Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2020
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Politica, società e "seconda ondata"

Luca Tentoni - 17.10.2020

Se appare verosimile che la gestione delle fasi uno e due (soprattutto la prima) della pandemia abbia portato consensi alla maggioranza di governo e ai presidenti delle regioni (escluso quello lombardo, visti i risultati del centrodestra alle comunali), è però altrettanto probabile che un eventuale nuovo periodo di chiusura e confinamento possa produrre effetti politici (non solo sociali ed economici) dirompenti. In questo momento, infatti, è la memoria a pesare: quando fummo tutti costretti dai fatti al "lockdown" non c'erano precedenti e soprattutto non era stato possibile avere tempo - prima del virus - per approntare difese e contromisure adatte. Ora, invece, sarebbe illusorio ripartire psicologicamente da capo con la stessa speranza di marzo-aprile e con la stessa coesione di allora. Anche la gestione dell'emergenza è diventata, una volta finita la prima fase, un tema di dibattito politico ed è improbabile che, una volta aperto il vaso di Pandora, un nuovo confinamento generale della popolazione non susciti proteste alimentate anche dai partiti di opposizione (in particolare da quelli di destra sovranista). C'è poi, ora la questione di come e da chi far gestire l'enorme flusso di denaro di Next generation EU: le ricette della maggioranza e delle minoranze parlamentari divergono molto, in tal senso. leggi tutto

La riforma elettorale

Luca Tentoni - 10.10.2020

L'ipotesi che, fra le riforme in discussione, venga approvata dal Parlamento una legge elettorale proporzionale con preferenze e soglia d'accesso al 5% è finora remota. Le intenzioni del Pd sembrano un po' diverse da quelle del M5S e di Leu, mentre è ancora da capire se Forza Italia avrà il coraggio - sul Mes sanitario e sulla legge elettorale - di fornire alla maggioranza i voti necessari per compensare quelli eventualmente mancanti a causa di scissioni o defezioni sui singoli provvedimenti. Dando però per scontato ciò che non è, ovvero che la riforma elettorale alla fine sia quella voluta da Zingaretti, resta da domandarsi quali interpreti avremo sulla scena nel 2022 o 2023 quando si voterà. Con la soglia al 5%, la sinistra dovrà provare a costruire un patto col Pd (di confluenza nelle liste, magari accompagnato da una distinzione politica, un po' come fecero un tempo i radicali che si candidarono con i Democratici) mentre Italia viva e i centristi dovranno trovare una collocazione; il tutto, mentre Berlusconi si avvierà a superare gli 85 anni e ad affrontare un'eventuale competizione elettorale guidando Forza Italia (con la prossima legislatura che scadrà nel 2027 o 2028, cioè quando il Cavaliere avrà superato la novantina). A destra, Lega e Fratelli d'Italia resteranno come sono, leggi tutto

Nonostante il voto, i problemi del Pd restano

Luca Tentoni - 03.10.2020

Nonostante il buon risultato delle regionali del 20 e 21 settembre (un pareggio: più un viatico che un trionfo) il centrosinistra ha ancora parecchi problemi e nodi da sciogliere. Il Nord gli è ostile: Piemonte, Lombardia, Liguria e Veneto sono state confermate al centrodestra, nel 2018-'20, così come sempre in passato (per i casi lombardo e veneto) o dal 2013-'15 (per gli altri due). Nelle quattro regioni, i candidati presidenti del centrosinistra hanno avuto il 28% contro il 56% di quelli di centrodestra (la metà esatta). Non solo: il vantaggio di leghisti e alleati al Nord su Pd e altri, alle europee e alle regionali, è di circa 20 punti e tende a restare largo (per non parlare del Veneto: 50 punti). Grazie alle vittorie in Emilia-Romagna e Toscana le sconfitte in Umbria e Marche sono state compensate (e il vantaggio dei candidati presidenti delle quattro regioni è stato del 2,8%); nel Lazio Zingaretti, nel 2018, si è imposto di misura, confermando che una certa competitività del centrosinistra resiste, con vistose smagliature, almeno nella parte centrale della Penisola. Ma al Sud, dove pure i candidati presidenti di centrosinistra hanno ottenuto, fra il 2018 e il 2020, il 50,9% dei voti contro il 33,7% di quelli del centrodestra, la realtà non è quella che appare: su sei regioni, il Pd leggi tutto

Bilancio del voto regionale

Luca Tentoni - 26.09.2020

Col voto del 20-21 settembre, tutte le quindici regioni a statuto ordinario hanno concluso il rinnovo di presidenti di giunta e Consigli, in ben otto appuntamenti elettorali iniziati con quello in Lombardia e Lazio del marzo 2018. Il riepilogo di tanti turni e di votazioni svolte in circostanze politiche diverse può essere in parte fuorviante, ma a nostro giudizio è ancora utile per delineare delle tendenze generali. A destra, la Lega passa dall'8,7% (più il 4,5% delle liste Maroni e Zaia) del 2013-'15 al 21,4% (più il 4,3% delle liste Fontana e Zaia) del 2018-'20, guadagnando il 12,7% (a livello nazionale, nel 2018, la Lega ebbe il 17,3%, dunque, proiettando - sia pur impropriamente - il dato delle regionali su quello delle politiche arriviamo intorno al 30%, cioè alla media dei sondaggi del triennio, che hanno visto prima il partito di Salvini al 33-35%, ora verso il 25-27%); il dato relativo alle sei regioni al voto domenica scorsa è invece del 24,1% (Lega più Zaia) contro il 14,5% del 2015: un progresso del 9,6% che, proiettato sul nazionale, farebbe arrivare Salvini al 27% circa (realistico). Fratelli d'Italia balza dal 3,6% all'8%, però il dato relativo alle sole sei regioni nelle quali si è votato il 20-21 settembre attribuisce al partito di Giorgia Meloni il 10,6% (quindi almeno l'11-12% su scala nazionale). Forza Italia, invece, perde il 5,6% leggi tutto

L'eterna protagonista è la mobilità elettorale

Luca Tentoni - 19.09.2020

Non è difficile prevedere che nel voto di domani e lunedì la mobilità elettorale possa risultare elevata. Rispetto al 2015 molte cose sono cambiate, così come rispetto alle politiche del 2018 e a quelle del 2019. Perciò, è forse opportuno, nell'attesa dei risultati, riflettere su quella che da almeno sette anni è diventata una costante della nostra dinamica politico-elettorale: lo spostamento di consensi verso altri partiti e verso (e dal) non voto. Venute meno le appartenenze ideologiche di un tempo, affievoliti persino certi legami apparentemente indissolubili fra territorio e voto (il caso dell'Umbria passata dal centrosinistra al centrodestra alle scorse regionali è emblematico), si è visto che anche la "Repubblica delle leadership" è ormai in crisi. Dal 2012 in poi Monti, Bossi, Grillo, Renzi, Di Maio, Berlusconi hanno patito sconfitte elettorali tanto eclatanti quanto eccezionale era stata l'ascesa del consenso alle singole personalità. Un ruolo importante, in tutto questo massiccio disincanto - una sorta di definitiva "laicizzazione" del voto - è stato svolto dalla crisi economica di dieci anni fa, che ha messo in moto - grazie anche ad un'efficacissima campagna contro la "Casta" - un processo di destrutturazione dei poli tradizionali (che non interscambiavano voti fra loro, salvo quote marginali). Lo "scongelamento" di centrodestra e centrosinistra ha permesso il deflusso verso il M5s - prima leggi tutto

Appunti sulle elezioni regionali

Luca Tentoni - 12.09.2020

Guardando i dati retrospettivi del voto nelle sei regioni a statuto ordinario dove il 20 e il 21 settembre si rinnoveranno i consigli e si eleggeranno i presidenti di giunta, si nota come, nel complesso, il centrodestra - o meglio la destra più Forza Italia - abbia costantemente guadagnato voti, dai 3 milioni del 2015 ai 4,2 delle politiche 2018 e ai 4,7 circa delle scorse europee (2019). Questo crescendo ha infranto un equilibrio fra due poli (centrosinistra e centrodestra) che aveva caratterizzato le elezioni del 2015 (39,3% a centrosinistra e sinistra contro il 37,3% a FdI, Lega e FI, più alleati minori), permettendo alla rinnovata Cdl di affiancare il M5s nel 2018 (35,3% contro 35,8% dei voti) e poi di allungare il passo, arrivando al 48,4% del 2019. In questo panorama si nota, da un lato, il progressivo indebolimento di Forza Italia (dal 14% del 2018 all'8,7% del 2019), il rafforzamento costante di Fratelli d'Italia (2015: 3,9%; 2018, 4%; 2019: 6,4%) e soprattutto della Lega (dal 9,3% del 2015 al 33,1% del 2019, passando per il 15,8% del 2018). Il M5s, invece, pare subire una sorta di legge del pendolo: va bene alle politiche e male alle amministrative o alle elezioni di secondo ordine come le europee (era già accaduto, in modo meno eclatante, nel 2014). I pentastellati hanno avuto 1,276 milioni di voti alle regionali del 2015, per salire ai 4,267 delle politiche e riscendere leggi tutto

Il peso delle regionali sul referendum

Luca Tentoni - 05.09.2020

Il 20 e il 21 settembre, l'esito del referendum costituzionale potrebbe essere deciso nelle sette regioni nelle quali si rinnovano i Consigli regionali: lo scopo dell'election day, infatti, è quello di mobilitare gli elettori, che in questo caso (dove si vota per le amministrative) andranno alle urne anche indipendentemente dal quesito sulla riforma che "taglia i seggi" di Camera e Senato. Strutturalmente, le regioni Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia, Val d'Aosta rappresentano il 36% dell'intero elettorato italiano, quindi pesano poco più di un terzo del totale. Ma stavolta, se l'affluenza alle regionali fosse intorno al 52-55% come la scorsa volta e alle europee (pur senza salire al 73% delle politiche) i votanti sicuri per il referendum (cioè coloro i quali riceverebbero la scheda, oltre a quella per le amministrative) sarebbero fra i 9 e i 10 milioni, pari ad un'affluenza totale già acquisita fra il 18 e il 19% (solo Italia: 20-21%). Nelle altre regioni e all'estero voterebbero 33 milioni di aventi diritto: se l'affluenza nelle zone dove si va al voto per le sole comunali o (nella gran parte d'Italia) solo per il referendum fosse del 10 o del 15% (cioè bassissima), il dato totale nazionale si attesterebbe fra il 27-28% e il 31-32%. In sintesi, persino di fronte ad un fiasco nelle zone leggi tutto

Se il M5s "decide di non decidere"

Luca Tentoni - 29.08.2020

Se guardassimo soltanto i dati delle ultime elezioni europee (2019), il verdetto delle regionali 2020 sarebbe tutto a favore del centrodestra, persino (di stretta misura) in Toscana. Come l'esperienza insegna, invece, non c'è nulla di più lontano del voto europeo di quello regionale e amministrativo: non c'è solo una differenza di prossimità fra l'elettore, l'eletto e l'istituzione, ma - come costante negli ultimi anni - c'è soprattutto un'altissima volatilità dei consensi. In più, la strutturale debolezza del M5s alle regionali (dove raccoglie fra il 40 e il 50% in percentuale rispetto al dato politico) rende la competizione di settembre molto diversa da quelle nazionali (politiche ed europee) che l'hanno preceduta. Ipotizzare che i Cinquestelle abbiano il 33,9% in Campania o il 26,3% in Puglia (europee 2019) è a dir poco temerario. Come avviene tradizionalmente, quei voti andranno in varie direzioni: una parte alla lista del Movimento, una verso l'astensione, una (con o senza l'utilizzo del voto disgiunto) ai candidati presidenti di giunta del centrosinistra e una - minuscola - verso la destra. Poiché in Puglia e nelle Marche (un pochino, forse, anche in Toscana: non si sa mai) lo spostamento di consensi pentastellati sui candidati del centrosinistra può permettere al Pd di confermare la guida delle regioni nelle quali governa, puntellando così leggi tutto

Una simulazione sulla Camera dei deputati "ritagliata"

Luca Tentoni - 01.08.2020

L'esito del referendum elettorale potrebbe cambiare notevolmente la rappresentanza in Parlamento delle singole forze politiche, ben al di là delle attuali variazioni di consenso registrate dai sondaggi. Il mutamento non avverrebbe solo in proporzione ai voti, ma soprattutto in termini reali, cioè di posti disponibili per ciascun gruppo parlamentare. Un conto è avere 201 seggi e ritrovarsi ad averne 80 (cosa che avverrebbe al M5s se vincessero i "no" e se non avesse luogo alcuna riforma del sistema elettorale), un altro è passare a 50-51 deputati (al massimo 70, con un meccanismo proporzionale per tutti i seggi in palio, quindi simile alla proposta sostenuta da Pd e pentastellati). Il problema numerico può diventare politico, come nel caso dei Cinquestelle, ma anche di Forza Italia (che sta subendo qualche defezione in Senato) e di Italia viva. Questi tre gruppi, oggi, hanno rispettivamente 201, 95 e 31 deputati, per un totale di 326 (addirittura la maggioranza assoluta, a Montecitorio), ma, secondo una nostra simulazione condotta partendo dai dati di un sondaggio Euromedia Research sulla Stampa del 22 luglio scorso, passerebbero ad avere rispettivamente (col Rosatellum e il "sì" alla riforma costituzionale) 51, 30 e 13 seggi (totale 94 su 400) oppure 70, 27 e 15 (con un sistema proporzionale e soglia al 3%; in totale, dunque, 112 posti). La possibilità che il M5s leggi tutto

Ancora sulla riforma elettorale

Luca Tentoni - 25.07.2020

La riforma elettorale attende di approdare in Aula, per essere esaminata ed eventualmente votata. Come sempre (volendo accantonare il precedente del 1953), a partire dal 2005 la riforma della legge elettorale è regolarmente progettata e compiuta per far vincere una determinata parte politica (l'Italicum) o per far perdere quelle avverse (il Porcellum, il Rosatellum, ora anche quella in discussione). È infatti evidente che oggi, anche se miracolosamente i Cinquestelle abbandonassero il loro anacronistico e improduttivo atteggiamento di chiusura verso le coalizioni elettorali (dopo che, peraltro, hanno sperimentato in Parlamento quasi tutte quelle praticabili, senza per questo scomporsi) un centrosinistra allargato, eterogeneo e plurale da Di Maio a Renzi e Calenda non solo non nascerebbe, ma non avrebbe la maggioranza di fronte ad un centrodestra che (nonostante le prese di posizione di Berlusconi, ben distanti dall'estremismo di destra dei neomissini di Giorgia Meloni e del sovranismo populista di Matteo Salvini) è ormai avviato a vincere le prossime elezioni politiche (sia che si tengano fra poche settimane, sia che slittino al 2023). Questo pessimo costume nazionale (che la Francia mutuò in una sola occasione, ai tempi di Mitterrand, per impedire - invano - la coabitazione con Chirac e comunque limitare la vittoria del centrodestra, nel 1986) è indice di un atteggiamento che leggi tutto