Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
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Argomenti

Dopo Mosul il diluvio?

Giovanni Parigi * - 26.10.2016

“La vittoria ha moltissimi padri, la sconfitta è orfana”

John Keats

 

 

Mosul, ovvero l’antica Ninive, è la seconda città più popolosa dell’Iraq; si trova nel nord, lungo le rive del Tigri, ed anche se a maggioranza araba e sunnita, era una sorta di microcosmo dove era molto forte la presenza di numerose minoranze etniche e religiose, come curdi, yazidi, turcmeni, shabak, caldei e assiri.

Nel giugno del 2014 cadde rapidamente nelle mani del Da‘esh, complici la neutralità, o persino il tacito appoggio, della popolazione sunnita nonchè l’estrema debolezza delle forze governative.

Oggi a difenderla sono rimaste poche migliaia di miliziani jihadisti, al massimo novemila. Dall’altra parte ci sono decine di migliaia di peshmerga curdi, unità dell’esercito iracheno e di quello turco, milizie sciite delle forze di mobilitazione popolare, milizie sunnite tribali locali, il tutto col supporto di americani, iraniani e truppe di quasi una ventina di altri paesi, compresa l’Italia. Per conquistare la città ci vorranno settimane, forse mesi, con il Da‘esh che si fa scudo con migliaia di civili, già contrattacca a Kirkuk e ha avuto più di due anni per fortificarsi.

Probabilmente però, il peggio verrà proprio quando l’ultima bandiera nera in città sarà ammainata, leggi tutto

“La virtualità sta uccidendo l’informazione”

Francesca Del Vecchio * - 22.10.2016

“Se il giornalismo vuole sopravvivere, deve abbandonare questo virtualismo e pensare a cos’è davvero una notizia. Altrimenti è destinato a morire”. È questo l’allarme di Silvia Finzi, Direttore del Corriere di Tunisi e presidente della sede locale della Dante Alighieri, nonché professore ordinario presso la Facoltà di Lingue e Letterature dell’Università di Tunisi. Cresciuta nel mondo del giornalismo e dell’editoria - suo padre Elia è stato fondatore e direttore del giornale fino al 2012, suo nonno Giulio, primo editore privato in Nord Africa - ha un’idea molto chiara della “malattia” che affligge l’attuale sistema dell’informazione.

 

Finzi, com’è cambiato l’approccio al giornalismo negli ultimi anni?

 

La gente legge sempre meno. Questo è un fatto. Un tempo, anche le persone di livello culturale medio-basso compravano il giornale. Adesso non lo compro più neanch’io, perché non ci trovo nulla in più rispetto a quanto trovo su internet. Non è una novità. Bisognerebbe, invece, indagare le cause.

 

Secondo lei, come è successo?

 

Il problema del giornalismo di oggi è l’eccesso di virtualismo. Provoca uno straniamento dalla realtà: l’annuncio di una bomba che fa migliaia di morti e leggi tutto

Dal Venezuela il nuovo ‘Papa Nero’.

Claudio Ferlan - 19.10.2016

Venerdì scorso, 14 ottobre, è stato eletto il nuovo generale dei gesuiti, il venezuelano Arturo Sosa Abascal. Tradizionalmente l’uomo al vertice della Compagnia di Gesù viene definito ‘Papa Nero’. A quel che ne sappiamo, l’espressione fu riportata la prima volta dal prete-scrittore francese Jean Hippolyte Michon, che in una novella del 1865 (Le Jésuite) aveva messo in scena proprio il rientro del generale Jan Roothaan a Roma dopo l’esilio seguito ai moti del 1848, acclamato dalla folla al grido di «Viva il papa nero». L’invocazione richiamava l’abitudine degli ignaziani di abbigliarsi in quel colore. A un bambino che chiedeva spiegazioni alla madre sul significato di quel saluto, la donna – stando alla penna di Michon – rispose: «È il papa nero, il vero papa».

 

Arturo Sosa, tra periferia e centro

 

Oggi che «il vero papa» è egli stesso un gesuita, questa distinzione suona stonata, ma è indubbio che il capo dei gesuiti ricopra un posto di rilievo per la vita della Chiesa. Arturo Sosa ha un altissimo profilo intellettuale e non è certo una novità per il generale della Compagnia di Gesù. Esperto di scienza politica, accademico di valore, conosce il mondo e l’arte di governare, come dimostrato dalla sua strada all’interno dell’ordine, in Venezuela prima e a Roma poi, leggi tutto

Aleppo e Mosul: Guerra Fredda e Proxy Wars

Giovedì 13 ottobre, il vice-Primo Ministro turco Numan Kurtulmuş ha dichiarato che le guerre per procura, o proxy wars, in Medio Oriente sono il segno del riemergere di un possibile scontro diretto tra le superpotenze della Guerra Fredda, cioè Stati Uniti d’America e l’odierna Russia. La guerra in Siria si sta trasformando in un conflitto regionale di più ampia portata, sempre a suo dire. Inoltre, alle tensioni relative alla sorte della città siriana di Aleppo si aggiungono ora quelle per Mosul in Iraq. Qui, da settimane il governo di Baghdad sta ammassando truppe dell’esercito regolare e delle milizie di “Mobilitazione popolare”, in larga parte sciite, in attesa dell’assalto finale alla roccaforte irachena dell’Organizzazione dello stato islamico (IS). Facendo eco alle monarchie del Golfo, il Premier turco Erdogan ha minacciato “fuoco e fiamme” se la città verrà occupata da truppe sciite e non da quelle sunnite, e intanto ha mobilitato l’esercito turco al confine con l’Iraq e alcune milizie irachene sunnite che sostiene da tempo. Il governo vacillante di Baghdad respinge le accuse al mittente e chiede il ritiro di alcuni contingenti turchi presenti nel nord dell’Iraq, ufficialmente a difesa delle comunità turcomanne. Per la precisione, queste ultime si sono divise tra il sostegno o meno alla stessa IS. leggi tutto

L'empasse istituzionale Congolese, solo la punta dell'iceberg

Alessandro Soggiu * - 15.10.2016

L'1 Settembre si è aperto, a Kinshasa – capitale della Repubblica Democratica del Congo – un tavolo negoziale per traghettare il paese verso le elezioni, allora prospettate per la fine di Novembre 2016, ma già spostate a “data da definirsi” nel 2018, stando alla CENI (Commissione Nazionale Indipendente per le Elezioni), che denuncia una mancanza cronica di fondi. Il “Dialogue national et inclusif” - nelle stesse parole del Presidente congolese Joseph Kabila quando propose alle opposizioni un round di negoziati per l'organizzazione di elezioni “free and fair” - ha da subito sofferto molte defezioni da parte degli esponenti più in vista dell'opposizione stessa. Se si potesse indicare soltanto uno dei moltissimi movimenti che si muovono nell'area “anti-kabilista”, è forse corretto rappresentare una parte dell'opposizione congolese con il cosiddetto “Rassemblement”, un raggruppamento dei principale partiti “storici” all'opposizione, primo fra tutti l'UDPS (l'Union pour la Démocratie et le Progrés Social) di Étienne Tshisekedi, già Primo Ministro nel 1993 nello Zaïre di Mobutu, e sconfitto alle ultime elezioni congolesi del 2011. Al suo fianco c'è Moïse Katumbi, ex-governatore della regione del Katanga (nel Sud-Est del paese), passato dalle file del Parti du Peuple pour la Reconstruction et la Démocratie (PPRD) – il partito di Kabila, facente parte dell'MP (la Maggioranza Presidenziale) – leggi tutto

"Things are changin’?" Washington e le Filippine di Rodrigo Duterte

Gianluca Pastori * - 08.10.2016

Le provocatorie dichiarazioni del Presidente Duterte durante il recente vertice ASEAN di Vientiane offrono una buona occasione per fare il punto sullo stato dei rapporti fra gli Stati Uniti e le Filippine e – più in generale – sui cambiamenti che stanno interessando gli equilibri dell’Asia sud-orientale. Dopo il ridimensionamento del ‘pivot to Asia’ e le rinnovate tensioni con la Corea del Nord intorno all’apparentemente intrattabile dossier nucleare di Pyongyang, le intemperanze verbali di Duterte sono parse a molti una nuova dimostrazione della crisi che gli USA starebbero vivendo sulla scena internazionale. Da questo punto di vista, è valso poco che la Casa Bianca abbia annullato l’incontro che il Presidente Obama avrebbe dovuto avere con l’omologo filippino. La sfida di Duterte ha lasciato comunque l’impressione di un’America in difficoltà, tanto arrogante da volersi ingerirsi negli affari interno di uno Stato sovrano ma troppo debole per potere imporre effettivamente la propria volontà. E’ abbastanza difficile distinguere – nelle parole del Presidente filippino – quanto risponda a una logica di consenso interno e quanto a vera convinzione. Nei in questi primi mesi di mandato (l’insediamento ufficiale risale al 30 giugno scorso), Duterte si è segnalato per i ripetuti (e coloriti) attacchi non solo contro gli Stati Uniti, leggi tutto

Donne vittime di violenza: la morte di Amira in Algeria rianima il dibattito

Francesca Del Vecchio * - 01.10.2016

Era il 29 agosto, ore 8 del mattino. Amira Merabet, 34 anni algerina, veniva uccisa bruciata viva da suo marito. Allarmata dalle sue grida, una vicina di casa ha chiamato la polizia. Amira è arrivata al City Hospital in condizioni critiche, prima di essere trasferita all’University Hospital di Costantina, capitale della regione. Troppo tardi. Amira ha ceduto alla gravità delle sue ferite ed è morta poco dopo l’arrivo in ambulanza. Il suo aggressore, che è ancora in fuga, è ricercato dalla polizia. Nella cittadina di El Khroub, 390 km a nord di Algeri, la popolazione è sconvolta.

 

Questa non è solo la storia di Amira, ma l’ennesimo episodio di femminicidio che si aggiunge al numero elevatissimo di casi di violenza sulle donne nei paesi arabi. La società civile ha deciso di scendere in piazza perché questa mattanza finisca: a Costantina, Algeri, Orano e Bejaia, si sono tenute diverse manifestazioni di denuncia. "Le associazioni chiedono allo Stato di proteggere le donne che affrontano gli uomini che approfittano di loro impunemente", ha detto Hasina Oussedik, direttore di Amnesty International di Algeri, al settimanale indipendente Jeune Afrique.

 

Tra il 2014 e il 2015, le denunce depositate leggi tutto

La Cooperazione allo sviluppo, un'agenda in evoluzione

Claudio Ceravolo * - 28.09.2016

Lo scorso 20 settembre il Presidente Barack Obama, nel suo ultimo intervento davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha lanciato un forte messaggio sulla necessità di rilanciare la cooperazione allo sviluppo, senza la quale il mondo intero rischia catastrofi umanitarie come emigrazioni di massa, carestie, guerre crudeli.

Da alcuni anni la cooperazione internazionale è ritornata in primo piano, dopo un periodo di offuscamento, tra scandali e accuse d’inefficienza.

Negli anni della guerra fredda, infatti, la cooperazione allo sviluppo è stata più uno strumento per legare un paese del sud del mondo al proprio blocco, che un mezzo di promozione dello sviluppo umano e di lotta alla povertà.  In quelle condizioni giustamente si sono levate da parte della società civile voci indignate che denunciavano lo spreco di risorse e l’appropriazione da parte di poche élites dominanti di fondi che avrebbero dovuto finanziare scuole, sanità, infrastrutture.

Dalla fine degli anni ’90 si è avviata une riflessione che ha coinvolto governi, agenzie delle Nazioni Unite, Istituti di ricerca, Organizzazioni della Società Civile, e che ha portato due importanti risultati:

1)    la definizione di chiari principi per far sì che gli aiuti siano efficaci[1]. Perché ciò accada è necessario che:

  1. ogni paese guidi le scelte politiche e strategiche sul proprio sviluppo (Ownership)
  2. i donatori si allineano alle politiche, strategie e istituzioni del partner (Alignment)
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ONU: la complessa agenda di settembre

Miriam Rossi - 24.09.2016

Settembre di fuoco al Palazzo di Vetro a New York. 13 settembre, apertura della 71° sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU. 19 settembre, svolgimento del primo Summit delle Nazioni Unite su Rifugiati e Migranti. 21 settembre, celebrazioni per la Giornata Mondiale della Pace. Dal 20 al 26 gennaio, interventi dei capi di Stato e di governo dei 193 Stati membri riuniti in Assemblea Generale. 9 e 26 settembre, quarto e quinto “straw poll”, ossia prova a porte chiuse in seno al Consiglio di Sicurezza, per l’elezione del nuovo Segretario Generale dell’ONU che prenderà il posto di Ban Ki-moon entro fine anno. Per tutto il mese concitati dibattiti in Consiglio di Sicurezza sulla guerra in Siria.

Dinanzi a questa agenda piena di eventi di alto livello e di rilevanti ricadute internazionali, straordinariamente ricca anche per la sede principale dell’ONU, l’attenzione mediatica è stata tuttavia pressoché completamente assorbita dall’esplosione avvenuta la sera del 18 settembre nel quartiere Chelsea sull’isola di Manhattan, fortunatamente senza vittime. I dibattiti e le conferenze dell’ONU sono allora passati in secondo piano presso tv e giornali, che hanno concentrato tutta l’attenzione sugli ulteriori standard di sicurezza adottati per presidenti, capi di governo, ministri, diplomatici, giornalisti e rappresentanti della società civile leggi tutto

La drammatica fine dell'esperimento di Wukan: corruzione, democrazia e repressione in Cina

Aurelio Insisa * - 21.09.2016

Giorno 13 settembre, dopo violenti scontri tra le forze di polizia in assetto anti-sommossa e i cittadini inferociti, le forze dell'Ufficio di Sicurezza Pubblica cinese hanno posto fine alle proteste che hanno scosso sin da giugno il piccolo villaggio di Wukan, nella provincia del Guangdong, Cina meridionale. La violenta repressione delle forze dell'ordine è l'ultimo capitolo di una storia che ha avuto inizio nel 2011 ed è assurta a paradigma delle irrisolte contraddizioni politiche ed economiche della Cina contemporanea.

Nel 2009, la comunità di Wukan venne gravemente danneggiata dalla decisione presa dall'amministrazione locale di espropriare diversi appezzamenti di terra e rivenderli ad attori del mercato immobiliare per un guadagno vicino ai 100 milioni di euro, pagando invece alle famiglie sfrattate delle compensazioni irrisorie per poche migliaia di euro.

Casi come quello di Wukan si sono in realtà ripetuti in migliaia di altri villaggi sparsi per il paese negli ultimi anni. Le ragioni del fenomeno delle espropriazioni illegali sono complesse. A monte vi è un quadro legale in cui cittadini e collettività non possiedono la terra ma soltanto (revocabili) diritti di sfruttamento. In questo contesto, l'abolizione della tassa sull'agricoltura nel 2006, che diminuì sostanzialmente le entrate delle amministrazioni locali, incentivò l'aumento degli abusi da parte delle amministrazioni locali. leggi tutto