Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Parigi e la legge del terrorismo

Domenico Tosini * - 26.11.2015
Amedy Coulibaly

Gli attentati di Parigi del 13 novembre seguono la medesima logica del massacro di Charlie Hebdo da parte dei fratelli Kouachi e degli omicidi commessi da Amedy Coulibaly (entrambi dello scorso gennaio). È la stessa logica degli attentati di Madrid 2004 e di Londra 2005 (e di una serie di tentativi di attentati in Europa e in Nord America cui abbiamo assistito negli ultimi anni). Nella complessa varietà delle cause di questi fatti, possiamo isolare la legge del terrorismo: colpire bersagli civili (dei Paesi nemici come la Francia) per compensare l’inferiorità militare che lo Stato Islamico (ISIS) si trova ad affrontare in Iraq e Siria. È in altre parole la legge infernale della guerra asimmetrica, nella quale sono da anni impantanati i Paesi occidentali in lotta contro al-Qaeda e i gruppi affiliati.

È il caso di Madrid 2004: un attacco con l’obiettivo (conseguito) di spingere la Spagna al ritiro del proprio esercito dall’Iraq. O il caso di Londra 2005: l’azione di quattro kamikaze con l’intento di contrastare l’intervento britannico anzitutto (ancora una volta) in Iraq. E lo stesso per Parigi nel gennaio scorso: almeno per l’attentato di Coulibaly, un video-testamento documenta la propria fedeltà all’ISIS e l’intenzione di reagire ai bombardamenti occidentali contro le sue milizie. E così anche per la strage del 13 novembre: varie rivendicazioni su Internet e alcune testimonianze durante gli attentati permettono di ricondurre anche questo caso alla medesima logica della violenza terroristica come arma in difesa dell’ISIS.

Altri fattori andrebbero senza dubbio presi in considerazione per spiegare queste violenze. Certamente il processo di radicalizzazione degli attentatori. Se si pensa, ad esempio, a certi casi precedenti di giovani jihadisti cresciuti in Francia (un tratto comune ad alcuni dei terroristi del 13 novembre), scopriamo un passato di microcriminalità, talvolta seguito da periodi di reclusione che li hanno resi facili prede di predicatori incarcerati nelle prigioni francesi. Una volta tornati in libertà, ad attrarli verso lontani campi di battaglia v’è presumibilmente il fascino di un messaggio apocalittico che ricorre nella propaganda dell’ISIS e che fa leva sulle presunte profezie di una grande guerra finale localizzata in Iraq e in Siria, destinata a riscattare e a rigenerare la comunità islamica ed in particolare l'esistenza di tutti coloro che combatteranno dalla parte giusta. Un messaggio che, stando a quanto finora noto, ha probabilmente fatto presa anche su alcuni degli attentatori del 13 novembre.

Ed è esattamente anche alla politica locale siriana e irachena che dovremmo prestare attenzione per scoprire le radice di questo terrorismo, in particolare al conflitto tra arabi sunniti e arabi sciiti in Iraq. Sappiamo infatti che l’ISIS deriva da una metamorfosi di “al-Qaeda in Iraq” (fondata nel 2004), risorta dalle proprie ceneri dopo il ritiro dell’esercito americano dal Paese (dicembre 2011). I successi militari dell’ISIS dell’estate 2014 in alcune zone settentrionali e centrali dell’Iraq sono dipesi anche e soprattutto dal sostegno di una parte della comunità araba sunnita (marginalizzata dalle spinte autoritarie dei governi di al-Maliki) e dall’alleanza con varie milizie sunnite già operative da anni e con gruppi di ex-militari di Saddam Hussein. Analogamente ad al-Qaeda, l’ISIS combatte su tre fronti, contro: (1) le forze non-islamiche (il cosiddetto “nemico esterno", formato dagli Stati Uniti e dai loro alleati) che invadono il modo islamico, proprio come nel caso dell'occupazione dell’Iraq dal 2003; (2) i regimi “apostati” al potere nei Paesi islamici (il “nemico interno”, come Assad in Siria); e (3) la minaccia che l’ISIS e altri jihadisti sunniti identificano con gli sciiti in generale e che vedono incarnata ad esempio nel governo iracheno.

Quanto più potenze militari come la Francia continueranno a bombardare le postazioni dell’ISIS e di al-Qaeda in Siria e in Iraq, tanto più i civili e i centri urbani di queste potenze militari dovranno temere azioni terroristiche. E non è un caso che ad essere bersagli di attentati simili a quelli di Parigi siano stati finora alcuni tra gli altri Paesi impegnati in prima linea contro l’ISIS: il Canada (con l’attentato di Ottawa, ottobre 2014), l'Australia (Sidney, dicembre 2014) e, se le indagini lo confermeranno, la Russia (col recente attentato all’areo proveniente dall’Egitto). Quanto più l’ISIS e altri gruppi jihadisti si troveranno militarmente in difficoltà sui campi di battaglia (come in Siria e Iraq), tanto più ricorreranno all’arma del terrorismo, con l’obiettivo di scaricare il costo della guerra sui civili delle potenze militari nemiche. Questo rischio tocca in una certa misura anche i Paesi che, come l’Italia, offrono un qualche contributo economico o militare alla coalizione anti-ISIS.

 

 

 

 

* Docente di Sociologia all'Università di Trento ed esperto di terrorismo. domenico.tosini@unitn.it