Ultimo Aggiornamento:
14 aprile 2021
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Argomenti

Per la storia di un’invasione, e di una catastrofe.

Londra, Baghdad

 

Dopo anni di ricerca d’archivio, interviste e di attesa il 6 luglio 2016 è stato finalmente pubblicato il cosiddetto Chicolt Report: un’inchiesta sul ruolo del Regno Unito nell’invasione ed occupazione dell’Iraq nel 2003. Il rapporto contribuisce a fare luce su un evento che segna in modo indelebile la storia internazionale dell’inizio del XXI secolo, e le cui conseguenze sono ben lungi dall’essere finite.

Come si ricorda nell’introduzione, il governo britannico decise di intervenire formalmente il 17 marzo 2003 e rimase una potenza occupante fino al 28 giugno 2004, per restare poi nel Sud-est del Paese come responsabile della sicurezza. I risultati principali a cui è giunta la commissione d’inchiesta riguardano il fatto che l’intervento armato non rappresentava lo strumento “di ultima istanza” (last resort) per impedire lo sviluppo delle armi di distruzione di massa da parte di Baghdad; queste ultime non esistevano o comunque il governo iracheno era lontano da poterle ricostruire dopo averle smantellate nel corso degli anni Novanta, come testimoniato dagli ispettori Onu guidati da Hans Blix. Le prove del possesso di armi di distruzione di massa erano false, costruite ad hoc, e il governo si affidò a queste ultime invece dei rapporti dell’Onu. Il Primo Ministro Tony Blair convinse il governo a seguire gli USA sempre e comunque, leggi tutto

Brexit e la politica che cambia

Nicola Melloni * - 02.07.2016

La vittoria del fronte Brexit è stato un colpo durissimo non solo per la Gran Bretagna ma per tutta Europa. Per mesi si è sostanzialmente ignorato il rischio, facendo affidamento sulla moderazione degli elettori, normalmente impauriti da un salto nel buio di questa portata. La speranza, direi quasi la convinzione, era che, pur in mezzo a tanti problemi, tutto si sarebbe risolto nel classico “business as usual”. La realtà è però che la politica è cambiata drasticamente e i vecchi modelli di analisi sono inadeguati per capire i comportamenti dell’elettorato.

 

Quello cui stiamo assistendo, nel Regno Unito come nel resto del mondo occidentale, è una rivolta contro le elite, contro l’establishment. Non si tratta del primo caso: l’anno scorso, contro tutte le previsioni, i cittadini greci avevano votato contro l’accordo imposto dalla UE – cosa che li avrebbe portati all’uscita dall’euro se tale risultato fosse stato confermato dalle scelte del governo di Tsipras; in America il socialista Sanders ha quasi sconfitto Hillary Cliton che aveva a sostegno tutto il potere e i soldi del Partito Democratico; mentre Trump incarna, che ci piaccia o no, lo spirito della rivolta contro l’establishment repubblicano; ed in fondo, proprio i cittadini britannici avevano dato un’avvisaglia dell’umore del paese quando Corbyn aveva letteralmente annichilito tutta la dirigenza del partito laburista che lo continua a vedere come fumo negli occhi. leggi tutto

Elezioni in Spagna: il colpo di coda della normalità

Andrea Betti * - 29.06.2016

Il decano della stampa spagnola Iñaki Gabilondo ha definito i risultati elettorali di domenica scorsa come “la vittoria della politica minima, della piccola contabilità, delle grandi questioni che non si affrontano mai.” Si tratta del commento amareggiato di un giornalista vicino al centrosinistra. Tuttavia è in grado di spiegare con una immagine il risultato di domenica scorsa: la vittoria della politica ordinaria.

Due erano le possibili novità alla vigilia delle elezioni: o il raggiungimento di una inedita maggioranza di centrodestra fra il Partido Popular di Mariano Rajoy e i Ciudadanos di Albert Rivera (svuotato di 8 seggi dal ritorno del PP) oppure il sorpasso della nuova sinistra di Pablo Iglesias ai danni del Partido Socialista Obrero Español. Si è verificata in parte solo la prima.

Secondo tutti i sondaggi, la nuova alleanza fra Podemos e la tradizionale Izquierda Unida avrebbe garantito a Iglesias l’egemonia della sinistra spagnola. Da un lato veniva parzialmente abbandonato il progetto trasversale dell’ala rappresentata da Iñigo Errejon, numero due della formazione viola, che avrebbe voluto portare Podemos sul trono della sinistra attraverso un deciso distanziamento dalle sue correnti più tradizionali e compromesse con il passato (i socialisti, ma anche i comunisti). Dall’altro si credeva che l’unione a sinistra avrebbe garantito la possibilità di negoziare con il PSOE da una posizione di forza. leggi tutto

Europa tra Brexit e “balcanizzazione” interna

Michele Marchi - 29.06.2016

Sarebbe davvero ingeneroso affermare che il recente voto referendario britannico sia la causa di tutti i mali europei. Scegliendo il “leave” la maggioranza degli abitanti del Regno Unito non ha fatto altro che strappare il velo di quell’ipocrisia che, almeno da oltre un ventennio, caratterizza la condotta dell’Unione europea. Il voto per Brexit ha dunque il significato di “disvelamento” di una crisi di lungo periodo. E allo stesso tempo suona come l’ultima chiamata per ripensare, e di conseguenza, ricostruire quell’Unione del XXI secolo ad oggi ancora latitante.

È forse superfluo ricordarlo, ma la scelta del popolo sovrano britannico elimina qualsiasi alibi rispetto all’inazione dei principali leader dell’Europa continentale. Una volta che Londra avrà avviato le procedure per l’uscita e questa si sarà concretizzata, sarà difficile, come troppe volte accaduto, accreditare la teoria dell’impossibile avanzamento sul fronte dell’integrazione a causa del ruolo di frenatore svolto da Londra. Se tutto andrà come previsto, in due anni l’Europa sarà ufficialmente composta da 27 Paesi che non potranno imputare i loro insuccessi al riottoso ed oramai ex-membro britannico.

Il punto è ancora una volta di natura storica. Il processo d’integrazione, almeno quello tradizionale che deve quasi tutto a Jean Monnet, si è concluso nel 1992 a Maastricht. Cioè l’idea di un’Europa sempre più integrata, leggi tutto

Brindiamo agli Europei, visti da Parigi

Claudio Ferlan - 25.06.2016

La prima fase dei Campionati Europei di calcio si è conclusa. Sportivamente si è trattato di una danza tutto sommato insignificante: trentasei partite per eliminare otto squadre su ventiquattro, una formula che ha prodotto molti incontri senza pathos e molti altri senza qualità. Aspettiamo dunque il futuro prossimo, ma intanto proviamo a ragionare sulla rilevanza sociale di quanto è successo in Francia, di certo ben più marcata di quella sportiva.

 

Ubriachezza molesta

 

Gli scontri più gravi sono stati quelli di Marsiglia, caratterizzati da un terribile eccesso di violenza che ha messo di fronte inglesi e russi, accompagnati da gruppi di estremisti francesi bramosi di battaglia, senza un vero perché. C'è ancora chi lotta per sopravvivere. La polizia è provata, lo si legge nei volti di chi presiede la "fan zone" allestita a Parigi a Champ de Mars, sotto la Tour Eiffel. Sono in tanti, sono armati, sono tesi ma sono anche gentili e prodighi di indicazioni e consigli per chi, anziché guerreggiare, vorrebbe guardare del buon football.

Si è scritto che la battaglia di Marsiglia è stata alimentata dall'alcool. Tutti ubriachi, o alterati da sostanze capaci di mandare fuori di senno. Probabilmente non completamente in sé lo era anche il giovane croato che per introdurre un fumogeno allo stadio ha sacrificato l'intimità del proprio corpo, facendone nascondiglio inviolabile. leggi tutto

Brexit: qualunque sia il risultato l’Inghilterra è un problema

- 22.06.2016

Alla fine degli anni 80 del secolo scorso a Bruxelles fervono studi e discussioni su come realizzare il mercato unico europeo previsto per il 1 gennaio 1993. L’Atto Unico del 1987 sancisce l’avvio di un radicale processo di integrazione che va oltre la libertà di movimento di beni,  capitali e persone tra paesi membri  contenuta nel trattato di Roma del 1957, che fonda la Comunità Economica Europea (CEE). Il progetto è pionieristico. Stati sovrani armonizzano regole di mercato, requisiti normativi, standard di beni e servizi , sistemi di welfare. Aprono gli acquisti pubblici a tutti i soggetti europei. Riconoscono i titoli di studio conseguiti in ogni paese per favorire mobilità del lavoro intraeuropea. Con il risultato che, a distanza di quasi 3 decenni, oltre 400 milioni di persone vivono in un’ Europa profondamente trasformata e  che poco somiglia a quella  del secolo scorso che le ultime due generazioni  a mala pena  conoscono. Un’ Europa che è diventata il punto di riferimento per tutti i percorsi di apertura e integrazione, dal WTO, al Mercosur, all’Asean, al Nafta.  Il paradosso è che nella progettazione e realizzazione del  mercato unico europeo del 1993 l’Inghilterra ha un ruolo chiave. Anche perché si vuole cancellare  l’idea, che risale al generale De Gaulle, di un’Europa delle nazioni pacifica, ma integrata fino ad un certo punto. leggi tutto

Il referendum britannico sull’UE

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 22.06.2016

L’imminente referendum nel Regno Unito sull’alternativa “leave” o “remain” rispetto all’UE ha dato luogo a una serie di dichiarazioni improvvisate e impressionistiche, sia dalla parte dei favorevoli al ”leave” che da quella dei favorevoli al “remain”, tanto nel Regno Unito che nel continente e negli USA. Le argomentazioni sono in tutti i casi di tipo allarmistico e frutto di una concezione emotiva dei problemi.

Dal lato dei favorevoli al ”leave” si sono lette le più oscure motivazioni, come quelle – invero sconcertanti per la personalità di chi le esprime – di Nigel Lawson, conservatore, già Cancelliere dello Scacchiere nel gabinetto di Margaret Thatcher, il quale ha spiegato che nell’UE ci sarebbe un deficit di democrazia, trattandosi di un progetto voluto da un’élite: frase alquanto stupefacente se si considera che il Regno Unito è da sempre governato da un’élite, selezionata anche in base alla scuola e al college frequentato da coloro che vengono chiamati a dirigere governi, partiti, banche e altre istituzioni (lo stesso Lawson, non a caso, è uscito da Chirst Church di Oxford). Altra ragione sarebbe la circostanza che, in realtà, nell’UE vi sono Stati nazionali che non si sentono parti di un unico Stato federale. Se vi sono motivi per un’uscita dall’UE devono sicuramente essere ben più seri e profondi che non quelli indicati da Lawson. leggi tutto

Podemos: opportunita’ o minaccia per i socialisti europei?

Andrea Betti * e Gabriel Echeverria ** - 18.06.2016

Domenica 26 giugno la Spagna torna al voto. I principali istituti di sondaggio fotografano una situazione nella quale il Partido Popular del Presidente Mariano Rajoy sará il partito piú votato. La formazione centrista di Ciudadanos dovrebbe fermarsi al quarto posto mentre rimane l’incertezza sulla sorte del Partido Socialista. Ci sará o no il tanto temuto “sorpasso” da parte della nuova alleanza Unidos Podemos, risultato dell’accordo elettorale fra Podemos e il tradizionale rappresentante della sinistra radicale, Izquierda Unida? In attesa dei risultati veri conviene interrogarsi sui possibili sviluppi del rapporto fra il PSOE e la sinistra emergente di Pablo Iglesias cercando di trarre qualche conclusione utile per gli scenari europei. Anche perche’, quale che sia il risultato, a partire dal 27 giugno, il PSOE si trovera’ nuovamente nella difficile situazione di dover decidere fra l’appoggio esterno ad un governo del PP (ipotesi caldeggiata da Angela Merkel) o un governo di sinistra con Podemos.

La relazione é resa complicata dal fatto che Podemos rappresenta un tipo di sinistra non facilmente comparabile con altre esperienze europee attuali. Si tratta di un esperimento che i suoi stessi leaders non esitavano fino a poco tempo fa a definire populista. Il populismo trova terreno fertile in epoche di fallimento delle istituzioni rappresentative. leggi tutto

Nuove conversioni. Il battesimo dei rifugiati in Germania

Claudio Ferlan - 15.06.2016

Che lo spostamento dei migranti sia un segno tra i più noti e caratterizzanti del nostro tempo è un’affermazione scontata, ma non sempre è facile tenere conto della sua complessità. Dentro tale complessità c’è da evidenziare un crescente numero di conversioni dall’islam al cristianesimo (specie alla confessione luterana) da parte dei rifugiati. Per cogliere i tratti caratteristici della questione – poco nota nel nostro Paese – è necessario volgere lo sguardo di là dai confini: alla Francia, dove Le Monde ha pubblicato un interessante reportage, ma soprattutto alla Germania e all’Austria, dove da anni se ne sta ragionando.

 

Chi arriva

 

Berlino, Hannover, Stoccarda sono solo alcune delle città in cui le parrocchie evangeliche stanno registrando un sempre crescente numero di conversioni, soprattutto da parte di donne e uomini provenienti da Afghanistan e Iran. Il fenomeno si sta inoltre allargando dalle città ai piccoli paesi ed è testimoniato anche in altri stati, come la Danimarca. Modi e ragioni della conversione sono diversi. A persone che sono già entrate in contatto con il cristianesimo in patria (e che talvolta sostengono di non averlo potuto abbracciare per paura) si aggiunge chi inizia a conoscerlo dopo leggi tutto

La Francia sull'orlo di una crisi di nervi

Riccardo Brizzi - 11.06.2016

Mentre gli europei di calcio hanno preso ufficialmente il via ieri sera a Parigi, con la partita inaugurale tra i padroni di casa e la Romania, la Francia, già alle prese con i danni causati dalle inondazioni, i primi incidenti degli hooligans inglesi in quel di Marsiglia e lo spettro del terrorismo sempre presente (che ha sensibilmente ridotto il flusso di turisti, soprattutto nella capitale), è ancora attraversata da importanti proteste sociali.

La mobilitazione contro la « legge sul lavoro », nelle ultime settimane ha coinvolto in particolare il settore energetico (bloccate molte piattaforme petrolifere e più di metà delle centrali nucleari) e quello dei trasporti con la SNCF in sciopero in diverse regioni (Ile-de-France compresa) da dieci giorni. Gli aiuti annunciati mercoledì scorso dal primo ministro Manuel Valls a favore del settore ferroviario potrebbero ammorbidire proteste che stanno scuotendo il paese da quasi tre mesi e che, dopo i picchi di mobilitazione toccati tra fine marzo e inizio aprile, parevano in declino sino alla raffica di scioperi avviata dalla SNCF il 1° giugno.

I sindacati – CGT in testa - contano su un iter legislativo ancora tortuoso (il testo deve essere discusso al Senato, in vista del voto a fine giugno, cui seguirà una nuova staffetta tra le due camere, prima dell’approvazione definitiva a fine luglio) e ricordano la vicenda del Contratto leggi tutto