Ultimo Aggiornamento:
28 novembre 2020
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Argomenti

Missione compiuta. Ma quale missione?

Mosca, Damasco, Aleppo.

 

L’annuncio del ritiro del grosso del contingente militare russo dalla Siria ha preso di sorpresa la maggior parte delle diplomazie e dei commentatori internazionali. Nella stessa Russia la decisione è giunta inaspettata e ha lasciato spazio a sollievo come a perplessità. In Siria le reazioni pubbliche variano dal sollievo, alla preoccupazione allo scetticismo.

Il dispiegamento iniziale come questo ritiro parziale mostrano bene come l’obiettivo reale dell’intervento militare di Putin in Siria fosse quello di riportare il governo di Damasco e l’esercito siriano su posizioni di forza, e dunque respingere le offensive delle forze di opposizione che minacciavano al Assad fino a Settembre 2015. Secondo Mosca, il ri-equilibrio delle forze in campo e la messa in sicurezza del proprio alleato devono portare comunque ad una soluzione negoziata e di compromesso tra le parti: l’importante, però, è negoziare da una posizione di forza relativa, se non assoluta.

Mosca non cercava una vittoria totale di Damasco sulle opposizioni, che sarebbe sancita dalla riconquista dell’intera città di Aleppo. Del resto, i militari russi ne hanno constatato la difficoltà: i loro attacchi siano stati sì efficaci per la riconquista di villaggi, territori e rotte strategiche; si pensi all’entroterra vicino a Lattakia, al nord di Aleppo che collega i ribelli direttamente con la Turchia. leggi tutto

Da Pio XII a Francesco. Lo sguardo di Hans Küng sui sette Papi della sua vita

Claudio Ferlan - 05.03.2016

Uscito nella versione tedesca per l’editore Piper il 10 agosto 2015, il nuovo libro di Hans Küng è stato recentemente (febbraio 2016) pubblicato in traduzione italiana con il titolo “Di fronte al Papa. La mia vita nella Chiesa da Pio XII a Francesco”. Come spesso accade, esigenze editoriali hanno suggerito una modifica del titolo originale “Sette Papi. Come io li ho vissuti”, più fedele al contenuto, dal momento che il noto teologo svizzero non è stato propriamente sempre “di fronte” ai Papi. Basti pensare a Giovanni Paolo II, che gli revocò la missio canonica (ovvero l’investitura della Chiesa cattolica a poter insegnare nel suo nome) e che rifiutò sempre di incontrarlo.

Il libro riprende e integra la corposa autobiografia di Küng, composta di tre volumi nell’edizione tedesca (“Libertà conquistata”; “Verità contestata”; “Umanità vissuta”) e di un unico tomo – approvato dall’autore – in quella italiana, ancora Rizzoli, intitolato “Una battaglia lunga una vita. Idee, passioni, speranze. Il mio racconto del secolo”. Così come nelle memorie, anche nel raccontare i rapporti personali e nell’esprimere le proprie considerazioni sui Papi della sua vita, Küng dimostra la raffinata capacità di parlare di sé e degli altri mantenendo una costante attenzione al contesto storico, solidamente radicata su di una conoscenza continuamente in divenire grazie allo studio, all’esperienza individuale e a una non ordinaria capacità di lettura dell’attualità. leggi tutto

Nessuna guerra è giusta, tranne…Star Wars, o le difficili parole delle nuove guerre (2)

Novello Monelli * - 05.03.2016

Guerre Stellari, o l’ultima incarnazione dello spirito di crociata

 

Per quasi quarant’anni, la saga di Star Wars è stata una riserva pressoché intoccabile per la messa in scena della lotta tra bene e male, e per tutti i riutilizzi possibili in chiave di sfruttamento a fini politici. E questo non perché la materia a cui fece ricorso Lucas ai tempi della trilogia originale fosse meno che complessa. A differenza di ciò che viene comunemente creduto, regista e produzione non avevano alcun interesse a generare una metafora fantascientifica della guerra fredda. Le fonti di ispirazione dell’universo fantastico degli Jedi erano molteplici, dai Templari alla guerra di indipendenza americana fino alla storia della repubblica romana del I secolo a.C. Per non parlare del fatto che le prospettive degli autori erano molto complesse dal punto di vista ideologico, come è stato ricostruito da una prolifica bibliografia, l’ultimo capitolo della quale è stato scritto probabilmente nel 2013, quando Nancy Reagin e Janice Liedl hanno messo insieme una pattuglia di storici appassionati del tema nel volume Star Wars and History. L’Impero intergalattico ha molto più che a fare con la Germania nazionalsocialista che con l’Unione Sovietica, sia come inquietante modello per il suicidio consapevole di una democrazia in crisi pronta a scivolare verso l’autoritarismo, sia per l’estetica della narrazione. leggi tutto

Lo scoglio libico

Paolo Pombeni - 03.03.2016

E’ bene non sottovalutare l’impatto che a questione libica potrebbe avere sulla navigazione del governo Renzi. Rischia di diventare uno scoglio piuttosto difficile da evitare, comunque la si inquadri.

Innanzitutto sta già facendo riemergere un pacifismo puramente ideologico che da qualche anno era entrato in sonno. Naturalmente torna il solito argomento fasullo della presunta violazione dell’articolo 11 della Costituzione che, secondo queste valutazione vieterebbe qualsiasi guerra che non fosse puramente difensiva contro un aggressione esterna. Non è così, perché il “ripudio della guerra” la riguarda “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e non è facile immaginare che opporsi all’avanzata dell’Isis offenda la libertà di qualche popolo, né che un tentativo di pacificare la Libia possa essere inquadrato come risoluzione di una controversia internazionale.

Il fatto è che la nostra Carta parlava di “guerra” nei termini in cui la si poteva concepire nel 1946-48 ed è curioso che quelli che ritengono che la definizione che essa dà della “famiglia” vada storicizzata a quel momento non ritengano necessario fare altrettanto per la nozione relativa alla guerra.

Ovviamente altra cosa è discutere se un intervento militare nel caos libico sia in grado di raggiungere i risultati di pacificazione del territorio a cui mira. leggi tutto

Epidemie e intervento umanitario: una lettura geografica del caso “Ebola” in Sierra Leone e nelle regioni di confine.

Filippo Pistocchi * - 03.03.2016

Abbiamo più o meno tutti seguito il diffondersi progressivo del problema della diffusione di ebola, una malattia insidiosa poiché di facile contagio e di difficile cura, che ha messo a dura prova non soltanto alcune regioni dell’Africa occidentale (Guinea, Sierra Leone, Liberia), ma l’intera umanità: l’impotenza disarmante di assistere ad una sciagura senza poterla fermare prontamente provoca stupore, sgomento, senso di fallimento.

In un’Africa in forte e veloce crescita economica, dove si stanno compiendo importanti passi avanti nel processo di sviluppo, rimane ancora marcato lo iato fra ricchezza (poca e mal distribuita) e povertà (molta e molto diffusa). Per tali ragioni, la sfida posta dalla risoluzione di un problema sanitario apre scenari complessi, poiché essa va inserita in un più ampio terreno di studio, che coinvolge inevitabilmente anche l’ambito economico, politico e sociale.

Non è per mera ironia della sorte il fatto che ebola si sia diffusa nelle stesse zone colpite dal dramma della guerra dei diamanti insanguinati e dei bambini soldato: sono vasti spazi di frontiera, zone di passaggio da uno Stato all’altro, povere di evidenti barriere istituzionali. Le regioni di confine, in Africa, sono spazi aperti, poiché i confini sono porosi e permeabili: al di qua e al di là di essi vivono gruppi etnici spesso imparentati, leggi tutto

Polpette di pesce avvelenate: nuove tensioni a Hong Kong

Aurelio Insisa * - 01.03.2016

A dispetto di un inverno più freddo e lungo del solito, il clima politica dell’ex colonia britannica negli ultimi mesi si è progressivamente surriscaldato, andando a toccare nuove bollenti vette lunedì 8 febbraio, quando, in concomitanza con le celebrazioni per il capodanno cinese, una violenta rivolta contro la polizia si è sollevata nel quartiere popolare di Mong Kok, nella penisola di Kowloon. All’origine delle rivolta, vi è stata la controversa decisione della polizia di sgomberare dal quartiere i numerosi venditori ambulanti di jiu daan (polpette di pesce) e altri cibi da strada che affollavano Mong Kok durante il capodanno. La decisione presa dalle forze dell’ordine si poneva in contrasto con il tradizionale periodo di amnistia concesso dalle istituzioni locali per l’igiene pubblica ai venditori ambulanti durante le festività. Una rapida mobilitazione attraverso i social media della galassia di movimenti studenteschi e giovanili che hanno animato la cosiddetta “Umbrella Revolution” che sconvolse Hong Kong a fine 2014 ha quindi portato una folla di giovani nel quartiere, pronti a protestare contro la polizia. La protesta tuttavia è rapidamente degenerata in una notte di guerriglia urbana, con lancio di mattoni verso gli agenti e l’incendio dei cassonetti della spazzatura, e si è conclusa in tarda nottata con un bilancio di cinquanta feriti e cento arresti. leggi tutto

La (ri)comparsa di Yehoshua? Ha il fascino discreto di un romanzo imperfetto

Omar Bellicini * - 18.02.2016

«Durante l’ultima prova mi è sembrato che le corde della tua arpa abbiano prodotto un suono nuovo, più audace, quasi un ululato. Ma forse è stato un altro artista». È il ritratto di Noga, protagonista chiaroscurale e discreta di questo undicesimo romanzo di Abraham Yehoshua, edito da Einaudi: “La Comparsa”. Sono passati 38 anni da “L’amante”, opera prima dell’autore israeliano: testo che si impose all’attenzione della critica internazionale. “È nato uno scrittore”, si disse. Uno scrittore era effettivamente nato, e di prima grandezza. Ma di quel talento, di quell’urgenza narrativa, non restano che gli echi: i fantasmi di un artista sopraffatto dalla malinconia. Come la sua ultima eroina, del resto: anch’essa artista, anch’essa umbratile e incompiuta. Questa la trama: Noga, musicista israeliana approdata nella cosmopolita e libertaria Olanda, fa ritorno a Gerusalemme, per occupare la casa di una madre rimasta vedova. Qui scoprirà il cambiamento progressivo, e all’apparenza inesorabile, del Paese: l’avanzata silenziosa degli «uomini in nero», gli ultraortodossi; la distanza della realtà rispetto ai luoghi della memoria. Presenti, e talvolta prepotenti, tutti i temi del repertorio di Yehoshua: il rapporto fra genitori e figli, le relazioni irrisolte, la nostalgia verso una patria forse mai davvero esistita, il percorso sociale e politico dello Stato di Israele. leggi tutto

I grandi dell’Africa ad Addis Abeba per il Vertice dell’Unione Africana

Miriam Rossi - 13.02.2016

Diritti umani, sicurezza, migrazioni, contrasto al radicalismo e situazione in Libia: questi i principali temi inseriti nell’agenda del 26° Vertice dell’Unione Africana che si è tenuto a fine gennaio ad Addis Abeba, in Etiopia. Tante le aspettative e altrettanti i problemi scottanti in discussione, dalla crisi del Burundi al terrorismo della nigeriana Boko Haram e della somala Al Shabaab. Poche purtroppo le decisioni e quasi tutte nella direzione di uno scostamento rispetto al percorso di depotenziamento delle violenze e del rafforzamento diffuso dei diritti umani.

È stato il presidente del Ciad, Idriss Déby Itno, designato nuovo presidente dell’Organizzazione regionale africana in sostituzione dell’anziano Capo di Stato dello Zimbabwe, Robert Mugabe, a far risuonare nella sala la profonda apprensione per la situazione in Burundi, un potenziale disastro di portata ben più vasta dei confini del piccolo Stato centroafricano. Già in dicembre le centinaia di migliaia di profughi, le sparizioni forzate e le uccisioni sommarie di oppositori del governo, giornalisti o attivisti, nonché la creazione di milizie armate, avevano indotto il Consiglio per la pace e la sicurezza (CPS) dell’Unione Africana a sancire l’invio in Burundi di una missione di peacekeeping di 5.000 unità per stabilizzare la situazione e proteggere i civili. Tuttavia, il mancato assenso del presidente burundese Pierre Nkurunziza aveva bloccato il dispiegamento e, alla vigilia del Summit, sembrava possibile che il consesso di alto livello dell’UA avrebbe tentato di imporre la decisione al Burundi. Tutt’altro ciò che si è verificato. leggi tutto

Ancora una volta.

Aleppo. Le notizie che giungono dalla Siria nelle ultime settimane mostrano un quadro militare in veloce trasformazione a fronte dell'immobilità sostanziale del quadro politico. Il governo di Damasco sta cercando di cingere d'assedio Aleppo, la seconda città della Siria e una volta centro economico e produttivo del Paese. I soldati dell'esercito siriano, assieme alle truppe iraniane e altre formazioni paramilitari alleate, sfruttano la potenza di fuoco dell'aviazione russa che da settembre attacca senza sosta principalmente le forze di opposizione armate: laici, islamisti. Ovviamente, a farne le spese sono principalmente i civili. Negli ultimi mesi sono riusciti a riconquistare e "mettere in sicurezza" le roccaforti governative sulla costa mediterranea. Successivamente, negli ultimi dieci giorni sono riusciti ad avanzare nelle campagne a ovest, sud ed est della città di Aleppo, riconquistando terreno tanto alle opposizioni armate quanto all'Organizzazione dello stato islamico. In questo modo, hanno tagliato una delle due linee di comunicazione e rifornimento della città di Aleppo con il confine turco. I portavoce del governo di Damasco tornano a parlare di vittoria, militare.

 

Il successo della controffensiva del fronte Damasco-Mosca-Teheran mostra la potenza, e finora l'efficacia, dell'integrazione tra aviazione e intelligence russa e truppe iraniane e siriane. Da un punto di visto organizzativo, e politico, riporta in auge il primato delle forze armate regolari rispetto alle milizie paramilitari, qui spesso comunitarie e confessionali, che dal 2014 all'autunno leggi tutto

Nessuna guerra è giusta, tranne… Star Wars, o le difficili parole delle nuove guerre (1).

Novello Monelli * - 30.01.2016

«Siamo isolati, siamo disarmati»

 

«Non è come se stessimo per riaprire i rifugi antiaerei», ha dichiarato Henry Rousso in un articolo pubblicato da Le Monde all’indomani degli attentati di Parigi «ma gli europei si devono interrogare sulla loro capacità di organizzarsi per la nuova guerra e di viverla», anche a costo di richiamare dal passato esperienze che si pensavano seppellite, come l’idea del sacrificio di sé e la necessità di saper ricorrere alla violenza delle armi. Quella di Rousso,  uno dei maestri riconosciuti tra gli storici dei conflitti novecenteschi e del totalitarismo, è stata una delle voci più lucide e incisive che si è levata nel disorientamento generale seguito alle stragi del 13 novembre. Mentre François Hollande proclamava ad una nazione spaventata che ci si trovava di fronte ad una nuova guerra, lo storico si interrogava su quali strumenti culturali avessero i francesi per affrontare la nuova prova. «Di fronte alla minaccia siamo isolati, siamo disarmati». E’ difficile dargli torto.  Gli europei di oggi sono gli eredi della demilitarizzazione seguita all’apocalisse del 1945, quell’età post-eroica, per usare un’espressione di James Shehaan un po’ grossolana ma indubbiamente efficace, durante la quale armi e armati sono stati rimossi dalla quotidianità e dall’immaginario, anche se non dalla politica reale. leggi tutto