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27 ottobre 2021
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Argomenti

La riorganizzazione autoritaria dell’Egitto

Azzurra Meringolo * - 04.11.2014

Approfittare della mancanza del Parlamento per legiferare per decreto. È questa l’ultima ricetta egiziana per tornare a controllare la sfera pubblica che ha cercato di guadagnare voce dopo la rivoluzione di piazza Tahrir. È da più di un anno che l’Egitto non ha un parlamento. La camera bassa è stata sciolta nel giugno 2012 e quella alta ha smesso di lavorare dopo l’intervento militare del luglio 2013, prima di venir definitivamente abolita dalla Costituzione entrata in vigore lo scorso gennaio. Aspettando l’elezione di un nuovo legislativo – prevista entro fine anno, ma ancora in alto mare - il governo ha approfittato degli spazi lasciati dall’art.156 della Costituzione per rispondere con ampia discrezionalità a questioni ritenute urgenti. Attraverso un mix di misure di controllo dirette e indirette, il nuovo regime sta quindi restringendo nuovamente lo spazio pubblico egiziano.

 

Sfruttando le lacune istituzionali esistenti, già lo scorso novembre l’esecutivo ha promulgato una legge sulle manifestazioni che garantisce al Ministero dell'Interno ampi poteri discrezionali sulle proteste e individua diverse circostanze in cui i manifestanti violano la legge, dando alle forze di sicurezza briglia sciolta contro i manifestanti. A giugno, è stata poi presentata l’ultima bozza della legge sulle Organizzazioni non governative che imporrebbe una maggiore vigilanza da parte del governo, attraverso un Comitato di coordinamento con potere di veto sulle attività e sulle finanze delle Ong, nonché pene più severe per coloro che non sono conformi alle normative. Da quando, il 20 ottobre, sono state finalmente riaperte le università, le autorità hanno cercato di controllare anche il dibattito interno ai campus, storicamente terreni fertili a insurrezioni anti-governative, anche di colore islamista. leggi tutto

Il risveglio della Chiesa argentina. La ricerca dei “bambini scomparsi” nel periodo della dittatura.

Claudio Ferlan - 01.11.2014

Le nude cifre spesso sanno impressionare più di quanto non facciano pagine e pagine di commenti. In Argentina quattrocento famiglie ancora cercano i “bambini rubati”. Sono i figli delle donne in attesa sequestrati negli anni del terrorismo di Stato, quando le mamme venivano lasciate sopravvivere fino al termine della gravidanza, salvo poi vedere affidati i loro neonati a famiglie legate alla dittatura militare (1976-1983). Ai piccoli era cambiata l’identità, nascosta la verità, impedita la consapevolezza delle proprie origini. I genitori naturali, nella stragrande maggioranza dei casi, non restavano in vita. Sono state le nonne, le Abuelas de Plaza de Mayo ad attivarsi per cercare quei bambini, definiti da alcuni “bottino di guerra”. Di cinquecento che nacquero nelle prigioni clandestine, poco più di un centinaio hanno potuto sapere.

 

La voce dei vescovi

 

Nel fluire della storia ci sono ritardi che impressionano: è nell’ottobre 2014 che i vescovi argentini hanno preso decisamente la parola sul tema dei “bambini nascosti”. Lo hanno fatto attraverso uno spot registrato dal presidente della Conferenza Episcopale nazionale, José María Arancedo, e destinato ad andare in onda sulle reti televisive e radiofoniche nazionali. Il titolo è “La fede muove verso la verità”. Arancedo nel video appare a fianco di Estela de Carlotto e Rosa Roisinblit (presidentessa e vicepresidentessa delle Abuelas de Plaza de Mayo). Parla in nome dei vescovi argentini per chiedere a chiunque abbia notizie sui ricoveri in cui sono stati i bambini sequestrati, o sia a conoscenza dei luoghi i cui i loro genitori sono stati sepolti clandestinamente, di riconoscere il proprio obbligo morale: devono rivolgersi alle autorità competenti. Si spera che il mezzo televisivo e quello radiofonico abbiano la capacità di moltiplicare leggi tutto

La continuità, ovvero il cambiamento

Francesco Davide Ragno ° - 01.11.2014

Domenica scorsa, Dilma Rousseff ha vinto il ballottaggio per le elezioni presidenziali in Brasile. Seppur di misura (Rousseff ha raccolto il 51,58% dei voti mentre il suo avversario, Aecio Neves, si è fermato al 48,42%) il risultato ha una portata storica. Per la prima volta, nella storia della Repubblica Brasiliana, uno stesso partito esprime il Presidente per il quarto mandato consecutivo: la prima presidenza di Dilma, infatti, che si avvia alla conclusione è stata preceduta da due periodi presidenziali di quello che può essere definito il suo mentore politico, Lula. Una vittoria di misura, dunque, che, per la verità, non ha sorpreso nessuno. E, questo, nonostante la lunghissima campagna elettorale abbia riservato moltissime sorprese: dall’alleanza tra i socialisti e gli ambientalisti alla morte di uno dei candidati, passando per il testa a testa tra Neves e Marina Silva nella lotta per il secondo posto al primo turno. Per non parlare, poi, delle proteste di piazza del giugno 2013, in concomitanza con la Confederation Cup.

 

“Cambiamento” e “Riforma”

 

Per certi versi, la vittoria di Dilma e del suo partito, il Partido dos Trabalhadores (Pt), sembra più un inizio che un consolidamento. E sono state proprio le parole del Presidente a rivelare questo tratto. Qualche ora dopo la chiusura dei seggi, festeggiando la vittoria, Dilma ha sostenuto che le due parole d’ordine di queste elezioni erano state “cambiamento” e “riforma”. Questa peculiarità è stata percepita anche dai mercati internazionali, che, forse per questo, hanno registrato reazioni incerte e schizofreniche. La giornata di lunedì scorso è stata complicata per l’economia brasiliana: l’indice della Borsa di San Paolo ha chiuso con un -3% (trascinata a picco da un -12% della Petrobras, azienda a partecipazione statale) e la moneta nazionale si è deprezzata rispetto al dollaro. Perdite, entrambe, parzialmente rientrate nella giornata di martedì. leggi tutto

Un ministro degli Esteri per l’Italia

Ennio di Nolfo * - 30.10.2014

Da quando esiste come  Stato unitario, l’Italia ha sempre ambito ad avere una propria politica estera, tale da mettere in evidenza ruolo e ambizioni del nuovo soggetto internazionale e della sua centralità nel Mediterraneo. La realtà geopolitica, cioè il fatto che l’Italia doveva l’unificazione all’intervento di Napoleone III e che il Mediterraneo fosse dominato dall’egemonia navale britannica erano i due confini entro i quali muoversi. Perciò fino al 1871 l’Italia seguì la Francia e dopo si accostò alla Gran Bretagna. Con la nascita dell’Impero tedesco il duo egemone si trasformò in un trio e le possibilità di scelta dell’Italia crebbero, al punto che essa stipulò, nel 1882 la Triplice alleanza: con l’Austria e la Germania. Dopo la Prima guerra mondiale per qualche anno le cose parvero cambiare e nel 1922 Mussolini ritenne che fosse giunto il momento di sganciarsi dai condizionamenti esterni per agire come “cavaliere solo”. Si sbagliava perché la rinascita della Germania hitleriana e la sua alleanza di fatto (1933-39) con la Gran Bretagna lo mise fuori gioco, anche perché i francesi dal 1936 avevano in pratica rotto con il fascismo. Dopo la Seconda guerra mondiale e la fase di assoluto controllo americano, quando l’Europa incominciò a crearsi una propria immagine internazionale, l’Italia riprese il solito metodo. Ma questa volta aveva solo tre possibilità: avvicinarsi alla Francia o alla Germania o diventare il vero campione dell’europeismo.  E dopo il 1990 le possibilità ritornavano a essere una sola, poiché la Germania unificata era troppo forte perché chiunque in Europa potesse opporsi alla sua volontà: come i fatti dimostrano ogni giorno. leggi tutto

Le sfide politiche poste da Kobane

Massimiliano Trentin * - 28.10.2014

Nonostante le attese della maggior parte degli osservatori internazionali, la città di Kobane (Ras al ‘Ayn in arabo) non è caduta nelle mani delle milizie dello Stato Islamico. La resistenza ad oltranza delle Unità di Protezione Popolare (YPG) sostenute dai bombardamenti aerei statunitensi ha dimostrato come l’avanzata delle truppe dell’autoproclamato Califfo al Baghdadi sia ben lungi dall’essere inarrestabile. Come visto anche recentemente in Iraq, dove le Iraqi Security Forces, le milizie sciite o i peshmerga curdi sono dapprima arretrate e poi hanno contenuto i miliziani islamisti, lo Stato Islamico non è in grado di vincere lo scontro militare ogni qualvolta si trova a combattere con un avversario ben addestrato, dunque disciplinato, equipaggiato a dovere, sostenuto dall’aviazione ma soprattutto motivato nella difesa del territorio e nell’opposizione ai progetti del cosiddetto Califfato.

Questi elementi portano dunque ad alcune riflessioni sul merito “militare” e “politico” degli eventi in corso, e delle loro implicazioni anche per le politiche di casa nostra. Anzitutto, l’esito degli interventi militari e politici esterni dipendono sempre e comunque in ultima analisi dalla forza dei partner locali, ossia di chi vive in quei territori. Gli interventi esterni possono certo influenzarne le direzioni e i caratteri ma difficilmente ne determinano le sorti. In questo caso, è stata la resistenza delle forze curde dell’YPG a spingere Washington a rivedere parzialmente i propri piani e ad intervenire a difesa di un teatro che fino a qualche settimana fa considerava “secondario”: come del resto considerava secondario anche Sinjar, dove le comunità crude yazide, cristiane e musulmane hanno rischiato il genocidio e si sono in parte salvate proprio per l’intervento militare delle YPG e del PKK. leggi tutto

La “linea di massa” di Xi Jinping: lotta alla corruzione e lotta per il potere nel Partito Comunista Cinese

Aurelio Insisa * - 21.10.2014

A circa quindici mesi di distanza dalla sua inaugurazione il 18 giugno 2013, il Partito Comunista Cinese ha dichiarato conclusa alla fine dello scorso settembre la campagna politica di rettificazione della “linea di massa” (qunzhong luxian). L’obiettivo primario della campagna, dai toni e dagli slogan esplicitamente maoisti, è stato riavvicinare il Partito alle masse cinesi, eliminando in particolare i quattro “mali” che affliggono i suoi membri: formalismo, burocratismo, edonismo e stravaganza.

I risultati sono stati recentemente annunciati con i consueti toni trionfalisti da parte dell’agenzia di stampa cinese Xinhua: 586000 riunioni di partito in meno; la rimozione di più di 160000 “impiegati fantasma;” circa 300000 membri puniti per uso inappropriato di fondi pubblici e infrazioni nei codici di condotta; infine, una riduzione di nove miliardi di dollari americani nei fondi pubblici utilizzati per viaggi all’estero, “auto blu” e ricevimenti ufficiali. Si tratta di cifre enormi, che gettano indirettamente una luce inquietante sulla vastità degli sprechi e dei fenomeni di corruzione interni al Partito. Fatte le debite proporzioni demografiche, son cifre che farebbero impallidire perfino alcuni burocrati dell’amministrazione regionale siciliana.

 

Masse, tigri e mosche:

 

I numeri mirabolanti della campagna aggiungono quindi un nuovo capitolo alla lotta senza quartiere alla corruzione indetta da Xi Jinping sin dall’inizio del suo mandato, la cosiddetta “caccia alle tigri e alle mosche.” “Tigri” quali Bo Xilai e Zhou Yongkang, i due ex pesi massimi del Partito caduti in disgrazia, ma anche “mosche,” come le centinaia di migliaia di quadri, dal livello provinciale a quello di villaggio, che hanno approfittato della loro posizione per arricchirsi principalmente tramite il controllo dello sviluppo edilizio. leggi tutto

Voci del cattolicesimo indiano. Presupposti per un nuovo cammino

Claudio Ferlan - 18.10.2014

Oltre le polemiche tra cardinali, oltre la resistenza della parte tradizionalista alle aperture ipotizzate dagli innovatori, il sinodo sulla famiglia offre l’occasione per volgere lo sguardo a parti della Chiesa universale geograficamente e culturalmente molto lontane da Roma. Una di queste realtà è l’India.


Essere minoranza religiosa


Indirizzati dall’urgenza, musulmani e cristiani hanno ripetutamente unito la propria voce a quella di movimenti sociali impegnati nella lotta per la difesa dei diritti civili. L’allarme suona a causa dei sempre più frequenti attacchi subiti dalle minoranze religiose per mano di estremisti indù. I dati raccolti raccontano di addirittura seicento casi acclarati tra maggio e settembre 2014. Non si tratta solo di violenza e di preoccupazione per l’incolumità e per la libertà di espressione dei fedeli delle religioni minoritarie. È anche un problema politico. Emerge dall’appello dei gesuiti indiani (Jesuits in Social Action) e dal dossier reso pubblico da John Dayal (segretario del consiglio cristiano pan-indiano) come diversi leader politici, nazionali e locali, sostengano apertamente le azioni estremiste e garantiscano sovente l’impunità ai colpevoli di violenze anche efferate. Per avere un’idea dei rapporti numerici attuali nel panorama religioso indiano, si noti che quasi l’80% della popolazione si professa induista, i musulmani si attestano intorno al 13% e i cattolici poco sopra il 2%. leggi tutto

La famiglia ONU: un peso o una risorsa per la comunità internazionale?

Miriam Rossi * - 16.10.2014

Il 16 settembre scorso David Nabarro, l’Inviato Speciale ONU per l’Ebola, ricordava in conferenza stampa che “la richiesta di 100 milioni di dollari di un mese fa è ora salita a 1 miliardo, ed è quindi decuplicata in un solo mese”. È la cifra a cui è stata valutata la “richiesta di riscatto” dell’intera comunità internazionale da un virus che in quasi 7 mesi ha fatto più di 4.000 vittime e che non è stato affatto circoscritto, come i casi registrati a Madrid e a Dallas testimoniano. Esattamente a un mese di distanza da quell’affermazione, chissà a quanto ammontano oggi i fondi calcolati per far fronte all’emergenza globale?

È in rapporto a situazioni di questo genere che ci si domanda se occorra giungere dinanzi all’abisso di una “minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”, come è stata definita l’epidemia di ebola dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per adottare provvedimenti che consentano di affermare quella “libertà dalla paura” di memoria rooseveltiana e scongiurare l’alto numero di vittime che ogni crisi porta con sé. Di qualsiasi genere essa sia: intensi flussi migratori, allarmi terroristici, disastri ambientali e calamità naturali, protezione dei beni storici e artistici, guerre civili e genocidi. Sembra quasi che ancora manchi la percezione di un partenariato globale, un’esigenza individuata dall’ottavo dei noti Obiettivi di Sviluppo del Millennio “per salvare le future generazioni da ogni flagello”, parafrasando la Carta ONU, o più semplicemente per garantire la dignità di ciascun essere umano. Non di rado l’invocazione dell’aiuto o dell’intervento internazionale da parte di uno Stato membro dell’ONU in un momento di difficoltà convive contraddittoriamente con la proibizione di ingerenza dell’Organizzazione stessa in altre questioni ritenute di stretta competenza dello Stato o con il mancato contributo al budget societario. leggi tutto

Gli Stati Uniti revocano l’embargo sulle armi verso il Vietnam (pensando alla Cina)

Andrea Passeri * - 11.10.2014

Il lento ma costante processo di riavvicinamento diplomatico fra gli Stati Uniti d’America ed il Vietnam si arricchisce di un ulteriore snodo, dal profondo valore simbolico e sostanziale. Questo è il lascito dell’ultimo vertice bilaterale fra il Ministro degli Esteri di Hanoi, Pham Binh Minh, ed il suo omologo statunitense John Kerry, tenutosi a Washington lo scorso 2 ottobre. A margine del summit, infatti, la Casa Bianca ha reso nota l’intenzione di procedere verso un deciso rilassamento dell’embargo sulla fornitura d’armamenti verso il Paese asiatico, in vigore ormai dal lontano 1975. Tale decisione, ampiamente prevista dagli osservatori più attenti, appare finalizzata a supportare la modernizzazione dell’apparato militare vietnamita in campo navale, nel quale le forze di Hanoi si confrontano in modo sempre più esplicito con la crescente assertività cinese. Al netto delle rituali smentite di facciata dei portavoce di Pennsylvania Avenue, secondo le quali la revoca dell’embargo deriva unicamente dai progressi – peraltro timidi – compiuti dal governo vietnamita nella sfera della governance pubblica e della tutela dei diritti umani, tale mossa va necessariamente inserita nel mosaico più ampio del “ritorno” americano in Asia orientale, vero e proprio mantra della piattaforma di politica estera dell’amministrazione Obama fin dall’insediamento del 2009. In questo quadro, l’ascesa politica, economica e militare della Repubblica Popolare Cinese, leggi tutto

Kobane, Stato Islamico e Coalizione internazionale: specchio della crisi medio-orientale

Massimiliano Trentin * - 09.10.2014

La battaglia che infuria nella città siriana di Kobane, in curdo o Ayn al Arab in arabo, può essere considerata come la cartina tornasole dei processi politici in atto in Medio Oriente.

Anzitutto il significato politico di Kobane/Ayn al Arab per il conflitto in Siria. Già nell'estate del 2012 le forze politiche curde e le loro milizie avevano preso il controllo della città e del Nord est della Siria obbligando l'esercito regolare di Damasco a ripiegare nel resto del Paese: ripiegamento che avvenne con il tacito consenso del regime, che così poté ridispiegare le proprie truppe verso altri fronti più rilevanti per la propria sopravvivenza. Le forze curde più importanti non entrarono a far parte dell'Esercito Siriano Libero, al tempo principale forza armata delle opposizioni siriane, sostenuta dai Paesi Nato e dalle monarchie del Golfo. Fin da subito, infatti, erano scoppiati gli scontri con i gruppi jihadisti, che mal si conciliavano con l'impostazione laica, progressista o anche conservatrice ma mai integralista delle forze curde. Nel 2012 i ribelli islamisti erano in crescita ma non ancora egemoni per cui, dopo scontri armati che videro la vittoria delle milizie curde nella provincia del Nord est di Hassakeh e nella città di Ras al Ayn in particolare, venne raggiunto un accordo tra le diverse fazioni che garantì comunque ai curdi il controllo del territorio. leggi tutto