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24 febbraio 2024
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L’Isis e al-Qaeda: realtà di terrore a confronto

Francesca Del Vecchio * - 26.11.2015
Al-Quaeda

Dopo i fatti di Parigi, alcuni leader politici si sono espressi duramente in materia di lotta al terrorismo. Si è parlato di strategie, di guerra. Ma lo si è fatto senza conoscere a fondo il nemico contro il quale ci si appresta a combattere, per il momento, solo in senso figurato. E poi si è parlato di al-Qaeda, tentando di costruire un parallelo tra la rete di Osama Bin Laden e al-Zawahiri, e l’Isis o – nella sua versione araba – il Daesh. Entrambe, non c’è dubbio, sono le più spietate organizzazioni terroristiche dell’ultimo ventennio. Ma in quanto a strategie d’azione, sono più le differenze che le analogie.

L’Isis nasce dalla costola irachena di al-Qaeda – con il nome di al-Qaeda Iraq (AQI) – sotto la guida di al-Zarkawi. Il progressivo distaccamento si deve alle divergenze operative, oltre che all’incompatibilità tra i rispettivi leader. Mentre al-Qaeda ha rafforzato il suo potere nutrendo le cellule a sé affiliate nel resto del mondo - ramificando come metastasi la sua influenza -, l’Isis ha costruito uno stato solido, dal 2003 ad oggi, arrivando a dominare un’intera area geografica a metà tra Siria e Iraq. Da un lato il radicamento al territorio è per l’Isis un vantaggio, poiché ne fortifica la stabilità militare. Dall’altro rappresenta un limite: la riuscita di un attacco mirato allo stato potrebbe distruggerne il potere territoriale. Ed è questo il motivo per cui al-Qaeda è rimasto un gruppo più solido, seppur meno visibile. Certo è che il Daesh ha dimostrato grandi abilità amministrative scegliendo come roccaforte la città siriana di al-Raqqa, posta in una posizione decisamente strategica.

Non solo: pur prendendo entrambe ispirazione dai principi religiosi dell’Islam e basando le proprie operazioni sulla lotta agli infedeli, lo Stato Islamico è riuscito a pianificare una “strategia del terrore” impossessandosi degli strumenti della modernità: la rete utilizzata per diffondere video di decapitazioni e uccisioni cruente, come quella del pilota giordano arso vivo in diretta streaming. O i numerosi account social – oscurati da gruppi di hacker come Anonymus – sui quali vengono postati messaggi inneggianti alla Jihad.  Mentre per l’Isis la comunicazione web è un mezzo di propaganda, oltre che di reclutamento – si pensi ai foreign fighters -, al-Qaeda ha provato a costruire l’immagine di un movimento forte ma non inutilmente sanguinario.

A differenziare i due movimenti sono - senz’altro – anche i diversi obiettivi: Bin Laden aveva iniziato una crociata “idealista” globale basata sull’odio per l’Occidente corrotto. Fu proprio questo che lo spinse ad appoggiare al-Zarkawi nella nascita di AQI. Tale tipologia di battaglia ha reso più indipendenti, dal punto di vista operativo, i jihadisti di al-Qaeda. L’organizzazione gerarchizzata del Daesh - sotto la guida del califfo Abu Bakr al-Baghdadi -, al contrario, non ha come obiettivo quello di destabilizzare l’Occidente, ma potenziare l’espansione e il dominio del califfato. Dividi et impera è l’altro principio su cui la strategia del terrore dello Stato Islamico si basa: probabilmente non è un caso che accanto ad uno dei corpi del “Bataclan” sia stato ritrovato il passaporto di un rifugiato siriano. L’occasione – ghiotta per le destre xenofobe e i partiti anti europeisti dell’Unione – spinge il dibattito politico internazionale contro ospitalità e integrazione, avvicinando i musulmani moderati d’Europa sempre più alle rete dei gruppi radicali. È anche questa la ragione per cui gli attentati di matrice jihadista - a firma Isis - hanno come obiettivo luoghi frequentati da gente comune: i resort di lusso a Sousse - Tunisia - lo scorso 29 giugno, il teatro “Bataclan” di Parigi solo 10 giorni fa.

A questo punto c’è da domandarsi se, conoscendone le caratteristiche, sia opportuno un coinvolgimento militare contro lo Stato Islamico: il rischio di moltiplicare le adesioni ai gruppi radicali è dietro l’angolo, oltre ad essere esattamente quello che la strategia del terrore si prefigge come obiettivo.

Vanno anche considerati i diversi equilibri internazionali che rischiano di saltare in aria con lo scoppio di un conflitto bilaterale:  quello tra la Russia di Putin e Assad, per esempio. L’abbattimento del caccia russo per mano turca rappresenta un ulteriore tassello nel delicato mosaico geopolitico. Erdogan sarà costretto a uscire allo scoperto, accantonando il suo primario interesse ovvero sconfiggere i curdi.

L’unica via percorribile pare essere ancora quella del dialogo con quell’Islam moderato che ha sfilato al grido “Not in my name”.

 

 

 

 

* Francesca Del Vecchio, praticante giornalista. Collabora con Prima Comunicazione e ha collaborato con il canale all news Tg Com 24.