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24 luglio 2021
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La Cancelliera del mondo libero

Gabriele D'Ottavio - 15.12.2015
Angela Merkel

L’anno scorso il tributo è venuto dal quotidiano britannico «Times», questa volta ci ha pensato il settimanale americano «Time» a eleggere Angela Merkel “persona dell’anno”, mettendola in cima a una lista di soli uomini e assegnandole il titolo di “Cancelliera del mondo libero”. Non si tratta di un atto di gentilhommerie (per la prima volta dal 1986 la scelta è caduta su una donna), ma di un riconoscimento che è stato motivato sulla base del ruolo internazionale avuto dalla Cancelliera tedesca: dopo la crisi economica, Merkel ha preso di petto quella dei rifugiati e, secondo quanto si legge nella motivazione del «Time», si sarebbe “opposta fermamente alla tirannia, fornendo una leadership morale decisa in un mondo che ne è a corto”.

Curiosamente, i media tedeschi non hanno dato particolare risalto alla notizia: un anonimo trafiletto sulla «Frankfurter Allgemeine Zeitung», una breve intervista al pittore irlandese Colin Davidson, autore del ritratto della copertina del «Time», sulla «Süddeutsche Zeitung» e poco altro. Il quotidiano tedesco che ha dato un po’ più di peso al riconoscimento del «Time» è stato il conservatore «Die Welt», che d’altra parte, nell’unico articolo di approfondimento (pubblicato a pagina 11), sembra accreditare la tesi secondo cui il settimanale americano, più che premiare Angela Merkel, abbia voluto denunciare l’inerzia del Presidente Obama. In realtà, il modo piuttosto tiepido con cui è stata accolta dalla stampa tedesca la scelta del «Time» è la conferma di un fenomeno che ha ormai settanta anni di storia alle spalle. Dal 1945 in poi la società tedesca ha interiorizzato il noto monito di Brecht, eliminando dai suoi bisogni quello della ricerca di nuovi eroi. Del resto, la Cancelliera non fa nulla per proporsi come eroina, il che la fa sembrare ancor di più un’anomalia nell’epoca del populismo trionfante. Ai più Merkel appare una leader poco carismatica. Il nomignolo più diffuso che si è conquistata in dieci anni al potere, come ci ricorda l’ultimo dei volumi dedicati alla Cancelliera approdato nelle librerie italiane, è Die Mutti, la mamma premurosa (Braun 2015). Più di recente, poi, Merkel si è messa in testa di sfidare la disponibilità dei tedeschi a farsi carico di oneri gravosi e a correre rischi considerevoli per fronteggiare la spaventosa crisi dei rifugiati; inoltre, per venire incontro alla richiesta di aiuto del partner francese dopo gli attentati di Parigi, la Cancelliera ha messo in discussione la tendenza storica – maturata dopo la Seconda guerra mondiale – a evitare coinvolgimenti in operazioni militari. Può peraltro apparire singolare che proprio nell’ambito nel quale sempre più di frequente all’estero vengono riconosciuti importanti meriti alla Cancelliera – la politica estera ed europea – in patria i suoi detrattori l’accusino di non avere una visione. Secondo i critici più severi tale carenza emergerebbe soprattutto dal confronto con alcuni suoi predecessori più noti. Konrad Adenauer fu il cancelliere della politica di ancoraggio all’Europa e all’Occidente; Willy Brandt fu l’artefice dell’Ostpolitik; Helmut Schmidt, recentemente scomparso, è stato salutato come “l’ultimo statista”; Helmut Kohl è passato alla storia come il Cancelliere della riunificazione; infine, Gerhard Schröder viene già ora ricordato come colui che ha rivoluzionato il «Modell Deutschland» attraverso l’adozione di un pacchetto di misure incisive sul mercato del lavoro. Nel confronto con i «grandi uomini» che hanno fatto la storia della Repubblica Federale Angela Merkel viene spesso presentata dai media tedeschi quasi fosse ancora una «ragazza», proprio come soleva chiamarla il suo mentore Helmut Kohl.

Le analisi a caldo dei contemporanei raramente coincidono con quelle più informate del senno di poi. Eppure, ci sono buone ragioni per ritenere sin da ora che il “tempo” sarà più galantuomo con Angela Merkel di quanto lo siano attualmente alcuni commentatori tedeschi, i quali non perdono occasione di biasimarla per il calo di popolarità registrato negli ultimi tre mesi, per il correlato appannamento della sua leadership all’interno del suo partito e nel Paese e per aver, quindi, reso meno certa la prospettiva di una sua riconferma al potere nel 2017. Anche in questo caso il genere c’entra poco o nulla. Angela Merkel rappresenta, per ovvie ragioni legate alla sua vicenda biografica, un personaggio di rottura rispetto al passato, ma possiede anche qualità molto simili a quelle di alcuni suoi predecessori sopra ricordati. Tra queste un’indiscussa autorevolezza e competenza che ha messo a disposizione nella gestione delle recenti crisi europee e internazionali. Ma soprattutto Merkel ha avuto la ventura di guidare il Paese in uno dei momenti più difficili della storia europea dal 1945, che ha reso necessaria l’assunzione da parte della Germania di un vero e proprio ruolo di leadership, sia pur con tutte le resistenze che tale dinamica ha suscitato all’estero e in patria. Sotto la guida della Cancelliera, la Germania da “sorvegliato speciale” si è definitivamente trasformata in una nazione di riferimento per l’Europa e, forse, per l’intero “mondo libero”. Ciò costituisce un valido motivo per considerare Angela Merkel già ora una statista di levatura internazionale, soprattutto in un momento in cui, come sostiene il «Time», di leadership c’è scarsità.