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20 novembre 2019
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Argomenti

La missione non sia proselitismo. Note sull’Angelus di papa Francesco

Claudio Ferlan - 14.01.2017

Nell’Angelus di domenica scorsa, 8 gennaio, Francesco ha commentato il passo del Vangelo di Matteo che racconta il battesimo di Gesù per mano di Giovanni, detto appunto il Battista (Mt, 3, 13-17). Il papa si è soffermato sul momento in cui Giovanni dice: «Sono io che dovrei essere battezzato da te» e sulla reazione del Messia che lo invita a procedere perché si adempiano le Scritture: «Ecco lo stile di Gesù e anche del missionario dei discepoli di Cristo: annunciare il Vangelo con mitezza e fermezza, senza arroganza o imposizione. La vera missione non è mai proselitismo ma attrazione a Cristo».

 

Battesimi di massa e ospedale da campo

La riflessione di Bergoglio si pone in piena continuità con i tratti di un pontificato che abbiamo imparato a conoscere. Nell’intervista con Luigi Scalfari dell’ottobre 2013 Francesco era stato molto chiaro: il proselitismo è una sciocchezza, è arroganza che nulla ha a che vedere con la vera missione, sintetizzata nell’immagine della Chiesa ospedale da campo, chiamata a uscire per curare gli ammalati. Nella sostanza, sono pensieri che appartengono da tempo al sistema missionario cattolico, di certo dal Concilio Vaticano II, ma in alcuni casi anche da molto prima. leggi tutto

Il Marocco e la nuova schiavitù del velo proibito

Francesca Del Vecchio * - 14.01.2017

“Sono una giovane donna marocchina, bella e ambiziosa. Quando ero ancora una ragazza mi piaceva indossare gonne, camicette e tanto profumo. Poi, incontrai un uomo che promettendomi amore eterno, mi chiese di sposarlo. Accettai. Qualche giorno dopo si presentò da me con un pacchetto; al suo interno due pezzi di stoffa confezionata: uno era la camicia da notte rossa, «per la casa» - disse lui, l’altro un grigio tessuto pesante e opprimente: «questo è per uscire». Cercai, invano, di protestare, poi - visto che la legge del mio paese non mi tutelava, mi uccisi”. Inizia così il racconto pubblicato da Mohamed Ouissaden, scrittore, sull’Huffington Post Maghreb. È la storia di una donna, ma potrebbe essere quella di tante. Una storia che in Marocco vogliono provare a fermare. Il Ministero dell’Interno, difatti, ha approvato una legge che proibisce la produzione e la commercializzazione di burqa e niqab. La notizia è di pochi giorni fa; prima erano stati i media locali marocchini a darne l’annuncio, poi è arrivata l’ufficializzazione da parte delle autorità nazionali. "Abbiamo preso la decisione di vietare completamente l'importazione, la produzione e la vendita di questo capo in tutte le città del regno", queste le parole di un alto funzionario del Ministero, come riporta il sito di al-Jazeera. leggi tutto

Vecchi e nuovi razzismi: Che fare?

Leila El Houssi * - 11.01.2017

Berlino, Istanbul e prima Parigi e Bruxelles sono vittime della spirale di violenza terroristica che da qualche anno si è abbattuta nella nostra quotidianità. A due anni dalla terrificante strage di Charlie Hebdo il coro unanime di condanna che ha coniato l’ormai conosciuto “Je suis“ sembra essere sostituito da una paura crescente che produce inesorabilmente un razzismo diffuso in varie frange delle società cosiddette occidentali.

Un razzismo che tuttavia non nasce all’indomani degli eventi tragici che abbiamo riportato. In realtà, da tempo la minaccia esterna si è posta come capro espiatorio per rinfrancare l’io dominante del razzista che ricostruisce la sua vittima secondo i propri bisogni. In questo quadro l’oppressione che si desidera esercitare è nei confronti dell’arabo musulmano in quanto straniero  che avrebbe superato la presunta soglia di tolleranza. Così dall’indifferenza sostanziale (che già è una forma di rifiuto) nei confronti del migrante trasparente, le nostre società legittimano la “valorizzazione delle differenze biologiche a vantaggio del dominante”. Ne consegue una narrazione zeppa di mito e alibi in cui viene presentata una figura del migrante arabo o dell’arabo europeo che non fa altro che riesporre quell’orientalismo diffuso nell’epoca della colonizzazione ampiamente decostruito a partire dalla fine degli anni settanta da Edward Said e da molti altri intellettuali. leggi tutto

La battaglia di Aleppo, la guerra in Siria.

La battaglia per la conquista della città di Aleppo è ormai decisa. Da fine novembre, in poche settimane le forze armate siriane e i loro alleati libanesi, iraniani e russi hanno riconquistato quasi tutti i quartieri della cosiddetta "Aleppo Est". Un'offensiva militare che è frutto dei lunghi preparativi messi a punto dalla scorsa estate: rafforzamento dell'assedio ai quartieri "ribelli", i movimenti di truppe verso la seconda città della Siria e l'arrivo di nuove forze russe nel Mediterraneo orientale. I tentativi dei ribelli di rompere l'assedio durante l'estate del 2016 sono durati poco, dimostrando i limiti strategici che le opposizioni armate ormai scontano in Siria. In particolare, la diminuzione significativa del sostegno estero, tanto delle monarchie del Golfo quanto dei Paesi Nato e soprattutto della vicina Turchia. Di fronte all'offensiva congiunta di tutte le forze pro-Damasco, nemmeno i comandi e le truppe ben disciplinate ed armate dei radicali jihadisti di Fatah al-Sham (ex-Jabhat al-Nusra, al-Qaida in Siria) sono riusciti a tenere unito il fronte dei ribelli. In modo significativo, non appena i governativi hanno interrotto i legami tra i comandi centrali e le unità locali, queste ultime hanno deciso di arrendersi o ritirarsi: sintomo di fatica, sfaldamento dei ranghi e soprattutto sfiducia nelle possibilità di riscossa. leggi tutto

COP22: Molti proclami ma ancora poca azione

Paulo Lima *, Roberto Barbiero ** e Elisa Calliari *** - 26.11.2016

“Parole, parole, parole, soltanto parole, parole tra noi.” Può sembrare banale richiamare la canzone resa immortale dalla voce di Mina, ma è ciò che forse riesce meglio a sintetizzare i risultati della Conferenza ONU sul Clima di Marrakech (COP22) conclusasi nella notte del 19 novembre.

L'invito ad “agire”, riprodotto ovunque a Marrakech – dalle bandiere, sticker e banner appesi per strada o attaccati sui taxi e bus pubblici – e proclamato dal Ministro degli Esteri marocchino e presidente della Conferenza Salaheddine Mezouar, ha creato aspettative perché questa fosse la “COP dell'Azione”. Aspettative che hanno acquistato un significato particolare con la rapida entrata in vigore dell’Accordo di Parigi. Marrakech si è trovata ad ospitare infatti il primo meeting della Conferenza delle parti dell’Accordo di Parigi (CMA), l’organo chiamato a dare concretezza agli obiettivi di mitigazione, adattamento e finanza climatica sanciti l’anno scorso nella capitale francese.

 

Marrakech era chiamata ad attuare questo Accordo. Ma più che provvedimenti concreti, ha finito per fissare le procedure e il piano di lavoro per definirli. Doveva stabilire in quale modo i paesi monitoreranno i loro impegni per il taglio dei gas serra (Nationally Determined Contributions), doveva elaborare un piano di lavoro per lo sviluppo tecnologico e il processo di revisione dello stato di attuazione dell’Accordo. leggi tutto

Entra in vigore l’Accordo globale sul Clima.

Paulo Lima * e Roberto Barbiero ** - 09.11.2016

Questo 4 novembre 2016 segna la storia mondiale: entra infatti in vigore l'Accordo Globale sul Clima, approvato meno di un anno fa a Parigi. Questo è stato possibile dopo la ratifica, in tempo record, da parte di 55 Paesi responsabili del 55% delle emissioni globali di gas serra, requisito indispensabile per rendere l’Accordo operativo formalmente. Si tratta di una svolta storica nel tentativo di contrastare le cause antropiche e le conseguenze degli impatti dei cambiamenti climatici.

 

L’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi indubbiamente è un segnale positivo e che darà vigore alla Conferenza ONU sul Clima di Marrakech, che si terrà dal 7 al 18 novembre 2016. La città è in fermento. Pronta ad accogliere più di 20 mila partecipanti in arrivo da 196 paesi del mondo. Sugli oltre 300 mila metri quadrati di insediamento allestito alla maniera "berbera", con 55 tende bianche, si distinguono due zone principali, quella blu, che è la zona dell'ONU, e quella verde, dominio della società civile impegnata nella difesa dell'ambiente. Tra le migliaia di bandiere che segnalano la COP22, appese per le strade principali che portano dall'aeroporto al centro della città, ce ne sono molte con la scritta “Agire” in diverse lingue oltre che in arabo.

 

Ma tanti sono i nodi ancora leggi tutto

Perché la morte del pescivendolo in Marocco può essere l’inizio di una nuova Primavera

Francesca Del Vecchio * - 05.11.2016

Migliaia di persone scendono in piazza affollando le vie di Casablanca e Rabat. È la nuova Primavera araba, gridano alcuni attivisti dei diritti umani intervistati dalla Bbc. Tra le braccia alzate s’intravede qualche cartello con la scritta: «Siamo tutti Mouchine». Dietro questa sollevazione popolare c’è la tragica storia di un pescatore trentenne, Mouchine Fikri, morto schiacciato da un cassonetto ad al-Hocheima - una delle principali città della regione del Rif, nord del Paese - dopo un controllo di polizia andato male. Venerdì scorso, le forze dell’ordine gli avevano confiscato tonnellate di pesce spada - la cui pesca, in questo periodo, è vietata - scatenando le ire del venditore e di alcuni suoi colleghi. Tutti si sono scagliati, come in un assalto, sul camion della spazzatura su cui era stata gettata la merce requisita. Purtroppo, questo gesto disperato d’impeto e ira non ha tenuto conto delle conseguenze: la pressa per lo smaltimento si è messa in moto schiacciando il corpo del pescatore. Le grida «assassini» all’indirizzo dei poliziotti hanno innescato una protesta - inizialmente locale - continuata nelle ore e nei giorni successivi anche attraverso i social: migliaia di Tweet, scioperi e centinaia di cortei di piazza che da venerdì 28 ottobre non si arrestano.

Resta a guardare preoccupato leggi tutto

La Siria e noi: perché armare (con prudenza) i ribelli e aiutare (molto di più) i curdi

Bernardo Settembrini * - 02.11.2016

Mentre sembra finalmente avviata l’offensiva per liberare Mosul – che ha rappresentato il Godot inutilmente atteso della vicenda mediorientale degli ultimi due anni – le forze governative siriane, con l’appoggio determinante russo, continuano ad applicare ad Aleppo la “tattica Grozny”: sconfiggere i ribelli radendo al suolo le parti della città da questi controllate. Si tratta di due vicende che è bene trattare distintamente.

La prospettiva di una tregua che possa alleviare le sofferenze di Aleppo appare purtroppo irrealistica. La ragione è semplice: Putin e Assad stanno vincendo e non hanno alcun interesse a stipulare un cessate il fuoco. Per questo se si vuole, nel medio termine, far tacere le armi, occorre che, nell’immediato, USA e occidentali armino i ribelli fino a consentire loro di rovesciare il fronte (o, in alternativa, di evacuare la città per non far soffrire ulteriormente i civili e organizzare altrove una forte controffensiva). A quel punto di fronte allo stallo Putin come gli altri “padrini” di Assad, gli iraniani, si convinceranno a trattative di pace serie (Assad seguirà o sarà sostituito da uno dei suoi generali).

Di fronte a questa proposta due sono le possibili obiezioni, una fondata, l’altra assai meno. Parto da quella fondata: l’opposizione al governo siriano è oramai egemonizzata da forze fondamentaliste; leggi tutto

La guerra infinita in Sud Sudan

Sara De Simone * - 29.10.2016

Il 25 ottobre, Amnesty International ha diffuso un rapporto che documenta le uccisioni indiscriminate, gli stupri e i saccheggi commessi dall’esercito governativo in Sud Sudan durante l’ondata di violenza che a luglio si è scatenata nella capitale Juba. Il rapporto raccoglie le testimonianze di donne e ragazze prevalentemente di etnia nuer che sono state vittime di atrocità commesse negli ultimi mesi.

Eventi come quelli documentati dal rapporto di Amnesty costituiscono una realtà tristemente quotidiana in Sud Sudan da almno due anni. Dopo un breve periodo di pace dopo la fine della guerra col Sudan nel 2005, durante il quale il Paese ha ottenuto l’indipendenza, il neo-nato stato è ripiombato nella guerra civile a dicembre 2013. Con più di 700 vittime in soli tre giorni di combattimenti a Juba, gli scontri si sono estesi al resto del paese assumendo rapidamente una connotazione etnica, in linea con la storia di militarizzazione dell’etnicità della regione sud sudanese.

Già durante la guerra civile contro Khartoum, infatti, il movimento ribelle Sudan People Liberation Army (la cui ala politica, il Sudan People’s Liberation Movement è poi diventato partito di governo) aveva dovuto fronteggiare numerose defezioni e rivolte, anche a causa leggi tutto

Dopo Mosul il diluvio?

Giovanni Parigi * - 26.10.2016

“La vittoria ha moltissimi padri, la sconfitta è orfana”

John Keats

 

 

Mosul, ovvero l’antica Ninive, è la seconda città più popolosa dell’Iraq; si trova nel nord, lungo le rive del Tigri, ed anche se a maggioranza araba e sunnita, era una sorta di microcosmo dove era molto forte la presenza di numerose minoranze etniche e religiose, come curdi, yazidi, turcmeni, shabak, caldei e assiri.

Nel giugno del 2014 cadde rapidamente nelle mani del Da‘esh, complici la neutralità, o persino il tacito appoggio, della popolazione sunnita nonchè l’estrema debolezza delle forze governative.

Oggi a difenderla sono rimaste poche migliaia di miliziani jihadisti, al massimo novemila. Dall’altra parte ci sono decine di migliaia di peshmerga curdi, unità dell’esercito iracheno e di quello turco, milizie sciite delle forze di mobilitazione popolare, milizie sunnite tribali locali, il tutto col supporto di americani, iraniani e truppe di quasi una ventina di altri paesi, compresa l’Italia. Per conquistare la città ci vorranno settimane, forse mesi, con il Da‘esh che si fa scudo con migliaia di civili, già contrattacca a Kirkuk e ha avuto più di due anni per fortificarsi.

Probabilmente però, il peggio verrà proprio quando l’ultima bandiera nera in città sarà ammainata, leggi tutto