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27 ottobre 2021
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Un salto di qualità

Michele Marchi - 17.11.2015
Attacco a Parigi 13-11-15

E’ difficile scrivere a meno di tre giorni da uno dei più terribili attacchi subiti da un Paese europeo dall’avvio della folle guerra lanciata dal fondamentalismo di matrice islamica nel triste giorno di fine estate del 2001.

È complicato provare a fare un minimo di chiarezza quando le indagini sono appena avviate, quando i servizi di vari Paesi parlano di altre minacce imminenti e quando non tutti i responsabili dell’immane carneficina di Parigi sono stati arrestati.

Eppure alcune considerazioni, seppur provvisorie, cominciano ad emergere e sembrano tutte legate a quel “salto di qualità” scelto come titolo.

Un “salto di qualità” lo hanno compiuto gli attentatori del 13 novembre. La modalità dell’attacco simultane, in luoghi differenti della città era stato, solo in parte, sperimentato a Londra nel 2005, ma non con questa intensità e questa capacità operativa dei gruppi di fuoco. I molteplici assalti di Parigi ricordano l’esempio extra-europeo degli attentati di Mumbai nel 2008, quando una decina di differenti gruppi di fuoco impegnò le forze di sicurezza indiane per 60 ore, provocando quasi duecento morti e circa 300 feriti. È più che legittimo, allora come oggi, parlare di guerra, prima di tutto perché di un’operazione di guerriglia in centro abitato si è trattato. Si può aggiungere poi un secondo, ancora più drammatico, “salto di qualità”: l’utilizzo di kamikaze. Da questo punto di vista le strade di Parigi si sono trasformate, si spera solo per una notte, in quelle che di solito ci appaiono così distanti, così altro da noi: Baghdad, Kabul o Tel Aviv.

Coloro che hanno attaccato hanno senza dubbio elevato il livello dello scontro e operato una serie di “salti di qualità”. È ora dovere dei leader politici francesi, prima di tutto, ed europei, in seconda battuta, proporre il loro “salto di qualità”.

Dal punto di vista francese si può affermare che la coppia Hollande-Valls ha affrontato l’emergenza in maniera dignitosa e salda. L’attacco è stato di tale intensità che era possibile vacillare. Dopo lo sconforto e l’incredulità dei primi attimi, la République ha mostrato la sua forza e il sistema istituzionale si è confermato all’altezza. Al momento sembra reggere uno spirito di union sacrée che, complici anche le prossime elezioni regionali (previste per il 6-13 dicembre), non tarderà a dissiparsi. Ma che la logica democratica dello scontro, anche aspro, tra maggioranza e opposizione sulle differenti modalità per contrastare la guerra aperta dichiarata a Parigi dall’islamismo radicale torni a dominare il quadro è legittimo ed auspicabile. Al momento non si registrano particolari speculazioni e richiami populistici. Da questo punto di vista è prima di tutto Marine Le Pen ad essere consapevole che silenzio, basso profilo e senso di responsabilità possono valere molto di più di qualche slogan gridato su sicurezza e controllo dell’immigrazione.

Con il discorso di Hollande davanti al Congresso di Versailles (Assemblée nationale e Sénat riuniti in seduta comune) si è però aperta una nuova pagina. A circa 72 ore dagli eventi, ancora in mezzo al guado da un punto di vista investigativo, il presidente Hollande ha proposto un suo primo “salto di qualità”. Il suo articolato, sentito e molto applaudito discorso ha però mostrato da un lato il desiderio di operare una serie importante di tali “salti di qualità”, ma dall’altro non poche difficoltà per giungere sino in fondo ad alcune sostanziali discontinuità rispetto al quadro vigente.

Si è parlato di guerra dichiarata e di risposta francese prima di tutto contro lo Stato islamico (al solito indicato con il più neutro Daech), si è fatto riferimento alla necessità di un accordo diplomatico che unisca Russia e Usa sul dossier, ma si è poi vanificato questo quadro con riferimenti stantii ed inefficaci al pletorico Consiglio di sicurezza dell’Onu e al meccanismo automatico di reazione da parte dei Paesi membri dell’Ue quando uno di questi è fatto segno di un atto di guerra.

Il gioco del bicchiere “mezzo pieno e mezzo vuoto” è anche applicabile alla dimensione interna dell’attuale drammatica congiuntura. Hollande ha parlato di più sicurezza (nuovi poliziotti e gendarmi), rafforzamento dell’apparato giudiziario e di quello militare, ma soprattutto ha proposto di riformare la Costituzione (sui pieni poteri del Presidente e sullo stato d’urgenza) e di poter privare della nazionalità gli accusati di terrorismo. Anche in questo quadro emergono i contorni dell’auspicato “salto di qualità”. Ma accanto a questi importanti proclami, manca un’altrettanto decisiva serie di considerazioni, politiche e “filosofiche”, sulle ricadute concrete di tali misure “d’urgenza”. Cioè si è glissato sulla necessità, temporanea naturalmente, ma al momento improcrastinabile, di rinunciare a quote di libertà per riportare la situazione ad un livello minimo di sicurezza. Potrà un presidente che prima della tragica notte del 13 novembre aveva battuto tutti i record di impopolarità, assediato da una sinistra irresponsabile e da un destra radicale in continua crescita, farsi garante di un’evoluzione così complicata, essere in grado di mantenere in equilibrio difesa dello stato di diritto e sicurezza dei propri cittadini? Qualche dubbio è lecito nutrirlo.

Infine su un altro punto, di matrice culturale, ci si attendeva un “salto di qualità”. Hollande ha parlato in maniera esplicita di guerra, ha indicato le responsabilità di Daech, ma si è poi affannato a sottolineare l’assenza di qualsiasi scontro tra civiltà in atto. Il tema è di quelli “esplosivi”, ma è legittimo domandarsi la necessità di una puntualizzazione così attenta. Non sarebbe stato già compiere un “salto di qualità” evitare di riproporre un richiamo al politicamente corretto, peraltro piuttosto inutile, considerata la compostezza , quasi al limite dell’autocensura, delle reazioni prima di tutto dei francesi comuni? Ma forse Hollande ha voluto lanciare un messaggio al suo Primo ministro, che al contrario il “salto di qualità” lo aveva compiuto parlando, più o  meno esplicitamente, di “scontro tra valori e di conseguenza scontro tra civiltà”.

Ad un bilancio in chiaroscuro sul fronte francese, si accosta però una sorta di encefalogramma piatto su quello europeo. Eppure mai come in questo momento ci sarebbe necessità di udire una voce giungere da Bruxelles, quella capitale europea che, al contrario, in queste ore assurge alle cronache investigative come area di reclutamento e radicalizzazione di una giovane generazione di terroristi autoctoni, cittadini europei anche se addestrati al jihad in Siria. Eppure il “salto di qualità”, dopo quello che può essere definito l’11 settembre europeo, è forse l’ultima chiamata per l’Ue, prima di scomparire subissata dalle ondate congiunte dell’euroscetticismo e dell’eurofobia già così diffusi.

Il terrorismo brutale di Parigi ha ucciso a caso, ma non per caso. Le cause sono molteplici ma tra queste alcune sono evidentissime. Se per ognuna di esse esiste una soluzione, questa non può prescindere da un “salto di qualità” a livello europeo. L’ordine sparso con il quale si è affrontata negli ultimi anni l’evoluzione mediorientale e siriana nello specifico evidenzia l’oramai drammatica necessità di riaprire il dossier troppe volte accantonato della difesa comune europea. Considerate le difficoltà che si trova ad affrontare la Nato, sul fronte ucraino così come dinanzi all’evoluzione in atto della Turchia, la totale assenza di capacità operativa e di coordinamento militare dell’Europa è delittuosa. In secondo luogo la sicurezza interna dei Paesi membri dell’Ue non può essere garantita prescindendo da una revisione e aggiornamento di Schengen, da un controllo reale dei flussi migratori e dalla creazione di un’autorità di polizia continentale che garantisca coordinamento e operatività non più episodiche. La necessaria crescita economica, impossibile da perseguire limitandosi a fare dell’ortodossia di bilancio una specie di totem, così come il recupero delle radici culturali ed identitarie dell’occidente europeo, sono infine alla base di quell’integrazione e quella convivenza civile assenti laddove cittadini europei (francesi, belgi, tedeschi, ecc..) di seconda e anche terza generazione optano per il martirio e l’autodistruzione, piuttosto che godere dei frutti del millenario umanesimo liberale di matrice occidentale.

Si può naturalmente, e in maniera legittima, dissentire sulla necessità di alcuni (o anche di tutti) questi “salti di qualità”. Allo stesso modo si farebbe la figura degli illusi pensando che anche il più tragico e barbaro degli atti terroristici possa sconvolgere, dalla mattina alla sera, consuetudini radicate e deficienze oramai decennali. Sarebbe però cinico e profondamente ingiusto che all’emozione e al cordoglio seguissero la rassegnazione e l’inerzia. Il 13 novembre 2013 non cambierà tutta la storia, così come il crollo del Muro del 9 novembre 1989 non la fece finire. Ma la storia è creazione umana e sono da sempre i grandi uomini politici a plasmarla. Spetta a loro indicare la via, per oscurare il tragico “salto di qualità” dell’indelebile carneficina parigina.