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Le parole e la politica, a una settimana dagli attentati di Parigi

Giovanni Bernardini - 21.11.2015
François Hollande

Una settimana ci separa dagli eventi parigini. Una settimana febbrile, che ha segnato tutto fuorché l’improbabile ritorno alla normalità evocato da più parti. Una settimana in cui le conseguenze della notte di sangue hanno monopolizzato l’informazione sotto forma di raid e di arresti, di ritorsioni belliche più rabbiose che mirate, di provvedimenti d’emergenza invocati e discussi. Di falsi allarmi, che più di ogni altra cosa danno la misura delle ripercussioni sulla vita quotidiana dei cittadini europei, dall’annullamento di incontri di calcio fino alla miriade di segnalazioni di pacchi, automobili, individui “sospetti” che sarebbero passati inosservati solo pochi giorni fa. Un panorama sfavorevole a valutazioni che non cedano alla pur comprensibile emozione, e il profluvio di commenti espressi da ogni parte sembra innanzitutto denunciare la mancanza del lessico adeguato a rappresentare la novità di quanto accaduto, e delle categorie mentali necessarie a organizzare un pensiero propositivo per il futuro. Difficile considerare altrimenti l’approssimazione acritica con cui concetti come “guerra” e “terrorismo” vengono reiterati nel discorso politico, portandosi dietro connotazioni evidentemente appartenenti al passato che non rispecchiano più la nostra quotidianità. Ma l’anacronismo in frangenti simili è un peccato di pigrizia e un lusso che non ci si può concedere, come dimostrano tre lustri di opinabili iniziative belliche che hanno seguito l’11 settembre statunitense e che in parte sono alla radice dei problemi attuali.

Di guerra hanno parlato da subito le massime autorità francesi, come quindici anni fa l’amministrazione Bush di fronte al crollo delle Torri Gemelle. E come allora il pensiero è corso al noto articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico del 1949, che obbliga i contraenti ad assistere chi è oggetto di un attacco armato e a intraprendere l’azione giudicata necessaria, incluso (ma non obbligatoriamente contemplato) l’impiego della forza armata “per ristabilire e mantenere la sicurezza”. La pronta offerta di collaborazione delle cancellerie occidentali a Parigi cela in realtà gli stessi dubbi che dopo l’11 settembre circondavano uno strumento legale ormai antiquato e inadatto. Quando il Trattato fu sottoscritto, l’identikit della possibile minaccia armata era chiaro a tutti, così come la volontà che l’articolo 5 e la garanzia statunitense di intervento a difesa degli alleati servissero da deterrente contro qualunque avventurismo sovietico: in sostanza, un dispositivo creato per non dover mai entrare in fase operativa, come puntualmente accaduto fino alla fine della Guerra Fredda.

L’opposto della “guerra permanente al terrore” dichiarata nel 2001 e ribadita a grandi linee in questi giorni. A ben guardare, quasi nulla di quanto contemplato in quel dispositivo è riscontrabile nei barbari attacchi di Parigi e nelle tante asimmetrie che essi hanno reso evidenti. Al contrario, sembra opinabile l’identificazione dei bombardamenti sulla capitale dell’autoproclamato “Stato Islamico” (ben diverso da un’entità statale come siamo stati abituati a concepirla) come unica risposta agli attentati compiuti a Parigi per lo più da giovani cittadini francesi, cresciuti e nutriti dal fondamentalismo negli angoli ciechi della République: su questi piuttosto sarebbe necessario indagare e operare finalmente oltre la banale dicotomia centro-banlieue su cui ancora una volta il discorso pubblico sembra arenarsi. Non c’è bisogno di scomodare Sun Tzu per sapere che la scarsa conoscenza dell’avversario, della sua natura, delle sue attitudini tattiche e dei suoi obiettivi strategici è una garanzia di sconfitta. E a oggi l’unica dolorosa certezza in questo senso è l’enorme fallimento dei servizi d’informazione francesi ed europei nel comprendere i metodi di reclutamento e di organizzazione del nuovo terrorismo, e di prevenirne l’azione. L’Europa accusata fino a poco tempo fa di mancare alla sfida di una risposta concertata alla crisi economica è la stessa che oggi appare incapace di cooperare sul piano della difesa attiva dei propri cittadini, se è vero che le ultime ore hanno dimostrato l’incapacità di fare squadra persino tra l’intelligence francese e quella belga. Prima ancora che sul piano dell’azione, ancora una volta, l’urgenza del momento è di natura prettamente politica e richiederebbe un surplus d’integrazione continentale a livello di intelligence, di studio e di comprensione del nuovo fenomeno terrorista. Nessun alibi in questo senso è più sostenibile di fronte all’orrore cui abbiamo assistito.

In generale, il campo in cui più continuano a mancare le categorie necessarie a metabolizzare quanto accaduto è la percezione di sé da parte dell’Europa, del suo potenziale e dei suoi limiti, della sua corretta proiezione geopolitica nel contesto globale. Qui i vecchi cliché sono ancora più difficili da scalzare, se è vero che ancora oggi buona parte dei media interpretano le attività terroristiche solo in termini di “reazioni” a precedenti iniziative francesi sullo scacchiere siriano o più in generale nel mondo arabo. È invece necessario prendere atto che, anche in aree nelle quali l’Europa ha esercitato a lungo un’influenza determinante, esistono oggi soggettività politiche autonome, meno inclini che in passato a lasciarle interpretare il ruolo di arbitro delle sorti altrui, e che agiscono sulla base di interessi e obiettivi propri. Saper scegliere tra queste i partner e gli interlocutori nel medio periodo, al di là delle coalizioni occasionali e della piatta logica conflittuale amico/nemico (così precaria in questi giorni a fronte della sorprendente riconsiderazione del regime di Assad in Siria e della Russia di Putin), significherà evitare di foraggiare i nemici mortali di domani e lavorare per il raggiungimento di equilibri che rechino minori rischi per la popolazione europea. Ancora una volta si tratta di valutazioni strategiche che avrebbero bisogno di leadership consapevoli e responsabili, e di una buona dose di senso politico che finalmente preceda le legislazioni d’emergenza e soprattutto le iniziative belliche.