Ultimo Aggiornamento:
28 novembre 2020
Iscriviti al nostro Feed RSS

Argomenti

L’Ecuador e il problema dell'interpretazione del messaggio del Papa

Fabio Giovanni Locatelli * - 23.07.2015

Sull'aereo di ritorno dall’America Latina, papa Francesco ha lamentato la cattiva interpretazione delle sue parole in Ecuador. Ha chiarito quindi il concetto di “ermeneutica totale” e il vero significato del suo messaggio.

 

L’interpretazione del presidente

 

Il giorno 5 luglio, l’aereo con a bordo papa Francesco è atterrato all’aeroporto della capitale dell’Ecuador, Quito. Qui il pontefice ha pronunciato un discorso sulla necessità del dialogo e dell’inclusione sociale.  Infine, ha affermato, dirigendosi al presidente Rafael Correa, “potrà contare sempre sull’impegno e sulla collaborazione della Chiesa, per servire questo popolo ecuadoriano che si è rimesso in piedi con dignità”. Nei giorni successivi, il presidente Correa durante un’intervista alla CNN ha dichiarato che il pontefice con quella frase volesse esprimere la propria solidarietà con la “Revolución Ciudadana”. Questo è il nome del processo politico guidato dal presidente Correa, al potere dal 2007. In concreto, il Governo ha investito milioni di dollari, ottenuti principalmente dal petrolio, nelle infrastrutture, nel settore energetico, nel sistema educativo e nel settore della salute. La politica redistributiva ha ridotto la povertà ed ha ingrandito la classe media. Il paese, a detta di molti e anche di alcuni oppositori, è cambiato in positivo durante il Governo Correa. Per questo il presidente ha pensato che il Papa con l’espressione “questo popolo ecuadoriano che si è rimesso in piedi con dignità” volesse esprimere il suo appoggio alla causa della Revolución Ciudadana. leggi tutto

Accordi estivi?

Dario Fazzi * - 21.07.2015

Il mese di luglio, per una di quelle strane coincidenze che di tanto in tanto puntellano la storia contemporanea, sembra essere un mese particolarmente propizio per la conclusione di accordi in ambito nucleare. Nel luglio del 1963 le superpotenze della guerra fredda siglavano il loro primo storico accordo, impegnandosi reciprocamente a bandire i test atomici in atmosfera. Il primo di luglio del 1968 si raggiungeva la firma del trattato di non-proliferazione, il cui merito principale, oltre a quello di aver oggettivamente rallentato la diffusione degli arsenali atomici, è oggi quello di trattenere lo stesso Iran al tavolo negoziale. Mentre fu alla fine di un altro luglio, quello del 1991, che l’allora presidente statunitense Bush e il premier sovietico Michail Gorbaciov decisero di dare il via agli accordi START e mettere così in moto un processo di progressiva riduzione degli armamenti strategici ancora oggi in continua evoluzione.

Eppure, la stessa storia contemporanea dimostra come spesso i buoni propositi estivi si siano dissolti con l’approssimarsi di lunghi autunni, forieri di nuvole cariche di sospetti e sfiducia. Del resto, la persistenza stessa sullo scenario globale di oltre 15.000 testate nucleari, la costante minaccia che gruppi transazionali fuori controllo possano acquisire il materiale necessario a costruire ordigni atomici rudimentali e numerose incertezze legate a scelte di politica prevalentemente interna delle varie parti riunite a Vienna pongono se non altro dei seri dubbi sulla reale portata storica e sulla effettiva tenuta dell’accordo siglato con l’Iran. leggi tutto

Ecuador, Bolivia, Paraguay: un viaggio alle origini del cristianesimo popolare.

Claudio Ferlan - 16.07.2015

Il recentissimo viaggio di Francesco in America Latina si pone a buon diritto sulla via inaugurata fin dai primi giorni del suo pontificato. Così come accaduto in Europa, infatti, il papa ha preferito visitare le periferie e i paesi più poveri quali sono Ecuador, Bolivia e Paraguay. Le linee pastorali dell’azione di Bergoglio risaltano ancora più evidenti se analizzate alla luce del suo rapporto con il continente di origine.

 

Teologia del popolo

 

L’elezione di Francesco ha di molto accresciuto l’interesse per la cultura teologica latinoamericana: prima del 13 marzo 2013 in Europa ben pochi tra i non addetti ai lavori avevano sentito parlare di teologia del popolo. Si conosceva magari la teologia della liberazione, ma più per le sue implicazioni politiche che per i suoi fondamenti teorici. Tra le numerose pubblicazioni che negli ultimi due anni sono apparse (per lo più tradotte) nelle librerie italiane, una più di altre ci aiuta a comprendere ragioni e termini del recente viaggio. Mi riferisco a “Introduzione alla teologia del popolo. Profilo spirituale e teologico di Rafael Tello” (Emi 2015, ma l’edizione argentina è del 2012), scritto da Enrique Ciro Bianchi con prefazione dell’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio. In sintesi, il pensiero di Tello – teologo al quale Francesco deve molto leggi tutto

Stati Uniti – Iran: finalmente l'accordo

Massimiliano Trentin * - 16.07.2015

Dopo una lunga maratona di negoziati, martedì 14 luglio 2015 la Repubblica islamica dell'Iran ha concluso un accordo con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania. In cambio di un regime di controlli stringenti, l'accordo prevede che l'Iran potrà continuare il suo programma di sviluppo dell'energia nucleare per scopi pacifici e vedere la fine dell'embargo economico e finanziario a cui il Paese è sottoposto da quasi dieci anni.

Nei fatti l'accordo perfeziona quanto già deciso dal punto di vista politico a Ginevra il 2 Aprile scorso, dopo ormai due anni di intensi negoziati. Questi mesi sono serviti a individuare i dettagli tecnici relativi al regime di ispezioni a cui il Paese medio orientale dovrà sottoporsi, così come al processo di revoca delle sanzioni internazionali che riporteranno l'Iran a pieno titolo nella comunità politica internazionale così come nei mercati economici globali. "Storico" è l'aggettivo che qualifica molti dei titoli e degli editoriali di giornali della regione: dal Teheran Times, ovviamente filo-iraniano, al filo-saudita Arab News, dunque decisamente più diffidente.

Come sottolineato dal Presidente USA Barack Obama al New York Times, l'accordo deve essere valutato oggi e nel futuro per quello che prevede: cioè, prevenire che l'Iran si doti dell'arma nucleare, mentre possa proseguire nel programma pacifico di sfruttamento dell'energia dell'atomo. leggi tutto

Il movimentato ventennale di Srebrenica

Davide Denti * - 14.07.2015

Sabato 11 luglio la Bosnia ed Erzegovina, così come tutto il mondo, ha commemorato i vent’anni dall’uccisione a sangue freddo di almeno 8.372 uomini, vecchi e bambini bosniaco-musulmani a Srebrenica, da parte delle milizie serbobosniache di Ratko Mladic e Radovan Karadzic e dei loro sponsor della Serbia di Slobodan Milosevic. Corpi sepolti in fosse comuni e poi traslati in varie fosse secondarie, per nasconderne le tracce. Il più grave massacro avvenuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, che due corti internazionali diverse (il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia e la Corte Internazionale di Giustizia) hanno riconosciuto come atto di genocidio, per la sua scala e modalità.

E’ stato un ventennale movimentato, segnato da contrapposizioni e negazionismi. Tutto era iniziato con l’arresto in Svizzera di Naser Oric, ex combattente bosniaco considerato l’estremo difensore di Srebrenica durante l’assedio dell’enclave nel 1992-95, ma un criminale di guerra secondo i serbobosniaci. Oric, già assolto dal tribunale dell’Aja, è stato infine estradato nella sua Bosnia anziché in Serbia, da dove proveniva il mandato di cattura, ma il caso aveva fatto rimontare le tensioni. Il sindaco di Srebrenica, Camil Durakovic, aveva annunciato la sospensione della commemorazione del ventennale in caso di mancato rilascio di Oric, per impossibilità di garantirne la sicurezza. leggi tutto

Il tentativo di destabilizzazione della Tunisia

Leila El Houssi * - 02.07.2015

Venerdì 26 giugno, durante il Ramadan, sulla spiaggia di un noto hotel di Port El Kantaoui, a pochi chilometri dalla città di Sousse, un giovane di 23 anni, Seiffedine Rezgui ha assassinato 40 turisti che stavano trascorrendo le loro vacanze.

A pochi mesi dall’attentato del Bardo, la Tunisia viene nuovamente colpita, con un attacco ancora più cruento, con lo scopo di voler far naufragare la delicata transizione del paese.

Il nuovo attacco alla Tunisia, modello esemplare di quel laboratorio politico che è stato in grado di portare il paese a una transizione democratica dopo la rivolta del 2011, sembra rivelare una strategia ben definita. Il terrorismo che si muove nello spazio globale di un Islam mondializzato ( K. F. Allam, 2015) attraverso il meccanismo della paura, punta alla destabilizzazione della democrazia tunisina. Il progetto di destabilizzazione di Da’sh (Isis) ha avuto inizio tramite un reclutamento su larga scala di adepti, tanto che la Tunisia raggiunge il triste primato di “esportatore di jihadisti” verso la Siria e l’Iraq. Secondo le stime fornite dal ministero degli interni nel 2014 sarebbero stati arruolati circa 2400 giovani tunisini attraverso la rete costituita da social networks, le moschee, alcune associazioni culturali o le carceri.

In gran parte dei casi, si tratta dei rappresentanti di quella generazione del cambiamento, che all’indomani della rivolta del 2011, ha vissuto un profondo malessere, alle prese con la pesante situazione nel mercato del lavoro. La disoccupazione ha creato frustrazione e malcontento nella fascia giovanile della popolazione tunisina leggi tutto

L’ONU. 70 anni fa alla Conferenza di San Francisco si scrivevano i principi a tutela dell’individuo.

Miriam Rossi * - 30.06.2015

“L’Organizzazione delle Nazioni Unite, cos’è costei?” Non sconosciuta quanto il nome dell’antico filosofo greco Carneade su cui rimuginava Don Abbondio nelle pagine dei Promessi Sposi, l’Organizzazione, chiamata comunemente con l’acronimo ONU, appare però ignota ai più. Che sia invocata per operare con un intervento umanitario, denigrata per la scarsa incisività della sua azione a fronte di un ampio investimento di fondi, o più semplicemente ignorata, la rilevanza dell’ONU è ben maggiore delle mezze verità e delle finalità strumentali secondo cui spesso le politiche nazionali la modellano e ci hanno anche sovente abituati.

Nata sulle ceneri della seconda guerra mondiale e di una fallita Società delle Nazioni, furono proprio i 70 milioni di morti del conflitto a determinare una reazione più viva della politica e della società civile. L’appuntamento per tutti fu a San Francisco, dal 25 aprile al 26 giugno 1945, in occasione della redazione dello Statuto della nuova Organizzazione. Alle posizioni dei rappresentati dei futuri Stati membri, si unirono per settimane le richieste espresse animatamente fuori dai palazzi da gruppi pacifisti, antimperialisti, femministi, ecologisti, religiosi e tanti altri ancora, che contribuirono a modificare alcuni degli aspetti della futura Carta ONU, la cui bozza era già stata definita un anno prima a Dumbarton leggi tutto

L’eredità di Gezi Park e il riscatto delle minoranze: l’altro volto della Turchia

Carola Cerami * - 27.06.2015

“Con questo voto hanno vinto coloro che stanno dalla parte della giustizia, della libertà, della pace e dell’indipendenza. Curdi, armeni, turchi, sunniti, cristiani, hanno vinto tutti coloro che si sono sentiti esclusi. Hanno vinto gli emarginati, i disoccupati, e tutti coloro che hanno dovuto soffrire per vivere. E’ anche una vittoria per le donne che hanno sostenuto il nostro partito. Oggi ha vinto la democrazia. Una nuova pagina si sta scrivendo nella Storia del nostro Paese”.

Con queste parole il giovane e carismatico leader del nuovo Partito Democratico dei Popoli (HPD), Selahattin Demirtaş, festeggia il successo del suo partito alle elezioni politiche del 7 giugno. L’HPD entra così in parlamento per la prima volta con il 13% dei voti, superando la soglia di sbarramento (10%) e guadagnando 80 seggi. La vera novità è che il Partito Democratico dei Popoli è un partito con una forte matrice curda, sebbene esso si presenti come un partito di sinistra turco, pluralista e aperto a tutte le minoranze etniche, religiose e civili. Demirtaş, 42 anni, avvocato per i diritti umani, fondatore di Amnesty International a Diyarbakir (città curda a sud-est della Turchia, diventata il simbolo della vittoria dell’HPD), ecologista, impegnato per i diritti civili degli omosessuali, ha saputo conciliare le esigenze del popolo curdo che chiede parità culturale, uguale cittadinanza e poteri di autogoverno con la necessità di mantenere salde le credenziali di un partito di cambiamento nazionale. leggi tutto

Il Sultano è in difficoltà

Massimiliano Trentin * - 16.06.2015

Le elezioni parlamentari del 7 giugno in Turchia hanno determinato due risultati principali: da un lato, la vittoria del Partito della democrazia del popolo (HDP), di sinistra e filo-curdo; dall’altro lato, e conseguente, la perdita della maggioranza parlamentare da parte del Partito della Giustizia e della Libertà (AKP) del Presidente della Repubblica, Erdoğan.

La maggior parte delle analisi post-voto confermano come oltra a quelli di sinistra, l’HDP sia stato in grado di attrarre su di sé i voti dei conservatori e devoti musulmani curdi, che invece avevano sostenuto il Partito islamista di Erdoğan nelle precedenti tre tornate elettorali, attribuendogli la maggioranza assoluta dal 2002. Al di là dei flussi elettorali, il dato politico è sicuramente quello più interessante: in primo luogo, il Presidente Erdoğan non ha convinto i propri elettori della bontà dei suoi progetti di trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale, tagliata a propria misura, favorendo invece la pluralità delle forze politiche presenti nelle istituzioni, anche se questo comporta tempi lunghi per i negoziati e i compromessi necessari alla formazione di un nuovo governo. La Turchia sconterà forse minore “efficienza” e rapidità nel processo decisionale, ma sicuramente ne guadagnerà in termini di trasparenza e discussione pubblica su temi che dal 2002 sono stati di appannaggio pressoché esclusivo dei vertici dell’AKP. leggi tutto

La “difesa attiva” di Pechino: discontinuità e continuità della politica estera cinese alla luce del recente libro bianco sulla strategia militare.

Aurelio Insisa * - 02.06.2015

L’Ufficio d’Informazione del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato martedì 26 maggio un nuovo libro bianco dal titolo “La strategia militare della Cina” (Zhongguo junshi zhanlüe). Si tratta del nono libro bianco riguardante le forze armate cinesi dal 1998, ma del primo esplicitamente dedicato alla strategia militare. Nel verboso documento, circa novemila caratteri nell'originale in mandarino, il governo cinese delinea uno scenario complesso e non privo di pericoli per il futuro del paese. Mentre da una parte vengono reiterati i benefici dei trend politici-economici che hanno investito l’Asia Orientale negli ultimi decenni, Pechino afferma che crescenti minacce esterne alla propria sovranità territoriale hanno spinto il paese ad una revisione della propria strategia militare riassunta nel nebuloso concetto di “difesa attiva”, riconducibile, citando il documento, alla massima “non attaccheremo a meno di non esser attaccati per primi, ma sicuramente contrattaccheremo se ci attaccheranno” (ren bufan wo, wo bufan ren; ren ruo fan wo, wo bi fanren).

Alcune delle cosiddette “minacce esterne” elencate nel libro bianco sono dei “classici” della comunicazione politica cinese, dal rischio leggi tutto