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20 novembre 2019
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L'instabile stabilità dell'Algeria

Giovanni Parigi * - 13.07.2016

Agli inizi degli anni 2000, con la fine della guerra civile tra governo e islamisti, il paese sembrava aver raggiunto una apparente stabilità, mantenuta anche a fronte delle proteste popolari della Primavera Araba e del successivo contagio jihadista del Da‘ish. In realtà il paese si regge su un fragile equilibrio, legato all’età del suo presidente ed esposto ai rischi della sua successione, della crisi economica e del terrorismo.

Bouteflika, 79 anni, è presidente del paese da 17 anni; eletto una prima volta nel 1999, è stato poi rieletto nel 2004, 2009 e 2014. Si tratta di vero e proprio appartchik del regime, avendo iniziato la sua carriera negli anni della lotta d’indipendenza come militante del Fronte di Liberazione Nazionale; poi ha rivestito alti incarichi nei successivi governi, sopravvivendo a processi per corruzione e defenestrazioni. Fu sotto la sua presidenza che ebbe fine alla guerra civile, sconfitti con le armi i movimenti islamisti più irriducibili, dopo averli isolati con amnistie. La fine della guerra civile, togliendo di mezzo l’opposizione islamista, rafforzò il regime, fondato su una simbiosi tra forze economiche, politiche e militari in grado di soffocare ogni alternativa politica; Bouteflika ha saputo poi imporre un equilibrio tra i poteri forti del regime, ovvero il presidente stesso, il partito governativo del Fronte di Liberazione Nazionale, le Forze Armate algerine e i Servizi di Sicurezza. leggi tutto

Per la storia di un’invasione, e di una catastrofe.

Londra, Baghdad

 

Dopo anni di ricerca d’archivio, interviste e di attesa il 6 luglio 2016 è stato finalmente pubblicato il cosiddetto Chicolt Report: un’inchiesta sul ruolo del Regno Unito nell’invasione ed occupazione dell’Iraq nel 2003. Il rapporto contribuisce a fare luce su un evento che segna in modo indelebile la storia internazionale dell’inizio del XXI secolo, e le cui conseguenze sono ben lungi dall’essere finite.

Come si ricorda nell’introduzione, il governo britannico decise di intervenire formalmente il 17 marzo 2003 e rimase una potenza occupante fino al 28 giugno 2004, per restare poi nel Sud-est del Paese come responsabile della sicurezza. I risultati principali a cui è giunta la commissione d’inchiesta riguardano il fatto che l’intervento armato non rappresentava lo strumento “di ultima istanza” (last resort) per impedire lo sviluppo delle armi di distruzione di massa da parte di Baghdad; queste ultime non esistevano o comunque il governo iracheno era lontano da poterle ricostruire dopo averle smantellate nel corso degli anni Novanta, come testimoniato dagli ispettori Onu guidati da Hans Blix. Le prove del possesso di armi di distruzione di massa erano false, costruite ad hoc, e il governo si affidò a queste ultime invece dei rapporti dell’Onu. Il Primo Ministro Tony Blair convinse il governo a seguire gli USA sempre e comunque, leggi tutto

Chi teme l’Arabia Saudita? L’ONU

Miriam Rossi - 06.07.2016

Un bel distillato di realpolitik è stato di recente servito in mondovisione. Il rapporto annuale del Rappresentante speciale ONU sui bambini e sui conflitti armati presentato lo scorso 2 giugno è stato rivisto in tutta fretta nella notte del 6 giugno su richiesta dell’Arabia Saudita, che ha preteso la rettifica di un elenco particolarmente odioso dinanzi all’opinione pubblica: quello degli Stati e dei gruppi armati che violano i diritti dei bambini nel mondo. Di certo la non lusinghiera posizione della monarchia saudita, a causa del conflitto armato condotto dal marzo 2015 in Yemen nello stesso elenco con Isis e Boko Haram, ha indotto Riad a chiedere a gran forza la propria cancellazione dalla black list, anche minacciando il taglio dei finanziamenti erogati all’Organizzazione delle Nazioni Unite, in particolare quei 100 milioni di dollari annui vitali per le attività dell’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees, UNRWA).

Proprio il possibile taglio dei finanziamenti ha indotto il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon ad accordare un riesame congiunto dei casi citati nel report originario che rilevava la responsabilità della coalizione saudita per il 60% delle vittime infantili nel conflitto in Yemen nello scorso anno, segnalando l’uccisione di 510 bambini e il ferimento di 667, con la metà degli attacchi su scuole e ospedali. leggi tutto

La Rivoluzione Culturale: un anniversario controverso.

Sofia Graziani * - 29.06.2016

Quest'anno ricorrono il cinquantesimo anniversario dell’inizio della Rivoluzione culturale cinese e i quarant’anni dalla sua fine. Avviata nel maggio del 1966 e conclusasi ufficialmente nel 1976 con la morte del “Grande Timoniere”, la Rivoluzione culturale rappresenta una delle pagine più buie della storia della Repubblica popolare cinese. La campagna lanciata da Mao Zedong per eliminare i suoi avversari politici, purificare il Partito comunista e arginare il pericolo del “revisionismo”, iniziò con una grande mobilitazione di giovani studenti (le cosiddette “guardie rosse”) contro gli apparati del partito e i suoi dirigenti. Il movimento gettò il paese nel caos causando più di un milione di vittime, e paralizzò il sistema politico cinese per circa un decennio. Il prestigio e l’autorità del Partito ne uscirono profondamente indeboliti.

Oggi, a cinquant’anni dal suo avvio, la Rivoluzione culturale rimane uno dei periodi più controversi e meno conosciuti della storia della Cina moderna. Eppure, si tratta di un periodo storico cruciale per la comprensione del presente. Come scrivono Roderick MacFarquhar e Michael Schoenhals nell’introduzione al recente volume Mao’s Last Revolution, “to understand the ‘why’ of China today, one has to understand the ‘what’ of the Cultural Revolution” (p. 3).

In Cina la Rivoluzione culturale è un tema delicato leggi tutto

Da Falluja a Baghdad, e ritorno

La riconquista di buona parte della città di Falluja costituisce una buona notizia per il Governo iracheno e per le forze che combattono l’Organizzazione dello stato islamico. L’utilizzo delle milizie arabe sciite per completare all’accerchiamento della città e l’entrata dei reparti speciali dell’esercito regolare iracheno nei quartieri centrali serviva ad evitare quanto successo prima a Tikrit e poi a Ramadi: cioè, le milizie sciite o pro-iraniane che riconquistavano i centri urbani e praticavano punizioni collettive contro la popolazione in maggioranza araba sunnita. A riconquista ormai ultimata, la strategia del Governo ha funzionato in parte, nel senso che le rappresaglie sembrano esserci state ma limitate rispetto ai precedenti. Ciononostante, un assedio durato mesi e l’ultimo assalto hanno colpito con violenza la popolazione civile: si stima fossero 90mila prima dell’assedio iniziato a Marzo 2016 di cui 20mila persone sono rimaste intrappolate nel centro città fino ad ora. Senza acqua, elettricità, cibo e medicine, le condizioni dei residenti o degli sfollati nei campi adiacenti sono terribili, tanto che le organizzazioni umanitarie presenti in zona parlano di vera e propria emergenza se non catastrofe umanitaria.

Qui inizia la sfida politica del Governo iracheno. Fintantoché prevarranno quelle forze politiche che ritengono lo stato e le sue istituzioni come “cosa propria” secondo una logica patrimoniale non ci saranno grandi prospettive di ricostruzione di una comunità politica nazionale che sia minimamente sostenibile. leggi tutto

Laroussi, un duplice omicidio in diretta Facebook: una riflessione

Francesca Del Vecchio * - 18.06.2016

Ora che ciascuno può diventare un miliziano di Isis, arruolandosi sul web tra i foreign fighters, anche la diffusione della propaganda si fa decentralizzata. É quanto successo con le immagini della diretta Facebook di Laroussi Abballa, il killer di Parigi, riprese dall’agenzia di stampa del Califfato, Amaq News. Il venticinquenne francese aveva accoltellato una coppia di poliziotti – marito e moglie - a Magnaville, nella periferia parigina. Ciò che più sorprende è che, dopo aver compiuto il gesto, si è fermato. Non per rimorso: per consultare un pubblico virtuale, chiedendo cosa fare del bambino di tre anni alle sue spalle, rimasto fortunatamente illeso.

L’assassino ha strizzato gli occhi, giurando fedeltà ad al-Baghdadi. Si sentiva un martire. Affermava di aver risposto all’appello dello sceicco Abu Mohamed Adnani, numero due di Isis, a cui dedicava il duplice omicidio. Poi ha chiuso il filmato con un’esortazione, un imperativo: uccidere poliziotti, guardie carcerarie, giornalisti e rapper, minacciando direttamente il Campionato europeo di calcio: «Euro 2016 diventerà un cimitero». Il suo video sembrava non avere fine: 13 minuti e 15 secondi di immagini angoscianti, rimaste online per ore, prima di essere oscurate. A distanza di poco tempo la chiusura del suo profilo Facebook.  Il principale organo di stampa dello Stato Islamico non ha tardato a rivendicare l’attentato, leggi tutto

Caos in Medio Oriente: una proposta di lettura.

Daniele Caviglia * - 18.06.2016

Il Medio Oriente sprofonda nel caos e nessuno sembra in grado di prevedere le conseguenze finali di un’onda che ha oramai spazzato via i vecchi assetti che avevano caratterizzato la regione per diversi decenni. Cambiamenti repentini e imprevisti mettono a nudo l’impreparazione delle leadership occidentali, incapaci di anticipare le novità e di definire una iniziativa politica che si collochi nel quadro di un progetto complessivo.

Nati nel quadro della prima guerra mondiale e alimentati dal desiderio delle potenze dell’Intesa di ridefinire il destino delle province arabe di un Impero ottomano sull’orlo del collasso, gli accordi Sykes-Picot sanzionarono l’egemonia di Londra e Parigi che stabilirono confini e governanti locali. Tuttavia per quanto imposta dall’esterno e talvolta sfidata senza successo dalle leadership locali, la razionalizzazione forzata dei confini regionali finì per dimostrarsi molto più duratura e solida di quanto fosse immaginabile. In una prima fase, le ambizioni panarabe dovettero battere in ritirata di fronte ai progetti britannici di dominio indiretto esercitato attraverso la dinastia hascemita e a quelli francesi di controllo sulla Siria e sul Libano. Quando però i diversi paesi dell’area ottennero l’indipendenza – a seguito dell’indebolimento delle potenze coloniali tradizionali dopo la seconda guerra mondiale - leggi tutto

Nuove conversioni. Il battesimo dei rifugiati in Germania

Claudio Ferlan - 15.06.2016

Che lo spostamento dei migranti sia un segno tra i più noti e caratterizzanti del nostro tempo è un’affermazione scontata, ma non sempre è facile tenere conto della sua complessità. Dentro tale complessità c’è da evidenziare un crescente numero di conversioni dall’islam al cristianesimo (specie alla confessione luterana) da parte dei rifugiati. Per cogliere i tratti caratteristici della questione – poco nota nel nostro Paese – è necessario volgere lo sguardo di là dai confini: alla Francia, dove Le Monde ha pubblicato un interessante reportage, ma soprattutto alla Germania e all’Austria, dove da anni se ne sta ragionando.

 

Chi arriva

 

Berlino, Hannover, Stoccarda sono solo alcune delle città in cui le parrocchie evangeliche stanno registrando un sempre crescente numero di conversioni, soprattutto da parte di donne e uomini provenienti da Afghanistan e Iran. Il fenomeno si sta inoltre allargando dalle città ai piccoli paesi ed è testimoniato anche in altri stati, come la Danimarca. Modi e ragioni della conversione sono diversi. A persone che sono già entrate in contatto con il cristianesimo in patria (e che talvolta sostengono di non averlo potuto abbracciare per paura) si aggiunge chi inizia a conoscerlo dopo leggi tutto

Dall’Islam politico alla democrazia musulmana in Tunisia: una prospettiva storica

Leila El Houssi * - 04.06.2016

Nel corso del X congresso del partito Ennahdha, che si è tenuto la scorsa settimana in Tunisia, si sono affrontate questioni importanti che potrebbero modificare profondamente la visione dell’Islam politico e favorire una sua ridefinizione.

Si tratta di questioni che erano state anticipate dal leader del movimento Rashid Ghannushi in un’intervista a Le Monde, apparsa alla vigilia del congresso.

Ghannushi ha infatti rivelato che l’Islam politico in Tunisia avrebbe ormai “perso una sua giustificazione” ed Ennahdha sarebbe pronto a proseguire il proprio percorso verso una “democrazia musulmana”. Ghannushi ha sottolineato il carattere democratico del partito e ha insistito sulla necessità di distinguere tra la «democrazia musulmana» cui si richiama  Ennahdha e «l’islam jihadista estremista» da cui il partito prende le distanze.

In questo quadro, pur ribadendo la centralità della Moschea come luogo di culto, il leader del partito ha però separato la sfera dell’attività politica da quella religiosa. Si tratta indubbiamente di affermazioni importanti che rivelano l’evoluzione compiuta dal movimento/partito Ennahdha rispetto a quanto Ghannushi aveva dichiarato in una videointervista rilasciata nel giugno 2011 in cui aveva affermato che il suo partito riconosceva “il sistema multipartitico, la libertà di espressione, la dignità umana, la libertà individuale e le libere elezioni democratiche”in una cornice in cui – come leggi tutto

Cambiamenti climatici e sicurezza alimentare: dalla COP 21 di Parigi alla PAC

Elisa Magnani * - 28.05.2016

Uno degli aspetti dei cambiamenti climatici meno discussi dai media, ma tra i più preoccupanti per il futuro della sopravvivenza umana sul pianeta, è l’impatto che essi genereranno sull’agricoltura e sulle altre attività primarie, che incidono pesantemente sulla sicurezza alimentare.

L’agricoltura, l’allevamento e la pesca sono legati da una duplice relazione ai cambiamenti climatici, con i primi che ad un tempo contribuiscono all’emissione di gas serra, e subiscono i danni causati dai cambiamenti climatici. La questione è poi connessa ad altri ambiti strategici per l’intero pianeta, che hanno a che fare con la globalizzazione dei sistemi di produzione e consumo del cibo; l’inquinamento; la diseguale distribuzione di beni, risorse e cibo; l’approvvigionamento e il consumo di risorse a scala globale, quali acqua, suolo, combustibili fossili.

Già nel 2011 le Nazioni Unite avevano stimato che, globalmente, circa il 40% dei terreni era degradato a causa dell’erosione dei suoli, della fertilità ridotta e del pascolo intensivo, prospettando una diminuzione della produttività e un calo anche fino al 50% dei raccolti negli anni a venire; avevano inoltre calcolato che l’agricoltura pesava per il 70–85% sull’impiego idrico mondiale e che nel 20% della produzione globale di cereali l’acqua veniva utilizzata in maniera non sostenibile. La Fao ha poi stimato che nei prossimi decenni i fattori ambientali potrebbero far salire i prezzi mondiali degli alimenti del 30-50% leggi tutto