Ultimo Aggiornamento:
15 luglio 2020
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Argomenti

Parigi e la legge del terrorismo

Domenico Tosini * - 26.11.2015

Gli attentati di Parigi del 13 novembre seguono la medesima logica del massacro di Charlie Hebdo da parte dei fratelli Kouachi e degli omicidi commessi da Amedy Coulibaly (entrambi dello scorso gennaio). È la stessa logica degli attentati di Madrid 2004 e di Londra 2005 (e di una serie di tentativi di attentati in Europa e in Nord America cui abbiamo assistito negli ultimi anni). Nella complessa varietà delle cause di questi fatti, possiamo isolare la legge del terrorismo: colpire bersagli civili (dei Paesi nemici come la Francia) per compensare l’inferiorità militare che lo Stato Islamico (ISIS) si trova ad affrontare in Iraq e Siria. È in altre parole la legge infernale della guerra asimmetrica, nella quale sono da anni impantanati i Paesi occidentali in lotta contro al-Qaeda e i gruppi affiliati.

È il caso di Madrid 2004: un attacco con l’obiettivo (conseguito) di spingere la Spagna al ritiro del proprio esercito dall’Iraq. O il caso di Londra 2005: l’azione di quattro kamikaze con l’intento di contrastare l’intervento britannico anzitutto (ancora una volta) in Iraq. E lo stesso per Parigi nel gennaio scorso: almeno per l’attentato di Coulibaly, un video-testamento documenta la propria fedeltà all’ISIS e l’intenzione di reagire ai bombardamenti occidentali contro le sue milizie. E così anche per la strage del 13 novembre: varie rivendicazioni su Internet e alcune testimonianze leggi tutto

L’Isis e al-Qaeda: realtà di terrore a confronto

Francesca Del Vecchio * - 26.11.2015

Dopo i fatti di Parigi, alcuni leader politici si sono espressi duramente in materia di lotta al terrorismo. Si è parlato di strategie, di guerra. Ma lo si è fatto senza conoscere a fondo il nemico contro il quale ci si appresta a combattere, per il momento, solo in senso figurato. E poi si è parlato di al-Qaeda, tentando di costruire un parallelo tra la rete di Osama Bin Laden e al-Zawahiri, e l’Isis o – nella sua versione araba – il Daesh. Entrambe, non c’è dubbio, sono le più spietate organizzazioni terroristiche dell’ultimo ventennio. Ma in quanto a strategie d’azione, sono più le differenze che le analogie.

L’Isis nasce dalla costola irachena di al-Qaeda – con il nome di al-Qaeda Iraq (AQI) – sotto la guida di al-Zarkawi. Il progressivo distaccamento si deve alle divergenze operative, oltre che all’incompatibilità tra i rispettivi leader. Mentre al-Qaeda ha rafforzato il suo potere nutrendo le cellule a sé affiliate nel resto del mondo - ramificando come metastasi la sua influenza -, l’Isis ha costruito uno stato solido, dal 2003 ad oggi, arrivando a dominare un’intera area geografica a metà tra Siria e Iraq. Da un lato il radicamento al territorio è per l’Isis un vantaggio, poiché ne fortifica la stabilità militare. Dall’altro rappresenta un limite: la riuscita di un attacco mirato allo stato potrebbe distruggerne il potere territoriale.  leggi tutto

Le parole e la politica, a una settimana dagli attentati di Parigi

Giovanni Bernardini - 21.11.2015

Una settimana ci separa dagli eventi parigini. Una settimana febbrile, che ha segnato tutto fuorché l’improbabile ritorno alla normalità evocato da più parti. Una settimana in cui le conseguenze della notte di sangue hanno monopolizzato l’informazione sotto forma di raid e di arresti, di ritorsioni belliche più rabbiose che mirate, di provvedimenti d’emergenza invocati e discussi. Di falsi allarmi, che più di ogni altra cosa danno la misura delle ripercussioni sulla vita quotidiana dei cittadini europei, dall’annullamento di incontri di calcio fino alla miriade di segnalazioni di pacchi, automobili, individui “sospetti” che sarebbero passati inosservati solo pochi giorni fa. Un panorama sfavorevole a valutazioni che non cedano alla pur comprensibile emozione, e il profluvio di commenti espressi da ogni parte sembra innanzitutto denunciare la mancanza del lessico adeguato a rappresentare la novità di quanto accaduto, e delle categorie mentali necessarie a organizzare un pensiero propositivo per il futuro. Difficile considerare altrimenti l’approssimazione acritica con cui concetti come “guerra” e “terrorismo” vengono reiterati nel discorso politico, portandosi dietro connotazioni evidentemente appartenenti al passato che non rispecchiano più la nostra quotidianità. Ma l’anacronismo in frangenti simili è un peccato di pigrizia e un lusso che non ci si può concedere, come dimostrano tre lustri di opinabili iniziative belliche che hanno seguito l’11 settembre statunitense e che in parte sono alla radice dei problemi attuali. leggi tutto

L’Africa al centro. Rischi e significati del prossimo viaggio pontificio

Claudio Ferlan - 19.11.2015

L’agenda di papa Francesco prevede per i prossimi 25-30 novembre un viaggio in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana, fortemente voluto da Bergoglio per aprire il Giubileo straordinario della misericordia.

Il programma ufficiale rivela la piena coerenza dell’appuntamento africano con le linee politiche e pastorali del pontificato in corso. Oltre agli incontri istituzionali e diplomatici, il fitto calendario annuncia una riunione interreligiosa ed ecumenica e una visita alla bidonville di Nairobi (Kenya), l’omaggio a un santuario cattolico e anglicano (Uganda), la presenza in un campo profughi, un appuntamento ecumenico con i rappresentanti della comunità evangelica e uno interreligioso presso la moschea centrale della capitale Bangui (Repubblica Centrafricana). Rimane dunque centrale l’attenzione verso le altre religioni, le altre confessioni cristiane e le periferie sociali.

 

Il nodo centrafricano

 

Già prima degli attentati di Parigi, un allarme molto serio è stato trasmesso dai servizi di sicurezza francesi per la tappa centroafricana. Paese a netta maggioranza cattolica, la Repubblica è in subbuglio dal momento della deposizione del presidente François Bozizé per opera del gruppo islamico Séléka (marzo 2013). Da allora è in corso una guerra civile tra milizie musulmane e cristiane. La situazione sta peggiorando e le violenze si susseguono anche a Bangui, dove Francesco ha scelto di aprire il Giubileo (29 novembre). leggi tutto

“What China’s gonna do?” Uno sguardo su propaganda e diplomazia cinese nelle ultime settimane

Aurelio Insisa * - 19.11.2015

La Cina ha avuto ampio spazio sui mezzi di informazione e i social media italiani nelle ultime due settimane, soprattutto per via dell’ormai famoso video di propaganda riguardante il tredicesimo piano quinquennale - l’ormai noto shisanwu – caratterizzato dallo slogan “Wanna know what China’s gonna do? Best pay attention to the shisanwu” (“Se volete sapere cosa farà la Cina prestate attenzione al tredicesimo piano quinquennale”). La viralità del video certamente testimonia i progressi della cosiddetta “propaganda esterna” (duiwai xuanchuan) cinese nel rivolgersi all'opinione pubblica americana ed europea. D’altra parte però, essa rinforza i classici stereotipi occidentali su un Oriente irrimediabilmente “altro” e weird, paradossalmente proprio a causa della sua tanto sfavillante quanto straniante confezione “pop” corredata perfino dalla partecipazione di un simil-David Bowie in versione Aladdin Sane. Dai vuoti simulacri della pianificazione economica comunista al Gangnam Style il passo si è rivelato improvvisamente brevissimo e, pur al costo di inevitabili semplificazioni del suo pensiero, è difficile non citare una ben nota frase del filosofo canadese Marshall McLuhan: “the medium is the message”. L’obiettivo è far parlare del video in sé, e quindi del governo cinese, non informare l’opinione pubblica occidentale sul tredicesimo piano quinquennale di un paese abituato a  truccare le statistiche delle proprie performance economiche.  leggi tutto

Un salto di qualità

Michele Marchi - 17.11.2015

E’ difficile scrivere a meno di tre giorni da uno dei più terribili attacchi subiti da un Paese europeo dall’avvio della folle guerra lanciata dal fondamentalismo di matrice islamica nel triste giorno di fine estate del 2001.

È complicato provare a fare un minimo di chiarezza quando le indagini sono appena avviate, quando i servizi di vari Paesi parlano di altre minacce imminenti e quando non tutti i responsabili dell’immane carneficina di Parigi sono stati arrestati.

Eppure alcune considerazioni, seppur provvisorie, cominciano ad emergere e sembrano tutte legate a quel “salto di qualità” scelto come titolo.

Un “salto di qualità” lo hanno compiuto gli attentatori del 13 novembre. La modalità dell’attacco simultane, in luoghi differenti della città era stato, solo in parte, sperimentato a Londra nel 2005, ma non con questa intensità e questa capacità operativa dei gruppi di fuoco. I molteplici assalti di Parigi ricordano l’esempio extra-europeo degli attentati di Mumbai nel 2008, quando una decina di differenti gruppi di fuoco impegnò le forze di sicurezza indiane per 60 ore, provocando quasi duecento morti e circa 300 feriti. È più che legittimo, allora come oggi, parlare di guerra, prima di tutto perché di un’operazione di guerriglia in centro abitato si è trattato. Si può aggiungere poi un secondo, ancora più drammatico, “salto di qualità”: l’utilizzo di kamikaze. Da questo punto di vista le strade di Parigi si sono trasformate, si spera solo per una notte, in quelle che di solito ci appaiono così distanti, così altro da noi: Baghdad, Kabul o Tel Aviv. leggi tutto

Raqqa-Parigi-Raqqa

Le informazioni sulla dinamica degli attentati che hanno colpito Parigi ricostruiscono un’operazione tanto complessa nel suo coordinamento quanto semplice nella sua logica criminale: colpire tre spazi che contraddistinguono la socialità pubblica di Parigi, colpire tutte le persone che le frequentano, indipendentemente da religione, lingua o provenienza, perché “colpevoli” di partecipare ad una socialità che gli attentatori ritengono simbolizzi il nemico. Per l’organizzazione dello Stato islamico (Daesh, acronimo arabo) ora la Francia rappresenta un nemico, come altri Paesi europei.

Sebbene vi siano state delle incongruenze iniziali tra la rivendicazione di Daesh e altri sui canali “ufficiali” di comunicazione, non stupisce che sia l’organizzazione ad esserne il mandante. Dall’estate del 2015, infatti, Daesh è sotto pressione: quelle forze regionali ed internazionali che per anni hanno lasciato che l'organizzazione combattesse prima in Iraq e poi in Siria in funzione anti-iraniana non ne controllano più le azioni e le ambizioni; alcune decidono di "contenerla", e ne subiscono gli attacchi.

Nell’estate del 2015 Daesh ha conquistato Ramadi, il capoluogo della provincia irachena di al Anbar, fulcro e luogo originario dell’organizzazione; si volge poi ad ovest e conquista la città siriana di Tadmur, Palmira, fino a lambire la grande arteria che lega da nord a sud Damasco e Aleppo. In tutti questi casi, leggi tutto

Aung San Suu Kyi, l’ultima icona pop mette il regime alle corde

Francesco Maltoni * - 14.11.2015

Con la vittoria alle urne, si realizza il sogno del premio Nobel per la Pace. Ma per il Myanmar ora viene il difficile

La vittoria di Aung San Suu Kyi alle elezioni rappresenta una vera svolta per il Myanmar, o una concessione alle telecamere e ai media di tutto il mondo destinata a scomparire, una volta che l’attenzione sarà passata altrove? Sicuramente, quella di domenica è stata una giornata storica per il Paese asiatico e per la vita della famosa leader di opposizione. Nessuno quanto lei è riuscita a incarnare, negli ultimi 30 anni, il grido di libertà di un’intera popolazione, sottoposta a un regime tirannico, subdolo e liberticida.

Aung San Suu Kyi è riuscita a porre all’attenzione dell’intera comunità internazionale e dell’opinione pubblica mondiale la questione democratica in un poco conosciuto Paese asiatico, ben prima dell’avvento di internet, dei social network e del villaggio globale. Una leadership, quella della dissidente birmana, che nasce da aspre rinunce sulla vita personale – su tutte, la lontananza dal letto di morte del marito, per non rischiare l’estradizione forzata dal suo Paese – e da una proverbiale compostezza, ma da una titanica determinazione, tale da dilatarne in maniera esponenziale la esile fisicità.

Il suo sguardo fermo, che traspare da ogni manifesto o semplice fotografia, è la sintesi migliore della vita sacrificata alla causa di una intera nazione e alla lotta per la libertà. leggi tutto

La crisi dell’ONU a vent’anni dalla pace di Dayton

Massimo Bucarelli * - 10.11.2015

L’incapacità delle Nazioni Unite di intervenire nelle guerre interetniche, che hanno causato la dissoluzione della Jugoslavia, è stata definita dal diplomatico statunitense Richard Holbrooke, negoziatore degli accordi di pace in Bosnia, “il più grande fallimento della sicurezza collettiva occidentale dagli anni Trenta”. Altrettanto critico è stato lo stesso segretario dell'Organizzazione delle Nazioni Unite dell'epoca, il politico e diplomatico egiziano, Boutros Boutros-Ghali, secondo il quale l'intervento dei caschi blu nella ex Jugoslavia si è rivelato una vera e propria "missione frana", capace di condurre l'ONU "al disastro". In effetti, le numerose difficoltà del multilateralismo istituzionale nel gestire il conflitto armato esploso tra i popoli della ex Jugoslavia hanno fatto precipitare le Nazioni Unite in una crisi talmente profonda, da renderne l'Organizzazione, nata alla fine della seconda guerra mondiale per impedire il ripetersi delle tragedie che avevano devastato l’Europa per due volte nel giro di pochi decenni, del tutto marginale nella risoluzione delle principali crisi locali e internazionali degli ultimi vent’anni.

Il primo intervento dell'ONU nel caos jugoslavo è avvenuto nel settembre del 1991, con la decisione di decretare l'embargo generale sulle armi e sull'equipaggiamento militare contro l'intera Federazione Jugoslava. Si trattava di un'iniziativa presa nel pieno rispetto dell'imparzialità delle Nazioni Unite di fronte allo scontro in atto in Croazia, prima, e in Bosnia, poi, ma che di fatto favoriva l'esercito federale jugoslavo, leggi tutto

Le elezioni turche e il trionfo di Erdogan

Giuseppe Mancini * - 07.11.2015

I risultati delle elezioni del 1° in Turchia sono stati sorprendenti un po' per tutti. Nessuno si aspettava – né i sondaggisti, né forse gli stessi Erdoğan e Davutoğlu – una vittoria di tali proporzioni del Partito della giustizia e dello sviluppo: l'Akp ha infatti ottenuto il 49,5% dei consensi, recuperando 9 punti percentuali rispetto alla tornata del 7 giugno e portando 317 deputati all'Assemblea nazionale, che gli garantiscono di nuovo la maggioranza assoluta (il parlamento turco è monocamerale). Si chiude così, con una tripletta interrotta dall'esito interlocutorio di 5 mesi fa, il ciclo elettorale del 2014-2015, con in serie amministrative, presidenziali e politiche: si tornerà a votare solo nel 2019, questi 4 anni senza campagne elettorali potranno essere dedicati alle riforme istituzionali e strutturali di cui il Paese ha notoriamente bisogno.

 

L'Akp ha vinto – meglio: stravinto – grazie a una campagna elettorale intelligente. La sconfitta elettorale del 7 giugno è stata analizzata in modo corretto, sono state prese delle contromisure che si sono rivelate efficaci: ha rivisto delle candidature che non avevano funzionato, rimettendo in gioco alcuni big del partito; ha concentrato gli sforzi sul campo, tra comizi e visite porta a porta, in tutti quei collegi sfuggitigli per pochi voti (39 deputati, a giugno, erano stati assegnati con uno scarto di meno dello 0,2%); ha seguito leggi tutto