ma intanto proviamo a ragionare sulla rilevanza sociale di quanto è successo in Francia, di certo ben più marcata di quella sportiva.

 

Ubriachezza molesta

 

Gli scontri più gravi sono stati quelli di Marsiglia, caratterizzati da un terribile eccesso di violenza che ha messo di fronte inglesi e russi, accompagnati da gruppi di estremisti francesi bramosi di battaglia, senza un vero perché. C'è ancora chi lotta per sopravvivere. La polizia è provata, lo si legge nei volti di chi presiede la "fan zone" allestita a Parigi a Champ de Mars, sotto la Tour Eiffel. Sono in tanti, sono armati, sono tesi ma sono anche gentili e prodighi di indicazioni e consigli per chi, anziché guerreggiare, vorrebbe guardare del buon football.

Si è scritto che la battaglia di Marsiglia è stata alimentata dall'alcool. Tutti ubriachi, o alterati da sostanze capaci di mandare fuori di senno. Probabilmente non completamente in sé lo era anche il giovane croato che per introdurre un fumogeno allo stadio ha sacrificato l'intimità del proprio corpo, facendone nascondiglio inviolabile. leggi tutto

Brexit: qualunque sia il risultato l’Inghilterra è un problema

Gianpaolo Rossini - 22.06.2016

Alla fine degli anni 80 del secolo scorso a Bruxelles fervono studi e discussioni su come realizzare il mercato unico europeo previsto per il 1 gennaio 1993. L’Atto Unico del 1987 sancisce l’avvio di un radicale processo di integrazione che va oltre la libertà di movimento di beni,  capitali e persone tra paesi membri  contenuta nel trattato di Roma del 1957, che fonda la Comunità Economica Europea (CEE). Il progetto è pionieristico. Stati sovrani armonizzano regole di mercato, requisiti normativi, standard di beni e servizi , sistemi di welfare. Aprono gli acquisti pubblici a tutti i soggetti europei. Riconoscono i titoli di studio conseguiti in ogni paese per favorire mobilità del lavoro intraeuropea. Con il risultato che, a distanza di quasi 3 decenni, oltre 400 milioni di persone vivono in un’ Europa profondamente trasformata e  che poco somiglia a quella  del secolo scorso che le ultime due generazioni  a mala pena  conoscono. Un’ Europa che è diventata il punto di riferimento per tutti i percorsi di apertura e integrazione, dal WTO, al Mercosur, all’Asean, al Nafta.  Il paradosso è che nella progettazione e realizzazione del  mercato unico europeo del 1993 l’Inghilterra ha un ruolo chiave. Anche perché si vuole cancellare  l’idea, che risale al generale De Gaulle, di un’Europa delle nazioni pacifica, ma integrata fino ad un certo punto. leggi tutto

Il referendum britannico sull’UE

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 22.06.2016

L’imminente referendum nel Regno Unito sull’alternativa “leave” o “remain” rispetto all’UE ha dato luogo a una serie di dichiarazioni improvvisate e impressionistiche, sia dalla parte dei favorevoli al ”leave” che da quella dei favorevoli al “remain”, tanto nel Regno Unito che nel continente e negli USA. Le argomentazioni sono in tutti i casi di tipo allarmistico e frutto di una concezione emotiva dei problemi.

Dal lato dei favorevoli al ”leave” si sono lette le più oscure motivazioni, come quelle – invero sconcertanti per la personalità di chi le esprime – di Nigel Lawson, conservatore, già Cancelliere dello Scacchiere nel gabinetto di Margaret Thatcher, il quale ha spiegato che nell’UE ci sarebbe un deficit di democrazia, trattandosi di un progetto voluto da un’élite: frase alquanto stupefacente se si considera che il Regno Unito è da sempre governato da un’élite, selezionata anche in base alla scuola e al college frequentato da coloro che vengono chiamati a dirigere governi, partiti, banche e altre istituzioni (lo stesso Lawson, non a caso, è uscito da Chirst Church di Oxford). Altra ragione sarebbe la circostanza che, in realtà, nell’UE vi sono Stati nazionali che non si sentono parti di un unico Stato federale. Se vi sono motivi per un’uscita dall’UE devono sicuramente essere ben più seri e profondi che non quelli indicati da Lawson. leggi tutto

Podemos: opportunita’ o minaccia per i socialisti europei?

Andrea Betti * e Gabriel Echeverria ** - 18.06.2016

Domenica 26 giugno la Spagna torna al voto. I principali istituti di sondaggio fotografano una situazione nella quale il Partido Popular del Presidente Mariano Rajoy sará il partito piú votato. La formazione centrista di Ciudadanos dovrebbe fermarsi al quarto posto mentre rimane l’incertezza sulla sorte del Partido Socialista. Ci sará o no il tanto temuto “sorpasso” da parte della nuova alleanza Unidos Podemos, risultato dell’accordo elettorale fra Podemos e il tradizionale rappresentante della sinistra radicale, Izquierda Unida? In attesa dei risultati veri conviene interrogarsi sui possibili sviluppi del rapporto fra il PSOE e la sinistra emergente di Pablo Iglesias cercando di trarre qualche conclusione utile per gli scenari europei. Anche perche’, quale che sia il risultato, a partire dal 27 giugno, il PSOE si trovera’ nuovamente nella difficile situazione di dover decidere fra l’appoggio esterno ad un governo del PP (ipotesi caldeggiata da Angela Merkel) o un governo di sinistra con Podemos.

La relazione é resa complicata dal fatto che Podemos rappresenta un tipo di sinistra non facilmente comparabile con altre esperienze europee attuali. Si tratta di un esperimento che i suoi stessi leaders non esitavano fino a poco tempo fa a definire populista. Il populismo trova terreno fertile in epoche di fallimento delle istituzioni rappresentative. leggi tutto

Nuove conversioni. Il battesimo dei rifugiati in Germania

Claudio Ferlan - 15.06.2016

Che lo spostamento dei migranti sia un segno tra i più noti e caratterizzanti del nostro tempo è un’affermazione scontata, ma non sempre è facile tenere conto della sua complessità. Dentro tale complessità c’è da evidenziare un crescente numero di conversioni dall’islam al cristianesimo (specie alla confessione luterana) da parte dei rifugiati. Per cogliere i tratti caratteristici della questione – poco nota nel nostro Paese – è necessario volgere lo sguardo di là dai confini: alla Francia, dove Le Monde ha pubblicato un interessante reportage, ma soprattutto alla Germania e all’Austria, dove da anni se ne sta ragionando.

 

Chi arriva

 

Berlino, Hannover, Stoccarda sono solo alcune delle città in cui le parrocchie evangeliche stanno registrando un sempre crescente numero di conversioni, soprattutto da parte di donne e uomini provenienti da Afghanistan e Iran. Il fenomeno si sta inoltre allargando dalle città ai piccoli paesi ed è testimoniato anche in altri stati, come la Danimarca. Modi e ragioni della conversione sono diversi. A persone che sono già entrate in contatto con il cristianesimo in patria (e che talvolta sostengono di non averlo potuto abbracciare per paura) si aggiunge chi inizia a conoscerlo dopo leggi tutto

La Francia sull'orlo di una crisi di nervi

Riccardo Brizzi - 11.06.2016

Mentre gli europei di calcio hanno preso ufficialmente il via ieri sera a Parigi, con la partita inaugurale tra i padroni di casa e la Romania, la Francia, già alle prese con i danni causati dalle inondazioni, i primi incidenti degli hooligans inglesi in quel di Marsiglia e lo spettro del terrorismo sempre presente (che ha sensibilmente ridotto il flusso di turisti, soprattutto nella capitale), è ancora attraversata da importanti proteste sociali.

La mobilitazione contro la « legge sul lavoro », nelle ultime settimane ha coinvolto in particolare il settore energetico (bloccate molte piattaforme petrolifere e più di metà delle centrali nucleari) e quello dei trasporti con la SNCF in sciopero in diverse regioni (Ile-de-France compresa) da dieci giorni. Gli aiuti annunciati mercoledì scorso dal primo ministro Manuel Valls a favore del settore ferroviario potrebbero ammorbidire proteste che stanno scuotendo il paese da quasi tre mesi e che, dopo i picchi di mobilitazione toccati tra fine marzo e inizio aprile, parevano in declino sino alla raffica di scioperi avviata dalla SNCF il 1° giugno.

I sindacati – CGT in testa - contano su un iter legislativo ancora tortuoso (il testo deve essere discusso al Senato, in vista del voto a fine giugno, cui seguirà una nuova staffetta tra le due camere, prima dell’approvazione definitiva a fine luglio) e ricordano la vicenda del Contratto leggi tutto

Memorie schizofreniche. L’eco (paradossale) del centenario di Verdun e il silenzio (di tomba) sulla Strafexpedition

Novello Monelli * - 08.06.2016

Il paradosso mediatico della memoria

 

Tra i tanti fantasmi che si aggirano per l’Europa, quello del provincialismo memoriale è forse il meno percettibile (e per la maggioranza di coloro che leggono, il più trascurabile), ma non è certo il meno insidioso. Il Centenario della Grande Guerra ce ne fornisce prove abbondanti pressoché costantemente. L’ultima pochi giorni orsono, in occasione delle quasi simultanee commemorazioni delle battaglie di Verdun e della (cosiddetta) Strafexpedition. La commemorazione congiunta di Angela Merkel e Jean François Hollande all’Ossario di Douaumont, il 29 maggio, ha ricevuto una straordinaria copertura mediatica anche in Italia; la quasi contemporanea visita tributata dal presidente Mattarella ad Asiago il 24 maggio, una certa attenzione da parte di alcuni media italiani, disinvoltamente distratti a proposito della ragione commemorativa del viaggio e attenti solo a carpire, nelle righe del discorso ufficiale, spunti di analisi per la situazione interna.

Per forza, si dirà. La battaglia di Verdun (o, meglio, la campagna di Verdun, visto che si trattò di una serie ininterrotta di assalti e contrassalti che seminarono morte e distruzione dal febbraio al dicembre 1916) fu una delle maggiori carneficine di leggi tutto

L'Unione europea, o degli eccessi della creatività

Daniele Pasquinucci * - 08.06.2016

Quando il 9 maggio del 1950 Robert Schuman rese noto il suo piano nel Salone dell'Orologio del Quai d'Orsay, egli si premurò di avvertire che la pace mondiale, di cui l'unificazione dell'Europa era capitolo fondamentale, avrebbe potuto realizzarsi solo attraverso “sforzi creativi”. Il verbo da cui deriva l'aggettivo usato dal ministro degli Esteri francese, creare, ha una radice sanscrita, e indica l'azione di “far nascere dal nulla”. Ed effettivamente i pionieri dell'integrazione europea, trovandosi ad agire in terra incognita, furono obbligati ad attingere a piene mani dal proprio ingegno e dalla propria fantasia per costruire la prima istituzione europea sovranazionale, la CECA. D'altronde, la politica – da Westfalia in poi – aveva avuto come orizzonte di riferimento lo Stato-nazione. Bisognava perciò “pensare l'inedito” e metterlo al servizio di un progetto volto a pacificare gli europei (occidentali, all'inizio dell'avventura europea) e a promuovere il loro benessere. Nuovi paradigmi concettuali e schemi di azione politica, forzatamente posseduti da poche élites lungimiranti, e carattere virtuoso degli obiettivi perseguiti, rendevano a quel tempo tollerabile l'iper-realismo di Jean Monnet, per il quale sarebbe “stato sbagliato consultare i popoli  d'Europa sulla struttura di una Comunità della quale essi non hanno alcuna esperienza pratica”. Ora, se da un lato è vero, leggi tutto

Hollande e un nuovo passo falso: è il turno della Loi Travail

Michele Marchi - 01.06.2016

È possibile condensare in una riforma l’insieme degli errori e delle contraddizioni di un intero mandato presidenziale? Sembrerebbe impossibile, ma l’attuale crisi che ruota attorno alla Loi Travail (ribattezzata Jobs Act alla francese), è il condensato di una serie di passi falsi politici e di metodo che costituiscono la vera peculiarità dell’esperienza di François Hollande all’Eliseo.

Due dati incontrovertibili sono alla base del ragionamento. Come di recente ha nuovamente mostrato la quarta edizione dell’interessante inchiesta Fractures françaises (realizzata in collaborazione da Le Monde, Sciences Po e Fondation Jean Jaurès) i francesi si autopercepiscono in profondo declino (economico ma non solo), si sentono sempre più minacciati dalla globalizzazione e considerano il processo d’integrazione europeo sempre meno efficace come “barriera protettiva”. La vera novità è che questa diffusa insofferenza non è più solo prerogativa delle classi popolari, ma ha conquistato il ceto medio e fa proseliti anche tra le élites ad alto livello di scolarizzazione e di reddito. Il secondo dato da non trascurare riguarda il livello di fiducia e di sostegno dei quali Hollande e il suo Primo ministro possono godere. Nel primo caso oggi siamo attorno al 15% di cittadini soddisfatti. Il suo Primo ministro, leggi tutto

Un voto con qualche luce e molte ombre

Furio Ferraresi * - 25.05.2016

L’esito al cardiopalmo delle elezioni presidenziali austriache ci consegna una mezza notizia e una notizia vera e propria. La prima è che Alexander Van der Bellen è il primo presidente verde eletto in Europa, con il 50,3% dei consensi; la seconda è che Norbert Hofer, il candidato della Fpö (Partito della Libertà) ha ottenuto il 49,7% dei voti, cioè il consenso di metà degli austriaci. Un Paese spaccato in due, dunque, polarizzato e mobilitato ben oltre le attese, con una percentuale di votanti che, sfiorando al secondo turno il 73%, cresce di più di quattro punti rispetto al primo (68,5%). Che l’elezione dell’ex portavoce dei Verdi sia solo una mezza notizia dipende dal fatto che al primo turno Van der Bellen aveva ottenuto solo il 21% (contro il 35% di Hofer) e che al secondo turno è stato scelto da molti elettori che non avevano mai votato per la formazione ambientalista. La sua vittoria di misura, con uno scarto di appena 31.026 voti (molti dei quali provenienti da austriaci che non vivono in Austria), si spiega con la classica scelta del male minore, caratteristica strutturale di ogni ballottaggio, e con la volontà di metà dell’elettorato di far fronte comune contro il pericolo rappresentato dai nazional-liberali, i quali, però, rispetto al primo turno, leggi tutto