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27 ottobre 2021
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Argomenti

L'Italia del governo Renzi e le priorità della politica internazionale

Massimo Bucarelli * - 17.01.2015

"La politica estera si conferma grande assente nel dibattito pubblico in Italia. Eppure la pace nel Mediterraneo non ce la regalerà nessuno". Così Gad Lerner, in un tweet del 9 gennaio, descrive in maniera esauriente e precisa l'approccio dell'opinione pubblica e della politica italiana di fronte alle crisi internazionali che circondano il paese. Occuparsi di politica estera forse non è un'opzione ritenuta utile per la creazione di posti di lavoro e, soprattutto, non è argomento che fa presa sull'elettorato. Salvo poi ritrovarsi costretti a fare i conti con le tragiche conseguenze delle crisi internazionali, in grado – queste sì – di spostare consensi e complicare l'attività dei governi.

Fin da quando l'attuale segretario del PD e presidente del Consiglio ha ritenuto il partito e l'Italia "scalabili", si è avvertita chiaramente l'assenza di riflessioni utili ad affrontare le questioni internazionali di diretto interesse del paese, dal Nord-Africa, al Medio Oriente, per arrivare all'Est Europeo. L'orizzonte internazionale di Renzi sembra fermarsi a Bruxelles e a Berlino, tutto concentrato sulla partita economico-monetaria che si sta giocando in Europa. Le poche volte che ha varcato i limiti di questo ristretto ambito d'azione è stato per promuovere il made in Italy, cercando spazi e partner per le imprese nostrane. Tutto importante, necessario e funzionale all'azione riformatrice del premier e al rilancio dell'economia, tuttavia non sufficiente leggi tutto

Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio dell’ONU: la scadenza si avvicina

Miriam Rossi * - 10.01.2015

Era il 6 settembre 2000 quando al Quartier Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York si apriva il cosiddetto “Vertice del Millennio”, una riunione dei capi di Stato e di governo di tutto il mondo chiamati a delineare il ruolo dell’ONU nel XXI secolo. Compito non semplice dinanzi alle aspettative globali della definizione di linee programmatiche per una strategia in grado di ridurre la povertà estrema e di raggiungere una serie di standard di benessere in tutto il mondo entro un termine ben preciso, l’anno 2015.

 

Cos’è la Dichiarazione del Millennio

 

Altisonante. Solenne. Cruciale. Non può essere definita diversamente la Dichiarazione espressa da quel consesso. Il potente simbolismo dato dall’ingresso nel nuovo millennio unito alla straordinaria partecipazione di tanti leader, che fece del vertice di New York la tribuna politica di più alto profilo che il mondo avesse mai visto, non potevano che far scaturire una Dichiarazione di intenti epocale, allo scopo di ribadire la “fede nell’Organizzazione e nel suo Statuto quali fondamenta indispensabili di un mondo più pacifico, prospero e giusto”. Libertà, uguaglianza, solidarietà, tolleranza, sviluppo sostenibile e responsabilità multilaterale furono identificati come la comune piattaforma di dialogo dei 189 Stati membri dell’ONU che si impegnarono in quella data simbolica a dare priorità di azione a 8 obiettivi-cardine. I cosiddetti “Obiettivi di Sviluppo del Millennio” spaziano dall’impegno a costruire un’effettiva alleanza globale alla realizzazione di uno sviluppo sostenibile, dall’arresto della diffusione delle malattie leggi tutto

La crisi europea sui media cinesi

Laura De Giorgi * - 10.01.2015

Il 2 aprile 2014 il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese (RPC) ha pubblicato il suo secondo policy paper sulla relazioni fra Cina e Unione Europea (UE), definite come  “the world's most representative emerging economy and group of developed countries respectively”.

Il documento delinea la futura direzione di sviluppo per la partnership strategica fra Cina ed Europa, avendo sullo sfondo due elementi: da un lato la crisi economica e del debito sovrano di alcuni Stati dell’Unione, e dall’altro l’ascesa della RPC a seconda economia mondiale, che si è accompagnata alla nuova strategia di go global delle imprese cinesi. A proposito delle difficoltà europee, il documento cinese evidenzia come in questi anni sia emersa inevitabilmente la necessità di procedere a riforme strutturali indirizzate a favorire una maggiore integrazione economica, fiscale, finanziaria e politica.

A giudicare dal documento, agli occhi della dirigenza cinese le difficoltà dell’Unione Europea non ne hanno diminuito l’importanza come global player in ambito economico e partner politico imprescindibile per la costruzione di un mondo  multipolare. Tuttavia, l’impatto della crisi sulle relazioni fra Cina ed Europa e sulla strategia cinese rispetto alla UE è stato inevitabile, e costituisce da alcuni anni un tema di riflessione e indagine per gli analisti di entrambe le parti.

L’Unione Europea è, in effetti, il secondo partner commerciale della Repubblica Popolare Cinese: il volume del traffico commerciale fra UE e RPC è stato calcolato nell’ordine di un miliardo di euro al giorno mentre la Cina è il principale fornitore di beni di consumo e beni intermedi per le industrie europee, come dimostrato dal deficit commerciale europeo nei confronti della RPC. leggi tutto

Mrs Clooney e la guerra padellata egiziana

Azzurra Meringolo * - 08.01.2015

Mrs. Clooney rischierebbe il carcere. Secondo quanto annunciato dal quotidiano britannico The Guardian, i magistrati egiziani non sopporterebbero più le dure critiche pronunciate da Amal Alamuddin, la moglie del celebre attore di Hollywood. In un rapporto datato febbraio 2014 redatto dalla stessa avvocato e da altri colleghi per conto di un’associazione internazionale, Alamuddin avrebbe infatti denunciato le «falle» del sistema legale egiziano. 

 

Il condizionale è però d’obbligo. Appena la notizia – pubblicata più sulle pagine di cronaca rosa che su quelle estere - ha iniziato a circolare, il Ministero degli Interni egiziano ha infatti negato di aver minacciato  di arrestare la penalista già celebre, ancora prima del suo matrimonio, per i suoi precedenti clienti: Julian Assange, Yulia Timoshenko e l’ex gheddafiano Abdullah Senussi.

 

L’avventura di Alamuddin in Egitto è iniziata prima che lei diventasse protagonista della cronaca rosa quando è stata scelta come avvocato difensore da uno dei tre giornalisti di Al-Jazeera in cella dal 2013 con l’accusa di aver fiancheggiato gli ormai banditi Fratelli Musulmani. La settimana scorsa, un tribunale del Cairo ha annullato le vecchie condanne (dai 7 ai 10 anni di detenzione), leggi tutto

Putin e lo spirito di conquista

Andrea Frangioni * - 03.01.2015

Quando nelle settimane scorse è stato ricordato il venticinquesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, un’immagine è risultata ricorrente in molti commenti: quella di un ufficiale del KGB di stanza nella Repubblica democratica tedesca rimasto profondamente turbato da quell’evento, che rappresentò la fine del suo mondo, della causa per la quale aveva combattuto.

L’ufficiale, è noto, era Putin e in molti si sono domandati se, soprattutto in questo ultimo anno, con i fatti ucraini, il Presidente russo non si sia mosso per vendicare quella umiliazione. Kissinger nel suo ultimo libro World Order scrive di “enigma russo”; in America, con Michael Ignatieff e Lawrence Summers, si è discusso negli scorsi mesi se l’”autoritarismo mercantilista” del regime putiniano (e di quello cinese) potesse rappresentare un modello dotato di maggiore attrattività rispetto a quello delle “inefficienti” democrazie occidentali. Certo il procedimento in corso in Russia per la chiusura di parte delle attività di Memorial, l’organizzazione per i diritti umani fondata da Sacharov, sembra indicare, anche sul piano simbolico, l’esaurimento di una fase, il consumarsi del sogno di una Russia europea.

Le analisi sull’attuale realtà russa rischiano sempre di essere naïf: che le coscienze liberali non possano che essere ripugnate dai comportamenti di Putin è evidente. Proprio per questo, però, occorre andare oltre una critica astratta ed astorica. Ed allora una suggestione risulta inevitabile, quella di qualificare l’attuale regime russo come bonapartista, una definizione più calzante di quella di “regime ibrido” avanzata in passato dalla scienza politica. leggi tutto

Giappone: la nuova vittoria per Abe

Daniela De Palma * - 03.01.2015

Da mesi si rincorrevano notizie positive (fine della deflazione, calo della disoccupazione ecc.),  poi  smentite da notizie negative (frenata dei consumi dovuta all’aumento il primo aprile dell’imposta dal 5% all'8%, calo dello 0,4% del PIL nel terzo trimestre 2014, seconda contrazione di fila, con conseguente crollo  della  Borsa e dello yen, ai minimi degli ultimi sette anni nei confronti del dollaro, con il ritorno nella recessione).  Abe era solo a metà del suo mandato quadriennale quando ha deciso di sciogliere la Camera Bassa il 21 novembre, a due anni dalla vittoria e dal ritorno al potere del PLD dopo tre primi ministri in tre anni del Partito Democratico, e dopo un anno dall’ottenimento di una maggioranza stabile alla Camera Alta. 

Il voto è stato interpretato da molti come un referendum sulle politiche economiche di Abe, soprannominate "Abenomics": le tre frecce della leva monetaria, della politica di stimolo fiscale e dei progetti di riforme strutturali. Abe ha focalizzato tutta la campagna elettorale sull’economia, promettendo di aumentare occupazione e salari, e cercando una legittimazione popolare per [la sua  politica, che sostiene aumenterà il potenziale di crescita a lungo termine del Giappone, come] la decisione di rinviare da ottobre 2015 ad aprile 2017 la seconda fase dell’aumento dell’imposta sui consumi, dall’8 al 10%.   Nelle elezioni del 14 dicembre Abe ha ottenuto una vittoria clamorosa: la coalizione Partito Liberaldemocratico-Nuovo Kōmeitō ha conquistato 290 seggi, 5 in meno di quelli che aveva, ma il Nuovo Kōmeitō ne ha guadagnati quattro (da 31 a 35). leggi tutto

Petrolio e politica: alla fine del primo boom energetico del XXI secolo

Massimiliano Trentin * - 23.12.2014

Dalla metà dello scorso giugno, il prezzo del barile di petrolio è calato di quasi la metà: secondo i dati forniti dal più grande cartello dei Paesi produttori, l’OPEC, siamo passati da 107 a poco meno di 62US$ nel giro di sei mesi. L’OPEC non esaurisce certamente tutte le riserve e la produzione totale di petrolio, né tantomeno quelle dei combustibili fossili. E tuttavia, le sue scelte sono molto importanti perché tra i suoi membri troviamo ancora i grandi produttori, come i più grandi detentori di riserve ad oggi conosciute ed utilizzabili.

Le spiegazioni per questo calo drastico, anzi possiamo parlare di vero e proprio crollo, sono essenzialmente di due tipi: quella strettamente “economica” basata sulla razionalità, sulla funzione di utilità; e quella geopolitica che considera come preponderanti la lotta di potere in atto a livello mondiale. Nelle società industriali e dei consumi di massa, le relazioni tra produttori e consumatori di energia non hanno mai seguito la razionalità del supposto homo economicus, per cui è difficile parlare di “mercato libero” del petrolio o dell’energia come se queste fossero due merci come le altre. Allo stesso tempo, politiche energetiche che non hanno considerato la propria sostenibilità finanziaria hanno mostrato presto i loro limiti. E’ dunque assai probabile leggi tutto

Stati Uniti e Cuba: un evento storico, due discorsi e molte incertezze

Duccio Basosi * - 20.12.2014

La riapertura delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba, annunciata in questi giorni, è un avvenimento per il quale l'espressione "evento storico" è sicuramente appropriata. Non soltanto essa chiude uno strappo diplomatico apertosi nel lontano 1961, ma promette di dare un senso diverso a una relazione che, negli anni intercorsi, è stata segnata in maniera costante dai tentativi statunitensi di destabilizzare il governo cubano e da una retorica furiosa di denunce incrociate, relative ora alla natura dei sistemi economici vigenti nei due Paesi, ora alle differenti visioni di quello che nel secolo scorso si chiamava il Terzo Mondo, ora infine ai diversi progetti nutriti da Washington e l'Avana per le relazioni tra i Paesi latinoamericani e tra l'insieme di questi e il potente vicino del nord. Quali possano essere gli sviluppi reali di questa promessa, tuttavia, pare più difficile da intendere, non soltanto per l'ovvia considerazione che il futuro non è ancora scritto, ma anche perché la forma dei passi diplomatici sin qui compiuti presenta una serie di ambiguità.

 

Anzitutto, i due governi non hanno prodotto un comunicato congiunto, bensì due diversi annunci, pronunciati in contemporanea nella forma di discorsi ai rispettivi concittadini, da parte dei due capi di Stato, Barack Obama e Raúl Castro. Non si tratta di una scelta casuale, poiché se da un lato i due discorsi fotografano leggi tutto

Bergoglio, Obama e Castro. La forza di andare oltre il punto morto

Enrico Galavotti * - 20.12.2014

Per parafrasare una celebre conferenza del cardinale Lercaro dedicata a Giovanni XXIII due anni dopo la sua morte si potrebbe dire che già oggi la riflessione dei periti in «cose» vaticane e, in modo particolare, su papa Francesco, è giunta a un punto morto.

Nel senso che ormai da mesi c’è una sorta di tacita convenzione che caratterizza la stragrande maggioranza delle riflessioni sull’azione del pontefice giunto dall’Argentina. Si tende insomma a leggerla in parallelo proprio a quella di Giovanni XXIII, il papa che ha convocato il Concilio Vaticano II che è stato recentemente proclamato santo da Francesco insieme a Giovanni Paolo II. Le ragioni sono anche comprensibili, ma c’è un rischio fondamentale in questo tipo di approccio, che è da un lato quello di dissimulare una certa pigrizia nell’analisi di ciò che sta accadendo in Vaticano dal 13 marzo 2013 e dall’altro di non cogliere anche le profonde differenze che esistono tra Francesco e i suoi predecessori, Giovanni XXIII incluso. Contestualmente all’annuncio dei presidenti Obama e Castro di una ripresa delle relazioni diplomatiche, interrotte sin dal fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci del 1961, molte voci si sono rincorse per stabilire un nuovo parallelo tra Francesco e Giovanni XXIII, rievocando appunto l’appello alla pace che papa Giovanni rivolse nell’ottobre 1962 a Stati Uniti e Unione Sovietica, pericolosamente incamminati verso un conflitto nucleare. leggi tutto

L'architettura cohetillo: gli aymara boliviani e il capitalismo

Fabio Giovanni Locatelli * - 18.12.2014

Nella città boliviana di El Alto, che fa parte dell'agglomerato urbano della capitale La Paz, a partire dalla metà degli anni duemila sono spuntati edifici dalle forme bizzarre e dai colori sgargianti. Si tratta dell'architettura denominata cohetillo o neoandina. Il principale artefice di questo stile architettonico è Freddy Mamami. Ha iniziato la sua carriera come muratore; più tardi ha ottenuto il titolo di ingegnere ed ha ideato l'architettura cohetillo. Coordina oggi una squadra composta da duecento persone. Ha realizzato ben sessanta edifici cohetillos non solo in Bolivia, ma anche nel sud del Perù ed in Brasile. Altri circa venti edifici nello stesso stile sono in fase di costruzione.

 

La forma del cohetillo, che può raggiungere l'altezza di sette piani, è abbastanza uniforme. All'esterno l'edificio ha una struttura longilinea arricchita con forme e dipinta con colori della tradizione indigena aymara. Anche all'interno spiccano forme e colori ispirati alla cultura aymara. Generalmente, il pianterreno è riservato alle attività commerciali gestite direttamente dai proprietari dell'edificio. Il primo piano è occupato da una sala da ballo, destinata all'affitto per eventi come matrimoni e feste di vario tipo. Nei piani superiori si trovano appartamenti, anche questi destinati all'affitto. Nella parte superiore dell'edificio spicca la residenza dei proprietari o cholet. leggi tutto