Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Odissea giallorosa

Luca Tentoni - 07.12.2019

Nato per dare al Paese e agli osservatori internazionali l'immagine di una discontinuità col precedente Esecutivo, in nome dei conti pubblici in ordine, di una linea non più euroscettica e di una volontà di stabilità (con l'obiettivo di durare fino al 2022), depotenziando frattanto la Lega di Salvini, il secondo governo Conte ha mostrato presto i suoi limiti. Il Carroccio sta tornando sui livelli di consenso delle europee del 26 maggio scorso; sul Mes l'Italia torna a stare con un piede in Europa e uno fuori; il governo traballa, dando l'impressione di non avere più di uno o due mesi di percorso prima delle dimissioni. In pratica, a parte bloccare l'aumento dell'Iva, non è stato fatto altro di significativo. Persino la diminuzione del numero dei parlamentari, voluta con forza dal M5s, è stata approvata con i voti di un riluttante Pd ma ora potrebbe essere rinviata al 2025 (cioè, per i tempi della politica, alle calende greche) in caso di repentino scioglimento delle Camere. L'ipotesi di un accorpamento fra le nuove elezioni nazionali e le regionali (previste nel periodo fra la metà di aprile e la metà di giugno) non è più remota. Per farci votare il 18 aprile (data fatidica, peraltro, perché ricorda la vittoria della leggi tutto

Il 26 gennaio cambierà qualcosa

Luca Tentoni - 30.11.2019

Dopo il voto sulla piattaforma Rousseau, il governo è un po' più debole. Le numerose tensioni nella maggioranza rischiano di acuirsi in caso di sconfitta del centrosinistra in Emilia-Romagna. Non sarebbe la prima volta che un governo cade per un voto regionale: accadde a D'Alema (che, nel 1998-2000, aveva guidato due Esecutivi di seguito) e a Berlusconi (dimissionario nel 2005 dopo la batosta subìta dal centrodestra, ma pronto a formare un nuovo governo). Stavolta il turno elettorale è limitato a due sole regioni (Calabria ed Emilia-Romagna), ma - proprio per questo - l'attenzione sulla sorte del Pd e del governatore Bonaccini è molto maggiore rispetto ad un test generale e ampio. La Calabria, infatti, è considerata marginale, sia perché centrodestra e centrosinistra si sono alternate alla guida della regione (quindi non si tratta di una roccaforte), sia perché il M5s (che pure aveva ottenuto percentuali di voto record alle politiche del 2018) è in declino, sia perché di fronte alla sfida fra Lega e Pd per il controllo del "fortino rosso" per eccellenza (l'Emilia-Romagna), la partita calabrese perde molto di significato. Il voto del 26 gennaio prossimo rischia di passare alla storia come quello del 1999 per il comune di Bologna (espugnato da Guazzaloca, che divenne sindaco per il centrodestra) e leggi tutto

Il lustro di Mattarella

Luca Tentoni - 23.11.2019

Durante la scorsa estate, nel corso della trattativa per risolvere la crisi di governo, si disse che uno dei punti essenziali per evitare lo scioglimento anticipato delle Camere era scongiurare che il nuovo Capo dello Stato fosse eletto da Salvini e Meloni. In effetti, anche se il governo gialloverde fosse riuscito a sopravvivere fino all'inizio del 2022, sarebbe stato il leader leghista a scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica, sia pure concordandolo (fatto non di poco conto, certo) col capo politico dei Cinquestelle Di Maio. Verosimilmente, come si diceva negli ambienti politici un anno fa, nel 2022 il "notaio del contratto", cioè il presidente del Consiglio Conte, sarebbe stato scelto da Lega e M5S per il Quirinale. Ora è la maggioranza giallorosa a poter eleggere il successore di Mattarella (Prodi? Draghi? Franceschini?) ma c'è un problema: il "Conte bis" deve durare ancora per circa 26 mesi. Un'impresa non facile, vista la partenza senza "luna di miele" e data la difficoltà di amalgamare soggetti politici molto eterogenei come quelli che sostengono il governo. Il fatto che la scadenza del mandato presidenziale ricorra spesso, ormai, nelle cronache e nei commenti politici ci ricorda che Mattarella è al Quirinale da quasi cinque anni. leggi tutto

Verso un nuovo sistema partitico?

Luca Tentoni - 16.11.2019

La difficoltà che si incontra nel circoscrivere il periodo che comunemente è definito "Seconda Repubblica" non sta nell'individuazione dell'inizio del nuovo assetto (1993-'96) ma nello stabilirne la fine (se è avvenuta nel 2011-'13 o nel 2018; se sta avvenendo; se deve avvenire). Una delle caratteristiche della Seconda Repubblica è stata rappresentata dal bipolarismo (con due schieramenti ampi ed eterogenei e pochi partiti rilevanti fuori dai blocchi, tranne la Lega nel 1996 e l'Udc nel 2008) strutturatosi con le elezioni regionali del 1995 e rimasto sostanzialmente stabile nel corso di quindici anni. Persino l'uscita del Carroccio dal centrodestra berlusconiano e l'espulsione dell'Udc dalla Cdl non hanno mutato la struttura ad esito binario della competizione: nel '96 se ne è avvantaggiato il centrosinistra, mentre nel 2008 l'esito è stato comunque favorevole al centrodestra. Le elezioni politiche del 2013 hanno visto la presenza di tre soggetti o poli sostanzialmente sullo stesso piano, fra il 25 e il 30% (centrosinistra, centrodestra, M5s) più un quarto raggruppamento minore di centro (Monti-Scelta Civica, Udc, Fli). La rapida dissoluzione di quest'ultimo (2014, in coincidenza con l'affermazione del Pd alle europee) ha portato, nel 2018, alla conferma dell'assetto tripolare, con il M5S (32,7%) e il centrodestra (37%) oltre il 30%, mentre il centrosinistra guidato dal Pd è rimasto intorno al 23%. Il voto del 2019 (europee) e i più recenti sondaggi ci leggi tutto

Il ruolo di Fratelli d’Italia nel nuovo destra-centro

Luca Tentoni - 02.11.2019

Lentamente, ma inesorabilmente, il partito di Giorgia Meloni si fa strada nel Paese, conquistando il secondo posto all’interno del centrodestra (non solo nei sondaggi, ma anche alle elezioni regionali, come in Umbria). È un percorso, quello di Fratelli d’Italia, al quale non è mai stata rivolta grande attenzione perché i successi della Lega e la crisi di Forza Italia hanno occupato le pagine dei giornali dedicate all’ex Cdl. Eppure, quello che nel 2013 era un partitino postmissino destinato a venire assorbito dalla Lega o a restare marginale in quel che rimaneva del centrodestra, si è fatto strada. La Meloni ha ragione quando rivendica che FdI è l’unico partito a non aver governato dal 2012 in poi: non ha sostenuto Monti (appoggiato da Pd e Pdl-Fi), né Letta, né Renzi, né il Conte-uno (Lega-M5s) e neppure il Conte-due (Pd-M5s-Leu). Stare all’opposizione in tempi di crisi e di difficile governabilità conta e rende, in termini elettorali. Se poi consideriamo che – dopo l’uscita dalla maggioranza gialloverde – la Lega sembra rimasta sulle posizioni delle europee, mentre FI ha continuato a perdere voti e FdI ne ha guadagnati altri (in Umbria) il quadro è completo. Già nel 2018, ma ancor più alle europee 2019 e nel ciclo delle elezioni nelle regioni ordinarie iniziato lo leggi tutto

L’incerto futuro della coalizione giallo-rosa

Luca Tentoni - 26.10.2019

Alla vigilia delle elezioni regionali in Umbria (che saranno seguite nei prossimi mesi da quelle in Emilia-Romagna e Calabria, prima del turno primaverile per altre sei regioni ordinarie) è opportuno soffermarsi sull’attuale configurazione dell’alleanza (giallo-rosa) che governa il Paese, confrontandola con la precedente (giallo-verde). Le due maggioranze che nella legislatura in corso hanno sostenuto i due Esecutivi guidati da Giuseppe Conte hanno infatti in comune, oltre al presidente del Consiglio e a qualche punto programmatico, la presenza del M5s (una novità assoluta, nella storia italiana). Per il resto, il quadripartito attuale è diverso non solo dal bipartito precedente, ma anche – per certi versi – dal tripartito M5s-Pd-Leu nato a inizio settembre, prima della scissione renziana. Nel 2018, subito dopo il voto per il rinnovo del Parlamento e a seguito di una lunga e faticosa ricerca di intese fra i partiti, è nata l’alleanza giallo-verde fra la Lega e il M5s. La dinamica coalizionale si è rivelata quasi subito molto più sbilanciata a favore del partito di Salvini (soprattutto per la sovraesposizione mediatica del leader sovranista), facendo intravvedere fin dai primi sondaggi un sostanziale allineamento fra la forza elettorale del soggetto politico più votato nel 2018 e l’alleato leghista. Nei mesi successivi, la Lega ha completato il recupero leggi tutto

Appunti su riforme, maggioranza e durata della legislatura

Luca Tentoni - 19.10.2019

Il nuovo sistema elettorale dovrebbe essere sottoposto all'esame delle Camere dopo la legge di riforma costituzionale che potrebbe abolire la "base regionale" di elezione dei senatori e parificare l'elettorato attivo a quello per Montecitorio. Diversamente, l'unico modo per cercare di uniformare i meccanismi dei due rami del Parlamento consisterebbe nel disegnare collegi - per Camera e Senato - corrispondenti alle regioni, attribuendo (col d'Hondt, per esempio) tutti i seggi in loco, senza recupero proporzionale. Ma, come sa chiunque abbia una minima conoscenza dei sistemi elettorali, se i deputati sono il doppio dei senatori (saranno 400 contro 200, dando per scontato il sì popolare al referendum) la dimensione della circoscrizione per Montecitorio è doppia: dunque si possono avere 10 deputati e 5 senatori in una regione, con soglie implicite d'accesso molto diverse; per avere un seggio alla Camera può essere sufficiente il 6-7%, ma il doppio per il Senato. Quindi non avremmo risultati omogenei. Palazzo Madama avrebbe quasi solo rappresentanti di grandi partiti, mentre Montecitorio ne avrebbe anche qualcuno dei piccoli. La revisione della "base regionale" e dell'età per eleggere il Senato è però una riforma che richiede tempo. Intanto, possono nascere tentazioni, quale per esempio quella di attendere il referendum "taglia-seggi" e poi andare subito a nuove elezioni che leggi tutto

L’autunno caldo della politica, fra taglio dei parlamentari e referendum elettorale

Luca Tentoni - 05.10.2019

Il nodo della riforma elettorale non è destinato a sciogliersi in poche settimane. La questione sarà presente nel dibattito politico per almeno tutta la prima metà del 2020. Il destino del sistema di trasformazione dei voti in seggi è legato a due fattori: la revisione costituzionale che sta per ridurre da 630 a 400 il numero dei deputati e da 315 a 200 quello dei senatori e il referendum proposto dalle regioni di centrodestra e presentato da Salvini e Calderoli in Cassazione. Per quanto riguarda la legge che “taglia” i parlamentari, il percorso non è affatto concluso: il voto ormai imminente della Camera inaugura un nuovo iter, che può prevedere un referendum (i favorevoli alla riforma, infatti, sono stati meno di due terzi dei componenti nella seconda lettura in Senato, quindi anche un voto a larghissima maggioranza da parte di Montecitorio non scongiurerebbe la consultazione popolare). In tal caso, entro tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge costituzionale (quindi entro metà gennaio 2020) un quinto dei membri di una Camera, o cinquecentomila elettori, o cinque consigli regionali possono chiedere di affidare al popolo la decisione se dar corso o meno alla riforma. La domanda è presentata in Cassazione, all’ufficio centrale per il referendum, che decide entro un mese leggi tutto

Il "caso Umbria"

Luca Tentoni - 28.09.2019

La convergenza di Pd e M5S su un candidato alla presidenza della regione Umbria, per le elezioni del 27 ottobre prossimo, rappresenta un elemento di novità nel panorama politico nazionale. Per la prima volta, sia pure con le cautele che i partiti della nuova coalizione cercano di utilizzare per definire l'intesa umbra (civica, ma in realtà politica) i Cinquestelle non si presentano da soli alle regionali, dopo aver perso tutte le consultazioni di questo tipo dal 2010 ad oggi. È, come quella del 2018, una svolta. Se prima non ci si alleava con nessuno per dar vita ad un governo (nel 2013 la proposta del Pd fu respinta in modo molto brusco, durante l'incontro trasmesso in streaming), in questa legislatura i pentastellati hanno prima creato una maggioranza con la Lega (col pretesto, però, del "contratto", che da un lato serviva a delimitare le aree e i provvedimenti di rilievo per Carroccio e M5S e dall'altro giustificava l'esistenza di un'alleanza che veniva presentata come basata sulle cose da fare e non come una coalizione classica), poi un tripartito con Pd e Leu (senza più contratti, con i ministri divisi secondo criteri ben precisi; insomma, un governo come tanti altri). L'ultimo elemento di diversità, quello dell'ostinazione a leggi tutto

Il M5s di governo fra l'incudine e il martello

Luca Tentoni - 21.09.2019

La prova del secondo governo Conte può essere per Di Maio e il M5s più difficile rispetto a quella della maggioranza gialloverde. Per comprendere cosa sia accaduto e cosa possa accadere al bacino elettorale dei Cinquestelle bisogna partire dal risultato del 2018, senza dimenticare quello del 2013 e, ancor prima, senza trascurare il periodo in cui, fra il 2008 e il 2012, si andò formando il nucleo originario e forte del consenso al Movimento. Inizialmente il M5s catturò i voti degli scontenti di sinistra, degli astenuti, di chi non aveva creduto nella scommessa (perduta) della Sinistra Arcobaleno del 2008 e nell'esperienza dell'ultimo governo Prodi (2006-2008). A quel gruppo si aggiunse quello dei giustizialisti rimasti improvvisamente orfani dell'Idv dipietrista (che aveva raggiunto alle europee del 2009 l'8% dei voti, per poi dissolversi rapidamente alla fine del 2012). Con la crisi del 2011-2012 e il crollo del centrodestra arrivarono anche i voti dei delusi del Pdl e di una Lega allora in difficoltà. In questo modo, il M5s si presentò alle politiche del 2013 come un partito "pigliatutto", non di destra e neppure di sinistra, pronto ad accogliere - in nome della diversità rispetto alle forze e alle politiche tradizionali - gli elettori delusi e gli astenuti. Il successo di quella consultazione fu ripetuto leggi tutto