Ultimo Aggiornamento:
01 agosto 2020
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Una simulazione sulla Camera dei deputati "ritagliata"

Luca Tentoni - 01.08.2020

L'esito del referendum elettorale potrebbe cambiare notevolmente la rappresentanza in Parlamento delle singole forze politiche, ben al di là delle attuali variazioni di consenso registrate dai sondaggi. Il mutamento non avverrebbe solo in proporzione ai voti, ma soprattutto in termini reali, cioè di posti disponibili per ciascun gruppo parlamentare. Un conto è avere 201 seggi e ritrovarsi ad averne 80 (cosa che avverrebbe al M5s se vincessero i "no" e se non avesse luogo alcuna riforma del sistema elettorale), un altro è passare a 50-51 deputati (al massimo 70, con un meccanismo proporzionale per tutti i seggi in palio, quindi simile alla proposta sostenuta da Pd e pentastellati). Il problema numerico può diventare politico, come nel caso dei Cinquestelle, ma anche di Forza Italia (che sta subendo qualche defezione in Senato) e di Italia viva. Questi tre gruppi, oggi, hanno rispettivamente 201, 95 e 31 deputati, per un totale di 326 (addirittura la maggioranza assoluta, a Montecitorio), ma, secondo una nostra simulazione condotta partendo dai dati di un sondaggio Euromedia Research sulla Stampa del 22 luglio scorso, passerebbero ad avere rispettivamente (col Rosatellum e il "sì" alla riforma costituzionale) 51, 30 e 13 seggi (totale 94 su 400) oppure 70, 27 e 15 (con un sistema proporzionale e soglia al 3%; in totale, dunque, 112 posti). La possibilità che il M5s leggi tutto

Ancora sulla riforma elettorale

Luca Tentoni - 25.07.2020

La riforma elettorale attende di approdare in Aula, per essere esaminata ed eventualmente votata. Come sempre (volendo accantonare il precedente del 1953), a partire dal 2005 la riforma della legge elettorale è regolarmente progettata e compiuta per far vincere una determinata parte politica (l'Italicum) o per far perdere quelle avverse (il Porcellum, il Rosatellum, ora anche quella in discussione). È infatti evidente che oggi, anche se miracolosamente i Cinquestelle abbandonassero il loro anacronistico e improduttivo atteggiamento di chiusura verso le coalizioni elettorali (dopo che, peraltro, hanno sperimentato in Parlamento quasi tutte quelle praticabili, senza per questo scomporsi) un centrosinistra allargato, eterogeneo e plurale da Di Maio a Renzi e Calenda non solo non nascerebbe, ma non avrebbe la maggioranza di fronte ad un centrodestra che (nonostante le prese di posizione di Berlusconi, ben distanti dall'estremismo di destra dei neomissini di Giorgia Meloni e del sovranismo populista di Matteo Salvini) è ormai avviato a vincere le prossime elezioni politiche (sia che si tengano fra poche settimane, sia che slittino al 2023). Questo pessimo costume nazionale (che la Francia mutuò in una sola occasione, ai tempi di Mitterrand, per impedire - invano - la coabitazione con Chirac e comunque limitare la vittoria del centrodestra, nel 1986) è indice di un atteggiamento che leggi tutto

Mobilitiamoci per il referendum costituzionale

Luca Tentoni - 18.07.2020

Fra due mesi voteremo, nell'indifferenza di chi riceverà anche le schede per regionali e comunali e nella possibile abulia di chi sarà chiamato alle urne (negli altri centri) il 20-21 settembre solo per il referendum costituzionale, per decidere se ridurre o meno il numero dei parlamentari: alla Camera, i deputati sarebbero 400 (oggi 630); a Palazzo Madama, i senatori sarebbero 200 (oggi 315) più quelli a vita. Un periodico come Mentepolitica non può non sollecitare un dibattito su questo argomento: ci attendiamo contributi anche dai nostri lettori non abituati a scrivere su queste colonne. Poiché alcuni discutono e talvolta fanno propri degli spunti che trovano qui, è bene ribadire loro che le porte della nostra rivista sono sempre aperte e che nuovi contributi su un tema a nostro avviso cruciale sono non solo ben accetti, ma forse necessari (in fondo, ci leggete dal 2014...). Ci sono molte posizioni possibili che ognuno può scegliere di adottare su questo argomento, che - riguardando il Parlamento, cioè il cuore del nostro sistema istituzionale e luogo principe della democrazia - andrebbero fatti emergere nella varietà di sfumature che comportano. C'è chi pensa, come l'autore di questo articolo, che la qualità della rappresentanza debba essere il fine ultimo non della riforma, ma dell'agire politico: leggi tutto

Le spallate a vuoto dell'opposizione

Luca Tentoni - 11.07.2020

Dopo esserci occupati della maggioranza, nello scorso appuntamento con Mentepolitica, stavolta volgiamo lo sguardo verso le opposizioni. Ce ne sono almeno tre: quella di centrosinistra, rappresentata da Più Europa, Azione di Calenda e pochi altri; quella di centro-destra, con Forza Italia; infine, quella di destra o - meglio - estrema destra, costituita dalla Lega sovranista di Salvini e da Fratelli d'Italia, il partito neomissino guidato dalla Meloni. Se della prima opposizione (quella di centrosinistra) si sente parlare ma non se ne avverte la pericolosità per la maggioranza (al di là di qualche scambio dialettico del tutto fisiologico), la seconda - "azzurra" - è invece la più complessa da analizzare, perché - differentemente dalla terza, che ha toni e posizioni radicali - appare di volta in volta dialogante se non addirittura in piena consonanza col governo, sui temi europei. Ci si è spinti, perciò, ad ipotizzare che Forza Italia possa votare il prossimo scostamento di bilancio e il "Mes sanitario", da un lato salvando la maggioranza da "colpi di testa" dei dissidenti pentastellati e, da un altro lato, entrando di fatto in una specie di limbo nel quale Berlusconi potrebbe diventare socio di Conte e Zingaretti senza esserlo formalmente e addirittura lasciandosi le mani libere per andare a vincere leggi tutto

Il governo "calabrone"

Luca Tentoni - 04.07.2020

La coalizione di governo è come - nella convinzione popolare errata che la scienza ha censurato più volte - un calabrone: per le sue caratteristiche, sembra impossibile che riesca a volare, però lo fa. In questa fase, nella quale la politica del rinvio attuata scientificamente dal presidente del Consiglio serve a non mettere in difficoltà i Cinquestelle, ma anche a far saltare pazienza ed equilibri del Pd, tutto - compresi i passaggi di senatori pentastellati alla Lega o al Misto - fa pensare che il calabrone stia per precipitare: magari non ora, ma a settembre, con la resa dei conti, prima nelle urne e poi in Parlamento. Questo governo - che abbiamo sempre definito giallorosa e non giallorosso, per la presenza della componente centrista/macroniana di Italia viva - è sorretto da due partiti maggiori e da due comprimari (entrambi indispensabili, visti i numeri in Senato). Il M5s è il soggetto politico che - sulla carta - dovrebbe essere egemone o almeno - dati i rapporti di forza fra i seggi parlamentari pentastellati e quelli del Pd - recitare il ruolo che fu della Dc nel pentapartito (mentre al partito di Zingaretti spetterebbe quello del Psi). Eppure, quel 32% delle politiche raccolto dai Cinquestelle e quel 18% del Pd sono retaggi del passato: l'ultima rilevazione Ipsos leggi tutto

La battaglia sul governo e la torta della spesa pubblica

Luca Tentoni - 27.06.2020

Mai come ora, negli ultimi venticinque anni, un governo ha potuto disporre di risorse ingenti (anche se tutte in deficit e per un periodo breve, in una circostanza del tutto eccezionale). Non è una novità di poco conto: stretti fra le necessità di tenere i conti dello Stato in ordine, con un rapporto fra debito e PIL ben oltre il 100%, gli Esecutivi della Seconda Repubblica hanno potuto osare poco (anche se, dopo la parentesi di Monti, hanno a nostro avviso speso e osato fin troppo, dagli ottanta euro di Renzi al reddito di cittadinanza e a quota 100 per le pensioni, tanto per parlare delle principali iniziative di spesa pubblica a fini elettorali). Per certi versi, il limite all'espansione della spesa ha rappresentato un impedimento ai progetti delle maggioranze, mentre per altri hanno evitato - o meglio, limitato - "assalti alla diligenza" da parte di singoli parlamentari e delle categorie socioeconomiche. C'è stato, però anche un "self restraint", cioè il richiamo ad un senso della misura. Purtroppo, quasi mai si è investito in futuro (scuola, sanità, ricerca, occupazione) ma spesso, invece, lo si è fatto per iniziative immediatamente paganti in termini di consenso. Oggi, la notevole mole di potenziale spesa a disposizione del governo Conte provoca leggi tutto

Il voto omnibus del 20-21 settembre

Luca Tentoni - 20.06.2020

L'election day, forse, si farà. I giorni scelti per chiamare gli italiani alle urne per rinnovare sette consigli regionali (sei ordinari, uno a statuto speciale), migliaia di consigli comunali e per il referendum costituzionale sul "taglio" di 115 seggi al Senato e 230 alla Camera, dovrebbero essere domenica 20 (150° anniversario della presa di Roma) e lunedì 21 settembre. Normalmente questo tipo di accorpamento delle consultazioni è giustificato - come stavolta, del resto - con risparmi mirabolanti di bilancio per le casse dello Stato (che invece sono infinitesimali; per di più, è il costo della democrazia, cioè di un bene che non ha prezzo). Stavolta, però, lo si spiega con la necessità di votare nella "finestra" fra l'estate e la possibile ripresa autunnale della diffusione del Covid-19. Se teoricamente è una buona ragione, non vanno però trascurati alcuni fatti non del tutto accessori. Il primo è l'effettuazione del referendum costituzionale insieme alle amministrative, che finisce non solo per "dopare" l'affluenza alle urne (forse più quella del referendum che quella di comunali e regionali, dato l'esito pressoché scontato della consultazione sul taglio dei seggi) ma anche per fornire ad un partito oggi in enormi difficoltà (il M5s) una vetrina eccezionale per sovrapporre alle difficoltà nell'insediamento locale e al calo di consensi (generato leggi tutto

Regioni ordinarie, a settembre si vota

Luca Tentoni - 13.06.2020

Il voto nelle sei regioni a statuto ordinario, fissato per il 20 e il 21 settembre, sarà un esame per le forze di governo e opposizione. Non conteranno solo le "bandierine" (cioè le presidenze conquistate: si parte da quattro a due per il centrosinistra, ma potrebbe finire tre pari) ma anche i voti alle "famiglie politiche". Alcune liste, infatti, fra le quali quella del Pd, saranno certamente penalizzate dalla presenza di "partiti del presidente" (così come accadrà alla Lega in Veneto con la lista Zaia), quindi i bilanci andranno fatti nel complesso, non nel dettaglio, a maggior ragione perché le specificità del voto in ciascuna delle sei realtà locali possono portare a scostamenti percentuali elevate rispetto al 2015, al 2018 e al 2019 che invece - prendendo tutte le regioni alle urne nel complesso - possono essere ricondotti a parametri di ragionevole utilità. Va innanzitutto fatta una distinzione fra il diverso rendimento strutturale dei tre poli nelle sei regioni: i Cinquestelle sono sistematicamente sovrastimati rispetto al dato nazionale (2018: 35,8% contro 32,7%; 2019: 19,5% contro 17,1%) mentre il destra-centro è sottostimato (35,3% nel 2018 contro il 37% nazionale; 48,4% nel 2019 contro 49,6%) e il centrosinistra è invece in linea (2018: regioni 22,5%, Camera 22,9%; 2019: 27,5% contro 28,1%). Se dunque le regionali sembrano in grado di restituirci una proiezione attendibile sul peso del centrosinistra, va fatta leggi tutto

Partito: una parola tabù

Luca Tentoni - 06.06.2020

Alla base della Seconda repubblica c’è un elemento di grande ipocrisia. Riguarda l'uso della parola "partito", che dopo il 1993 ha fatto la stessa fine della parole "patria"; ogni volta che "cade un regime", insomma, non sapendo fare i conti con la nostra storia li facciamo con la toponomastica (come in effetti è giusto) ma anche con il linguaggio corrente. Però, così come la Patria non è morta neanche l'8 settembre del 1943 (e semmai è risorta il 2 giugno 1946, a volerla dire con enfasi), tanto da essere rivalutata da un Capo dello Stato antifascista come Carlo Azeglio Ciampi, anche i partiti non sono affatto defunti. Anzi, già dal 1994, cioè nel primo parlamento della "Seconda repubblica", molti gruppi e molti soggetti politici (tranne il Ppi e il Pds, ad onor del vero) hanno continuato e continuano tutt'oggi ad agire come partiti, vergognandosi però di definirsi tali. Ciò è accaduto per tre motivi: negli ultimi ventisette anni, partito è sinonimo di corruzione, burocrazia politica, tangenti. In tutti i sondaggi il discredito per i partiti è a livelli record. Però è il nome che non piace, perché' se nove su dieci non amano i partiti, almeno sette su dieci (alle elezioni) li votano. Strano, vero? Il secondo motivo attiene al rinnovamento: leggi tutto

M5s: arriva il terzo mandato?

Luca Tentoni - 30.05.2020

Dopo il "mandato zero", forse per i Cinquestelle arriva l'ora del mandato numero tre. L'eventuale candidatura di Virginia Raggi alle elezioni comunali del 2021 darebbe all'esponente pentastellata romana la possibilità (anche se non confermata sindaco) di avere a disposizione un terzo mandato di consigliere comunale, dopo essere stata eletta nel 2013 e nel 2016. Se si applicassero le regole attuali, la Raggi potrebbe essere eletta in Parlamento (la sua esperienza in Consiglio del 2013 sarebbe considerata "mandato zero") ma non in Campidoglio. Così, la difficoltà di trovare un diverso esponente del M5s che si assuma l'ardua eredità di un'esperienza di governo locale a dir poco infelice (con la Meloni, peraltro, che sembra lanciata verso la conquista di Roma, sbaragliando centrosinistra e grillini) si somma alla grande opportunità di creare un precedente che valga anche per il Parlamento nazionale: in questo modo, Di Maio potrebbe ricandidarsi in Parlamento, invece di tornare dal Ministero degli Esteri allo status di semplice cittadino elettore (ma non più rieleggibile) mentre Di Battista (che astutamente ha saltato il turno del 2018 e sarà forse l'unico eletto nel 2013 a poter tornare alla Camera in occasione delle prossime politiche) non si troverebbe ad essere uno dei pochissimi "padri nobili" del Movimento sopravvissuti alla leggi tutto