Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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Coalizioni "a responsabilità limitata"

Luca Tentoni - 15.06.2019

Dopo il "vertice" di maggioranza (una pratica non nuova, anche se il governo vuole essere "del cambiamento") la navigazione dell'Esecutivo procede, anche se in acque non certo calme. La crisi può attendere, le elezioni pure. Del resto, a ben vedere, il contratto non rappresenta solo una garanzia esplicita per i contraenti, quella visibile che è rappresentata dall'elenco di temi e di "paletti". C'è anche una garanzia implicita, molto più forte: una controassicurazione che riprende la natura e la prassi dei governi di coalizione (anche di quelli della Seconda Repubblica) e deresponsabilizza i contraenti e i principali esponenti (partiti e leader). A parte i due "nemici" sempre evocati da chi guida il Paese, non volendo assumersi la responsabilità di ciò che non va bene (le colpe vanno ai governi precedenti e, da qualche anno, ai "poteri forti" o agli alleati o alla minoranza del partito che "purtroppo" ti ostacola, impedendo di realizzare paradisi in terra del tutto illusori), il "contratto" fornisce ai soci lo stesso salvacondotto deresponsabilizzante dei vecchi "accordi di coalizione". Così, se non si può realizzare una politica, è colpa del contratto, cioè della necessità di convivere con forze diverse. Naturalmente, non bisogna pensare che il "decisionismo" sia la risposta: anzi, leggi tutto

L'arcobaleno euroscettico

Luca Tentoni - 05.06.2019

I protagonisti principali della campagna elettorale per le europee sono stati gli "euroscettici". Temuti, amati, odiati, forse un po' sopravvalutati (nei grandi paesi hanno vinto solo in Italia e Gran Bretagna, mentre in Francia la Le Pen ha ottenuto il primo posto ma con una percentuale minore rispetto al 2014). Gli euroscettici e gli eurocritici si sono comunque ritagliati uno spazio, anche se non governeranno le istituzioni dell'Ue per i prossimi cinque anni. Molti di questi partiti sono populisti, "perché tutti i populisti sono euroscettici, ma non tutti gli euroscettici sono populisti". Ce lo ricorda Carlo Muzzi, autore di un recentissimo volume per Le Monnier ("Euroscettici - Quali sono e cosa vogliono i movimenti contrari all'Unione europea"). Il libro, che si apre con la prefazione di Cas Mudde, non vuole cercare di offrire una definizione del fenomeno populista (anche se delinea in qualche modo il campo ed offre strumenti interpretativi) ma ha l'obiettivo di dare la parola ad alcuni esponenti dei partiti che - con sfumature e obiettivi diversissimi fra loro - sono critici o molto critici con l'Ue. Muzzi ha incontrato e intervistato nove leader, fra i quali il britannico Nigel Farage, la greca Afroditi Theopeftatou (Syriza), il francese lepenista Louis Aliot ed leggi tutto

Lo scrutinio permanente

Luca Tentoni - 25.05.2019

Il voto del 26 maggio non esaurisce il continuo ciclo elettorale che ormai caratterizza la politica italiana. Fino al 1970, gli unici appuntamenti nazionali con le urne erano riservati alle elezioni per il rinnovo di Camera e Senato, che si tenevano regolarmente ogni cinque anni (1948, 1953, 1958, 1963, 1968). C'erano poi le elezioni comunali e provinciali, alle quali veniva attribuito un valore non trascurabile in rapporto al quadro politico generale, come dimostrano l'"operazione Sturzo" (fallita) del 1952 in vista delle comunali di Roma (che determinò la rottura insanabile fra De Gasperi e il Pontefice Pio XII) e l'attenzione che molti studiosi dell'epoca (fra tutti, Celso Ghini, mai ricordato abbastanza, autore di elaborazioni di gran pregio e precisione per il Pci) cominciavano a dedicare ai "test" locali. Con un'affluenza intorno o superiore al 90%, il popolo italiano andava alle urne ogni cinque anni per un esercizio di democrazia che assumeva un grande valore anche sul piano simbolico. Le strategie dei partiti erano basate sulla durata della legislatura, sia pure - come si diceva - tenendo conto delle "piccole elezioni di medio termine" in città e province. Dal 1970 con l'elezione dei consigli regionali (15 regioni a statuto ordinario), dal 1972 con le prime elezioni politiche anticipate (seguite da altri quattro scioglimenti anticipati: 1976, 1979, 1983, 1987), dal 1974 col leggi tutto

Orario di votazione: una modesta proposta

Luca Tentoni - 18.05.2019

Il 26 maggio saranno chiamati al voto - in Italia e negli Stati non appartenenti all'Unione europea - 49.413.168 elettori, ai quali si aggiungeranno gli italiani che risiedono in altri paesi dell'Ue (1.659.874). Le operazioni di scrutinio non saranno rapide e neppure facili. Infatti, in Piemonte si voterà anche per il Consiglio regionale (3.621.796 elettori) e in ben 3.658 centri (221 oltre i 15mila abitanti, 3.437 sotto i 15 mila) si rinnoverà il consiglio comunale (altri 16.108.752 elettori chiamati alle urne). In pratica, in 826 comuni si voterà per le europee, le regionali, le comunali; in altri 2.832 per le europee e le comunali; nei restanti 4.257 (53,7%) si andrà alle urne solo per le europee. Si voterà dalle 7 alle 23. I risultati saranno disponibili durante la notte, se non (quelli definitivi) nel corso del giorno seguente. A titolo di provocazione (ma non troppo) ci permettiamo di avanzare una modesta proposta per il futuro (in primo luogo per le elezioni politiche). In primo luogo, chiudere i seggi alle 23 oppure prolungare (come si è fatto in passato) il voto fino alle 15 del lunedì è eccessivo: in molti altri paesi europei le urne chiudono prima. Lo si è visto in Spagna, dove già verso mezzanotte i risultati delle elezioni politiche erano già pressoché definitivi. L'election day, inoltre, se da un lato leggi tutto

L'economia e le scelte elettorali

Luca Tentoni - 11.05.2019

Sebbene l'esito delle elezioni politiche ed europee sia spesso influenzato anche da altre cause (temi come la sicurezza, per esempio, hanno un certo peso) è però l'economia (percepita e reale, generale e familiare) a decidere della sorte dei partiti, in una fase nella quale la volatilità è molto elevata e la situazione del Paese non muta, nonostante il recentissimo magro aumento del Pil. Le promesse di un miglioramento della situazione economica - rimanendo al solo ambito della Seconda Repubblica, per brevità - hanno spesso funzionato, a partire dal milione di posti di lavoro berlusconiano per proseguire con gli 80 euro di Renzi e arrivare, ai giorni nostri, a reddito di cittadinanza, quota 100 per le pensioni e "flat tax". Il problema è che il Paese avrebbe bisogno di interventi strutturali meno vistosi sul breve periodo ma molto fruttuosi sul medio (investimenti in ricerca, sviluppo, scuola, innovazione tecnologica) che però non sono redditizi in termini elettorali. Scartati questi tipi di interventi (per non parlare della razionalizzazione della spesa pubblica, che comporta tagli, cioè voti persi) restano quelli che tendono a premiare le più ampie platee possibili di cittadini/elettori: queste azioni assicurano spesso un rapido ed efficace ritorno positivo in termini di consensi, però alla lunga si pagano. leggi tutto

Europee, il nodo dell'affluenza

Luca Tentoni - 04.05.2019

In Spagna, uno dei fattori decisivi per il successo del partito socialista è stato l'alta affluenza: del resto, la presenza di un nuovo soggetto politico di estrema destra (Vox) può aver provocato un effetto di "contromobilitazione" (e di concentrazione dei consensi sul partito di maggior attrazione, quello del primo ministro uscente, convogliando sul Psoe - a sinistra - il voto di chi aveva in passato fatto altre scelte, fra le quali quella di astenersi). Non c'è solo il caso spagnolo, però, a mostrarci che l'entità della partecipazione dipende anche dalla posta in gioco: lo si è visto in occasione del referendum costituzionale del 2016, ma anche in alcune elezioni regionali (in positivo - aumentando l'affluenza - come in negativo). Il problema che ci si pone in vista del voto del 26 maggio è dunque relativo alla partecipazione, perché non tutti gli elettori e non tutti gli elettorati si mobilitano con la stessa intensità in un determinato periodo storico. Una forte contrapposizione come quella del 1976 fra Dc e Pci potrebbe far tornare alle urne elettori disillusi o semplicemente distratti, ma il quadro che ci si presenta oggi è complesso e confuso. La volontà da parte del governo di accorpare le amministrative (si voterà anche per la regione Piemonte, peraltro) il 26 maggio, è leggi tutto

La "quadriglia" repubblicana

Luca Tentoni - 27.04.2019

Il sistema politico italiano è passato, già all'inizio di questo decennio, dalla polarizzazione intorno a due leader (Berlusconi e Prodi, ma più in generale i capi di centrodestra e centrosinistra) alla riunione dell'elettorato intorno a tre o quattro personalità (e partiti) principali. Nel 2013, M5S, Pd, Pdl e Scelta civica hanno ottenuto l'80,9% dei voti per la Camera: in pratica una percentuale non distante dalla media dell'82,2% che Dc, Pci, Psi e Msi ebbero nel decennio 1979-1989 (politiche ed europee). In pratica, meno di un votante su cinque sceglie, da allora, altri partiti. O, meglio, già dal 2008-2009: però, alle politiche del 2008 c'erano due liste (Pd e Pdl) figlie dell'accorpamento di più soggetti esistenti (ecco perché i primi quattro raccolsero l'84,5% contro il 74,5% delle politiche di due anni prima). Tuttavia, l'idea della "vocazione maggioritaria" (con i due alleati - Lega per il Pdl, Idv per il Pd - a fare da scelta di riserva per l'elettorato di coalizione desideroso di cambiare voto "restando in famiglia") non sarebbe bastata per mutare a lungo il comportamento dell'elettorato. Già alle europee del 2009, infatti, col crollo del Pd (compensato solo in parte dal successo dipietrista) i primi quattro ebbero il 79,6%. Però qualcosa era successo: gli italiani ricominciavano a preferire i leggi tutto

Il sistema dei partiti e l'accelerazione delle stagioni politiche

Luca Tentoni - 20.04.2019

Le elezioni europee, con la loro cadenza quinquennale, ci costringono - nostro malgrado - a fare i conti con un passato che teoricamente è prossimo, ma che in politica (nella politica italiana degli anni Dieci) è invece remoto. Nel 2014, il raffronto fra un Pd improvvisamente arrivato al 40,8% dei voti e quello del 2009 (26,1%) - nato da venti mesi ma già in crisi - era improponibile. Fra le due elezioni era trascorsa la stagione difficile del partito, poi il rilancio alle amministrative del 2011-'12, quindi il sostegno al governo Monti, poi la "non vittoria" alle politiche del 2013 e tre "primarie" (due vinte da Bersani nel 2009 e nel 2012, la terza da Renzi nel 2013), passando per la tormentata rielezione di Napolitano, il breve percorso del governo Letta e l'arrivo a Palazzo Chigi dell'ex sindaco di Firenze. Altrettanto inadeguato era il confronto fra la rinata Forza Italia berlusconiana del 2014, al 16,8% dei voti e quel Pdl che nel 2009 era all’apice della forza elettorale (35,3%) e del consenso. Oltre alle numerose e note vicende personali e giudiziarie del Cavaliere, si era assistito alla liquefazione di milioni di consensi conquistati prima da Forza Italia e An, poi dal Pdl nel primo quindicennio della Seconda Repubblica, passando da una fase durante la quale il centrodestra sembrava forte leggi tutto

L'eterna questione della riforma elettorale

Luca Tentoni - 13.04.2019

Non è escluso che, vedendo i risultati delle elezioni europee, qualcuno abbia la malaugurata idea di ricominciare a invocare la riforma della legge elettorale per le Camere. È molto probabile, però, che non se ne faccia nulla: nonostante il sistema vigente sia a dir poco discutibile, non cambiarlo potrebbe rappresentare il male minore. L'idea di risolvere problemi (di offerta partitica, di sistema, di rapporti di forza) evocando l'azione salvifica della legge elettorale è un modo per sostituire la politica con la tecnica, salvo poi naturalmente lamentarsene quando l'effetto dei nuovi meccanismi si rivela ben diverso da quello atteso (per l'eterogenesi dei fini che colpisce sempre, dal 1993 in poi). È vero che nel 2018 il "Rosatellum" non ha prodotto maggioranze, costringendo il Capo dello Stato ad una lunga negoziazione (tipica, tuttavia, di tutti i regimi parlamentari, dove il governo non è, come si dice troppo spesso sbagliando, "eletto dal popolo"), ma è anche vero che l'abito non fa il monaco. Basti pensare all'altrettanto pessima legge elettorale approntata da Calderoli nel 2005 (il "Porcellum": la definizione è dell'autore leghista, con variante in latino maccheronico aggiunta da Sartori) che fu fatta per impedire la vittoria di Prodi nel 2006: l'obiettivo fu fallito alla Camera e quasi raggiunto al Senato, ma secondo alcune proiezioni leggi tutto

Un voto "di secondo ordine"?

Luca Tentoni - 23.03.2019

Il tema della natura politica delle elezioni europee è da sempre oggetto di studi e riflessioni. Ce ne siamo già occupati in vario modo in precedenti articoli, ma stavolta sembra opportuno rifarsi ad una classificazione risalente al 1980, cioè relativa alle prime elezioni europee a suffragio universale (quelle del giugno 1979). Reif e Schmitt indagarono sul rapporto fra consultazioni nazionali ed europee. In particolare, operarono una distinzione fra Hauptwahlen (elezioni principali, di primo ordine) e Nebenwahlen (di secondo ordine e minore importanza per elettori e partiti). Se è acclarato che nella prima categoria rientrano le consultazioni politiche (e le presidenziali, laddove si svolgono), nella seconda abbiamo le regionali e le amministrative. Per comprendere se le "europee" siano o meno da considerarsi di secondo ordine, Reif e Schmitt hanno individuato cinque caratteristiche, che ci aiuteranno, una volta resi noti i risultati del voto del 26 maggio prossimo, a classificare questa elezione e ad interpretarla meglio. Un voto è di "secondo ordine" se: 1) l'affluenza alle urne è più bassa che alle politiche; 2) l'attenzione si sposta sui temi nazionali più che su quelli europei; 3) i partiti di governo sono sconfitti; 4) i grandi partiti fanno registrare una flessione; 5) il voto ha conseguenze nazionali (a seconda del tempo in cui si svolge: leggi tutto