Ultimo Aggiornamento:
18 novembre 2017
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Papa Francesco e i problemi di oggi. Nuovi approcci?

Loris Zanatta * - 18.01.2017
Donald Trump e Papa Francesco

Il discorso del Papa al corpo diplomatico era molto atteso e non ha deluso. La Santa Sede dirà, come deve dire, che non ci sono novità nelle parole di Francesco, che la dottrina è quella eterna, che il Vangelo è la guida. Eppure delle novità ci sono eccome e infatti tutti le hanno notate. Per chi, come me, è sempre stato molto critico del Pontefice, sono novità importanti e positive. Verrebbe da dire che Francesco fa sue talune obiezioni ricevute da tanti critici: non ci sarebbe niente di male, anzi gli farebbe onore. Ma non è il caso di cercare il pelo nell’uovo.

Quali sono le novità? E come si spiegano?  Della prima novità si erano in realtà già avute alcune anticipazioni. Ora è conclamata e riguarda l’immigrazione. Il Papa ribadisce con forza il valore evangelico dell’accoglienza, ci mancherebbe. Ma più di quanto mai avesse fatto prima, dimostra di avvertire gli immani problemi che ad essa si associano. Da ciò la sibillina frase: occorre garantire “il diritto di ogni essere umano di immigrare in altre comunità politiche”, senza però che queste “sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali”. La botte piena e la moglie ubriaca, insomma. Credo siano principi sacrosanti, che però segnalano un gigantesco problema: l’eterna difficoltà di tradurre un valore evangelico in una realtà sociale; e il rischio che in nome del primo si mandi gambe all’aria la seconda.

La seconda novità, ancora più evidente, riguarda il populismo; parola che in realtà il Papa non ha pronunciato.  "Nemica della pace", ha scandito il Pontefice, "è l'ideologia che fa leva sui disagi sociali per fomentare il disprezzo e l'odio e che vede l'altro come un nemico da annientare”. Si maschera, ha detto, da portatrice di bene per il popolo per lasciare dietro sé “povertà, divisioni, tensioni sociali, sofferenza e non di rado anche morte ". Sono parole davvero nuove: è la prima volta che il Papa non parla dei “disagi sociali” per lanciare i consueti dardi al Dio denaro e alla finanza satanica, ma prendendo di mira chi li sfrutta per imporre una logica manichea distruttiva; logica che non solo causa odio, precisa il Papa, ma anche miseria. Ancora una volta: un principio evangelico, l’equità sociale, si trova a fare i conti con la sua traduzione sociale; traduzione che invocandolo spesso lo tradisce.

Ma perché il Papa ha pronunciato ora queste parole inedite? Aveva in mente qualcuno o qualcosa? Come tutte le sue parole, anche queste si possono leggere sub specie aeternitatis, come  spicchi di una dottrina universale di cui ogni intervento compone la trama. Molti faranno così. Ma per chi nel Papa vede innanzitutto un’influente personalità dei nostri tempi, è inevitabile sottarle all’eternità e collocarle sullo sfondo di ciò che ci accade intorno. Prendiamo l’immigrazione: è vero che Francesco non accusa nessuno; questo lo facevano i Papi di un tempo. Ma tutti hanno capito chi erano i reprobi. Non a caso i diplomatici ungheresi o polacchi hanno preferito non commentare.  Al tempo stesso, però, si direbbe che il Papa stia prendendo sempre più coscienza della enorme e pericolosa tensione a cui il flusso migratorio sta sottoponendo le società europee; e che curarsi dell’accoglienza dei migranti trascurandone gli effetti sui paesi europei, non solo non risolve i problemi, ma li acuisce; anche dentro la Chiesa. Il rischio è ovvio: è che un’apertura indiscriminata oggi, conduca domani a una chiusura xenofoba.

E sul populismo? Con chi ce l’aveva? Non ci vuole un profeta per cogliere nelle parole del Papa un monito a Donald Trump alla vigilia del suo insediamento. Ma le stesse parole suonano così adeguate alla crisi venezuelana, da lasciare intendere che Francesco ne è molto turbato. Che il Papa si sia sentito tradito da Maduro, dopo avergli lanciato il salvagente del dialogo? Che si sia scottato imbattendosi nella vera natura del chavismo, cui aveva dato credito per la sua matrice nazional popolare? A Caracas, dove il regime afferma di parlare col Papa saltando la Chiesa locale, il messaggio dovrebbe essere giunto forte e chiaro.

Sarebbe assurdo, oltre che errato, gridare a una svolta pontificia. Ma dal discorso del Papa al corpo diplomatico si possono trarre alcune lezioni. La prima è che quando il populismo religioso si trasforma in populismo secolare, sono guai; e che tra le due sfere è bene rimanga una chiara distinzione. La seconda è che anche i più nobili principi evangelici hanno bisogno, per imprimere il loro segno sulla storia, di buone istituzioni politiche. Nel caso specifico occorrono istituzioni forti e legittime capaci di gestire nel più equo dei modi un fenomeno complesso come l’immigrazione; e di arginare la tentazione populista di cavalcare la tigre del disagio distruggendo il tessuto sociale. Escludo che Francesco pensasse a questo, ma dalle sue parole si evince che la democrazia fa bene al Vangelo e che la politica conserva la sua centralità. Mi pare una buona notizia.

 

 

 

 

* Professore ordinario di Storia dell’America Latina- Università di Bologna