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01 aprile 2020
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Argomenti

La drammatica fine dell'esperimento di Wukan: corruzione, democrazia e repressione in Cina

Aurelio Insisa * - 21.09.2016

Giorno 13 settembre, dopo violenti scontri tra le forze di polizia in assetto anti-sommossa e i cittadini inferociti, le forze dell'Ufficio di Sicurezza Pubblica cinese hanno posto fine alle proteste che hanno scosso sin da giugno il piccolo villaggio di Wukan, nella provincia del Guangdong, Cina meridionale. La violenta repressione delle forze dell'ordine è l'ultimo capitolo di una storia che ha avuto inizio nel 2011 ed è assurta a paradigma delle irrisolte contraddizioni politiche ed economiche della Cina contemporanea.

Nel 2009, la comunità di Wukan venne gravemente danneggiata dalla decisione presa dall'amministrazione locale di espropriare diversi appezzamenti di terra e rivenderli ad attori del mercato immobiliare per un guadagno vicino ai 100 milioni di euro, pagando invece alle famiglie sfrattate delle compensazioni irrisorie per poche migliaia di euro.

Casi come quello di Wukan si sono in realtà ripetuti in migliaia di altri villaggi sparsi per il paese negli ultimi anni. Le ragioni del fenomeno delle espropriazioni illegali sono complesse. A monte vi è un quadro legale in cui cittadini e collettività non possiedono la terra ma soltanto (revocabili) diritti di sfruttamento. In questo contesto, l'abolizione della tassa sull'agricoltura nel 2006, che diminuì sostanzialmente le entrate delle amministrazioni locali, incentivò l'aumento degli abusi da parte delle amministrazioni locali. leggi tutto

Sahara occidentale: un instabile equilibrio

Giovanni Parigi * - 14.09.2016

Il Marocco era dal 1957 che vantava pretese sul Sahara Occidentale e nel ’75, per forzare la mano agli spagnoli che lo occupavano da fine ‘800, aveva organizzato la Marcia Verde; si trattò del pacifico ingresso di 350.000 marocchini in quello che chiamava “Sahara marocchino”. Il medesimo anno, adempiendo ad una richiesta dell’ONU, la Spagna si ritirò dal Sahara Occidentale cedendone il controllo a Marocco e Mauritania. Senonchè, immediatamente, scoppiò un conflitto con il fronte di liberazione nazionale Sahrawi, il Polisario. La Mauritania si ritirò dopo pochi anni, mentre il Polisario proclamò la nascita della Repubblica Araba Democratica  Sahrawi (SADR); però, il Marocco si impossessò manu militari di gran parte del territorio conteso, e buona parte della popolazione Sahrawi si spostò nei campi profughi in Algeria, concentrandosi a Tindouf, dove si insediò il governo in esilio. Garantitesi il controllo di tutte le grandi città e della costa, le forze armate marocchine progressivamente eressero una barriera di sabbia di quasi 2.700 kilometri, isolando le aree sotto controllo Sahrawi e limitandone le incursioni.

Gli scontri, fomentati anche dalle rivalità tra Marocco e Algeria -che appoggiava il Polisario-, si protrassero sino al 1991, leggi tutto

La guerra dello sport

Nicola Melloni * - 10.09.2016

Dire che lo sport sia un campo di battaglia tra nazioni rivali e interessi spesso divergenti è una considerazione quasi banale. Due sono gli aspetti prettamente politici – e dunque, contesi – legati al mondo sportivo. Da una parte, dal punto di vista organizzativo, abbiamo a che fare con centri di potere in grado di muovere quantità di denaro notevoli ed avere un peso assai  rilevante nel delineare la geografia politica e l’organizzazione sociale ed economica – basti pensare allo sfarzo e ai soldi spesi per le Olimpiadi di Pechino e Sochi. Dall’altra, per quanto riguarda la competizione sportiva vera e propria, questa è, dalla notte dei tempi, una proxy, non violenta per fortuna, della guerra – i meno giovani ricordano sicuramente le sfide all’ultimo sangue tra USA ed URSS, compresi i boicottaggi incrociati. Stiamo dunque parlando di soft power, prestigio internazionale e domestico, controllo su un ramo sempre più importante della global governance.

Questo prologo è indispensabile per capir meglio ciò che sta accadendo ultimamente nel panorama sportivo internazionale – dall’inchiesta sulla corruzione che ha scosso la FIFA allo scandalo doping che ha decimato la spedizione russa a Rio.

Il primo istinto ci porterebbe a derubricare tutto ad ordinaria amministrazione: chi potrebbe mai dubitare della corruzione dei vertici della FIFA? O del ricorso sistematico al doping in varie discipline dello sport russo? Eppure la politica fa inevitabilmente capolino leggi tutto

L’Asia orientale: tra cinema, politica e storia

Guido Samarani * - 31.08.2016

Il Far East Film Festival che si tiene annualmente ad Udine e che rappresenta una delle realtà più interessanti e dinamiche relative alle novità della cinematografia asiatica, ha presentato tra l’altro nel corso della sua edizione del 2016 due interessanti pellicole in cui si intrecciano politica, storia e cinema. Può dunque essere interessante spendere qualche parola su tali pellicole,prescindendo ovviamente dal loro valore prettamente artistico e culturale.

 

*Gli amanti ed il despota: squarci dalla Corea del Nord

Il primo film (in realtà un documentario) è opera dei britannici Ross Adam e Robert Cannan. Esso descrive, anche sulla base di interviste ai protagonisti e di rare immagini di repertorio, la incredibile ma vera vicenda di cui nel 1978 furono vittime il regista e produttore sudcoreano Shin Sang-Ok e l’attrice, nonché ex moglie di Shin, Choi Eun-Hee. Shin e Choi furono infatti rapiti, separatamente, su ordine di Kim Jong-Il (1941-2011), figlio di Kim Il-Sung, fondatore della Repubblica democratica popolare di Corea (Corea del Nord), e padre dell’attuale leader nordcoreano Kim Jong-Un. L’obiettivo che avrebbe spinto Kim Jong-Il al sequestro fu la forte volontà di rilanciare l’industria cinematografica norcoreana la quale – come viene affermato in una scena del film – era ancora ferma ai primi passi mentre quella sudcoreana leggi tutto

Burkini: qualche riflessione su un tema da non lasciare agli slogan

Fulvio Cammarano * - 24.08.2016

Forse non faceva parte della strategia del terrorismo di matrice islamica, sta di fatto che la presa di posizione del governo francese contro la tenuta balneare delle donne islamiche rappresenta per l’Isis una vittoria d’immagine per due ordini di motivi. Da una parte, infatti, può essere mostrata al mondo come la decantata tradizione di tolleranza e pluralismo della cultura laica occidentale non è per nulla salda e coerente. Al contrario appare fragile, pronta, se attaccata, a rimangiarsi convinzioni e ideali a spese di culture e modi di essere che, pur del tutto estranei all’universo terrorista, vengono associati ad un repulsivo immaginario di violenza e pericolo. Non è difficile ipotizzare che, non ci fossero stati gli attentati, le donne in burkini avrebbero potuto presentarsi sulle spiagge della Costa Azzurra senza particolari problemi, se non quelli dello sguardo ironico degli altri bagnanti. Il sostegno del governo Valls alle ordinanze dei sindaci, punitive nei confronti delle donne che si presenteranno sull’arenile intabarrate nel burkini, appare l’esito di una fase storica e come tale sembra sproporzionato. Infatti, pur tentando di presentarsi come una misura di ordine amministrativo, il divieto fa esplicito riferimento ad un leggi tutto

Rivendicare il terrore

Vanja Zappetti * - 06.08.2016

Terrore in sequenza: camion, pistole, asce, machete, zaini bomba o coltelli. Una serie pressoché ininterrotta di breaking news che hanno bombardato d’avvisi i nostri telefoni, affogandoli di notifiche socialmediatiche, pronte per dar sfogo al popolo degli usi a ribadir saccendo . E il terrorismo in Occidente è diventato automatico sinonimo di Daesh, o ISIS che dir si voglia. Molti di noi hanno dimostrato di dare per scontata la rivendicazione dell’atto di violenza da parte di Daesh. Il tutto senza prendere alcuna coscienza del fatto che nel momento in cui si dia per automatica l’affiliazione tra attentatori e Daesh ben prima di qualsivoglia verifica, si diviene involontari rappresentanti dello Stato Islamico, del terrore in cui investe e della sua crescente influenza. Basta esaminare il linguaggio nelle rivendicazioni Daesh per distinguere quali attacchi siano stati chiaramente diretti e coordinati, come Parigi e Bruxelles, e quali siano semplicemente stati ispirati dall’ideologia del gruppo. Da Bruxelles in qua, la maggior parte degli attacchi che Daesh ha finito per rivendicare è stata opera di singoli che non sono mai entrati in contatto diretto con il gruppo operativo del califfato. Si tratta di persone che non hanno avvisato Daesh che avrebbero operato in suo nome. E c’è una differenza netta tra le rivendicazioni leggi tutto

Eritrea: una nuova guerra con l'Etiopia?

Giovanni Parigi * - 03.08.2016

“A centinaia di giovani è stato fatto credere che là fuori c’è il paradiso…

ma è un complotto orchestrato per privare questo paese dei suoi giovani…

E’ un’operazione guidata, organizzata e finanziata dalla CIA”

Isaias Afwerki, Maggio 2008


Le stime sono incerte, ma negli ultimi dieci anni su una popolazione di quasi 6.5 milioni, oltre 400.000 eritrei hanno lasciato il paese; recentemente questo esodo è esploso e ogni mese tra i quattro e i cinquemila eritrei cercano rifugio in Europa, oltre che Sudan ed Etiopia. Per avere un’idea, nel 2015, un quarto migranti sbarcati sulle coste italiane proveniva dall’Eritrea.

I motivi di questo esodo son presto detti: ufficialmente, il paese è una repubblica presidenziale, in realtà è una dittatura spietata. Dal 1993, data dell’indipendenza, non ci sono elezioni e al potere ininterrottamente c’è Isaias Afwerki, guida dell’unico partito ammesso, il Fronte Popolare per la Democrazia e Giustizia. Leader della lotta per l’indipendenza, ha trasformato il paese in una caserma, con l’intera popolazione costretta ad un servizio militare obbligatorio e di durata indeterminata; non c’è una costituzione in vigore, la magistratura è evanescente, mentre società civile, stampa e opposizione sono represse brutalmente. Il servizio internet è monopolio di stato, leggi tutto

Autocrazie militari dei Paesi islamici e stabilità: un ruolo perduto

Ciro Sbailò * - 30.07.2016

Quando sono arrivate le prime notizie sul “golpe” ai danni di Erdogan, in molti, in Occidente, hanno tirato un sospiro di sollievo e qualcuno ha anche brindato: «Stop al progetto panislamico» s’è detto. Se consideriamo la storia dell’Islam contemporaneo, ci rendiamo conto che queste posizioni erano meno incaute e avventate di quel che a prima vista potrebbe pensare.

È già accaduto, infatti, che le elite militari abbiano fermato i partiti islamici. In Algeria, all’inizio degli anni Novanta, il partito islamico vinse le elezioni amministrative e poi quelle politiche e cominciava a reclamare un ruolo di primo piano nella politica nazionale. L’elite politico-militare algerina (il pouvoir, come veniva definita la triade Esercito-Partito-Presidente) disconobbe quei risultati. Ne scaturì una sanguinosa guerra civile, che produsse decine di migliaia di morti tra gli insorti, la popolazione civile e tra i militari (cogliamo l’occasione per invitare a rivedere Des hommes et des dieux di Xavier Beauvois, anche in memoriam di padre Jacques Hamel). L’attuale presidente algerino avviò una politica di pacificazione fondata su quattro pilastri: repressione durissima del radicalismo, amnistie e condoni per quanti non si erano macchiati di reati di sangue, rafforzamento dello stato sociale, rafforzamento del ruolo dell’Islam nella vita pubblica. Altro esempio classico è l’Egitto. leggi tutto

Chi è Fetullah Gülen, l’uomo accusato di aver ordito il golpe in Turchia

Francesca Del Vecchio * - 27.07.2016

Turchia: nella notte tra venerdì 15 e sabato 16 luglio è iniziato - e finito miseramente - il tentativo militare di sovvertire il potere. La crisi turca è a tutti gli effetti una crisi internazionale: Ankara e Washington si sfidano a colpi di comunicati e dichiarazioni sull’estradizione, da parte degli Usa, dell’imam Fethullah Gülen, presunto ispiratore del tentativo di golpe. Non solo, stando a quanto riferito da fonti turche, alcuni rilevamenti radar, avrebbero evidenziato il coinvolgimento statunitense nelle rotte dei caccia che hanno condotto - dal cielo - il colpo di stato.

Nel primo comunicato diffuso dai golpisti, si parla di un’operazione dettata dalla necessità di arginare la deriva autoritaria e l’islamizzazione imposte da Recep Tayyip Erdogan. Le divisioni interne al Paese, dovute anche all’influenza della guerra civile siriana, hanno creato terreno fertile in cui l’operazione militare ha attecchito. Nonostante l’importante appoggio ai militari golpisti, un ancor più imponente sostegno popolare premeva per il ritorno del presidente democraticamente eletto. Al di là delle ipotesi ventilate dalla stampa internazionale - presunto golpe fasullo o di matrice americana - il sultano ha accusato l’imam Gülen di esserne l’ispiratore, il mandante ideologico. Erdogan ha quindi intimato agli Stati Uniti di consegnare loro il predicatore - pena l’inasprimento dei loro rapporti di “amicizia” - mettendo in difficoltà la Casa Bianca. leggi tutto

Gli Stati Uniti e i dilemmi dell’Asia-Pacifico

Gianluca Pastori * - 23.07.2016

Annunciato fra squilli di tromba alla fine del 2011, che fine ha fatto – meno di cinque anni dopo -- il ‘pivot to Asia’ che avrebbe dovuto rappresentare uno degli elementi qualificanti della politica estera di Barack Obama? Il recente attivismo del Presidente uscente sul fronte dell’Asia-Pacifico induce a porsi questa domanda soprattutto dopo che, in una lunga serie di circostanze critiche (prime fra tutte le iniziative ‘muscolari’ della Corea del Nord durante le ripetute crisi nucleari e missilistiche degli ultimi anni), la risposta di Washington è stata, nelle migliore delle ipotesi, ‘di basso profilo’. Con la partenza di Hillary Clinton dalla Segreteria di Stato (2013), il ‘pivot’ sembra essersi via via diluito fino ad assumere, negli ultimi anni, la forma di un più blando ‘rebalancing’. Parallelamente, i rapporti con la Cina (il cui contenimento costituiva uno degli obiettivi per cui il ‘pivot’ era stato pensato), sembrano essere migliorati. Fra il 2009 e il 2014, il Presidente Obama ha compiuto due visite ufficiali nel Paese asiatico e altrettante ne ha compiute il Vicepresidente Biden (2011 e 2013). 

Parallelamente, fra il 2011 e il 2015, due presidente cinesi si sono recati in tre occasioni negli USA: Hu Jintao nel gennaio 2011 e Xi Jinping nel febbraio 2012 e nel settembre 2015. L’integrazione economica fra i due Paesi è cresciuta, leggi tutto