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23 gennaio 2019
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Argomenti

Come comunica l’Isis: strategie di propaganda e indottrinamento

Francesca Del Vecchio * - 18.05.2016

Dalla presa di Mosul, nell’estate del 2014, fino alle più recenti operazioni in Siria, abbiamo assistito allo spettacolo cruento di gole tagliate, di esseri umani bruciati vivi. Nonché ai proclami del califfo, al-Baghdadi, subendo, per lo più passivamente, i messaggi che l’Isis ha inviato al nemico occidentale. Nulla di più semplice, per lo Stato Islamico (Daesh in arabo) che utilizzare i media europei e statunitensi come cassa di risonanza per le proprie minacce e costruirsi una reputazione temibile. Ovviamente non è tutto: la propaganda islamica si plasma sulle esigenze del suo pubblico.

In primo luogo, va detto che quanto arriva sui nostri schermi o nei quotidiani è solo una parte, del tutto minoritaria, del complesso messaggio che lo Stato islamico veicola. Complesso perché, studi condotti in merito, hanno individuato, nella propaganda islamica, una costruzione stratificata.

A partire dalla dimensione locale, l’intento della comunicazione – i cui mezzi sono radio, pamphlet, volantini – è quello di avvicinare un pubblico non avvezzo ai social, raggiungibile anche con un semplice comizio di piazza. È una tecnica comunicativa che funziona in realtà geografiche limitrofe a quelle occupate dai jihadisti. Il messaggio di questa propaganda è del tutto diverso rispetto a quello cui siamo abituati: l’Isis garantisce ai futuri proseliti efficienza, quella stessa efficienza che un cittadino si aspetta dallo Stato. leggi tutto

Aspettando Aleppo

Nell’autunno del 2015 l’offensiva dell’esercito siriano, delle forze lealiste di Damasco con il sostegno massiccio di Iran, Russia e dei libanesi di Hizb’allah ha ri-equilibrato una situazione militare che vedeva sul campo il regime di Damasco in forte difficoltà. Le offensive dei ribelli nel nord-ovest del Paese, nella provincia di Idlib ai confini con la Turchia, a sud ai confini con la Giordania, ad est con l’avanzata dell’Organizzazione dello stato islamico che era giunto fino alla città di Tadmur/Palmira e la costante guerriglia nelle montagne che ad ovest dividono la Siria dal Libano avevano messo a serio repentaglio il potere di Damasco. Il coinvolgimento massiccio dell’aviazione russa e di suoi reparti sul campo ha permesso a Damasco di recuperare molto del terreno perduto nel 2015, mettendo in seria difficoltà le forze dei ribelli. Hanno messo in sicurezza la zona strategica della costa del Mediterraneo, hanno quasi cinto d’assedio le forze ribelli nella grande città di Aleppo minacciando le loro linee di rifornimento, e di fuga per la popolazione con la Turchia. Infine hanno ripreso la città di Tadmur/Palmira facendone un trofeo tanto reale quanto propagandistico. Nel nord, le forze curde espandono le aree sotto il controllo della cosiddetta rivoluzione della Rojava, contando sull’appoggio sia della Russia quanto sia Stati Uniti d’America, e una convergenza tattica con Damasco contro lo stato islamico e altri gruppi islamisti-jihadisti. leggi tutto

Il dilemma libico

Giovanni Parigi * - 11.05.2016

Essere o non essere? Ovvero, essere una Libia moderna o un emirato islamista? Rimanere unita o dividersi in Tripolitania e Cirenaica? Di fondo, è questo l’amletico dubbio libico. Probabilmente mai, nella storia del paese nordafricano, il destino del paese è stato così incerto. Infatti, il suo futuro assetto politico, e addirittura la sua identità nazionale, sono oggetto di uno scontro ancor più acceso che quello per il controllo del petrolio.

Il Governo di Unità Nazionale, guidato da al Sarraj e di recente incruentemente insediatosi a Tripoli, nato sotto l’egida dell’ONU e ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale, vorrebbe un paese unito e democratico. Però, dalla Cirenaica il generale Haftar impone una sorta di ricatto: o gli viene concessa la carica di comandante delle forze armate, o la Cirenaica proseguirà nella sua strada di autonomia dal governo di Tripoli. Per inciso, anti islamista e appoggiato da ex del regime e tribù cirenaiche, Haftar è fortemente inviso dai rivoluzionari e dagli islamisti di Tripoli; peraltro, e questo forse è l’attuale nodo centrale della questione libica, il governo di Tobruk cui è legato sta di fatto boicottando l’esecuzione dell’Accordo Politico Libico ONU rifiutandosi di riconoscere il governo di Sarraj.

Intanto, a Sirte e dintorni, il Da‘ish cerca di instaurare un emirato islamico aggregando -con risultati controversi- ex del regime e islamisti locali; leggi tutto

Ripartire dalle città. Perché le città modellano il territorio

Filippo Pistocchi * - 19.04.2016

La popolazione urbana mondiale ha ormai superato quella rurale e delle periferie.

In alcune regioni della Terra, come la “vecchia Europa” e l’America del Nord, il fenomeno urbano è pressoché stabile, mentre in altre, quelle ancora povere e/o che stanno affrontando un veloce e controverso processo di sviluppo, il tasso di urbanizzazione è in forte crescita, a dimostrazione che la città rappresenta ancora uno spazio geografico e un luogo esperienziale che riesce a dare risposte a bisogni e speranze. C’è di più: da alcuni studi si evince che almeno 1 miliardo delle persone “urbanizzate” in realtà occupa spazi informali, degradati e deprivati dei servizi e delle strutture adeguate alla sopravvivenza, che vengono chiamati slums, ossia le baraccopoli.

Questo dato implica che i pianificatori urbani e gli amministratori rendano più sostenibile la vita sia all’interno degli insediamenti sia negli interstizi urbani.

La storia delle città racconta di continui progetti compiuti per modificare e adeguare l’esistente (spazi pubblici, parchi urbani, boulevards); in altri casi, parla di piani per la costruzione di nuovi quartieri a ridosso della città, per ospitare cittadini in esubero o favorire un decentramento produttivo e sociale per rendere più equilibrato e meno congestionato l’uso del suolo urbano; oppure, di nuove città, costruite per svolgere funzioni economiche nuove e diverse rispetto a quelle delle città preesistenti leggi tutto

Il puzzle curdo

Giovanni Parigi * - 07.04.2016

I curdi sono come il fuoco.

Se ti avvicini gentilmente, ti riscaldano.

Se ti avvicini bruscamente, ti bruciano

(Leyla Zana – Politica ed attivista curda contemporanea)

 

 

Guardando su una cartina la distribuzione della popolazione curda in Medio Oriente, sembra di essere di fronte ad un complesso e frastagliato puzzle, che si sovrappone ai confini di Siria, Iraq, Iran e Turchia. In realtà, ad essere travalicati dalla complessità della questione curda sono anche i confini politici, culturali, sociali e ideologici interni del popolo curdo stesso. In altri termini, i curdi sono accomunati dal Kurdayeti, ovvero il nazionalismo curdo, ma sono molto divisi sul come concretamente realizzarlo. Del resto non stupisce il fatto che i curdi, più che una lingua comune, parlino diversi dialetti affini. Protetti, ma anche divisi, dalle montagne oggi però la Storia sembra offrirgli una seconda opportunità di affermazione nazionale. Infatti, alla fine della prima guerra mondiale, il nazionalismo turco e gli appetiti franco-britannici non lasciarono spazio alla nascita di una nazione curda; oggi però il Califfato ha cancellato confini in Siria e Iraq, riaprendo la questione.

Oggi, la questione curda può essere letta su tre livelli strettamente interconnessi, ovvero quello internazionale, regionale e nazionale. Sul primo di questi livelli, la comunità internazionale ha sempre tenuto un atteggiamento cauto; leggi tutto

La necessità di riallacciare un dialogo con il mondo arabo

Silvio Labbate * - 05.04.2016

Oggi l'Europa appare sempre più terrorizzata dagli attacchi violenti dei terroristi dell'ISIS: imprevedibili e – al nostro modo di vedere – insensati, questi attentati stanno costantemente condizionando le abitudini dei cittadini del vecchio continente. Le intelligence varie, per una serie di motivazioni, stanno dimostrando di non essere preparate al pericolo incombente. Del resto appare difficile prevedere quando e dove ci sarà il prossimo gesto omicida. Inoltre, come l'esempio relativo a Salah Abdeslam ci ha mostrato chiaramente, nella maggior parte dei casi stiamo parlando di cittadini a tutti gli effetti dell'UE. Un vero e proprio cortocircuito che sta mettendo a dura prova il cosiddetto Spazio Schengen, con le clamorose richieste di sospensione parziale dell'accordo del 14 giugno 1985, uno dei passi più importanti nel quadro dell'UE. A essere in crisi, quindi, è l'intero prospetto di cooperazione del vecchio continente, già attanagliato da mille difficoltà e divisioni.

Direttamente collegata con il problema ISIS e con la capacità di risposta delle istituzioni figlie del trattato di Roma del 25 marzo 1957 è la questione del forte flusso migratorio che sta interessando l'Europa da diverso tempo e che recentemente è aumentato in maniera esponenziale. Il nesso con lo Stato Islamico, a mio avviso, non può riguardare solo e soltanto il transito di terroristi mascherati da richiedenti asilo politico: leggi tutto

In nome dell’orrore. Lo scontro di civiltà fra Islam e Occidente esiste davvero?

Omar Bellicini * - 02.04.2016

Nuovo sangue, nuovi morti. Non sono ancora sfumate le odiose immagini degli attacchi a Bruxelles, Iskanderiyah e Lahore. Uomini, donne, ragazzini: incolpevoli comparse di una mattanza che non ammette giustificazioni. In un tempo come il nostro, che si nutre di oscenità come gli eccidi indiscriminati, le conversioni forzate, gli stupri sotto l’egida della legge e quant’altro possa partorire la fantasia di un carnefice che spaccia il sadismo per devozione, è importante comprendere cosa sia quel carneade di cui abbondano i riferimenti giornalistici, senza che i più abbiano nozione delle sue caratteristiche e dei sui significati: parliamo dell’Islam. Cos’è davvero questa forza, in nome della quale migliaia di persone accolgono una tetra vocazione al martirio? È un caso che il suo nome venga pronunciato a sostegno di crimini ed orrori? Posando l’occhio sulle pagine -mai troppo percorse- della Storia, ci rendiamo conto che pressoché ogni fede è stata occasione di slancio fanatico. Leggendo i libri sacri -tutti i libri sacri- ci accorgiamo che ognuno di essi può rappresentare una spinta verso il “bene” o essere una patente per i progetti più deplorevoli. Perché il Corano, non meno del Vecchio e del Nuovo Testamento, è prima di tutto un grande affresco, che incarna le molteplici espressioni dell’esperienza umana.  leggi tutto

La lunga prigionia di Palmira: cronaca di un sequestro

Francesca Del Vecchio * - 31.03.2016

«Palmira è libera». Dopo dieci mesi sotto il dominio dell’Isis, la Città ha visto allontanarsi le bandiere nere del califfato. La mattina del 27 marzo l’esercito del presidente siriano Bashar al-Assad ha sconfitto le ultime sacche di resistenza, infliggendo un potente colpo alle truppe di al-Baghdadi. La conquista del sito Patrimonio dell’Unesco, da parte dei jihadisti, era avvenuta nel maggio scorso, quando lo Stato Islamico ne aveva assunto il controllo, utilizzandola come base strategica per gli attacchi contro Damasco.

La portata strategica del successo conseguito dagli uomini di Assad non è inferiore rispetto alla sua rilevanza simbolica: la cacciata dei fondamentalisti oltre a permettere un percorso meno insidioso verso Raqqa, baluardo dell’Isis, consente di alleggerire la pressione su Deir-ez-Zor, centro vicino al confine iracheno, controllato al 60% dai terroristi islamici.

Gli eventi degli ultimi dieci mesi parevano volerci preparare allo spettacolo cui avremmo assistito dopo la cacciata delle milizie del califfo: abbiamo visto la distruzione dell’Arco di trionfo di Palmira e del tempio di Baal Shamin. E poi la decapitazione di Khaled Asaad, archeologo e storico direttore del complesso.  Sembrava abbastanza. Ma il volo del drone sulle rovine ha raccontato uno spettacolo ancor più desolante: una creatura maestosa e solenne mutilata e abbandonata in un’inesauribile distesa di sabbia e rocce. “Palmira appare in condizioni meno disastrose di quanto ci si potesse aspettare” avrebbe dichiarato alla stampa Maamoun Abdulkarim, direttore delle antichità siriane. leggi tutto

Tra le cause dei conflitti in Africa i nostri cellulari

Donata Frigerio * - 26.03.2016

In Africa si contano numerosi conflitti di carattere economico, per lo sfruttamento delle risorse naturali, legnami, terre coltivabili, materie prime come il petrolio e i minerali preziosi. In Sierra Leone è scoppiata nel 1991 una violentissima guerra, terminata nel 1999, per la gestione delle miniere di diamanti. E’ stato coniato allora il termine “diamanti insanguinati” per definire i diamanti provenienti da aree di conflitto. A seguito della guerra nel 2000 il World Diamond Council promulgò il Kimberly Process, approvato dall’ONU, per la certificazione di provenienza dei diamanti.

Ora assistiamo ad una guerra altrettanto devastante per l’accaparramento a buon prezzo di minerali indispensabili alla tecnologia informatica (ma non solo). Nelle regioni dell’Est della Repubblica Democratica del Congo da più di vent’anni si combatte una guerra che ha già provocato almeno 8 milioni di morti (l’Alto Commissariato per i Diritti umani ONU ha pubblicato nel 2010 un Rapporto Mapping sui crimini più gravi commessi tra il 1993 ed il 2003) in grandissima parte civili, donne e bambini compresi.
In quelle regioni lo stupro è arma di guerra, con tutte le conseguenze sanitarie, civili, sociali, che ne conseguono.

Tutto ha avuto inizio con il genocidio del 1994 in Rwanda e con un picco di richieste di tali minerali per la produzione delle prime play station. leggi tutto

L’Europa davanti al terrorismo islamista

Paolo Pombeni - 24.03.2016

Non è semplicemente una questione di terrorismo quanto sta succedendo, perché il terrorismo islamista ha caratteristiche peculiari. In Europa ci sono stati nei decenni passati altri tipi di terrorismo, basti citare quello basco e quello nordirlandese, per non risalire a quello verificatosi negli anni Sessanta nel Sudtirolo/Alto Adige. Si trattava però di un’altra cosa: erano vicende storiche, molto meno cruente, con un obiettivo chiaro e facilmente identificabile per quanto discutibile come giustificazione di azioni violente da guerriglia. Avevano come bersaglio uno specifico “nemico”, cioè un potere politico che veniva considerato, lasciamo stare al momento se a torto o a ragione, il responsabile di uno stato di cose che avrebbe potuto essere cambiato solo che si fosse “vinto”. Nei casi citati si trattava di rivendicazione di movimenti indipendentisti.

Certo più complesso da inquadrare il terrorismo fra anni Settanta ed anni Ottanta del secolo scorso degli estremismi di destra e di sinistra. In quel caso l’obiettivo era assai vago, il cambio di regime, lo si chiamasse o meno rivoluzione. Una meta utopica, ma almeno in astratto raggiungibile e già raggiunta in alcune circostanze in un passato non molto lontano.

L’obiettivo del terrorismo islamista è invece così globale e catastrofista da essere del tutto sfuggente. A che cosa mirano i programmatori e gli esecutori delle stragi di cui siamo testimoni? leggi tutto