Ultimo Aggiornamento:
19 settembre 2020
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Perché la morte del pescivendolo in Marocco può essere l’inizio di una nuova Primavera

Francesca Del Vecchio * - 05.11.2016
Marocco - Cop 22

Migliaia di persone scendono in piazza affollando le vie di Casablanca e Rabat. È la nuova Primavera araba, gridano alcuni attivisti dei diritti umani intervistati dalla Bbc. Tra le braccia alzate s’intravede qualche cartello con la scritta: «Siamo tutti Mouchine». Dietro questa sollevazione popolare c’è la tragica storia di un pescatore trentenne, Mouchine Fikri, morto schiacciato da un cassonetto ad al-Hocheima - una delle principali città della regione del Rif, nord del Paese - dopo un controllo di polizia andato male. Venerdì scorso, le forze dell’ordine gli avevano confiscato tonnellate di pesce spada - la cui pesca, in questo periodo, è vietata - scatenando le ire del venditore e di alcuni suoi colleghi. Tutti si sono scagliati, come in un assalto, sul camion della spazzatura su cui era stata gettata la merce requisita. Purtroppo, questo gesto disperato d’impeto e ira non ha tenuto conto delle conseguenze: la pressa per lo smaltimento si è messa in moto schiacciando il corpo del pescatore. Le grida «assassini» all’indirizzo dei poliziotti hanno innescato una protesta - inizialmente locale - continuata nelle ore e nei giorni successivi anche attraverso i social: migliaia di Tweet, scioperi e centinaia di cortei di piazza che da venerdì 28 ottobre non si arrestano.

 

Resta a guardare preoccupato re Mohammed VI, che si è dichiarato in prima linea per «risolvere personalmente la vicenda». Ma i problemi del Marocco e del suo sovrano sono ben altri: mettere insieme un governo che sia guidato dal premier Abedelilah Benkirane, e l’imminente vertice sul clima, COP 22, che si aprirà a Marrakech il 7 novembre. Ma il coinvolgimento popolare in questa morte ha diverse letture. La richiesta dei cittadini di maggiore chiarezza e giustizia nello svolgimento delle indagini rivela l’emergere di una coscienza collettiva che rifiuta scientemente il ruolo dell’essere umano come vittima degli abusi di potere da parte delle autorità. Qui la democrazia e lo stato di diritto debbono avere una rilevanza nella vita quotidiana delle persone. La morte di Mouchine, comunque, ha evidenziato le analogie con quella di un venditore di frutta tunisino nel 2010, che fu una delle scintille delle Primavere Arabe: Mohamed Bouazizi, infatti, dopo anni di confische di prodotti ortofrutticoli e tangenti da pagare alle forze dell’ordine, si è dato fuoco in piazza, in segno di protesta. Il dissenso esplose, propagandosi in tutto il Paese e poi in tutto il Maghreb diventando la Rivolta dei Gelsomini.

 

La società marocchina ha tutte le caratteristiche della società moderna liquida e questa sua natura spinge le persone a sviluppare strategie flessibili per adattarsi a un ambiente in continua ridefinizione. È quindi sorprendente che in un contesto così fluido, l’opinione pubblica si sia imposta in tal modo e con così tanta durezza in questa circostanza. Per di più, in questo delicato momento storico in cui sembra che la teoria del complotto abbia sostituito le (presunte) evidenze dei fatti, ed è sufficiente una scintilla per nutrire il dubbio e il timore. Molti marocchini sono stati sedotti dalla promessa di rinnovamento politico e di un domani florido. É evidente che questo non sia accaduto e che la gente si senta usurpata. Dunque la morte di Mouchine Fikri, va di pari passo con la conquista dei diritti umani, della rivendicazione sociale e della lotta al conservatorismo politico marocchino che tiene pressoché fermo il Paese.

 

 

 

 

* Francesca Del Vecchio, praticante giornalista. Collabora con Il Manifesto, Prima Comunicazione e East Journal. Ha collaborato con Tgcom 24.