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19 ottobre 2019
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Molto rumore per nulla? Il secondo turno delle regionali francesi

Michele Marchi - 15.12.2015
Emmanuel Macron e Manuel Valls

Dunque è stato tutto uno scherzo? Il solito FN che spaventa mezza Europa, poi arriva il barrage républicain e il pericolo rientra?

In realtà le cose sono andate piuttosto diversamente. E in attesa di poter riflettere sui flussi elettorali e sui dati precisi e relativi ad ogni singola regione, è possibile avanzare qualche riflessione di circostanza.

Prima di tutto bisogna riflettere sul dato della partecipazione. Tra primo e secondo turno si è passati dal 49 al 58,5%, quasi dieci punti percentuali che in termini di voti significano circa quattro milioni di elettori in più che si sono mobilitati. È stato l’effetto della “chiamata alle armi” in funzione anti-frontista? La lettura in questa direzione può essere corretta, ma il dato può anche essere interpretato in altro modo: ancora una volta una parte consistente di elettori dei partiti di governo (PS e LR) hanno voluto mandare un segnale di insoddisfazione alle rispettive classi dirigenti astenendosi massicciamente al primo turno, un po’ meno al secondo. Al contrario il voto FN sembra oramai essersi strutturato come voto di adesione, che non tende a diminuire quando aumenta la partecipazione. Insomma gli elettori da mobilitare sembrano essere oramai una percentuale sempre maggiore di quelli tradizionalmente ascrivibili ai partiti di governo.

La seconda riflessione riguarda i vincitori e i vinti e, su questo punto, il secondo turno delle regionali francesi, assomiglia ad un gioco a “somma negativa”. Comunque lo si interpreti, e ci sarà modo di analizzare con più attenzione i dati, l’impressione è quella di incontrare solo “perdenti” o al massimo “mezzi vincitori”.

È giusto partire dal FN, del quale anche su queste colonne si erano sottolineati i dati impressionanti del primo turno (http://www.mentepolitica.it/articolo/ancora-e-sempre-fn-il-primo-turno-delle-regionali-francesi/719). Ebbene l’ossimoro utilizzato dai vertici frontisti alla chiusura delle urne, l’idea cioè della “sconfitta vittoriosa”, in realtà non regge. Il FN mai come in questo caso aveva accarezzato l’idea della prima storica vittoria ed in particolare nel Grand Est, complice anche la scelta del candidato socialista di rifiutare il ritiro della lista in disaccordo con le indicazioni del partito, l’impresa poteva essere raggiunta. Peraltro non era così scontato che il barrage républicain a nord e sulle rive del mediterraneo funzionasse e in particolare che i socialisti della PACA fossero disposti a votare massicciamente quell’Estrosi, che in passato aveva mostrato posizioni non certo centriste su immigrazione, lotta al terrorismo e Unione europea. E invece il FN non ha raccolto nulla né nei ballottaggi guidati da zia e nipote Le Pen, né nei restanti triangolari laddove al primo turno era giunto al primo posto (Grand Est appunto, Bourgogne, Centre, Languedoc). Se questo è l’esito finale non bisogna però dimenticare che, dopo il secondo turno, il FN potrà contare su oltre 350 consiglieri regionali (triplicando la sua quota rispetto al 2010 e garantendosi le firme di eletti locali necessarie per candidare Marine Le Pen all’Eliseo), potrà vantare un progresso continuo in termini di voti raccolti dall’arrivo di Marine Le Pen alla guida del partito e soprattutto potrà legittimamente far pesare i 6,8 milioni di voti raccolti in questo secondo turno, circa 700 mila in più rispetto a domenica scorsa, ma soprattutto oltre 400 mila in più rispetto al risultato di Marine stessa nel 2012 (e oltre un milione in più rispetto al ballottaggio presidenziale del 2002, con Jean-Marie Le Pen opposto a Jacques Chirac). La nota veramente negativa sulla quale i vertici del FN dovranno riflettere concerne la percezione diffusa, a livello di opinione pubblica, del FN. L’operazione di normalisation attuata da Marine Le Pen sta certamente dando risultati insperati. Resta però molta strada da percorrere e il quasi 10% di elettori in più che si mobilitano per il secondo turno regionale mostrano che, al di là della chiamata alla “difesa repubblicana” dei leader socialisti e del centro-destra, il FN è ben lungi dall’essere ritenuto da una parte consistente della popolazione francese un “partito normale”.

Passando alla gauche si può dire, come amano fare i francesi, che il PS “sauve ses meubles”, ovvero limita i danni. Quattro regioni sarebbero state il minimo, con cinque si può addirittura abbozzare un sorriso. Se sull’Aquitaine, Languedoc e Bretagne dopo il primo turno si avevano già buoni riscontri, la conquista di Bourgogne e Centre-Val de Loire arricchisce un risultato che deve non poco all’unità à gauche negoziata ovunque (eccetto in Bretagne) tra il primo e il secondo turno. Questo dato apre però ad una prima ricaduta politica del voto regionale. Come ha prontamente dichiarato il segretario Cambadélis, sarà necessario avviare una riflessione proprio sulle alleanze e sulla linea di governo. La coppia Valls-Macron e il loro approccio liberal-socialista sembrano pronti per il banco degli imputati, a favore di uno spostamento a sinistra del baricentro. Il secondo dato politico riguarda poi la corretta interpretazione del barrage républicain. I candidati della destra repubblicana potranno anche aver battuto il FN nelle terre del nord, dell’est e del sud grazie alla decisione assunta all’indomani del primo turno dai vertici del PS. Non bisogna però dimenticare che in quelle stesse terre il PS (e la sinistra nel suo complesso)  ha perso dal 2010 ad oggi milioni di voti (oltre il 20% in ciascuno dei casi) e che, in particolare per quanto riguarda il nord e l’est, parliamo di aree depresse e deindustrializzate, dunque almeno in teoria “terre di missione” della sinistra. Terzo punto da non trascurare la sconfitta socialista nell’Ile-de-France. Si tratta della regione più abitata di Francia e il PS schierava il presidente dell’Assemblée nationale, quel Claude Bartolone molto vicino al presidente Hollande. Una vittoria in Ile-de-France avrebbe davvero fatto cambiare il quadro interpretativo di queste regionali per il PS. Con questo esito complessivo il PS vivacchia, ma dovrà fare attenzione ad interpretare correttamente il voto in vista delle presidenziali del 2017. Basterà scommettere su uno scontro fratricida tra destra repubblicana ed estrema destra al primo turno, per garantirsi l’accesso ad un ballottaggio, con esito a quel punto abbastanza scontato, tra Hollande-Marine Le Pen? Proprio l’inquilino dell’Eliseo, che ha osservato da lontano queste elezioni regionali non volendo intaccare la sua immagine di comandante in campo impegnato nella lotta al terrorismo, potrebbe optare per una scelta tattica, giocando più sulle mosse all’interno dei LR e solo di riflesso stimolando modifiche nella linea del PS. Una scelta rischiosa, in un quadro comunque in profonda evoluzione.

Infine sul fronte Les Républicains, ancora una volta troviamo dei “mezzi vincitori”. Nel senso che il centro-destra, rispetto al 2010, senza dubbio avanza, passando dalla guida di una (l’Alsazia) al controllo di sette regioni. Sull’area nord, est e sud si è già detto a sufficienza e bisognerà vedere come i rispettivi presidenti ora affronteranno i prossimi cinque anni, dovendo governare consapevoli di una vittoria per certi versi “dimezzata” o comunque dovuta ad un voto anche di sinistra che non avrà rappresentanza nei consigli regionali. La “mezza vittoria” è stata in parte nobilitata dal successo di Valérie Pécresse in Ile-de-France e da quella dell’ex ministro della difesa, il centrista Hervé Morin, in Normandia, soprattutto perché giunta sul filo di lana, in un complicato triangolare. Per il resto la destra repubblicana aveva puntato ad un exploit ben maggiore, si era parlato di dieci regioni certe  e dell’ennesima debacle socialista dopo quelle locali ed europee dal 2012 ad oggi. In realtà, soprattutto per quei quasi sette milioni di voti raccolti dal FN, i LR si trovano a dover affrontare l’anno e mezzo che separa dal voto presidenziale proprio nell’ottica di ripensare la propria linea politica e di conseguenza ricalibrarne l’offerta. Da questo punto di vista a salire sul banco degli imputati è la leadership di Nicolas Sarkozy. Senza esagerare si può affermare che chiuse le urne delle regionali, si apre la campagna a destra per la candidatura all’Eliseo. Le critiche sono già piovute e, al di là della dimensione contingente (la critica alla decisione di Sarkozy di non ritirare la lista anche in regioni oggettivamente impossibili da vincere), come promesso dallo stesso presidente si aprirà una discussione interna e i leader che più si sono mantenuti nell’ombra nel corso delle ultime settimane, in particolare Fillon e Juppé, di sicuro partiranno all’attacco con obiettivo le primarie per l’elezione presidenziale. Bisognerà valutare se lo scontro per la leadership rimarrà soltanto a livello personale o se, finalmente, verrà svolto un lavoro sui contenuti e sulle proposte politiche.

Infine da un punto di vista sistemico questo secondo turno conferma l’evoluzione verso una dimensione tripolare del quadro. Che poi il sistema elettorale e alcune scelte politiche tra primo e secondo turno abbiano contributo ad un esito finale senza vittorie per il FN, non può nascondere questo lento ed inesorabile mutamento. E non può nemmeno celare un’altra verità: la logica del barrage o front républicain può essere utile nell’emergenza, ma non è altro che un “palliativo politico” sempre meno efficace per nascondere le incoerenze e le mancanze dei due principali interpreti politici (PS e LR) del modello quinto repubblicano.