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L'analisi del sabato. Francia-Italia: riflessioni sul ballottaggio

Luca Tentoni - 19.12.2015
Risultati regionali 2015 Francia

Fra i numerosi spunti interessanti che l'analisi del voto francese offre al dibattito italiano ce ne sono alcuni che meriterebbero maggior rilievo, soprattutto nella prospettiva di un non improbabile ballottaggio, con l'"Italicum", alle future (forse non molto prossime) elezioni per il rinnovo dell'Assemblea di Montecitorio. Al secondo turno delle "regionali" francesi sono andati ai seggi 26.455.071 elettori (il 58,41% del totale degli aventi diritto): fra essi, 25.167.273 hanno espresso un voto valido (55,56% sugli aventi diritto, 95,13% sui votanti). Al primo turno, invece, i votanti erano stati 22.609.335 (49,91%) e i voti validi 21.708.280 (47,92% sugli aventi diritto, 96,01% sui votanti). Nel giro di una settimana, insomma, i francesi che sono andati alle urne sono aumentati di circa 3 milioni e 850 mila unità, mentre i voti validi hanno avuto un incremento di 3 milioni e 460 mila unità. Un progresso notevole, pari all'8,5% degli aventi diritto. Com'è noto, i ballottaggi hanno visto prevalere in sette occasioni il candidato del centrodestra e in cinque quello di sinistra (più un autonomista, in Corsica) ma nessun esponente del FN ha ottenuto la vittoria. Anche senza addentrarci nell'analisi delle matrici di flusso elettorale (che pure ci darebbe indicazioni interessanti, come per esempio il dato Ipsos-France in base al quale l'indice di fedeltà degli elettori nei ballottaggi triangolari, fra primo e secondo turno, è stato del 95% per i socialisti, del 92% per il centrodestra e solo dell'88% fra chi aveva votato FN, con un 10% di lepenisti che ha scelto al ballottaggio il candidato della "droite" repubblicana, mentre il 16% dei votanti per l'estrema sinistra al primo turno ha preferito astenersi al secondo) sono sufficienti dati "grezzi" per comprendere cosa può essere accaduto. Dei 3 milioni e 460 mila voti in più "pescati" fra gli astenuti rimobilitati del primo turno regionale, solo 800 mila (il 23% circa) ha premiato il FN, mentre il restante 77% è andato ai candidati socialisti o di centrodestra. Con questo progresso, i lepenisti sono giunti alla quota record di 6 milioni e 820 mila voti (il 27,1%) contro i 6 milioni e 18 mila del primo turno (27,73%). È quindi ampiamente comprovato quel che Michele Marchi ha scritto su "Mentepolitica" del 15 dicembre circa l'esito del secondo turno: "È stato l'effetto della chiamata alle armi in funzione anti frontista? La lettura in questa direzione può essere corretta, ma il dato può anche essere interpretato in altro modo: ancora una volta una parte consistente di elettori dei partiti di governo (PS e LR) hanno voluto mandare un segnale di insoddisfazione alle rispettive classi dirigenti astenendosi massicciamente al primo turno, un po' meno al secondo. Al contrario, il voto FN sembra ormai essersi strutturato come voto di adesione, che non tende a diminuire quando aumenta la partecipazione". Lette in chiave italiana, queste parole non ci evocano forse qualcosa? L'aumento dell'astensione, che alle politiche del 2008 colpì la sinistra radicale e nel 2013 pesantemente il centrodestra (ma anche, in buona misura, il centrosinistra) e che alle amministrative 2014-2015 pare essersi ampliato ancora, non è forse il segnale che solo una parte dei "delusi" dai poli della Seconda Repubblica ha trovato collocazione in altri soggetti politici (in primo luogo nel M5S)? Se nessun partito o cartello elettorale ottenesse il 40% dei voti validi alle prossime elezioni legislative italiane si andrebbe al ballottaggio fra i primi due: in quella occasione, è presumibile prevedere un aumento o una diminuzione dell'affluenza alle urne? La domanda non solo non è oziosa ma è fondamentale, perchè il "voto di chi non vota" e il voto di chi avrà scelto in precedenza partiti esclusi dal ballottaggio saranno decisivi per l'esito della competizione. In primo luogo, a tal proposito, bisogna considerare che non tutti i ballottaggi sono suscettibili di veder registrare la stessa affluenza alle urne. Se lo scontro finale fosse fra Pd e un partitone di centrodestra, verosimilmente molti degli elettori del M5S (teoricamente tutti, visto che il MoVimento rivendica la sua "alterità", o almeno quelli che non si sentono vicini per trascorsi o per simpatia ai contendenti) potrebbero decidere di restare a casa, anche se è altrettanto verosimile che i “pentastellati” interpretino la contesa come un'occasione per affossare Renzi. Nel caso - il più improbabile, ad oggi - di un ballottaggio listone di centrodestra-M5S, parecchi elettori del Pd potrebbero considerare l'esito comunque sgradito e non prendere parte al secondo turno. Ma, nell'ipotesi di un ballottaggio Pd-M5S, ci sarebbe molto da interrogarsi non tanto sul "sentimento" degli elettori di centrodestra (che tutti i sondaggi danno prevalentemente ostile al partito di Renzi), ma sulla scarsa propensione del votante medio dell'ex CDL a recarsi ai seggi per due volte di seguito a breve scadenza. Se dunque il primo elemento da valutare per fare ipotesi sul comportamento elettorale è la struttura della competizione (con le tre varianti esaminate), il secondo è l'astensionismo aggiuntivo “cronico” che caratterizza i ballottaggi in tutte le tornate amministrative della Seconda Repubblica. Astensionismo che ha sovente avvantaggiato (o penalizzato meno) il centrosinistra. In Francia, come si è visto, al secondo turno può votare un numero di elettori anche molto maggiore rispetto al primo, ma da noi è possibile che si verifichi un'eventualità del genere? E, se sì, a quali condizioni? Il terzo elemento della nostra analisi, dunque, non può che essere l'esistenza o meno di quello che per l'occasione non chiameremo "spirito repubblicano" (vista l'accezione che ne abbiamo dato in un precedente intervento su "Mentepolitica") ma "coalizione di necessità". In Francia solo i socialisti hanno ritirato i loro candidati giunti terzi in favore dei neogollisti, mentre questi ultimi hanno preferito rischiare di far vincere un esponente del FN anzichè ritirarsi dove erano meno forti degli altri due maggiori partiti (di qui, i ballottaggi triangolari, che hanno però ugualmente "bloccato" i lepenisti, sia pure per poco, come in Borgogna). In Italia il doppio turno eventuale dell'Italicum è chiuso ai primi due classificati, quindi il problema di "desistere" non si pone. Ma, nelle varie combinazioni possibili del ballottaggio, siamo certi che in Italia assisteremmo al comporsi di un'alleanza fra gli elettori - per esempio - di Pd e centrodestra (una sorta di "unione per la Seconda Repubblica") da contrapporre al M5S? Oppure avremmo un'altrettanto ampia o comunque competitiva "coalizione antirenziana" che farebbe del Pd l'avversario da battere uniti (anche se diversi)? O, infine (eventualità a nostro giudizio più probabile), non si risolverà tutto nello scontro fra queste due alleanze trasversali che abbiamo delineato? Qui, inoltre, c'è da chiedersi se e in quale misura il secondo turno possa attrarre elettorato rispetto al primo, visto che entrambe le opzioni (il voto contro il M5S, quello contro il partito di Renzi) non sembrano tali da mobilitare grandi folle di astensionisti. Così giungiamo all'ultimo punto di quella che è un'analisi la quale non può che lasciare molte questioni irrisolte: la grande massa di italiani che non è andata alle urne per le politiche 2013 (25%) e che è aumentata alle europee 2014 e alle regionali 2014-2015, ha ancora un sentimento vago di simpatia (se non di appartenenza) politica? È mobilitabile dai due poli di un tempo? Oppure può "risvegliarsi" per andare a premiare il M5S? In Francia il quadro è più chiaro: il 27-28% di chi è andato alle urne al primo turno o al ballottaggio ha votato FN; il restante 72-73% per quella che la Le Pen definisce in modo poco affettuoso l'"UMPS" (socialisti e repubblicani gollisti; in realtà, in quel 72% va calcolata anche una fetta di elettorato ecologista e di sinistra non socialista). Secondo i sondaggi, un esponente del centrodestra potrebbe battere la Le Pen alle presidenziali grazie ai voti dei socialisti, mentre un rappresentante del PS ce la potrebbe fare, ma con più difficoltà. In altre parole, c'è un fronte repubblicano da una parte e c'è il FN dall'altra. In Italia cosa abbiamo?